di Dario Ferrara
Italia Oggi, 26 ottobre 2020
È l'effetto del protocollo d'intesa firmato al Ministero della giustizia. Prima fase a due binari. Sbarca anche in Cassazione il processo civile telematico. Nei giorni scorsi al ministero della Giustizia la firma del protocollo d'intesa ad hoc fra tutte i soggetti protagonisti, avvocati compresi.
di Davide Varì
Il Dubbio, 26 ottobre 2020
L'intervento del Consiglio nazionale forense in occasione della Giornata europea della giustizia civile di oggi. "I giudizi continuino a svolgersi secondo le modalità più appropriate all'oggetto e alla fase processuale e, dunque, si prediliga la celebrazione dell'udienza in presenza in tutte le ipotesi in cui il confronto immediato e contestuale sia necessario per la delicatezza degli interessi in gioco o per le attività da svolgere", ma, nello stesso tempo, "giudici e avvocati non rinuncino a utilizzare le forme alternative della celebrazione da remoto o in forma scritta le quali, se concordate o comunque rimesse a valutazioni condivise e se disposte nel rispetto dei presupposti oggettivi e soggettivi prescritti per legge, appaiono sicuramente idonee allo scopo di evitare situazioni di rischio per la salute e, più in generale, ad alleggerire i tempi di processi spesso troppo lunghi e farraginosi".
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 26 ottobre 2020
Ospite di Piazza Pulita su LA 7, l'ormai ex magistrato Piercamillo Davigo ha detto una cosa che non può non colpire: se solo avessi avuto un cenno (dal presidente del Csm Mattarella, si intende) circa l'orientamento del Comitato di Presidenza in senso contrario alla mia permanenza, mi sarei immediatamente dimesso.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 26 ottobre 2020
Le sezioni Unite con la decisione 29541 del 23 ottobre chiariscono le differenze tra le due fattispecie. Il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni ha natura di reato proprio non esclusivo e si differenzia da quello di estorsione solo sulla base dell'elemento psicologico. Infine, il concorso del terzo nel reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza o minaccia alle persone si configura solo quando il terzo stesso apporta un proprio contributo alla pretesa del ceditore, senza tuttavia ricavarne un proprio utile. A queste conclusioni approdano le Sezioni unite penali della Cassazione con la sentenza n. 29541 del 23 ottobre che ha risolto un contrasto interno alle Sezioni semplici.
Il dato psicologico - La valorizzazione dell'elemento psicologico, rispetto a un dato materiale che i giudici ritengono comunque non esattamente sovrapponibile perché solo per la fattispecie tipica di estorsione è richiesto il verificarsi di un effetto di costrizione della vittima conseguente a violenza o minaccia, porta a ritenere che nel reato di esercizio arbitrario "l'agente persegue il conseguimento di un profitto nella convinzione non meramente astratta e arbitraria, ma ragionevole, anche se in concreto infondata, di esercitare un suo diritto, ovvero di soddisfare personalmente una pretesa che potrebbe formare oggetto di azione giudiziaria"; nel reato di estorsione, invece, l'agente va alla ricerca di un profitto nella piena consapevolezza della sua ingiustizia. L'elemento psicologico inoltre andrà accertato secondo le ordinarie regole probatorie: la speciale intensità del comportamento violento o minaccioso potrà così essere ritenuta sintomo significativo del dolo dell'estorsione.
Il concorso - Quanto al concorso è la natura dell'interesse a fare la differenza. Nel caso il terzo o i terzi abbiano perseguito un interesse proprio il concorso sarà nel reato di estorsione; quando invece l'interesse esclusivo perseguito è quello del creditore, nei limiti in cui questo sarebbe stato tutelabile in via giudiziale, allora il concorso sarà con il reato di esercizio arbitrario.
di Guido Camera
Il Sole 24 Ore, 26 ottobre 2020
Sì al ricorso per cassazione per vizio di motivazione sulle misure di sicurezza non concordate tra le parti. Il diritto di difendersi negoziando con l'accusa un patteggiamento che non riguardi solo la pena principale ma anche le misure di sicurezza e le sanzioni amministrative accessorie è al centro delle sentenze 21368 e 21369 delle Sezioni Unite della Cassazione, depositate il 17 luglio scorso.
In particolare, con la sentenza 21368, la Corte ha spiegato che le misure di sicurezza personali e patrimoniali - tra cui rientra la confisca del prezzo, del profitto e del prodotto del reato, che caratterizza praticamente tutti i reati a connotazione economica - possono essere oggetto di accordo tra accusa e difesa, che però non vincola il giudice: se egli lo ratifica, continua la Corte, può farlo con motivazione sintetica; se invece applica una misura diversa da quella concordata dalle parti, ha un onere di motivazione rafforzato e la sentenza di patteggiamento può essere oggetto di ricorso per Cassazione non solo, come stabilisce l'articolo 448, comma 2-bis, del Codice di procedura penale, in caso di illegalità della misura, intesa come sua totale estraneità al sistema penale, ma anche per vizio di motivazione. Si tratta di un principio dettato con la finalità di espandere la logica negoziale del patteggiamento.
La sentenza 21369, invece, muove dall'ostacolo costituito dal divieto, nel nostro ordinamento, di estendere l'accordo tra accusa e difesa alle sanzioni amministrative accessorie. Tuttavia, poiché riguardano un numero significativo di reati - tra i quali, in particolare, quelli stradali, urbanistici e ambientali - la Corte sancisce la ricorribilità per Cassazione delle relative statuizioni della sentenza di patteggiamento, altrimenti precluso dalla formulazione testuale dell'articolo 448 comma 2-bis. Il controllo di legittimità, spiega la Cassazione, è necessario per evitare che l'ampia discrezionalità che la legge attribuisce al giudice nell'applicazione e nella determinazione delle sanzioni amministrative accessorie possa causare conseguenze troppo afflittive sulle esigenze di vita dell'imputato senza la sua preventiva interlocuzione.
Sono pronunce di notevole attualità, dato che la Commissione Giustizia della Camera sta esaminando il disegno di legge delega al Governo per la riforma del processo penale (atto Camera 2435). Il testo in discussione, approvato dal Consiglio dei ministri a febbraio con l'obiettivo di rendere più efficiente il processo penale anche incentivando il ricorso ai riti alternativi, prevede un innalzamento del tetto della pena che può essere concordata fino a 8 anni, dagli attuali 5, per accedere al patteggiamento. Non è però prevista una disciplina che consenta l'inclusione nell'accordo delle misure di sicurezza e delle sanzioni amministrative accessorie.
Eppure sono un inevitabile corollario della maggior parte dei reati, che spesso scoraggiano l'imputato a optare per il patteggiamento, proprio perché non negoziabili con il pubblico ministero in modo vincolante per il giudice (le misure di sicurezza), oppure espressamente escluse dalla possibilità di accordo (le sanzioni amministrative dipendenti da reato). Sono limiti che frustrano le potenzialità deflattive del patteggiamento. E ora la giurisprudenza sembra indicare che sono maturi i tempi per superarli.
di Errico Novi
Il Dubbio, 26 ottobre 2020
L'ex consigliere del Csm difende se stesso e anche la magistratura, la capacità di controllo e sanzione dell'ordine giudiziario. Davigo si difende. E ne ha diritto. Ma nel suo intervento a Piazzapulita di quattro sere fa difende anche la magistratura, la capacità di controllo e sanzione dell'ordine giudiziario. E su questo secondo versante è più esposto a critiche.
Dice che sul "caso Procure" i magistrati, a differenza della politica, hanno offerto una risposta esemplare e tempestiva: "I componenti del Csm che erano stati coinvolti in quella vicenda si sono dimessi, e come magistrati sono sottoposti a procedimento disciplinare. C'erano due politici, non mi consta che i loro partiti abbiano detto alcunché". Un momento. A parte il fatto che quanto a tempestività siamo messi così male da vedere ora il processo disciplinare ai 5 ex togati messo a serio rischio annullamento.
Dopodiché dovremmo riproporre, come ogni tanto si è costretti a fare, un'intervista che Giovanni Maria Flick ha concesso al nostro giornale. È davvero incredibile, ha detto il presidente emerito della Consulta, la lentezza con cui sia l'Anm sia il Csm si sono ricordate che esistono un accertamento deontologico e uno disciplinare. Davigo fa vanto al Csm della meravigliosa macchina sanzionatoria abbattutasi sul Palamara. Ma certo non ci si può rallegrare del solo vero primato stabilito da quel procedimento: l'incredibile compressione del diritto di difesa.
Neppure un teste ammesso su 133 richiesti, tranne i 5 su cui l'accusa era concorde. Motivo: non si è ritenuto opportuno processare l'intero sistema, ci si doveva limitare alla cena con Cosimo Ferri. Sarebbe questa la grande capacità di autocritica della magistratura? Davigo non è componente del Csm, almeno per ora. Con la sua intelligenza può permettersi di essere molto più obiettivo.
di Flaminia Savelli
Il Messaggero, 26 ottobre 2020
Grida e proteste nel carcere di Regina Coeli a Roma. Come è ben avvertibile anche dall'esterno, da due sere i detenuti "battono" sulle sbarre delle celle con gli utensili da cucina anche se ancora non sono noti i motivi della protesta nell'istituto penitenziario dove si contano però 387 reclusi oltre la capienza. Le prime proteste nelle carceri romane si erano accese a marzo, con le misure restrittive anti-contagio che avevano portato alla sospensione dei colloqui con i familiari. La situazione era tornata alla normalità con l'attivazione degli incontri via Skype e i triage allestiti nei piazzali. L'ultimo focolaio registrato è dello scorso 8 ottobre nella sezione femminile di Rebibbia, quando cinque detenute sono risultate positive al Covid.
di Francesca Sabella
Il Riformista, 26 ottobre 2020
"La situazione nel Palazzo di Giustizia è critica, a questo punto credo sarebbe meglio chiuderlo, anziché continuare a lavorare in queste condizioni, e rivedere tutta l'organizzazione dell'attività forense". Ne è convinto l'avvocato Gennaro De Falco che non ha dubbi sul da farsi dopo l'impennata di contagi registrata tra le aule del Tribunale e della Procura di Napoli.
Il Coronavirus dilaga tra magistrati e cancellieri, il foro napoletano è in tilt, ogni misura adottata finora sembra essere inutile: è delle scorse ore la notizia di cinque pm, una stenotipista e un amministrativo positivi al Covid-19. Di qui la decisione del procuratore Giovanni Melillo, comunicata con la circolare numero 10, di introdurre limitazioni agli accessi negli uffici e disporre l'obbligo di sottoporsi alla misurazione della temperatura.
Bisognerà, in particolare, "limitare ai casi di assoluta necessità l'accesso di estranei all'ufficio, trasmettere le deleghe di indagine, le richieste di intercettazioni e quelli di proroga, come gli atti analoghi, esclusivamente tramite posta elettronica". Gli avvocati dovranno prendere appuntamento per essere ricevuti dai magistrati, mentre gli accessi dei giornalisti "saranno consentiti soltanto previa autorizzazione del procuratore".
Infine "non si terrà alcuna riunione in presenza" se non strettamente necessaria. È saltato anche il tentativo di effettuare test rapidi all'esterno del Tribunale per bloccare l'ingresso dei positivi e tracciarne i contatti più recenti. "All'esterno del Palazzo c'è una fila immensa per fare il test - racconta De Falco - ma la cosa peggiore è che i risultati non sono attendibili. Alcuni colleghi, pur non essendosi mai sottoposti al test, sono stati contattati dai medici ed è stata comunicata loro la positività al virus. Se si scambiano i test e si alimenta un simile caos, questo servizio è completamente inutile".
Non solo: per De Falco ci sono alcune procedure che andrebbero riviste perché non fanno altro che agevolare la diffusione del virus all'interno degli uffici e delle aule. "Una cosa che trovo davvero allucinante è l'identificazione continua di noi avvocati - dice il penalista - Dobbiamo mostrare il tesserino decine di volte al giorno a persone diverse che lo maneggiano e poi ce lo restituiscono: non credo sia l'ideale con una pandemia in atto. E poi non ho mai visto nessuno disinfettare i banchi delle aule o l'ascensore".
A questo si aggiunge il sistema di organizzazione delle attività forensi messo in crisi dal Covid. "È allucinante - conclude De Falco - che gli avvocati possano presentare le richieste di impugnazione delle sentenze solo personalmente: bisognerebbe ritenere valide solo quelle presentate tramite pec in modo tale da evitare assembramenti inutili. Allo stesso modo servirebbero calendari di udienza precisi e invece no, gli orari sono sbagliati e puntualmente scattano i rinvii".
Anche Ermanno Carnevale, presidente della Camera Penale di Napoli, sente l'esigenza di riorganizzare tutte le procedure e trovare una soluzione per continuare a lavorare in questo momento drammatico. "Viste le circostanze - si legge in una nota della giunta della Camera Penale - abbiamo immediatamente rivolto al presidente della Corte di Appello una sollecitazione in vista della convocazione, nel più beve tempo possibile, del tavolo tecnico del settore penale per fare il punto sulle misure volte a contrastare l'emergenza". "Dobbiamo garantire la sicurezza di tutti - conclude Carnevale - ma dobbiamo anche trovare il modo per adempiere al mandato defensionale. Per questo dobbiamo indire subito una discussione e, alla luce degli ultimi numeri drammatici, cercare insieme una soluzione equilibrata".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 26 ottobre 2020
L'antica struttura penitenziaria, posizionata nel cuore della città, aveva resistito alla pandemia riuscendo a contenere la situazione sanitaria durante i mesi della diffusione del Covid-19, anche durante la prima e più critica fase. Ora i riflessi della situazione attuale esterna, con la seconda ondata che ha spinto il presidente della Regione Vincenzo De Luca a varare il coprifuoco e valutare la necessità di un nuovo lockdown, si sono manifestati anche oltre le mura di Poggioreale. All'interno del carcere cittadino ci sono nuovi casi di positività al Covid: riguardano tre detenuti risultati positivi al tampone effettuato, come da prassi, prima del loro ingresso in carcere e una quindicina fra agenti della polizia penitenziaria, infermieri e paramedici in servizio nell'istituto di pena.
La notizia dei contagi, tuttavia, non è tale da alimentare allarmismi ma induce a riflettere sulle misure più opportune da adottare per gestire al meglio la situazione. Ieri pomeriggio i rappresentanti dell'Ordine degli avvocati e i penalisti Sabina Coppola e Sergio Schlitzer della Camera Penale di Napoli hanno partecipato a un tavolo tecnico con il provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria Antonio Fullone e con il garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello. Proseguendo una linea già adottata nei mesi scorsi e in un'ottica di trasparenza che vale a evitare allarmi e trovare soluzioni, avvocati, garante e vertici dell'amministrazione penitenziaria si sono confrontati sulla situazione. Una situazione che al momento è sotto controllo ma che spinge i penalisti a chiedere formalmente ai vertici degli uffici giudiziari napoletani di ripristinare le misure adottate durante la prima fase della pandemia per decongestionare il flusso di presenze in carcere e limitare di riflesso i rischi di ulteriori contagi. Quali misure? Sospendere l'esecuzione degli ordini di carcerazione e consentire ai detenuti in semilibertà di rimanere nelle loro case senza il quotidiano viavai dal carcere.
Meno carcere e più misure alternative, quindi, volendo comprimere il concetto in poche parole. Una richiesta su cui concordano gli avvocati della onlus Carcere Possibile e il garante Ciambriello. E ciò in linea anche con le misure che intanto si stanno valutando nel mondo fuori, tenuto conto del numero crescente dei contagi in tutta la regione e della necessità di contenere i rischi. Inoltre, nel grande penitenziario cittadino il numero dei detenuti è vertiginosamente salito negli ultimi mesi, passando dai 1.700 reclusi durante il lockdown della scorsa primavera ai 2.173 di adesso. Numeri su cui molto ha influito proprio la ripresa dell'esecuzione degli ordini di carcerazione dopo la sospensione durante la prima fase della pandemia. In pratica, a parte quelli relativi a qualche arresto in flagrante, i più recenti ingressi a Poggioreale sono stati quelli dei destinatari di ordini di carcerazione risalenti al periodo tra marzo e maggio che si sono aggiunti ai provvedimenti scaturiti da indagini e sentenze di questi ultimi mesi. Il risultato è stato il ritorno dell'incubo sovraffollamento.
Per i tre nuovi detenuti risultati positivi sono subito scattate le procedure di sicurezza e di isolamento. Quanto al personale paramedico e agli agenti della polizia penitenziaria positivi al Covid, sembrerebbero casi isolati, che non hanno riguardato intere sezioni e più che a un possibile focolaio fanno pensare a contagi avvenuti al di fuori del carcere. In ogni caso la situazione è costantemente monitorata. Intanto i penalisti sono pronti a scrivere al presidente del Tribunale di Sorveglianza Adriana Pangia, al Procuratore generale Luigi Riello e al procuratore Giovanni Melillo affinché decidano di ripristinare le misure per contenere gli ingressi in carcere. Quando iniziò la pandemia, i presidenti dei Tribunali di Sorveglianza di Napoli e Salerno intervennero con tempismo con una circolare in cui si stabiliva che i semiliberi potevano restare nelle proprie case per evitare continui contatti tra il mondo fuori e quello interno al carcere e i capi di Procura e Procura generale adottarono provvedimenti per sospendere gli ordini di carcerazione e valutare l'applicazione di misure cautelari. Una nuova scala di priorità si delinea adesso, per contenere un'emergenza che in carcere deve fare i conti con le già croniche carenze di risorse per spazi e tutela della salute.
Il Dubbio, 26 ottobre 2020
Immigrati senza avvocati e senza interpreti. È caos all'ufficio Immigrazione della Questura di Bologna, dove da lunedì, per evitare il contagio, non è più consentito l'accesso agli avvocati, ma soltanto ai loro assistiti. Una situazione complicatissima per gli stranieri che hanno problemi con la lingua, i quali non riescono a confrontarsi con i funzionari, rendendo il percorso per portare a termine rinnovi o richieste di permesso di soggiorno, di asilo, oppure ricongiungimenti familiari in salita. "Oggi - secondo quanto ha raccontato ieri all'Ansa un avvocato - la mia assistita non ha capito bene cosa fare ed è stata rimandata a casa. Se fossi andato io probabilmente avremmo risolto. Ora invece dovrò fare una nuova richiesta di appuntamento e può passare molto tempo".
L'ordine degli avvocati di Bologna, presieduto da Elisabetta D'Errico, ha avviato nei giorni scorsi un confronto coi vertici dell'ufficio e giovedì c'è stato un incontro con la responsabile, Maria Santoli, a cui sono state espresse le perplessità, anche su altre problematiche che, secondo i legali, vanno avanti da mesi. Dopo tale confronto, in attesa di ulteriori misure, l'accesso degli avvocati agli uffici è stato consentito per le pratiche più complesse.










