di Marco Noci
Il Sole 24 Ore, 26 ottobre 2020
È in vigore dal 22 ottobre il nuovo decreto legge sicurezza che attenua le restrizioni introdotte due anni fa. L'attesa per la concessione della cittadinanza italiana scende da quattro a tre anni. Ma non torna ai due anni previsti prima del decreto Salvini del 2018. E rimane obbligatorio il test di lingua italiano, da superare prima dell'invio telematico della domanda. La novità è una delle tante contenute nel decreto legge 130/2020, pubblicato in Gazzetta ufficiale il 21 ottobre e in vigore dal giorno successivo.
Il decreto legge rivede in più punti il sistema messo in piedi dal decreto sicurezza 113/2018 voluto dall'allora ministro dell'Interno Matteo Salvini, a partire dalla discussa abrogazione della protezione umanitaria. Il decreto legge 130/2020 ripristina ora il permesso di soggiorno per motivi umanitari sotto l'alias "protezione speciale". In passato la protezione umanitaria aveva consentito allo straniero di vedersi riconosciuto uno status e un permesso di soggiorno riconducibile alla protezione internazionale. Il decreto legge 113/2018 aveva però cancellato questa possibilità, abrogando l'articolo 5, comma 6, del Testo unico immigrazione e introducendo nuove forme di permessi di soggiorno "speciali" con motivi di rilascio tipizzati, mentre era stata eliminata la possibilità di concedere il permesso di soggiorno per motivi umanitari in presenza di seri motivi risultanti da obblighi costituzionali o internazionali, che sovente i giudici richiamavano per valutare i fenomeni migratori (anche economici) e decidere sulla richiesta del cittadino straniero di continuare a soggiornare in Italia.
Con l'attuale riforma, il permesso di protezione speciale sarà concesso agli stranieri che presentano seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano. La protezione durerà due anni e non sarà una mera estensione dei permessi per casi speciali introdotti dal decreto Salvini. Inoltre, il decreto legge 130/2020 introduce un nuovo principio di non respingimento o rimpatrio verso uno Stato in cui i diritti umani siano violati in maniera sistematica e impedisce di rimpatriare chi ha una vita consolidata in Italia; al divieto di espulsione e respingimento nel caso in cui il rimpatrio determini, per l'interessato, il rischio di tortura è aggiunta l'ipotesi del rischio di essere sottoposto a trattamenti inumani o degradanti.
Il decreto amplia poi le competenze delle Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale: sono ora chiamate a decidere anche su situazioni diverse da quelle della protezione internazionale, come, ad esempio, i casi di divieto di espulsione per stranieri che versano in condizioni di salute di particolare gravità. Viene inoltre eliminato il divieto di registrazione alle anagrafi comunali dei richiedenti asilo, a cui sarà rilasciata la carta di identità valida per tre anni. In proposito, la Consulta, con la sentenza 186/2020, ha dichiarato incostituzionale la norma che vietava l'iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo, che dal 6 agosto 2020 possono iscriversi all'anagrafe comunale, ottenere la residenza e il documento di identità.
Le nuove norme ampliano anche le possibilità di convertire i titoli di soggiorno in permessi per motivi di lavoro. La conversione è ora consentita, ove ne ricorrano i requisiti, per i permessi di soggiorno per protezione speciale, per calamità, per residenza elettiva, per acquisto della cittadinanza o dello stato di apolide, per attività sportiva, per lavoro di tipo artistico, per motivi religiosi, per assistenza minori.
L'accesso al lavoro è consentito anche a chi è titolare di un permesso di soggiorno per cure mediche. Infatti, all'articolo 36 del Testo unico immigrazione, che disciplina l'ingresso e il soggiorno dello straniero per cure mediche, è inserito il seguente terzo comma: "Il permesso di soggiorno per cure mediche ha una durata pari alla durata presunta del trattamento terapeutico, è rinnovabile finché durano le necessità terapeutiche documentate e consente lo svolgimento di attività lavorativa". Le modifiche introdotte mirano quindi a eliminare i divieti che, finora, hanno impedito allo straniero titolare di un determinato permesso di soggiorno, di svolgere regolare attività lavorativa subordinata o autonoma, con la conseguente stabilizzazione.
La protezione speciale - Se la domanda di protezione internazionale viene respinta, gli stranieri possono ottenere un permesso per protezione speciale di due anni se nel Paese di provenienza rischiano torture o trattamenti inumani o degradanti, se lo Stato viola sistematicamente i diritti umani, o se allontanandoli dall'Italia si violerebbe il diritto al rispetto della loro vita privata e familiare.
La cittadinanza - Il decreto legge 130/2020 riduce da quattro a tre anni il termine per definire i procedimenti per il riconoscimento della cittadinanza. Non si torna però al tetto di due anni fissato prima del 2018 e modificato dal decreto Salvini. Il nuovo termine sarà applicabile alle richieste di cittadinanza presentate dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto legge.
La registrazione in anagrafe - Chi ha presentato la domanda di protezione internazionale può ottenere l'i scrizione nell'anagrafe della popolazione residente e la carta di identità valida per tre anni. Viene così cancellato il divieto previsto dal decreto Salvini che è già stato dichiarato incostituzionale dalla Consulta con la sentenza 186/2020.
I permessi per motivi di lavoro - Possono essere convertiti in permessi per motivi di lavoro, se si possiedono i requisiti, i permessi di soggiorno per protezione speciale, per calamità, per residenza elettiva, per acquisto della cittadinanza o dello stato di apolide, per attività sportiva, per lavoro di tipo artistico, per motivi religiosi, per assistenza minori.
I permessi per cure mediche - Il decreto legge 130/2020 consente lo svolgimento di un'attività lavorativa anche agli stranieri che, intendendo ricevere cure mediche in Italia, ottengono uno specifico visto di ingresso e il relativo permesso di soggiorno previsto dall'articolo 36 del Testo unico sull'immigrazione, che dura quanto il trattamento terapeutico.
di Valentina Maglione
Il Sole 24 Ore, 26 ottobre 2020
L'analisi del dossier statistico immigrazione 2020, realizzato dal Centro studi e ricerche Idos con Confronti. Meno stranieri extra Ue presenti in Italia con un regolare permesso e più irregolari. È quel che è successo nel 2019, secondo il dossier statistico immigrazione 2020, realizzato dal Centro studi e ricerche Idos in partenariato con Confronti, che verrà presentato mercoledì 28 ottobre.
Secondo il rapporto, che giunge quest'anno alla 30esima edizione, gli stranieri non comunitari regolarmente soggiornanti in Italia nel 2019 erano 3,6 milioni, 100mila in meno del 2018. Un dato in controtendenza perché gli stranieri regolari, negli ultimi dieci anni, sono sempre aumentati; fa eccezione solo il 2016, a causa del numero eccezionale delle acquisizioni di cittadinanza da parte di stranieri (201mila), situazione che però non si è ripetuta l'anno scorso (gli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza sono stati 127mila).
Se gli stranieri extra Ue regolari sono diminuiti, a essere aumentati sarebbero invece gli stranieri non comunitari scivolati nell'irregolarità: stimati in 562mila a fine 2018, sarebbero arrivati a 610mila a fine 2019, fino a sfiorare i 700mila a fine 2020, se non fosse intervenuta nel frattempo la sanatoria della scorsa estate, che ha raccolto circa 220.500 domande.
Sono gli effetti, secondo il dossier Idos, del decreto sicurezza del 2018, voluto dall'allora ministro dell'Interno Matteo Salvini, che ha abolito la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Una restrizione che si è innestata in un contesto in cui manca, da anni, la programmazione degli ingressi di lavoratori stranieri.
Il dossier rileva che, da un lato, sono calati nettamente gli ospiti dei centri di accoglienza, passati dai 183.800 del 2017 agli 84.400 dello scorso giugno: è prevedibile che molti degli espulsi, spesso proprio per l'abrogazione del permesso per motivi umanitari, siano divenuti irregolari. Dall'altro lato, è diminuita anche la percentuale di riconoscimento delle domande di protezione presentate in Italia. Si tratta di circostanze che, secondo il rapporto, concorrono a ingrossare le fila degli immigrati irregolari presenti in Italia.
Una situazione complessa, che potrebbe ora essere "leggermente migliorata dal decreto sicurezza", entrato in vigore la scorsa settimana, che attenua le restrizioni introdotte nel 2018, osserva Luca Di Sciullo, presidente Idos. "Ma non basterà a risolvere i problemi di fondo, che dipendono dal fatto che la materia dell'immigrazione è regolata da norme non più attuali: il Testo unico risale al 1998, 22 anni fa". Inoltre, senza la programmazione triennale dei flussi di ingresso, prosegue Di Sciullo, "è bloccato il canale regolare per l'ingresso in Italia. Così, i migranti economici si mischiano a quelli forzati e chiedono la protezione, che spesso viene negata perché non hanno i requisiti". In questo quadro "non sono sufficienti provvedimenti una tantum come le regolarizzazioni: servirebbe una riforma strutturale".
di Pio D'Emilia
Il Messaggero, 26 ottobre 2020
Non solo piccoli oggetti di artigianato, pupazzetti e soprammobili: ora anche indumenti, scarpe, biscotti fatti "in casa", ortaggi freschi e persino i prelibatissimi shitake, sorta di porcini locali. Il tutto ordinato on line, a prezzi stracciati, su una piattaforma semplice ed efficace, che prevede la consegna a domicilio entro pochi giorni. Direttamente dal carcere.
Il sito si chiama "Capic" ed è gestito direttamente dal ministero della Giustizia giapponese, sezione Amministrazione carceraria. Una iniziativa nata su base sperimentale qualche anno fa ma che quest'anno, con la pandemia che ha fatto esplodere il commercio on-line, sembra raccogliere molto successo: un modo per "sfruttare" meglio il lavoro dei detenuti (in Giappone chiunque venga condannato ad una sentenza di oltre sei mesi è obbligato a lavorare, in cambio di un salario nominale di circa 30 euro al mese) e al tempo stesso dar loro l'impressione di essere in qualche modo ancora parte del tessuto sociale. Come in tutte le cose, ci sono i pro e i contro: ma alcuni dati sembrano dare ragione a questo sistema.
Le carceri giapponesi sono tra le più pulite, "organizzate" e sicure del mondo. Ampiamente sotto-occupate (66% della capienza, contro il 136% in Italia) ed il tasso di recidività è bassissimo: 17%. In Italia è del 68%. In compenso, la disciplina al loro interno è ferrea: ai detenuti è vietato parlare tra di loro nei luoghi "pubblici" e sul lavoro e persino guardare in faccia, diritto negli occhi, le guardie. Vietato, sempre e comunque, fumare, usare telefoni e/o tablet e computer personali, niente tv e giornali, colloqui ridotti al minimo (una volta al mese, 15 minuti, in genere). In compenso, la pena viene vissuta come è previsto che lo sia dalla maggior parte delle moderne Costituzioni: come strumento di riabilitazione in vista del reinserimento sociale del condannato. Il bassissimo tasso di recidività, come abbiamo visto, mostra che il sistema funziona.
In Giappone il Natale non si festeggia: è un giorno lavorativo qualsiasi. Ma a fine dicembre scatta la stagione dello shogatsu, il lungo ponte di Capodanno che tradizionalmente blocca il Paese e che quest'anno durerà probabilmente qualche giorno di più, per via del Covid (neanche la pandemia è riuscita sinora a convincere i giapponesi a godersi tutte le ferie che gli spettano), mentre lo smart-working ha provocato un'esplosione di separazioni e divorzi.
Lo shogatsu è una delle due occasioni ufficiali per scambiarsi auguri, "pensieri" e veri e propri regali (l'altra è il solstizio d'estate, il chugen). Un'occasione ghiotta per i grandi magazzini e i megastore-online che tradizionalmente danno fondo all'invenduto offrendo strenne speciali da ordinare "al buio", in base alla cifra che volete spendere. Una volta scelta la cifra (operazione molto delicata: a seconda di chi sia il destinatario, non bisogna mai esagerare né in generosità né in tirchieria) l'ordine viene preso in consegna da esperti kakarimono (addetti alle vendite) e ai vostri genitori, parenti, amici e/o (soprattutto) colleghi e superiori arriverà un pacco "sorpresa". Dentro può esserci davvero di tutto, e a volte anche mischiato in ordine sparso. Una cravatta firmata, una lattina di olio tartufato, un chilo di preziosissima uva, un melone muschiato, un buono per un soggiorno in qualche albergo prestigioso: quello che conta, si sa, è il pensiero. Tant'è che molti di questi pacchi vengono riciclati direttamente, senza essere nemmeno aperti, esattamente come facciamo noi, a volte, con i doni di nozze. Una usanza che negli ultimi tempi ha letteralmente salvato le catene di grandi magazzini e che ora si arricchisce di una nuova, ancorché decisamente limitata, "piattaforma".
Dicevamo dei pro e i contro del sistema carcerario. Di estremamente crudele c'è il trattamento dei condannati a morte. Giappone e Usa sono gli unici Paesi del G7 a prevedere ancora questo tipo di pena, ed in Giappone attualmente sono un centinaio i detenuti in attesa di essere "giustiziati" (per impiccagione). Per loro, non essendoci possibilità alcuna di riabilitazione e reinserimento, le condizioni di detenzione sono particolarmente crudeli. Una di queste è il divieto - proprio così, il divieto - di lavorare, considerato un privilegio. Una crudeltà nella crudeltà.
La Repubblica, 26 ottobre 2020
È l'accusa degli attivisti che invocano il boicottaggio di un torneo. La competizione, prevista a marzo e rimandata per la pandemia, si terrà a novembre a Jeddah. Attivisti e organizzazioni pro diritti umani di primo piano hanno lanciato una campagna, per il boicottaggio di un importante torneo di golf femminile in programma in Arabia Saudita il mese prossimo. In una lettera aperta i critici attaccano i vertici di Riyadh, accusandoli di usare le competizioni sportive per "ripulire" la propria immagine e fornire al mondo una nuova condizione dei rapporti con il mondo femminile.
"Bloccate quell'evento sportivo". Diversi movimenti attivisti come Mena Rights Group, il saudita Alqst e Code Pink sono fra le 19 realtà che hanno sottoscritto la lettera aperta, invitando gli organizzatori, i partecipanti e gli sponsor della Saudi Ladies International di golf a bloccare l'evento. La competizione si dovrebbe svolgere fra il 12 e il 19 novembre Royal Greens Golf and Country Club, in un'area commerciale 120 km a nord di Jeddah, sebbene in origine fosse prevista a marzo. La diffusione della pandemia di nuovo coronavirus aveva costretto gli organizzatori a congelare l'evento.
La denuncia al regno wahhabita. Nel documento pubblicato il 22 ottobre scorso gli attivisti chiedono di riconsiderare il coinvolgimento e denunciare la violazione dei diritti umani nel regno wahhabita. "Gli spettatori locali e internazionali di 55 nazioni del mondo - si legge - ammireranno le giocatrici competere per un ricco bottino" di 1,5 milioni di dollari. Tutto questo mentre le donne che si battono "a difesa dei diritti umani nel regno languiscono in prigione, senza nemmeno beneficiare del diritto alla difesa".
Le donne in carcere perché alla guida di un'auto. Pur sapendo che questo torneo rappresenta una pietra miliare nel golf femminile, prosegue la lettera, "siamo preoccupati che l'Arabia Saudita usi gli eventi sportivi come arma di pubbliche relazioni per ripulire i dati spaventosi in tema di diritti umani". Inclusa, aggiungono, "la discriminazione delle donne o la repressione di quanti le difendono". Fra gli esempi ricordati vi sono le donne finite in carcere per rivendicare il diritto alla guida, e ancora agli arresti, come Loujain al-Hathloul, Samar Badawi, Nassima al-Sadah, Nouf Abdulaziz e Mayaa al-Zahrani.
I Tribunali segreti e altre vicende. Nel regno saudita vige una monarchia assoluta sunnita, retta da una visione wahhabita e fondamentalista dell'islam. Le riforme introdotte negli ultimi due anni da Mohammad bin Salman (Mbs) nel contesto del programma "Vision 2030" hanno toccato la sfera sociale e i diritti, fra cui il via libera per la guida alle donne e l'accesso (controllato e in apposti settori) agli stadi. Tuttavia, gli arresti di alti funzionati e imprenditori, la repressione di attivisti e voci critiche, la vicenda Khashoggi e la scoperta di tribunali segreti per dissidenti gettano un'ombra sul cambiamento.
"Sport ed eventi non rappresentano un progresso". Ines Osman, direttore e co-fondatore di Mena, sottolinea a Middle East Eye che "sport ed eventi non rappresentano un progresso se non sono accompagnati da riforme significative" nella sfera dei diritti, anzi rappresentano "un mezzo per ripulirsi la coscienza". "È vergognoso - conclude - che non si vedano sempre più atleti di alto profilo che si rifiutano di competere in Arabia Saudita".
bologna2000.com, 25 ottobre 2020
Online detenuti dei gruppi di lettura e operatori, in rete da tutta Italia con Modena all'insegna della Cultura. Sono state 14, infatti, le carceri italiane, su 17 aderenti al progetto "Sognalib(e)ro 2020", collegate in teleconferenza giovedì 22 ottobre per la prima iniziativa del premio letterario nazionale per le carceri, che mira a promuovere lettura e scrittura negli istituti penitenziari e di reclusione come strumento di riabilitazione, come prevede l'articolo 27 della Costituzione.
di Stefano Iucci
collettiva.it, 25 ottobre 2020
In Italia il sovraffollamento delle carceri è a macchia di leopardo. In Puglia, Basilicata e Lombardia i dati sono allarmanti, con realtà come la casa circondariale di Taranto che ospita 246 detenuti rispetto a una capienza di 97 posti. Non solo: finito il lockdown le reclusioni hanno ricominciato a crescere
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 25 ottobre 2020
Dalla formazione professionale agli alloggi, i progetti (e i fondi) di Cassa delle Ammende e Regioni. Certo che alla società costa insegnare un lavoro a un detenuto in carcere. Ma alla collettività costa di più lasciare che la pena sia solo un intervallo di reclusione tra una delinquenza e la successiva recidiva di delinquenza, così come avviene per 3 detenuti su 4 che scontano la pena tutta in cella. Recidiva infinitamente più bassa invece per chi ha la possibilità dal carcere di sperimentare lavoro e studio.
di Pietro Mecarozzi
L'Espresso, 25 ottobre 2020
Si ispirano alle organizzazioni dell'America Latina. Mettono le loro gesta su Instagram. Nella banda trovano famiglia, fedeltà, casa e lavoro. Come Francesco, già capo a 18 anni appena compiuti. Un nome falso e un giro nei parchi dei quartieri più difficili di Firenze.
Il Dubbio, 25 ottobre 2020
Nuova udienza il 5 novembre: il Csm deciderà sulle istanze sollevate dai difensori. Rinvio a una nuova udienza che si terrà il 5 novembre, per decidere sulle questioni preliminari sollevate dalle difese. E quanto ha deciso il collegio della sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura nel procedimento a carico di 5 ex togati Antonio Lepre, Luigi Spina, Gianluigi Morlini, Paolo Criscuoli e Corrado Cartoni, coinvolti nel caso Palamara. Lo ha comunicato il presidente del collegio, Filippo Donati, dopo la camera di consiglio. In quella data, ha spiegato, si deciderà sulle istanze sollevate dai difensori e, se saranno risolte, si avvierà il procedimento. Anche la procura generale della Cassazione presenterà le sue osservazioni. Dei 5 ex consiglieri erano presenti in udienza solo Luigi Spina e Gianluigi Morlini.
ternitoday.it, 25 ottobre 2020
Decine di contagiati, c'è anche un agente della penitenziaria. Almeno venti positivi dietro le sbarre della casa circondariale di Terni, sono tutti detenuti dell'alta sorveglianza.
Il Sarap, Sindacato autonomo ruolo agenti penitenziaria, parla di "lazzaretto". Claudio Cipollini Macrì, garante autonomo dei detenuti, invoca l'articolo 32 della Costituzione, quello che ribadisce come "fondamentale" il "diritto alla salute" dei cittadini. Sullo sfondo ci sono le sbarre del carcere di vocabolo Sabbione di Terni, contaminate dal Covid-19.
Secondo il Sarap i contagiati nella casa circondariale sarebbero 22. "Radio carcere" rilancia stime ancora più alte: 40 positivi, piegati sotto la spada di Damocle che attende l'esito di circa duecento tamponi che potrebbero portare la situazione sull'orlo del baratro. "Una bomba ad orologeria", dice il segretario nazionale del Sarap, Roberto Esposito.
"Il Sarap - aggiunge Esposito - ritiene che quella di Terni è una realtà che andrebbe gestita in maniera totalmente differente da come invece avviene oggi. Riteniamo necessario che le ubicazioni dei detenuti per motivi sanitari vanno ponderate ulteriormente dal responsabile della sicurezza dell'istituto di Sabbione, considerando che oggi all'interno il virus stia circolando pesantemente.
Questo riverbera il discusso Modus operandi della dirigenza del carcere di Terni, compromettendo anche la salute del personale di polizia penitenziaria, costretto a lavorare all'interno di sezioni detentive dove sono assegnati solo detenuti affetti da Covid19". E infatti, tra gli agenti si registra un caso di contagio. Che potrebbe non essere né l'ulimo né - tantomeno - l'unico.
Le voci che rimbalzano invece tra i famigliari dei detenuti - sottoposti ad un "isolamento" forzato dallo scorso mese di marzo, per cui non possono incontrare né parenti né legali - sono ancora più fosche. "È una situazione surreale - dice la moglie di un detenuto - per cui le persone non sono state neanche visitate e vengono tenute in isolamento in celle piene di umidità".
Il Sarap chiede "agli organi competenti" di "prendere in gestione l'istituto ternano visto il numero elevato di infetti rilevati e di disporre tamponi a tutto il personale che quotidianamente entra in contatto con soggetti già risultati positivi, cercando di riportare il giusto equilibrio tra gestione dell'istituto e gestione del personale, cosa che oggi è compromessa.
"In tali circostanze di emergenza non si deve dimostrare a tutti i costi, anche con la mancanza di giuste regole, di poter gestire una situazione così delicata senza chiedere l'aiuto di alcuna istituzione a discapito e negando la dovuta sicurezza al lavoratore, e mostrando l'assoluta assenza di attenzione nei confronti di chi ogni giorno è in prima linea".
- Padova. Detenuto albanese di 38 anni si uccide inalando il gas di una bomboletta
- Nicoletta Dosio, oggi sono 300 giorni di detenzione
- Napoli. Giornata della legalità, i notai scrivono alle scuole
- Monza. Virus in carcere: 4 agenti e un infermiere contagiati, mascherine col contagocce
- Genova. Detenuto positivo al Covid a Marassi, contagiato dal suo avvocato










