chiamamicitta.it, 25 ottobre 2020
Eder Marhila, 38enne albanese condannato dalla Corte d'Assise d'Appello di Bologna nel 2013 al carcere a vita per aver deliberatamente investito in un giorno di ordinaria follia (il 24 settembre 2006) cinque donne, uccidendone una, è morto nel carcere di Padova giovedì notte.
Da una prima ricostruzione della Polizia penitenziaria e scientifica l'albanese avrebbe inalato gas della bomboletta usata per cucinare. Alla tesi del suicidio non crede la madre che con l'avvocato Piero Venturi ha chiesto che un perito di parte sia presente all'autopsia che sarà effettuata nei prossimi giorni. Eder Marhila era stato definito il "killer delle vecchiette" ed aveva dato battaglia legale producendo tre ricorsi in Cassazione. Tutti rigettati con conferma della sentenza di ergastolo.
I fatti sono accaduti nel 2006 quando un pirata della strada, che seminò il terrore a Rimini, investendo cinque donne. Una delle cinque donne investite - Ester Melucci di 89 anni - è deceduta il 14 ottobre del 2006, per le gravi lesioni riportate. Soltanto nel 2010 l'albanese era stato arrestato.
L'albanese aveva cercato anche la fuga nel 2017 quando non era più rientrato da un permesso di un giorno che il magistrato di sorveglianza gli aveva concesso da trascorrere in una comunità di recupero. Scaduto il termine però, Eder si era reso irreperibile. Ma la sua fuga però è durata poco: è stato preso nel porto di Olbia mentre cercava di imbarcarsi.
poterealpopolo.org, 25 ottobre 2020
Per Nicoletta Dosio quella odierna è la trecentesima giornata di detenzione. Dallo scorso lunedì 30 dicembre, giorno del suo arresto, ha trascorso 92 notti nel carcere torinese Lorusso e Cutugno, le altre fra le mura di casa, usufruendo della possibilità di detenzione domiciliare dettata dall'emergenza Covid-19, per il suo essere soggetto fragile dal punto di vista medico, e per le precarie condizioni igieniche e sanitarie del carcere.
Se da un lato, pochi giorni fa, ha ricevuto una nuova denuncia, dovuta alla sua evasione per salutare Dana Lauriola mentre la Polizia la stava trasferendo dalla sua abitazione al carcere, dall'altro sappiamo che prima di questo episodio le era stata applicata la riduzione di pena di quarantacinque giorni che usualmente spetta ai detenuti ogni sei mesi di detenzione. Questo vuol dire che salvo nuovi provvedimenti Nicoletta potrebbe essere libera fra circa tre settimane. Mancano pochi giorni, ormai, finalmente!
Al di là della sua scelta di non richiedere misure alternative alla prigione, definiamo ancora una volta la sua carcerazione, e quindi la condanna che ha ricevuto (lei e altre undici persone) assurda e vigliacca, figlia di una vera e propria guerra che la procura torinese sta portando avanti da diversi anni ormai, nei confronti del Movimento No Tav (uomini e donne, valligiani e non, giovani, adulti ed anziani, nessuno ne resta esente), fatta di detenzioni, spesso preventive, di intimidazioni, di pene definitive spropositate rispetto ai fatti accaduti, di richiami orali, di sospensione della patente di guida, di divieti di dimora e di transito, di fogli di via da determinati comuni, di richieste economiche dettate da multe, di espropri di terreni. Tutto questo oltre alle violenze fisiche, e purtroppo non solo quelle, inflitte dalle forze dell'ordine, purtroppo non solo nei momenti magari più conflittuali ma anche in situazioni molto tranquille e serene. Come si è ben visto un mese fa nel deflusso del presidio dei solidali per l'arresto di Dana Lauriola.
La pena subita da Nicoletta si riferisce ad una giornata di mobilitazione del Movimento No Tav di oltre otto anni fa (3 marzo 2012), in un periodo molto intenso per le attiviste e gli attivisti, che seguiva il ferimento di Luca Abbà, caduto pochi giorni prima da un traliccio dell'alta tensione inseguito da un carabiniere.
Il pomeriggio di sabato 3 marzo, in risposta alle dichiarazioni dell'allora premier Monti di riconferma della volontà nel procedere coi lavori per un nuovo tracciato ferroviario Torino-Lyon, fu indetta una manifestazione di protesta, denominata "Oggi paga Monti", che vide l'apertura delle sbarre del casello autostradale di Avigliana, sulla tratta Torino-Bardonecchia. Una protesta pacifica, di decine e decine di persone che determinarono piccoli rallentamenti distribuendo volantini informativi agli automobilisti in transito, causando alla società gestore Sitaf un danno economico per mancato pedaggio delle vetture transitate di neanche 800 €.
Il lavoro scientifico della Digos torinese portò all'identificazione di dodici persone, condannate chi ad uno e chi a due anni, per un totale di 18 anni!! Di queste, lo scorso anno soltanto Nicoletta non aveva fatto richiesta di misura alternativa al carcere, e così, ormai trecento giorni fa, fu tradotta in prigione. Gli altri undici imputati però si, ma fra questi sono state respinte quelle di Dana Lauriola, altra militante No Tav di primo piano, incarcerata la mattina dello scorso 17 settembre, condannata a ben due anni (la pena minima prevista sono 15 giorni).
Un altro episodio questo - perché la lista, purtroppo, è lunga - che ha chiaramente messo in luce l'atteggiamento che assume la procura torinese ma anche il Governo in carica (che conferma in pieno il trend repressivo e speculativo dei precedenti), difronte all'espressione di dissenso che riceve. Anche davanti ad una protesta simbolica e pacifica, com'è stata quella mezz'ora di quel sabato pomeriggio di otto anni fa.
La storia di Dana evidenzia inoltre come queste condanne siano in realtà anche veri e propri atti politici. Fra le motivazioni del rifiuto alla sua richiesta di misure alternative, il magistrato Elena Bonu la incolpa del fatto che col tempo è diventata una figura di riferimento del Movimento No Tav, di essere una militante convinta che non solo non si è mai dissociata dagli episodi che di volta in volta l'hanno vista protagonista anche in altri processi, tra l'altro terminati tutti sempre con l'assoluzione totale, ma che anzi, in un eventuale affido in prova o al limite in una carcerazione domiciliare, continuerebbe a divulgare le ragioni del no al Tav e a vedere e comunicare con altre ed altri militanti. Soprattutto abitando a Bussoleno, considerato dal magistrato paese cuore della protesta No Tav. E un altro problema sarebbe continuare a farla lavorare dove ha fatto fin ora, in una cooperativa sociale di reinserimento di senza fissa dimora.
Delle motivazioni che sembrano andare a ricercare ancora quell'impianto accusatorio presente a cavallo degli anni 70 ed 80, adottato nei processi per terrorismo, dove nelle aule di tribunale ti salvavi da dure condanne solo se ti dissociavi o facevi l'infame verso altri compagni di lotta. Già sbugiardato più di una volta l'accostamento fra terrorismo e Movimento No Tav, se non altro abbiamo la certezza che questa pratica giudiziaria non troverà sponde favorevoli in Val di Susa, dove tutto ciò che è stato fatto contro la grande opera e la distruzione che purtroppo già si sta portando con se, è sempre stato ragionato prima e rivendicato poi.
Oltre alle storie di Nicoletta e Dana, o a quella di Stefano (arrestato anche lui lo scorso 17 settembre, cinque mesi di domiciliari per resistenza a pubblico ufficiale), o a quella di Luca Abbà (per dirne un altro cui hanno negato le misure alternative, ha finito tre mesi fa un anno di semilibertà), negli ultimi periodi è evidente come siano numerose le attiviste e gli attivisti che, seppur in modo diverso, hanno subito o stanno subendo forti restrizioni delle proprie libertà.
Fra carcere, fogli di via e identificazioni continue, che in questi giorni sappiamo si stanno traducendo in nuove denunce per chi comunque ha violato e continua a violare i divieti. E si tratta di persone che magari hanno già anche altre pendenze o stanno già affrontando processi.
Quindi dal punto di vista giudiziario sarà un periodo difficile, anzi, lo è già da un po'. La cosa che ci consola però è che in trent'anni di attivismo il Movimento No Tav ne ha vissuti di momenti più duri, neanche pochi in realtà, ma ha sempre trovato comunque una continuità di voleri e di intenti, che ha creato poi le condizioni per superarli. E la risposta migliore in questo senso non poteva che essere una grande estate di lotta e partecipazione, come quella appena passata, iniziata a metà giugno col presidio permanente dei Mulini, che alle tante e ai tanti giovani che ci son passati ha dato modo di vivere e partecipare in prima persona l'esperienza No Tav, a pochi metri dal mostro, o con i vari campeggi ambientalisti o studenteschi, nell'area del presidio di Venaus.
Momenti importanti, che sicuramente fanno paura al nemico, politico o forza dell'ordine che sia, che non può che rispondere con manganellate e arresti, non avendo altri argomenti reali e validi da contrapporre. Le esperienze che si intrecciano, le soluzioni che si trovano, i rapporti che si creano, i propositi che diventano realtà, sono cose che ci fanno ben sperare, soprattutto se arrivano da quei giovani tanto demonizzati in questi giorni.
Come ci dà un gran senso di serenità iniziare a vedere davvero il traguardo della liberazione di Nicoletta. Attendiamo con ansia questo prossimo 17 novembre, quando potrà di nuovo essere libera di muoversi, parlare e frequentare le persone ed i luoghi che vuole lei.
Corriere del Mezzogiorno, 25 ottobre 2020
La pandemia sta limitando gli studenti, oltre che nell'apprendimento e nella socializzazione, anche nel diritto di vivere esperienze importanti. I notai di Napoli cercano di invertire questa tendenza, ricorrendo al richiamo ai principi e ai valori che ispira la "Giornata europea della giustizia civile", che dal 2003 si celebra il 25 ottobre.
L'epidemia ha interrotto il ciclo annuale di incontri tra notai e studenti. Nonostante questo, però, il notariato napoletano ha voluto far giungere un messaggio, affidato ai Dirigenti scolastici, per testimoniare agli studenti i principi della legalità e della giustizia. "Coniugare l'esigenza di tutela della salute e il normale svolgersi delle attività istituzionali - scrivono i notai di Napoli non è un esercizio facile e proprio sulle giovani generazioni e i ragazzi che frequentano le scuole ricade la responsabilità di adeguarsi a queste pesanti limitazioni con un comportamento serio e affidabile.
Dunque perfino la pandemia, che costringe i nostri giovani a rimanere lontani fisicamente dalle aule e li allontana da forme di socializzazione indispensabili alla loro crescita contribuisce in un certo senso a porre alla loro attenzione i temi della legalità e del dovere, concetti che il notariato, proprio con le iniziative messe in atto in occasione della Giornata, ha inteso promuovere negli ultimi anni".
Il presidente del Consiglio Notarile di Napoli, Giovanni Vitolo spiega: "Proprio per tenere vivo questo legame abbiamo inviato ai Dirigenti scolastici degli istituti coinvolti nell'iniziativa la lettera con la quale ricordiamo agli studenti la ricorrenza che serve per ribadire l'importanza dei principi di legalità e di giustizia ai quali è necessario che ispirino sempre i loro comportamenti e il loro impegno civile". L'auspicio del presidente Vitolo è di poter programmare il consueto appuntamento quanto prima, almeno in modalità streaming, con la speranza di organizzarlo il prossimo anno nuovamente dal vivo.
di Marco Galvani
Il Giorno, 25 ottobre 2020
Quattro agenti positivi, contagiato pure uno degli infermieri che, a turno, presidiano l'ingresso del carcere e rilevano la temperatura di chiunque debba mettere piede in istituto. "Qui si continua a lavorare con la preoccupazione di non essere abbastanza protetti", il timore di Domenico Benemia della segreteria della Uil polizia penitenziaria.
Se da una parte i detenuti sono al sicuro perché chiunque arrivi dall'esterno viene visitato e, in caso di positività, viene immediatamente isolato prima ancora di entrare nelle sezioni e poi trasferito al reparto Covid di San Vittore a Milano, pensano di non esserlo gli agenti di polizia penitenziaria. "Senza nulla togliere alle disposizioni sicuramente già emanate in merito alla tutela della sicurezza e della salute di detenuti e agenti, non è possibile nascondere la nostra preoccupazione - continua il sindacalista - anche perché non c'è una normativa di riferimento a livello regionale. Ogni istituto fa da sé e questa crea molta confusione".
Sul fronte dei dispositivi di protezione, "ogni settimana - spiega - riceviamo tre mascherine chirurgiche a testa, quindi una dobbiamo farcela durare un paio di giorni quando, invece, dovrebbe essere cambiata almeno quotidianamente, ad ogni turno. Mentre in altri istituti lombardi i colleghi ne hanno in dotazione una al giorno, in altri ancora invece anche meno di tre a settimana. È assurdo che davanti a una seconda ondata di emergenza sanitaria ampiamente prevista non si sia prevista una dotazione adeguata".
Anche perché nonostante la gestione dei colloqui dei detenuti con i loro famigliari (un incontro per un'ora al mese e con un unico parente, mentre gli altri contatti avvengono a distanza con una videochiamata), i magistrati e gli avvocati venga mantenuta sotto rigidi protocolli, comunque "c'è un continuo viavai di persone che arrivano dall'esterno. Che ne sappiamo noi dei giri e dei contatti che tutte queste persone hanno avuto prima di arrivare in carcere?".
"Non ci sembra di chiedere tanto, vorremmo soltanto essere più protetti - auspicano dal sindacato. Almeno, però, da martedì, grazie all'impegno del nostro direttore, gli agenti (circa 350, ndr) in servizio a Monza avranno la possibilità di sottoporsi su base volontaria al tampone. Una attenzione che contribuisce a portare almeno un po' più di serenità e tranquillità tra tutto il personale". Personale che "non si è mai tirato indietro".
Nemmeno nell'assistenza dei poliziotti risultati positivi al Covid che vivono in caserma, da soli, lontano dalle proprie famiglie: "Sono in isolamento nella camera e i colleghi, a turno, garantiscono l'assistenza ovviamente non sanitaria - l'orgoglio del sindacalista - portando da mangiare e il cambio della biancheria".
genovatoday.it, 25 ottobre 2020
Quattro detenuti e tre poliziotti penitenziari sono risultati positivi al Covid-19 nel carcere di Pontedecimo e un detenuto e tre poliziotti in quello di Marassi. A darne comunicazione è Fabio Pagani, segretario regionale della Uil polizia penitenziaria. "Dobbiamo evitare - dichiara Pagani - a questo punto che nelle carceri si rischi un'espansione del contagio da covid-19 fra i ristretti e soprattutto fra il personale di polizia penitenziaria. Occorre dichiarare il 'coprifuoco nelle carceri', evitare qualsiasi forma di colloqui di presenza (avvocati, familiari) attivare tutte le procedure a distanza anche per udienze in Tribunale".
"Basta pensare - prosegue Pagani - che il detenuto di Marassi risulta essere stato contagiato dal suo avvocato in udienza in tribunale nei giorni scorsi. A Pontedecimo 149 detenuti presenti, 80 uomini e 69 donne, e sono presenti circa un centinaio di poliziotti penitenziari (tra uomini e donne). A Marassi sono ben 700 i detenuti presenti e circa 300 poliziotti effettivi, non riusciamo a capire come mai ad oggi sia l'amministrazione penitenziaria, ma soprattutto l'Asl di competenza non abbia ancora provveduto a un celere intervento e per questo motivo ci rivolgiamo al capo del Dap Petralia e al presidente della Regione Toti (che ha mantenuto la delega per la Sanità) affinché si adoperi anche su una serie di ulteriori misure che riteniamo indispensabili".
di Nicola Maselli
fuoridalcomune.it, 25 ottobre 2020
Il sindaco Micheli ha portato in carcere i semi "Ogni giorno in carcere tante persone cercano di riconciliarsi con la propria vita". Viole, begonie e gerani che crescono nelle serre del carcere per poi abbellire le aiuole di Segrate. È il progetto inserimento nel mondo del lavoro dei detenuti portato avanti dalla cooperativa Multiservizi, che si occupa della gestione del verde pubblico a Segrate, in collaborazione con il penitenziario di Monza e la Fondazione Eris.
Semi che diventano opportunità - Ieri, venerdì 23 ottobre, il sindaco Paolo Micheli si è recato nella casa circondariale di Monza, accompagnato dalla direttrice della struttura Maria Pitaniello, dove ha portato 50 confezioni di semi che diventeranno piantine per la città che amministra. Un percorso di reinserimento dei detenuti, che saranno accompagnati in questo progetto dal direttore della cooperativa Multiservizi e da un educatore della fondazione Erisi di Lambrate.
Durante la visita il primo cittadino ha potuto anche visitare il carcere e i vari locali dove si svolgono diverse attività "Un paese di circa mille persone tra detenuti, agenti e personale, che da fuori nessuno di noi vede e di cui poco ci curiamo tanto è lontano dalle nostre vite - ha scritto Micheli riguardo la visita -. Ho visitato i laboratori musicale e teatrale, la falegnameria che sta fabbricando l'arredamento dell'ala penitenziaria femminile chiusa per ristrutturazione, la sartoria dove realizzano fodere, tessuti e mascherine, il panificio, le aule formazione".
Attività dove il detenuto ha l'opportunità di lavorare e di sperimentare il bello, che provano a dare alla pena quel suo ruolo rieducativo previsto dalla Costituzione "Ogni giorno in carcere, nella tranquillità di un'apparente normalità che normale non è, tante persone cercano di riconciliarsi con la propria vita tornando a rispettare le regole di una comunità civile. La privazione temporanea della libertà e il carcere devono servire a questo - ha concluso Micheli -. Per favorire questo percorso la nostra città da tanti anni fa la sua parte con coraggio e grande senso civico. E di questo possiamo esserne orgogliosi".
di Walter Siti
Il Domani, 25 ottobre 2020
Nel suo ultimo libro, "La città dei vivi", Nicola Lagioia racconta la violenza di Manuel Foffo e Marco Prato e anche Roma. L'identificazione coi malvagi è sempre stata una croce del romanzo, il motivo che l'ha fatto condannare per secoli.
Certo, ci sono i controesempi di Moravia e Albinati (o magari Trevi, o Pecoraro), oltre a quello sublime di Belli, ma è curioso che a raccontare Roma sia stato soprattutto chi, nato altrove, vi ha abitato assorbendone lo shock: dal romagnolo Fellini al milanese Gadda, dall'abruzzese Flaiano all'emiliano-friulano Pasolini.
Ora il barese Nicola Lagioia ci regala un magnifico paesaggio di Roma in nero e marciume nel romanzo ispirato alla terribile vicenda (2016) di Manuel Foffo e Marco Prato, che dopo due giorni di cocaina e fantasie convocarono a casa, torturarono e uccisero il giovane Luca Varani.
Una carogna insolita - Il romanzo (La città dei vivi, Einaudi) si avvicina cautamente all'omicidio, lo nomina quasi subito ma poi lo prende alla larga: scene di ordinario degrado, il panico stupito di uno scampato alla trappola, la confessione di Foffo ai familiari in autostrada, la canzone di Dalida che ossessivamente suonata da Prato disturba i vicini di camera nell'albergo in cui, a cose fatte, intendeva suicidarsi.
Il montaggio narrativo ha l'andamento di un animale che giri sospettoso intorno a una carogna insolita, o di una zattera di naufraghi attirata da un maelstrom. Una Roma piovosa dove sangue di topo imbratta i computer degli uffici; Roma senza sindaco, commissariata e col Colosseo aperto a intermittenza; Roma sepolta dalla monnezza e invasa da gabbiani voraci, Roma mutante e aliena in cui gli autobus prendono fuoco da soli e il giorno del Giudizio è già arrivato.
Le prime ottanta pagine del libro sono forse la cosa più bella che Lagioia abbia scritto finora, e fanno dimenticare nella loro tensione qualche sciatteria di stile giornalistico ("la gestione dei rifiuti stava vivendo una stagione tragica").
Il coro - La tensione diminuisce un poco quando subentra il "coro", come viene chiamato l'insieme dei conoscenti e degli inquirenti che Lagioia si premura di sentire durante il lavoro di documentazione; il brusio si fa leggermente meccanico, la tecnica di allontanamento dal momento cruciale raffredda e spezzetta il testo; anche l'idea di sceneggiare gli interrogatori dei due assassini, con tutti quei "disse", "rispose", "ipotizzò", dà l'impressione di un indugio per riprendere fiato.
Ma la bellezza ritorna, potente, quando finalmente ci si concentra sui due giorni che culminarono nelle torture e nell'omicidio. Nessuno splatter, nessun compiacimento: piuttosto un insopportabile conseguirsi di smemoratezze, malintesi, lapsus, noia, vanterie, ricerche fallimentari e grottesche di un "terzo". Sembra di essere lì, in quella camera che pian piano si riempie di disordine fisico e mentale, fino alla frase indimenticabile: "Ho cominciato a baciarlo mentre lui lo strozzava".
La coerenza fortissima tra il delitto e l'ambiente in cui è avvenuto si afferma all'insegna della spossatezza, dell'imprecisione, della rimozione: spazzatura fuori e dentro, assenza d'autorità, un "non so" generalizzato. Una confusione disperata di cui il consumo abnorme di cocaina è più l'effetto che la causa. La letteratura, a differenza del cattivo giornalismo, non conosce mostri; il "mostro" è consolatorio, significa che noi umani non saremo mai così, e invece qui tutto è umano - questo mondo in cui i genitori non conoscono i figli, in cui un fresco amore romantico (quello tra Varani e la fidanzata) può basarsi sulla menzogna, in cui le ossessioni torbide funzionano con esatta geometria, questo mondo è il nostro mondo.
Personaggi senza voce - Lagioia si avvicina più che può alla mente e alla psiche dei due assassini, ma c'è un ultimo diaframma davanti al quale si arresta, ed è il rischio di trasformarsi in ciò che racconta. Il sintomo stilistico è la mancanza della "voce" dei due: qualche WhatsApp piattamente referenziale, qualche fantasia esplicitata, qualche rinfaccio per non addossarsi la colpa principale, ma né Foffo né Prato li sentiamo mai parlare nella continuità della vita - un ex amante dice di Marco Prato che era "gentile, protettivo, molto dolce", ma dobbiamo credergli sulla parola.
E se di un personaggio non sentiamo la voce, è difficile identificarsi con lui. Però anche questo, che è oggettivamente un limite, deriva dall'onestà intellettuale e dalla serietà etica di Lagioia: che non eroicizza sé stesso, non vuol travestirsi né da giudice né da innamorato.
Di quel "ritiro in una dimensione estatica" a cui può portare la perversione (ritiro che sospende l'identità, il tempo, la distinzione tra ragione e istinto) Lagioia non ha alcuna esperienza, beato lui; e quindi si limita a nominarlo, così come allude all'ipotesi di "possessione diabolica" avanzata da qualche esperto.
Da quel delitto è ossessionato, sì, e cerca radici di coinvolgimento dentro di sé, ma non gli sfugge la sproporzione: le somiglianze che può trovare sono un personale progetto di prostituzione finito ancor prima di cominciare, uno sconsiderato lancio di bottiglie dal balcone in seguito a ubriachezza, e l'aver fatto a pezzi Il nome della rosa di Umberto Eco (invece che un ragazzo accoltellare un libro, quale miglior sigillo di un destino?).
Un salto insostenibile - Il salto da fare sarebbe insostenibile; (anche) per paura di quel salto Lagioia decide addirittura di lasciare Roma per Torino. Resta l'attrazione del male in quanto tale, non ulteriormente declinata; un misterioso pedofilo olandese, che apre e chiude il romanzo, sta forse come emblema proprio di questo, di una tentazione che non si potrà capire mai (oltre che di Roma come grande accogliente ruffiana, prodromo dell'esotica Tailandia).
Al posto di quell'impossibile trasmutazione, appunto con onestà, Lagioia fa l'unica cosa che può fare, cioè discute in pagine di impegno morale sul tema della responsabilità e del rapporto con "l'altro difficile". Cita un esperimento di "giustizia riparativa" tra chi ha sparato e chi è rimasto vittima della lotta armata; va a trovare il Mosè di Michelangelo a San Pietro in Vincoli e sulla scorta della lettura freudiana si chiede come si possa rifondare la legge una volta sbollita l'emozione. "Qual era il compito dei vivi, se i morti avevano mancato il proprio?".
Insomma si fa carico delle conseguenze di una narrazione come la sua. "È facile", dice, "identificarsi con la vittima, ma quale ostacolo emotivo dobbiamo superare per immaginarci carnefici?". L'identificazione coi malvagi è sempre stata una croce del romanzo, il motivo che l'ha fatto condannare per secoli; si sa che spesso nei romanzi i cattivi sono più interessanti dei buoni, ma il grave è che a un primo sdegnato "no, io non sono certo così" del lettore segue inevitabilmente una segreta ammissione "però forse sì, è proprio così che nel mio profondo potrei o vorrei essere".
Fin che ammiro Jago passi, ma che succede se divento Raskolnikov? Nel migliore dei casi questo ha un valore catartico, nel peggiore porta all'emulazione. Dipende dalla maturità del lettore, ma anche dalla sincerità dello scrittore nel mettere le carte in tavola; e comunque è un rischio che il romanzo non può fare a meno di correre.
Lagioia ha avvertito con molta urgenza questo problema (le parole di Simone Weil poste in epigrafe all'ultimo capitolo recitano "il senso di colpa si combatte solo con la pratica della virtù") e ci ha dato il ritratto di due ragazzi incapaci di dominarsi, contorti e vili nel nominare i propri desideri, incapaci soprattutto di interpretare l'oscura alchimia scattata tra loro; uno si è suicidato in carcere e l'altro impiegherà tutta la vita per convincersi che si è trattato solo di un maledetto incidente. Da parte nostra, nient'altro che la voglia di leggere tra le righe e di inchinarci al dolore.
di Massimiliano Minervini
gnewsonline.it, 25 ottobre 2020
Dalle sbarre di una cella al prato verde di un campo di rugby. Dalla vita da recluso alla linea di meta. Quella di Mirko è una storia di sport e redenzione. Lo scenario è quello dell'impianto di Tor di Quinto, quartiere nell'area nord di Roma, dove si allenano i Bisonti, società che milita in C2, il gradino più basso dei campionati della palla ovale.
La presidente, Germana De Angelis, ricorda la lunga storia della sua squadra: "Nel 2012, iniziamo il nostro percorso nella struttura di Alta Sicurezza a Frosinone, dove abbiamo fatto una partita di esibizione. Successivamente, i detenuti hanno iniziato ad avvicinarsi alla disciplina e ci siamo iscritti al campionato regionale. Nel penitenziario di Rebibbia abbiamo replicato l'esperienza, con l'unica differenza che non è stato possibile partecipare al campionato, a causa degli spazi ridotti". "Proprio grazie alla direzione di Rebibbia - continua De Angelis - abbiamo preso in squadra Mirko, che si è allenato con noi per quasi una intera stagione e ha anche partecipato alle partite, nel ruolo di ala".
Sono state molto apprezzate le sue doti atletiche e la capacità di lavorare con i compagni: "Si è integrato subito nel gruppo - sostiene la presidente - e ha preso molto sul serio l'impegno allenandosi sia dentro, sia fuori le mura del carcere. Abbiamo riscontrato che il rugby, pur essendo dotato di tantissime regole, giova molto a chi le regole le ha infrante. Insegna il rispetto anche nei confronti dell'avversario e dell'arbitro. Gli stessi detenuti hanno dato tanto a questo sport. Le squadre che ci hanno affrontato entravano con un atteggiamento e uscivano con un altro.
Si rendevano conto di giocare contro altri ragazzi come loro ma, nel contempo, comprendevano che basta fare una stupidaggine per perdere la libertà". Esperienze come quella di Mirko potrebbero moltiplicarsi: "Negli ultimi anni - conclude la De Angelis - è stato siglato un protocollo fra Coni e Ministero della Giustizia e Federazione Italiana Rugby per promuovere l'attività negli istituti di pena".
di Massimo Giannini
La Stampa, 25 ottobre 2020
Torno a casa. Esco dal tunnel, dopo tre settimane esatte di buio. Sono ancora positivo, ma dopo 21 giorni di Covid e almeno tre senza più sintomi posso proseguire la quarantena a domicilio. C'è un drammatico bisogno di posti letto, per ricoverare i tanti, troppi pazienti gravi che arrivano in continuazione. Quando sono entrato io, solo al mio piano, eravamo in 18. Ora ce ne sono 84. Oltre la metà ha meno di 54 anni, ed è intubata e pronata.
Una "procedura" terrificante, che mi sono fatto raccontare. Ti sedano, ti infilano un tubo nei polmoni, e da quel momento su di te scende la notte di un tempo infinito e un luogo indefinito. Sei sdraiato sulla pancia, in una posizione guidata da un rianimatore esperto, per sedici ore consecutive. Dopo ti rigirano supino, per otto ore.
Poi si ricomincia: sedici ore prono, otto ore supino. E così via. Tutte le volte che serve a far "distendere i polmoni", come dicono, e a sperare che intanto la malattia regredisca, e non distrugga definitivamente quel che rimane del tuo sistema respiratorio. Se questo accade, a un certo punto ti estubano, ti risvegliano e allora devi solo sperare di avere ancora un po' di fiato in gola per gridare ce l'ho fatta. Se non accade, te ne vai senza saperlo, e senza che un familiare, un parente, un amico possano averti dato l'ultima carezza. Tutto questo mi è stato risparmiato. Lascio il mio letto a chi sta peggio di me, in attesa di un primo tampone finalmente negativo.
Non so quando arriverà, e non mi importa. Tra tanti "sommersi" che ho visto in questa avventura, io sono tra i "salvati". E tanto basta. Anche se la mia povera madre rimane ancora lì, in quella stanza, a fronteggiare il Male da sola, io sono grato. Sono grato al Fato, al Caso, a Dio, alla Natura, ognuno scelga quel che crede. Sono grato a mia moglie e ai miei figli. Sono grato alla Vita, che vuole vivere anche quando la chimica impazzita del corpo o la psiche indebolita della mente la vorrebbero solo distruggere. Soprattutto, sono grato ai medici, agli infermieri, a tutti gli operatori sanitari che ho incontrato e conosciuto, tra terapia intensiva, sub-intensiva e reparto "pulito-sporco", come si chiama nel nuovo gergo clinico imposto dal virus.
Bisognerebbe vederle "al fronte", soffocate da tute, guanti, maschere, visiere e occhiali, per capire chi sono e cosa pensano queste persone che fanno dell'Italia un Paese migliore. La competenza, il sacrificio, la dedizione, la cura, la solidarietà: stavolta non salvano solo l'esistenza degli altri. Mettono in gioco la loro, in ogni minuto, ogni ora, ogni giorno, ogni notte dei turni folli che il contagio gli impone. I grandi virologi, epidemiologi, pneumologi, abbiamo imparato a conoscerli in tv. Ma è di questo esercito silenzioso e meraviglioso di donne e di uomini che combattono per noi e per la nostra salute che non parliamo mai abbastanza. "Ne assumeremo 83 mila", avevano promesso nell'estate dissennata della movida.
Purtroppo finora ne hanno presi meno di un terzo. "Perché non si trovano dietro l'angolo", ti spiegano: un rianimatore si forma in cinque anni, un infermiere esperto in tre. Risultato: lauree anticipate di due mesi per i dottorandi, e subito in campo anche loro. Che sono comunque pochi. E così, oggi, questi angeli in corsia sono meno della metà di quelli che servirebbero e lottano per noi a mani nude, per 1.400-1.600 euro al mese.
Accolgono e assistono tutti i contagiati che affollano i pronto-soccorsi, gli ospedali, le ambulanze (ieri, quando sono stato dimesso, ferme nel piazzale del "triage" ce n'erano in attesa 56). Vecchi e giovani, bianchi e neri, poveri e benestanti: tutti hanno gli stessi diritti, in quell'irripetibile, ma ormai troppo fragile Welfare Universale che abbiamo ereditato dal glorioso '900. E loro, i già dimenticati "eroi in prima linea", sono lì a garantirli. Senza una protesta, senza un lamento: "è il nostro lavoro", ti rispondono. D'accordo, è il vostro lavoro: ma grazie per quello che fate, e per quello che siete.
Poi, come al solito, dopo la Vita c'è la Politica. E qui, come al solito, i conti non tornano. Non tornano i conti del governo, che continua a rivendicare ciò che ha fatto di fronte alla prima ondata, ma ad autoassolversi su ciò che non ha fatto di fronte alla seconda, dalle terapie intensive mancate ai ventilatori polmonari scomparsi, dalla rete slabbrata della medicina di territorio alla rete sovraffollata del trasporto pubblico locale.
Ho la massima stima per il ministro Speranza, ma di fronte al dramma che ci squassa lasci che a pubblicare libri inutili siano "scribacchini" da due soldi come noi giornalisti: da lui ci aspettiamo solo lavoro, lavoro e ancora lavoro. Ho il massimo rispetto per il premier Conte, ma di fronte ai numeri di questa emergenza lo stillicidio dei Dpcm a cascata e la strategia dei piccoli passi (e possibilmente uno indietro rispetto agli enti locali) non servono più a niente: da lui ci aspettiamo atti di governo, chiari e inequivoci, severi e all'altezza della sfida atroce che ci opprime, non prediche inutili e consigli da buon padre di famiglia.
Ho la massima considerazione del ministro Gualtieri, ma di fronte al bilanciamento tra economia e salute non può esserci margine di equivoco sulla priorità: il lockdown è una tragedia necessaria, bar, ristoranti, negozi chiusi sono ferite profonde nella carne viva della nostra civiltà, ma si trovino e si diano fino all'ultimo centesimo le risorse che servono al sistema per reggere l'urto della chiusura.
Ho il massimo riguardo per il ministro Dadone, ma bisogna riconoscere che App Immuni è stata un fallimento. E tuttavia, come cittadini, dobbiamo guardare dentro noi stessi, e guardarci negli occhi gli uni con gli altri. L'ho già scritto, ne resto convinto: non mi sfugge la portata del conflitto culturale, morale e costituzionale che il Covid ci sbatte in faccia. Ma dobbiamo cedere quote di libertà, se vogliamo difendere la nostra civiltà.
Noi che in condizioni normali abbiamo già serenamente affidato le nostre vite agli algoritmi del Capitalismo della Sorveglianza, e dopo aver scambiato un Whatsapp con un amico su un'auto che ci piace o un viaggio che vorremmo fare riceviamo subito i relativi popup pubblicitari, di fronte alla gente che si ammala e che muore non possiamo agitare il feticcio vuoto della Privacy né gridare alla Dittatura, alla Deriva Fascista, al Grande Fratello. Non è il caso, non è il momento.
Non tornano i conti della maggioranza, che mentre la casa brucia blaterano di "verifica", "stati generali" e altre fumisterie politiciste, e non tornano i conti dell'opposizione, che mentre le piazze ribollono non trova parole nuove per coniugare verità, "alterità" e responsabilità.
Non tornano i conti delle Regioni, che oscillano tra le titubanti esitazioni della Lombardia e le tonitruanti deliberazioni della Campania. Quello che è successo a Napoli non è solo il fuoco fatuo di una nuova plebe derelitta, usata dalla frangia più violenta del tifo politico e strumentalizzata dalla Camorra. È una miccia accesa e pronta ad esplodere nel cuore della nostra democrazia, che ora è minata dal rischio di un altro contagio: quello della protesta sociale, che può dilagare ovunque. Molto più che un semplice tema da ordine pubblico: piuttosto un'altra sfida istituzionale e valoriale, che l'Agente Patogeno ci impone di affrontare con rigore, ma anche con misura.
Ho la massima fiducia nel governatore De Luca, e sarei portato a condividere senza sé e senza ma le sue posture da Sceriffo di fronte a certe immagini agghiaccianti viste ieri sui social, tra pranzi allegri sulle spiagge di Posillipo e file chilometriche di sciatori alle funivie di Cervinia.
Ma non si governa un territorio devastato e difficile con il Terrore della radiografia e l'Apocalisse della morte: l'opinione pubblica va sensibilizzata, mobilitata, ma rassicurata. Angela Merkel insegna, con il suo storico "Wir Schaffen Das" pronunciato cinque anni fa. Era un altro contesto storico, addirittura un'altra era geologica. Ma queste parole ci aspettiamo, da chi ci deve guidare oltre questo buio. Dipende da noi, dipende da voi. "Ma ce la faremo".
di Luigi Manconi
La Stampa, 25 ottobre 2020
Due notti fa, come nella più prevedibile scena di una serie televisiva simil Gomorra, abbiamo potuto osservare nel corso di un conflitto urbano, il perfetto sovrapporsi di due interessi: quello dei commerci onesti e degli affari leciti e quello dei traffici illegali e dei movimenti criminali.
In mezzo, la "zona grigia" rappresentata dalla micro-economia dei vicoli e dei bassi, delle attività irregolari e del lavoro nero. È probabile che tutt'e tre queste componenti di un sistema di sussistenza fatto di prestazioni occasionali e di redditi precari, siano all'origine degli scontri che hanno infiammato mezza Napoli.
Il motivo è semplice: il "coprifuoco" di per sé, limita i movimenti delle persone, ne blocca le attività, ne controllale azioni, riducendo drasticamente i consumi, la domanda di merci legali e illegali, e lo scambio tra denaro e beni di qualsiasi tipo. Non stupisce, di conseguenza, che nei disordini di venerdì sera sia stata segnalata la presenza e la "tecnica" - motorini utilizzati per ostacolare i movimenti delle forze di polizia - di appartenenti a organizzazioni camorristiche; e, come accade ormai da decenni, di elementi del tifo organizzato.
Ma non sorprende nemmeno che, come sembra, abbiano avuto un certo ruolo anche esponenti di estrema destra e militanti dei centri sociali: a entrambi, inevitabilmente, il "coprifuoco" appare misura autoritaria, di natura dispotica destinata a comprimere le libertà individuali. In ogni caso, e al netto delle violenze, quelle proteste segnalano un diffuso disagio sociale che, dopo una sotterranea incubazione, tende infine a emergere.
A muoversi sono i ceti e i gruppi che patiscono più direttamente, senza alcuna forma di intermediazione e di ammortizzatore sociale, il processo di impoverimento e desertificazione (le serrande abbassate, i cartelli "vendesi", le attività dismesse) determinato dal rallentamento delle attività economiche, in un quadro generale di incremento delle diseguaglianze sociali. In una condizione di crescente sofferenza e di panico latente, e in presenza di messaggi brutalmente semplificati, quel dilemma può manifestarsi così: morire di fame o morire di virus.
Qualora una simile e deformata alternativa si diffondesse fino a diventare senso comune e qualora il timore dei piccoli commercianti, legali e illegali di Napoli, diventasse sentimento collettivo, allora davvero ci troveremmo sul crinale di una temibile crisi sociale. A prevenirla, deve provvedere l'attività del Governo e un serio e massiccio programma di sostegno all'economia, ed è questo il passaggio decisivo.
Ma assumono rilievo anche considerazioni per così dire "locali". Le proteste dell'altra notte erano indirizzate in primo luogo contro il presidente della Regione De Luca, questi è persona intelligente, dotata di un irresistibile sarcasmo - virtù rarissima in politica - tra il plebeo e il colto, ma rischia, come troppi, di perdere il senso della misura. L'efficacia e la rapidità delle sue decisioni, possono precipitare in un decisionismo declamatorio.
Disporre il "coprifuoco" può essere necessario e, addirittura, provvidenziale: ma una misura tanto pesante richiede, perché non sia osteggiata, strategie intelligenti di protezione economico - sociale, capaci di limitare i danni e di offrire alternative; e adeguate e razionali campagne di persuasione. Ed esige anche un'immagine, almeno un'immagine! unitaria dell'autorità pubblica.
Che è esattamente ciò che manca a Napoli, dove - da tempo - si assiste a una stucchevole conflittualità tra il presidente della Regione e il sindaco de Magistris. Si tratta, per giunta, di due esponenti dello stesso populismo di sinistra che, pur tra molte differenze, ricorre al medesimo linguaggio e a un analogo repertorio di tecniche politiche. Salvo darsele di santa ragione appena spunta un microfono o una telecamera.
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