quotidianosanita.it, 24 ottobre 2020
Il documento sottoscritto dai sindacati, dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e dal Dipartimento per la giustizia minorile contiene le linee guida per garantire la salute e la sicurezza del personale di Polizia Penitenziaria sul posto di lavoro. Il protocollo Covid, firmato dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e dal Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità con le organizzazioni sindacali del comparto sicurezza, contiene le linee guida per garantire la salute e la sicurezza del personale di Polizia Penitenziaria sul posto di lavoro ed è stato elaborato in coerenza con i provvedimenti normativi nazionali e regionali e con tutte le indicazioni per la prevenzione del contagio emanate dai dipartimenti nei mesi scorsi.
di Annarita D'Ambrosio
Il Sole 24 Ore, 24 ottobre 2020
Non solo la spiegazione degli articoli principali, ma una narrazione supportata da contributi audio e video, un progetto dall'alto valore formativo e divulgativo. In occasione della Giornata europea della giustizia civile che ricorre il 25 ottobre di ogni anno, Notariato italiano, in collaborazione con il ministero della Giustizia, in campo con una rappresentazione teatrale sulla nostra carta costituzionale.
di Fabrizio Cicchitto
Il Riformista, 24 ottobre 2020
Vi ricordate quell'"arriverà un giorno nel quale i giudici si arresteranno tra loro?". Fu una frase di Bettino Craxi. Spunti affinché il caso Palamara (ma che peccato non siano stati ammessi i suoi 130 testimoni. Ne avremmo sentite di tutti i colori!) serva a qualcosa.
È il momento giusto per indire uno o più referendum su aspetti fondamentali riguardanti la giustizia italiana e la magistratura, dopo il caso Palamara. Ciò non significa che si vuole intaccare l'indipendenza e l'autonomia della magistratura.
Bisogna piuttosto liberarla dalla ruggine di privilegi accumulati nei decenni. Due esempi. Il primo: gli incarichi extragiudiziari dei magistrati, la loro seconda attività, la cui crescita, negli ultimi sei mesi, ha raggiunto il numero di 961, rispetto ai 494 dei sei mesi precedenti. Il secondo: l'uso eccessivo della custodia cautelare.
Questo è il quadro nel quale si svolse il referendum sulla giustizia giusta, l'8 ottobre del 1987, per stabilire la responsabilità civile per i magistrati. Certamente bisognerà studiare sul piano tecnico come i referendum devono essere articolati, i punti specifici su cui far pronunciare i cittadini. Per memoria, i temi essenziali sono la separazione delle carriere, il Csm, i termini processuali, gli incarichi extragiudiziali, la carcerazione preventiva. Su un altro piano: le intercettazioni e la prescrizione.
La presa di coscienza dell'esistenza di un problema magistratura è partita dall'arresto, nel 1983, di Enzo Tortora, scaturito dalle dichiarazioni di un pentito e dalle successive calunnie di suoi omologhi a cui i mezzi di informazione e la procura di Napoli diedero grande credibilità. Insomma, fu condannato un innocente che subì una via crucis giudiziaria e una gogna mediatica senza pari, per colpa di macroscopici errori giudiziari. Non sapremo mai se quegli errori fossero dovuti a deficit di capacità professionale o del tutto intenzionali, fatti per fare carriera e addirittura per conquistare fama. A dire il vero, i magistrati coinvolti in quei processi hanno fatto ottima carriera e i falsi pentiti hanno vissuto, negli anni, felici e contenti.
Il caso Tortora fu definito giustamente da Giorgio Bocca: "Il più grande esempio di macelleria giudiziaria all'ingrosso nel nostro Paese". I protagonisti di quella battaglia referendaria furono il Partito Radicale di Marco Pannella e il Psi di Bettino Craxi. Per Tortora ci fu il combinato disposto di pentiti e Pm con la partecipazione straordinaria dei mass media. Dopo Tortora è avvenuto di tutto. Da un lato c'è stata una magistratura che ha pagato un prezzo altissimo al suo impegno contro la mafia e contro il terrorismo.
Non facciamo nomi perché l'elenco sarebbe lungo. C'è stato però anche il rovescio della medaglia, la magistratura che ha fatto politica e che con Mani Pulite ha operato una forzatura al limite dell'eversione: tutti i partiti si finanziavano in modo irregolare, alcuni di essi furono distrutti, altri salvati e favoriti. È inutile anche in questa occasione fare nomi e cognomi. Va però detto che si è trattato dell'unico caso in Europa nel quale alcuni partiti sono stati estromessi dal Parlamento non per il libero voto degli elettori, ma per l'inusitato, pressante e invasivo intervento del circo mediatico-giudiziario.
Il caso Palamara è arrivato alla conclusione di un ciclo all'inizio del quale il ruolo dei magistrati è apparso come "l'angelo sterminatore" nel film di Buňuel. Invece il caso Palamara ha messo in evidenza che esiste una lotta di potere all'interno della magistratura che arriva fino all'ordine gerarchico più elevato, il Csm. Il correntismo e il carrierismo hanno messo l'ordine giudiziario (diventato potere per colpa della politica in uno stato di soggezione di fronte alla magistratura), in una condizione di credibilità decrescente. Gli italiani ora diffidano della magistratura. L'inversione di tendenza si è avuta per via del caso Palamara, ma il malessere durava da decenni. In più, si è inserito il populismo giudiziario dei 5 stelle e del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
Come un fulmine a ciel sereno, Luca Palamara balza agli onori della cronaca, accusato di aver ricevuto 40 mila euro per una nomina e per aver rapporti con imprenditori e avvocati. Ha sempre negato di aver intascato soldi. Chi è Luca Palamara? Ex presidente dell'Anm, leader della corrente moderata di Unicost, ed ex componente del Csm. Come mai deflagra il caso? Una microspia-virus, il trojan, è stata introdotta nel suo cellulare, registrando per filo e per segno la sua vita pubblica e privata. Galeotto fu l'hotel Champagne e chi partecipò alla cena con magistrati del Csm delle correnti Unicost e Magistratura Indipendente e politici di alto rango: Cosimo Ferri, ex magistrato e parlamentare ex Pd ora Italia Viva, e Luca Lotti deputato Pd ed ex ministro, inquisito per il caso Consip. Il trojan in questo caso certe volte funziona, altre volte no.
Quando gli incontri coinvolgono personalità o magistrati intoccabili il trojan pare non funzionare. Il corto circuito si innesca con l'andata in pensione del procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone. Inizia uno scontro senza esclusione di colpi per conquistare la poltrona più prestigiosa e di maggior potere della giustizia italiana. I procuratori di Firenze e di Palermo scendono in campo.
Lo scontro è durissimo e Luca Palamara entra per questo nel tritacarne. La chiave di lettura che egli dà delle sue disgrazie è la seguente: quando ero alleato della sinistra non ho avuto problemi, ora, che l'asse del Csm si stava spostando a destra, sono stato radiato dalla magistratura. Ora, il rapporto ambiguo e ipocrita tra magistratura e politica è vecchio come il cucco. Ad esempio, un vicepresidente del Csm non nasce dalla testa di Giove come Minerva, ma viene eletto sulla base di trattative tra mondo politico e quello della giustizia.
Non crediamo che l'attuale vicepresidente Ermini sia stato eletto per le sue pubblicazioni, ma pensiamo sia il frutto di una contrattazione che però non è stata registrata dal trojan. Sono migliaia i casi di promozione all'interno della magistratura, decisi dalle correnti con l'intervento della politica. Fino a quando questo sistema esisterà e resisterà alle spinte di riforma, vale la citazione dell'Amleto di William Shakespeare.
E, comunque, non valgono le riforme omeopatiche e quelle gattopardesche bensì quelle che cambiano l'attuale sistema molto autoreferenziale. Per farla breve, Palamara si trova radiato dalla magistratura perché così ha deciso il Csm, incolpato di essere stato "il regista del sistema delle nomine". Ma nel passato, invece, le nomine come sono state fatte?
Un vero peccato che grazie alla mancata ammissione dei 130 testimoni indicati da Palamara non sia stato possibile approfondire l'argomento. A noi oggi interessa il caso Palamara per capire come funziona la giustizia, di modo che l'eventuale referendum abbia tutte le carte in regola per riformarla, per non ripetere per ogni sentenza di assoluzione la famosa frase del mugnaio "c'è un giudice a Berlino" e per scongiurare ciò che, profeticamente, affermò Bettino Craxi: "Arriverà un giorno in cui i giudici si arresteranno tra loro".
di Maria Elena Cosenza
La Notizia, 24 ottobre 2020
Una sentenza penale di primo grado richiede 361 giorni. Quasi il triplo della media degli altri Paesi europei. L'Italia è davvero il Paese dove i processi durano di più? Secondo la Commissione europea per l'efficacia della giustizia del Consiglio d'Europa (Cepej) non ci sarebbe alcun dubbio. È il nostro Paese a portare la maglia nera. Nel 2018 il tempo medio per arrivare a una sentenza di primo grado in un processo penale è stato il più elevato d'Europa: 361 giorni contro una media di 144 giorni.
Gli analisti di Strasburgo ogni due anni valutano l'efficienza dei sistemi giudiziari dei Paesi membri. Rispetto al 2010 si sono guadagnati 32 giorni che diventano 51 rispetto al 2016, anno in cui sono state introdotte una serie di depenalizzazioni.
In un processo civile e di contenzioso commerciale, invece, il tempo medio è stato di 527 giorni, secondo solo a quello della Grecia (559 giorni), contro una media europea di 233 giorni, meno della metà. A Roma servono in media, niente po' po' di meno che 889 giorni per arrivare a una sentenza di primo grado in un processo amministrativo davanti al Tar a fronte di una media europea di 323 giorni.
In questa classifica la maglia nera la cediamo a Malta con 1.057 giorni, mentre in Portogallo servivano 928 giorni. Conserviamo comunque un terzo posto nella classifica delle peggiori. Il motivo? Secondo la Cepej sono diversi le ragioni, "ma sicuramente la quantità di arretrato accumulato gioca un ruolo importante".
E in effetti i numeri parlano chiaro: vengono segnalati 2,09 casi pendenti per 100 abitanti nel 2018. "L'Italia, come dimostrano i dati sui casi chiusi ogni anno tra il 2010 e 2018, si è sforzata di risolvere questo problema", osservano a Strasburgo, "ma questi stessi dati mostrano che il sistema giudiziario non è stabile e che non può mantenere un carico di lavoro che supera una certa soglia".
Nel nostro paese il 44,8 per cento dei casi in sospeso è più vecchio di due anni, a Malta il 45,6 per cento. Nell'ottavo rapporto si evidenzia, poi, anche il budget legato alla giustizia utilizzato dai Paesi membri. Si registra, in tal senso, un lieve aumento: se nel 2010 la spesa era di 64 euro per abitante all'anno, nel 2018 è stata in media di 72 euro (in Italia è stata di 83,2 euro, con un incremento del 14 per cento). Il rapporto rileva anche che i Paesi meno abbienti spendono in proporzione di più per le loro autorità giudiziarie, mentre i Paesi più ricchi investono di più nell'assistenza legale.
Inoltre, in media, oggi vi sono 164 avvocati ogni 100mila abitanti (in Italia la cifra sale a 388), mentre il numero dei tribunali è sceso del 10 per cento tra il 2010 e il 2018. Se la tecnologia è diventata parte integrante della fornitura di servizi di giustizia, l'impatto di questi nuovi strumenti "dovrebbe essere monitorato per evitare che incidano sui principi di equità, imparzialità e indipendenza della giustizia". Quanto all'efficienza, in generale i tre livelli del penale sono più efficienti (il secondo grado in particolare), mentre non brillano in ambito civile.
C'è poi un altro fattore che ha ultimamente ingolfato le attività dei tribunali: le richieste d'asilo. Hanno avuto, infatti, un impatto significativo in termini di numero di casi in entrata nel 2018 in sette paesi: Austria, Belgio, Francia, Germania, Italia, Spagna e Svezia. C'è una seconda parte del Rapporto che riporta i dati per Paese in termini di personale ed emerge che, il sistema giudiziario italiano è leggermente sguarnito rispetto alla media europea ad eccezione degli avvocati. Anche perché un procuratore italiano nel 2018 ha ricevuto in media 1.332 casi contro una media europea di 189,65.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 24 ottobre 2020
La cronaca di questi giorni ha raccontato storie di persone arrestate e poi assolte, di vite e carriere rovinate da sospetti che in sede processuale non hanno trovato conferme. Sono la spia di una giustizia che fatica a essere credibile?
Lo chiediamo all'avvocato Riccardo Polidoro, penalista di lungo corso, responsabile dell'Osservatorio Carcere dell'Unione Camere Penali Italiane: "Certo, è un dato che dovrebbe far riflettere, ma quanti sono disposti a farlo? Da sempre l'avvocatura, e solo l'avvocatura, si è posta questo problema. Eppure, va evidenziato che proprio gli avvocati traggono vantaggio da questa situazione. Un'indagine debole, che viene demolita in giudizio, è fonte di guadagno e visibilità per il difensore". Su questo e su altri temi, come quello delle ingiuste detenzioni, l'Ucpi ha più volte denunciato che il sistema non funziona.
"Ci sono state, e purtroppo ci saranno, vite distrutte e carriere professionali e politiche rovinate da indagini a senso unico, che non hanno trovato il controllo, pur previsto, da parte del giudice - continua Polidoro - Per i reati più gravi, la Procura della Repubblica può chiedere il rinvio a giudizio dell'imputato, ma poi deve essere un giudice a disporlo.
Ed è qui che il sistema non funziona. Le indagini durano anni e producono migliaia di atti che poi si riversano sulla scrivania del giudice per le indagini preliminari che, nell'arco di pochissimo tempo, spesso in una sola udienza, deve prendere una decisione. Se decide per il rinvio a giudizio dovrà solo apporre la firma sul decreto, mentre se decide per il proscioglimento dovrà emettere una sentenza motivata, che presuppone ovviamente la completa conoscenza degli atti processuali. Vi è un enorme sbilanciamento tra le due possibilità, tenuto conto che l'ufficio del gip è quello certamente più oberato di lavoro nel sistema processuale penale.
Deve, infatti, tra l'altro, decidere sulle misure cautelari, deve portare a termine i riti abbreviati, deve autorizzare le intercettazioni, deve sentire l'imputato per l'interrogatorio di garanzia e così via. È chiaro che, in questa massa di lavoro, l'udienza preliminare è sacrificata e, nella maggior parte dei casi è un formale passaggio processuale in cui il rinvio a giudizio è pressoché certo. Stesso ragionamento può valere per il Tribunale per il Riesame, che dovrebbe verificare la bontà della misura cautelare, ma il tempo a disposizione non consente spesso il necessario approfondimento. Il sistema, pertanto, non funziona, non è efficace e la fiducia nella giustizia, diminuisce di giorno in giorno".
Le statistiche sugli errori giudiziari rivelano che a Napoli, nel 2019, ci sono state 129 ordinanze con indennizzi per oltre tre milioni di euro. "Sono dati che fanno rabbrividire - osserva Polidoro - perché dietro questi numeri ci sono persone e la libertà non ha prezzo. L'errore è sempre possibile e il rimedio purtroppo non può che essere economico, ma la quantità degli indennizzi spaventa". La questione è complessa. "Un altro dei temi è la solitudine del pubblico ministero, che per anni indaga senza un effettivo controllo sul suo operato. Si accumulano così migliaia di atti e si rischia quello che io definisco "innamoramento" per l'indagine da parte della Procura e, chi è innamorato, non vede quello che altri, invece, possono vedere".
Quale riforma auspicare? "Separazione delle carriere: non solo per un effettivo distanziamento tra l'accusa e il giudice terzo - spiega Polidoro - ma anche per far comprendere all'opinione pubblica che la notizia apparsa sui giornali dell'indagine o della misura cautelare, non è una sentenza, ma un'ipotesi accusatoria che va verificata.
Depenalizzazione: si tengono processi che giungono fino in Cassazione (non per colpa degli avvocati che svolgono compiutamente il loro lavoro), per questioni che potrebbero essere risolte in altre sedi. Maggiore importanza politica al sistema giustizia: nell'emergenza Covid, il governo ha di fatto delegato ogni decisione alle singole Corti di Appello, con risultati non sempre efficaci e, comunque, diversi per ogni città. Eppure il funzionamento della giustizia riguarda tutti i cittadini e influisce anche in maniera determinante sull'economia del Paese".
di Giuseppe Sottile
Il Foglio, 24 ottobre 2020
Quoque tu. Al Csm anche Di Matteo ha votato per la defenestrazione di Davigo. Uno scontro fra giustizialisti. Qualcuno, spingendosi oltre il confine della retorica, ha evocato Bruto, le Idi di Marzo e l'agguato a Giulio Cesare, nel 44 avanti Cristo.
Paragone esagerato e forse anche inopportuno. Perché nell'ultimo atto del dramma che ha spinto il Consiglio superiore della magistratura a decretare la defenestrazione, per raggiunti limiti di età, del reverendissimo Piercamillo Davigo non c'è stato alcun agguato e non c'è stato nemmeno un complotto. È successo semplicemente che al momento della votazione ciascuno dei consiglieri, laico togato poco importa, ha messo sul piatto le proprie paure, i propri sentimenti, i propri rancori, la propria coscienza.
Nel momento in cui la credibilità di Palazzo dei Marescialli precipitava verso il fondo senza mai toccare il fondo era fin troppo prevedibile che la corrente di Area, quella dei progressisti, non trovasse né il coraggio di voltare le spalle al Santissimo Fustigatore né la forza di neutralizzare il pollice verso del vicepresidente David Ermini, quasi certamente sintonizzato con il Quirinale, e dei vertici della Cassazione: infatti tre di loro si sono astenuti.
Ed era altrettanto prevedibile che la corrente di Magistratura Indipendente, quella del renziano Cosimo Ferri, e la corrente di Unicost, quella del reprobo Luca Palamara, pareggiassero i conti con l'ex "doctor subtilis" di Mani pulite che, come membro della "Disciplinare", era già pronto a sfoderare la spada dell'inquisizione per colpire tutti i magistrati sorpresi dal trojan a traccheggiare, con Palamara, sulle nomine prossime venture del Csm.
Non era prevedibile invece che si schierasse contro Davigo il più puro e il più duro dei magistrati coraggiosi: quel Nino Di Matteo, palermitano, che è stato pubblico ministero nel processo della Trattativa; che da Palermo è passato alla Procura nazionale antimafia e che è stato eletto al Consiglio superiore da indipendente ma con l'appoggio pubblico e determinante di Autonomia e Indipendenza: manco a dirlo, la corrente fondata tre anni fa proprio da Davigo dopo la rottura dei rapporti con Magistratura Indipendente.
Chi avrebbe mai immaginato che la fronda di Nino Di Matteo diventasse quasi determinante per mettere fuori gioco, fin dal 20 ottobre - giorno del suo settantesimo compleanno e del suo obbligato pensionamento - il magistrato Davigo, idolo e simbolo dei giustizialisti più intolleranti e più forcaioli? Chi avrebbe mai immaginato un titanico scontro tra il puro e duro della Trattativa e il puro e duro di Mani pulite; tra il puro e duro che va in televisione, da Massimo Giletti, per attaccare a testa bassa il ministro della Giustizia e il puro e duro che va in televisione, da Giovanni Floris, per predicare urbi et orbi il suo particolarissimo vangelo sulla presunzione d'innocenza, sulla prescrizione e su altre quisquilie del cosiddetto stato di diritto?
Non lo avrebbe immaginato nessuno. Invece il sipario si è strappato e ha mostrato al popolo incantato dei fedelissimi e degli spettatori che sul palcoscenico della purezza si giocano guerre sotterranee con lo stesso stile di quelle che si combattono silenziosamente dentro i palazzi della politica.
Per capire l'asprezza del conflitto, del resto, bastava leggere l'attacco che Marco Travaglio, direttore del Fatto quotidiano ed estimatore di Piercamillo Davigo, ha sferrato a stretto giro di posta nei confronti di Di Matteo. Lo ha inserito nel girone malvagio dei voltagabbana e ha picchiato duro con parole che somigliano più a una scomunica che non a una sentenza.
Dopo avere ricordato che non c'era alcuna ragione perché il plenum del Csm deliberasse la decadenza di un suo membro tra i più intransigenti e più preparati, Travaglio scrive che Davigo è finito "nel mirino dei colleghi invidiosi della sua popolarità, della sua credibilità e del suo rigore morale". E spiega: "Tra quelli che ieri gli hanno votato contro con voltafaccia imbarazzanti, oltre a un inspiegabile e sconcertante Nino Di Matteo, ci sono i correntocrati della destra e della sinistra che per anni hanno inciuciato e fatto carriera con i vari Palamara" e che, tra un traccheggio e l'altro, hanno contribuito anche "a coprire i porti delle nebbie e delle sabbie".
Più duro di così il direttore del Fatto quotidiano non poteva essere. Ma Di Matteo non ha fatto una piega. Ha indossato ancora una volta i paramenti sacri del puro e del duro e ha sostenuto di avere scelto "con grande difficoltà umana, ma in piena coscienza". Dura lex sed lex, ha aggiunto. "La qualità di appartenente all'ordine giudiziario è imprescindibile per avere funzioni nell'autogoverno", ha detto. Se Davigo fosse rimasto in carica nel Consiglio superiore oltre il suo pensionamento, si sarebbe verificata - secondo l'ex pm della Trattativa - l'anomalia "di avere un tertium genus di consigliere, né togato né laico, che avrebbe alterato il rapporto tra la componente magistratuale e le altre in Consiglio e che sarebbe andato ad accrescere ingiustificatamente il numero dei non togati, violando anche lo spirito delle norme costituzionali sull'ordinamento della magistratura".
Basterà il latinorum di Di Matteo ad appannare i segnali di guerra che si levano dal meraviglioso mondo dei puri e duri? Probabilmente no. È da parecchi mesi che sotto la cenere cerimoniosa delle buone maniere cova il fuoco di un risentimento che appesantisce ogni giorno di più i rapporti tra Di Matteo e Alfonso Bonafede, ministro Guardasigilli, e che di rimando coinvolge, direttamente o indirettamente, i comprimari dell'uno e dell'altro fronte.
Tutto comincia, come si ricorderà, con la cosiddetta battaglia del Dap, chiamiamola così. Nel giugno del 2018, subito dopo la nomina al vertice di Via Arenula, Bonafede chiama l'ex pm della Trattativa e gli propone un incarico di eccezionale potere: il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Cioè un impero di 191 istituti carcerari, con un bilancio di due miliardi e settecento milioni di euro, con un esercito di 36 mila agenti di polizia penitenziaria e con una squadra speciale, i famigerati Gom, in grado di controllare e intercettare ciascuno dei 740 boss in regime di carcere duro e di gettare un occhio anche sugli altri 53 mila detenuti esposti, dal sovraffollamento, a ogni insofferenza, a ogni promiscuità e a ogni contagio.
Ma il ministro si rimangia la promessa nel giro di ventiquattr'ore e Di Matteo non assorbe il colpo facilmente. Chiamato a metà maggio di quest'anno a "Non è l'Arena", la trasmissione televisiva di Giletti, il magistrato più scortato d'Italia lancia pubblicamente il sospetto che il ministro grillino, impaurito dalle voci tenebrose provenienti dal carcere, fosse sceso sostanzialmente a patti con i padrini di Cosa nostra.
Un sospetto pesantissimo, infamante: Bonafede alla fine avrebbe ceduto alle ragioni della mafia, assegnando la massima responsabilità del Dap al pallido Francesco Basentini e sacrificando di conseguenza Di Matteo: sì, proprio lui, l'eroe dell'antimafia che Beppe Grillo in persona aveva indicato, nel pieno della campagna elettorale, come il candidato più idoneo a ricoprire addirittura la poltrona che poi Luigi Di Maio, capo politico dei Cinque stelle, preferirà affidare al suo fraternissimo amico Bonafede, dj in quel di Mazara del Vallo.
Il sodalizio mediatico tra Giletti e Di Matteo è poi andato oltre. E la campagna contro Bonafede, anche e soprattutto dopo la scarcerazione di alcuni boss al 41 bis, gravemente ammalati, ha assunto toni sempre più ruvidi e sempre più infuocati. Al punto da indignare non solo il ministro, che non ha più voluto mettere piede negli studi de La7, ma anche tutti gli uomini che hanno condiviso con lui, e in parte anche ispirato, le leggi contro la corruzione e contro la prescrizione. Norme talmente severe - basta ricordare l'invasività selvaggia del trojan nel sistema delle intercettazioni - da avere procurato al ministro di Giustizia l'appellativo secco e inequivocabile di "manettaro".
Tra i difensori di Bonafede, e delle sue leggi, i più appariscenti sono stati, manco a dirlo, Travaglio e Davigo. Il direttore del Fatto quotidiano non ha esitato a stroncare, con un giudizio sferzante, la trasmissione di Giletti e le forzature dei suoi ospiti, primo fra tutti Di Matteo, opportunamente assistito da una sua personalissima e sodale comitiva: dal sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, al sostituto procuratore antimafia Catello Maresca, dal procuratore aggiunto di Catania e membro del Csm, Sebastiano Ardita, all'ex procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, inventore e sceneggiatore dell'inchiesta sulla Trattativa. Mentre Piercamillo Davigo ha preferito mantenersi sulle generali. Non ha speso ufficialmente una parola a favore di Bonafede ma non ha speso una parola nemmeno a favore di Di Matteo. Che, verosimilmente, se l'aspettava.
Lunedì, nella sala Bachelet del Consiglio superiore della magistratura, si è consumata così una contrapposizione riconducibile comunque alla guerra del Dap. Quando il plenum è stato chiamato a votare sulla decadenza di Davigo - 13 a favore, 6 contro, 5 astenuti - il voto che ha fatto più rumore è stato quello del puro e duro Di Matteo. Un voto di coscienza non v'è dubbio. Ma la coscienza, si sa, non è una stanza vuota: comprende anche sentimenti, umori, malumori e risentimenti.
Che l'ex pubblico ministero della Trattativa - suo il merito, chiamiamolo così, di avere ottenuto la condanna in primo grado di alcuni uomini dello Stato accusati di avere tramato con i boss - non fosse un tipo sempre disponibile alla remissione dei peccati altrui si sa ormai da tempo. E per averne una conferma basta leggere il sito ufficiale della cosiddetta Confraternita della Trattativa, che puntualmente gli assegna ogni giorno da cinque a sette titoli in prima pagina e che altrettanto puntualmente bastona, si fa per dire, chiunque osi sollevare un dubbio, una perplessità o una polemica nei confronti del magistrato al quale il santone del simpatico giornaletto, con le sue stimmate, ha assegnato il primo e insindacabile posto nel piazzale degli eroi.
Il pestaggio non ha risparmiato nessuno: né il giornalista che ha avuto l'ardire di non genuflettersi davanti alla spettacolarizzazione di un processo basato essenzialmente sulle rivelazioni di un pataccaro come Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, trasformato frettolosamente in una "icona dell'antimafia"; né il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, bollato come bugiardo solo perché si era permesso di telefonare in diretta a Massimo Giletti per smentire pubblicamente un'affermazione dell'eroe.
Incredibile a dirsi, ma il fanatico furore della Confraternita ha investito persino Fiammetta Borsellino, la figlia del giudice assassinato ventotto anni fa a Palermo, colpevole di avere mostrato pubblicamente tutto il suo disappunto per come i magistrati di Caltanissetta, tra i quali c'era anche il giovane Nino Di Matteo, avallarono subito dopo la strage di via D'Amelio il depistaggio congegnato, più o meno volontariamente, da un gruppo di investigatori in combutta con un balordo, Vincenzo Scarantino, spacciato come il pentito di mafia più attendibile dell'universo mondo.
Tutti censurati, tutti bastonati, tutti richiamati all'ordine. Compresi, va da sé, Marco Travaglio e Alfonso Bonafede, il ministro manettaro che nel giugno di due anni fa, per la direzione del Dap, preferì puntare su Basentini, un magistrato quasi sconosciuto di Potenza, e non sul più duro e più puro cavallo di razza di cui l'ordinamento giudiziario potesse in quel momento disporre.
Se lo ricordi, Piercamillo Davigo. Anche se il Tar del Lazio, nelle cui mani ha rimesso le sue ultime speranze, gli concederà la possibilità di riprendersi il suo ruolo di consigliere del Csm, il Santissimo Fustigatore troverà sempre sulla sua strada un collega ancora più puro che cercherà sempre e comunque di epurarlo.
di Catia Paluzzi
gnewsonline.it, 24 ottobre 2020
È stato siglato in Toscana un protocollo d'intesa per la sperimentazione di un percorso di inserimento del minore in Comunità terapeutica con funzione di filtro. A sottoscrivere l'intesa sono stati il Centro giustizia minorile, la Regione l'Azienda Usl, il Tribunale e la Procura della Repubblica per i minorenni di Firenze, l'Agenzia Regionale di Sanità e la Comunità Masotti.
L'inserimento nella Comunità terapeutica di minori sottoposti a misure cautelari che necessitano di diagnosi tossicologica e psicopatologica, intende perseguire la finalità di una attenta e rigorosa valutazione dei bisogni del minore non noto ai Servizi Sanitari e senza diagnosi e verificare l'eventuale necessità di approfondimento del quadro diagnostico del minore stesso, affinché possa essere puntualmente individuata la tipologia di struttura più adeguata alle sue necessità.
A gestire il percorso sarà la Comunità Masotti dell'Associazione Centro Solidarietà di Pistoia Onlus che ha messo a disposizione 4 posti per minori di entrambi i sessi e che è risultata idonea dai Dipartimenti di Salute mentale delle Aziende Sanitarie della Toscana. Per Stefania Saccardi, assessore regionale al Diritto alla Salute, "si tratta di un percorso innovativo e sperimentale che ci permetterà, questo è l'auspicio, di avere un quadro conoscitivo adeguato, del profilo e dei bisogni sanitari di alcuni dei minorenni sottoposti a misure cautelari, per poterli indirizzare verso una Comunità adeguata alle loro esigenze".
Il dirigente del Centro giustizia minorile della Toscana Antonio Pappalardo ha dichiarato: "Dopo un lungo percorso siamo giunti a dare risposta a un'esigenza che esiste sia dalla riforma della sanità penitenziaria. Il risultato è un'ottima sintesi che prevede l'inserimento di questi minorenni in una Comunità filtro dove nell'arco di trenta giorni un'apposita equipe di specialisti sarà in grado di diagnosticare il ragazzo e quindi di indirizzarlo verso una comunità terapeutica specifica per adolescenti o, in mancanza di una diagnosi di tipo sanitario, in un'ordinaria comunità per minorenni".
La Procura e il Tribunale per i minorenni di Firenze hanno sottolineato la sinergia tra istituzioni che ha consentito il varo di questa nuova e importante risorsa minorile, frutto di un modello di inclusione e compartecipazione che trova nella Regione Toscana ampia e positiva attuazione.
di Francesca Trinchini
abruzzolive.it, 24 ottobre 2020
La deputata presenta un'interrogazione in commissione. "Ritengo un atto doveroso chiedere l'intervento del presidente del consiglio dei ministri, del ministro della giustizia, del ministro della salute e della ministra dell'interno, per quanto di loro competenza, per sapere quali misure intendano adottare al fine di tutelare la salute e la sicurezza del personale penitenziario e dei detenuti. A tal proposito, ho presentato un'interrogazione in commissione". Lo dichiara la deputata dem Stefania Pezzopane, capogruppo Pd in commissione ambiente e membro della presidenza del gruppo Pd alla Camera.
"Vista l'inevitabile intensificazione delle positività accertate nel Paese, compresa la regione Abruzzo, appare del tutto indispensabile e necessario che venga avviata un'attività di screening a favore dei poliziotti penitenziari in servizio presso le strutture in questione, così come anche definito nel protocollo stipulato tra l'amministrazione penitenziaria e la regione Abruzzo. È opportuno evidenziare che, in alcuni istituti penitenziari (Lanciano e Vasto) sono stati, di recente, condotti detenuti positivi al Covid-19" spiega Pezzopane.
"Gli agenti di polizia penitenziaria sono fortemente preoccupati per l'indiscusso e oggettivo rischio biologico, nonostante la presenza di Dpi e altri utili strumenti. Non ho intenzione di destare alcuno sterile allarmismo, tuttavia, ritengo essenziale esercitare ogni forma di tutela a favore della salute del personale penitenziario" conclude la deputata.
di Tiziana Bagnato
lacnews24.it, 24 ottobre 2020
Nell'unica Rems calabrese di Santa Sofia D'Epiro, nel Cosentino, liste d'attesa ferme al 2018. Un dramma umano e una piaga del sistema giustizia. Una sola Rems in tutta la Calabria, solo venti posti a disposizione. E così chi nella nostra regione ha commesso un reato ed ha un disturbo psichiatrico non va, come dovrebbe essergli garantito, in una struttura destinata a prendersene cura da un punto di vista sanitario, le residenze per l'esecuzione di misure di pubblica sicurezza appunto, ma resta in carcere.
Un tema delicato e spinoso questo, che in tanti rifuggono, ma che riguarda l'Italia intera dopo la chiusura degli Opg, ospedali psichiatrici giudiziari, e che ha visto l'intervento anche della Corte Europea. A farsi promotrice di questa battaglia è l'avvocato calabrese, lametino, Serena Galeno, professionista tanto determinata e preparata, quanto schiva. Si deve a lei il riconoscimento di un ristoro economico a Pino Astuto, internato nel manicomio di Girifalco da bambino, senza che avesse alcuna patologia. Una storia andata in prescrizione, su cui nessuno avrebbe scommesso un centesimo, una storia che però non poteva passare in sordina e, alla fine, ha trovato un "risarcimento" economico, seppur minimo rispetto a quanto patito, ma anche un riconoscimento umano e sociale.
Ora questo nuovo scoglio. "In ipotesi di applicazione di misura cautelare in carcere con conseguente richiesta di accertamento psichiatrico, acclarata l'incapacità di intendere e volere al momento della commissione del fatto-reato e congiuntamente la pericolosità sociale ed applicata la misura di sicurezza del ricovero in Rems - spiega Galeno - non può mantenersi l'originario titolo custodiale cautelare, in quanto carente del presupposto che lo aveva legittimato.
In tali casi, il detenuto deve essere scarcerato e contestualmente ricoverato in rems. Tuttavia, a causa della cronica insufficienza dei posti disponibili all'atto della scarcerazione i detenuti restano di fatto in carcere sine die, in attesa dello scorrimento della lista di attesa nella rems individuata dal dipartimento dell'amministrazione penitenziaria sulla scorta del criterio della territorialità".
Nel caso della Calabria la residenza è una sola, si trova a Santa Sofia d'Epiro in provincia di Cosenza, dove è sorta nel 2016. La struttura, di proprietà dell'Asp, è gestita dal centro di solidarietà Il Delfino. L'equipe, guidata da un direttore sanitario per conto dell'Asp di Cosenza, è composta da psichiatri, psicologi, assistenti sociali, educatori, infermieri e oss. Solo venti i posti a disposizione e le liste d'attesa sono ferme al 2018. Questo significa, in soldoni, che c'è chi dal 2018 è in carcere, attendendo si liberi per lui un posto.
Il giudice deve bilanciare da un lato l'interesse della collettività e/o della vittima (ritenendolo prevalente) dall'altro quello alle cure, e si trova costretto a far trattenere nelle more il malato psichiatrico in carcere e ad ordinarne l'immediata liberazione soltanto all'atto del ricovero all'interno della Rems.
"È assolutamente necessario - sottolinea il legale - un intervento istituzionale, finalizzato all'aumento dei centri Rems, ovvero alla individuazione di strutture alternative per la custodia dei soggetti non imputabili e di cui sia stata accertata la pericolosità, destinatari, dunque, di una misura di sicurezza detentiva, atti a garantire quantomeno una collocazione provvisoria in attesa dello scorrimento delle liste di attesa delle Rems, che possono essere anche di anni".
Secondo gli ultimi dati ufficiali le Rems in Italia sono 30 e ospitano circa 600 persone. L'accordo concernente disposizioni per il definitivo superamento degli Opg ha ribadito che spetta alle Regioni e alle Province Autonome garantire l'accoglienza nelle proprie Rems delle persone sottoposte a misura di sicurezza detentiva residenti nel proprio ambito regionale o provinciale.
Le Regioni devono provvedere ad una idonea programmazione che tenga conto delle esigenze in corso e a venire, con specifico riguardo all'evoluzione del numero dei propri pazienti. Il dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (Dap) svolge esclusivamente una attività di raccordo con le autorità giudiziarie, fornendo l'indicazione della residenza attiva sul territorio per il ricovero.
garantedetenutilazio.it, 24 ottobre 2020
I partner di Conscius, il progetto volto a ridurre e prevenire la recidiva per gli autori di abuso sessuale e violenza domestica, offrono gli strumenti per riproporre il modello in altri Paesi. Sono stati recentemente pubblicati due nuovi studi che affrontano l'impatto socioeconomico del progetto Conscius, nonché la trasferibilità in altri contesti. Iniziato nel 2018 nel Frusinate, Conscius vede come capofila il Dipartimento di salute mentale e patologie da dipendenza della Asl di Frosinone, in partenariato con il Garante dei detenuti del Lazio, e in partnership con il Centro nazionale studi e ricerche sul diritto della famiglia e dei minori e la Wwp (European network for the work with perpetrators of domestic violence), l'organizzazione internazionale che raggruppa 64 membri in 32 paesi, impegnati nel contrasto alla recidiva. Il progetto durerà fino a dicembre 2020, dopo un'estensione concessa dall'Unione europea che lo co-finanzia.
Conscius introduce in ambito carcerario ed extra carcerario, un modello di trattamento e supporto, finalizzato alla riduzione della recidiva, integrando attività trattamentali, percorsi di rieducazione e reinserimento sociale nonché attività d'aggiornamento per operatori.
Nelle attività di trattamento sono stati coinvolti inizialmente 42 sex offenders, di cui nove recidivi, e dodici colpevoli di maltrattamenti in famiglia, detenuti presso la casa circondariale di Cassino, mentre un servizio esterno è stato attivato presso l'Asl di Frosinone per perpetrators ex detenuti o sottoposti a misure alternative segnalati all'Asl dal Tribunale di Sorveglianza o dallo sportello antiviolenza presente presso la Procura di Frosinone.
Attraverso le attività previste nel programma di trattamento specialistico, le relazioni di sostegno e la possibilità di sperimentare modalità di giustizia riparativa, gli autori di reato potranno acquisire strumenti concreti per la gestione del proprio comportamento ed un migliore controllo degli impulsi violenti.
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