di Roberto Gressi
Corriere della Sera, 25 ottobre 2020
Nei giorni del lockdown la capacità degli italiani di restare uniti ha fatto la differenza al pari delle misure prese. Se ripartirà nei prossimi giorni il gioco dello scaricabarile questo tesoro andrà disperso, le persone sono stanche, logorate da una prova molto lunga.
Non è stata una bella scena quella di questi ultimi giorni e settimane. Il virus ripartiva prepotente e la politica giocava allo stallo, per vedere chi si sarebbe scoperto facendo la prima mossa. Il premier Giuseppe Conte, il leader del lockdown che gli era valso prima beffe poi apprezzamenti mondiali, resisteva alle pressioni.
Le Regioni vedevano aumentare i contagi, i morti e assistevamo al riempirsi delle terapie intensive. Fino a che proprio la Lombardia guidata dal leghista Attilio Fontana era costretta a chiedere misure drastiche, mettendo in difficoltà il leader del partito, Matteo Salvini.
Tattiche di Palazzo solo in parte spiegabili, ma non giustificabili, con l'atteggiamento di una parte dell'opposizione, che a sua volta aspettava la stretta del governo solo per criticarla. L'incapacità di fare squadra, ancora una volta, dei partiti, è apparsa particolarmente sgradevole. Gli incidenti di Napoli, per quanto tutt'altro che spontanei ma con l'impronta chiara della criminalità, hanno dato l'ultimo segnale che l'ora dei balletti era finita.
Ora il governo sta prendendo decisioni forti e puntuale riesplode il conflitto con le Regioni che pure gli avevano chiesto di intervenire. Si chiedono sacrifici molto pesanti. L'impatto sull'economia e sulla scuola sarà duro e solo risultati soddisfacenti contro il virus aiuteranno i cittadini a condividere un impegno così gravoso. Si avverte la preoccupazione, soprattutto dalle parole del presidente Sergio Mattarella, che la fiducia nelle istituzioni non venga scalfita.
Nei giorni del lockdown la capacità degli italiani di restare uniti ha fatto la differenza al pari delle misure prese. Se continuerà nei prossimi giorni il gioco dello scaricabarile questo tesoro andrà disperso: le persone sono stanche, logorate da una prova molto lunga.
Hanno bisogno di serietà, responsabilità e chiarezza. Vale per tutti ma soprattutto per il governo. Viviamo da mesi una situazione anomala. Anomalo è il virus, che ci ha catapultato in una situazione inedita. Anomalo è il ricorso, almeno così massiccio, ai decreti del presidente del Consiglio. Sono accettati per affrontare il nemico comune, devono andare di pari passo con una chiara assunzione di responsabilità.
di Gianni Sartori
Ristretti Orizzonti, 25 ottobre 2020
Il prigioniero politico palestinese, arrestato in Cisgiordania in luglio (in quanto sospettato di legami con la Jihad Islamica) e detenuto in Israele, Maher Al-Akhras (49 anni) era entrato in sciopero della fame per protestare contro la sua "detenzione amministrativa".
Ossia contro un dispositivo giuridicamente controverso che - come minimo - viola il diritto a un processo equo. Istituito ad hoc da Israele, viene applicato per arrestare persone - generalmente palestinesi - senza accuse specifiche (tantomeno prove) e senza un processo e mantenerle in carcere per sei mesi (rinnovabili oltretutto).
Al-Akhras rifiuta il cibo ormai da oltre novanta giorni e ovviamente le sue condizioni si vanno deteriorando. Al momento sono considerate "alquanto critiche". Nonostante ciò, il 23 ottobre sarebbe stato prelevato dall'ospedale Kaplan di Tel Aviv (dove era ricoverato dai primi di settembre) e riportato in un carcere (sempre nei pressi di Tel Aviv). La notizia è stata data congiuntamente dalla sua avvocata e dal Club dei Prigionieri Palestinesi (una ong locale che si sta interessando della sua situazione).
Una prima conferma del trasferimento è venuta da Yitzhak Goralov, portavoce dell'autorità carceraria. A suo avviso, la ragione del trasferimento sarebbe dovuta a una presunta "mancanza di cooperazione con il personale medico". Il che potrebbe eventualmente essere anche tradotto con "si ostina a rifiutare il cibo e anche l'alimentazione più o meno forzata". Viva preoccupazione per la situazione in cui versa Maher Al-Akhras è stata espressa dal Comitato Internazionale della Croce Rossa. In un comunicato del 22 ottobre si dichiara di essere "preoccupati per la sua salute e per le conseguenze che potrebbero essere irreversibili".
Aggiungendo che "da un punto di vista medico il prigioniero si trova in una fase critica". Il giorno successivo - 23 ottobre - Michael Lynk (commissario speciale delle Nazioni unite per la situazione dei Diritti umani nei Territori Palestinesi) aveva chiesto esplicitamente a Israele di "porre fine alla prassi della detenzione amministrativa" e di "liberarlo immediatamente".
Una decina di giorni fa un consistente gruppo di detenuti palestinesi (circa 40) rinchiusi nel carcere di Ofer aveva iniziato uno sciopero della fame in solidarietà con Al-Akhras. Si tratta di prigionieri appartenenti a diverse organizzazioni e tra loro si trovano appartenenti sia ad Hamas che alla Jihad islamica e al Movimento nazionale di Liberazione della Palestina (Al-Fatah).
D'altro canto non sembra questo un buon momento per le rivendicazioni del popolo palestinese. Qualche giorno fa le autorità israeliane hanno deciso di classificare come "terrorista" il Polo studentesco democratico progressista (in quanto ritenuto contiguo al Fronte Popolare di Liberazione della Palestina). Da tempo nel mirino della repressione (con arresti, intimidazioni...), è composto da migliaia di aderenti e rappresenta una delle principali organizzazioni studentesche dell'Università di Birzei in Cisgiordania.
Risale invece alla settimana scorsa la notizia che il ministero israeliano degli Affari strategici avrebbe dato l'autorizzazione per stanziare la cifra di ben 37 milioni di dollari per far pubblicare sui giornali di ogni angolo del pianeta quella che a tutti gli effetti non sarebbe altro che pubblicità. Ma facendola apparire come informazione (grazie a giornalisti compiacenti).
Obiettivo, le campagne BDS (che si autodefiniscono "il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro l'occupazione e l'apartheid israeliano"). In pratica - se la notizia fosse confermata - Israele starebbe organizzando una campagna a livello mondiale contro i movimenti che lottano per i diritti del popolo palestinese.
Già in precedenza (fonte di entrambe le notizie è il giornalista Itamar Benzaquen del periodico on-line 972 Magazine) il ministero degli Affari strategici avrebbe versato ingenti somme al Jerusalem Post e a diverse altre testate, non solo israeliane, per pubblicare articoli contro BDS. Articoli basati più sulle "veline" del ministero israeliano che su autentiche inchieste giornalistiche.
di Michela A.G. Iaccarino
Il Fatto Quotidiano, 25 ottobre 2020
I testimoni raccontano: in carcere con accuse fittizie, poi l'incubo fra abusi sessuali, pestaggi e niente cibo. "Venivamo trattati peggio degli animali ed è quello che siamo finiti per diventare". Yoon Young Cheol lavorava per il governo nordcoreano al confine con la Cina, quando a 30 anni è stato arrestato dalla Bowibu, la "polizia segreta" di Pyongyang. "Ho chiesto per giorni e giorni: Perché? Perché sono stato arrestato?". Che fosse stato accusato di spionaggio lo ha saputo dopo settimane di percosse. Dopo sei mesi i poliziotti hanno concluso che non era un agente segreto, ma è cominciata un'altra indagine fasulla a suo carico: su contrabbando di oro ed erbe mediche che non aveva mai commesso, un'accusa che lo ha costretto ad un processo sommario a cui è seguita una sentenza a cinque anni di reclusione in un campo di lavoro. È stata questa la sua vita prima che riuscisse a scappare e raccontare, insieme ad altri fuggitivi, la sua storia a Human Rights Watch.
Nelle carceri nordcoreane la tortura è così costante da essere "rituale", gli assalti sessuali assidui, le umiliazioni continue. Gli uomini vengono sempre picchiati, le donne spesso violentate. Alla commerciante Kim Sun Young, 50 anni, è successo prima durante l'interrogatorio, poi in cella: "È stato impossibile ribellarsi". A pronunciare più volte la parola coreana komun, tortura, sono stati 15 donne, 7 uomini e 8 ex ufficiali che si sono aggirati spesso per celle e uffici del dipartimento giudiziario di Pyongyang.
Le loro testimonianze sono state raccolte in un impietoso report di 88 pagine sulle Kuryujang, i gulag del regime di Kim Jong-un, dove si viene divorati dall'arbitrio degli uomini del Comitato e Ministero per la sicurezza, che agiscono nel totale abuso di potere.
Nel "sistema arbitrario, violento, crudele in cui vivono in costante paura, il processo è irrilevante, la colpa presupposta e l'unica via per sottrarsi è quella delle tangenti" ha descritto il direttore del dipartimento Asia dell'ong, Brad Adams. In prigione uomini e donne diventano numeri senza nome e con le cifre si rivolgono a loro i secondini. In buchi stretti senza bagno e sapone, rimangono ammassati decine di prigionieri: senza coperte, a volte senza vestiti, anche d'inverno. In altri casi senza nemmeno un motivo apparente che possa giustificarne la detenzione.
Senza cibo: gli unici che riuscivano ad averlo, raccontano i sopravvissuti, erano quelli con le famiglie capaci di corrompere le divise. Lim Ok Kyung, il cui marito è membro del Partito dei Lavoratori, ha ricevuto una sentenza meno dura degli altri ed è stata confinata a Ryanggang, dove per cinque giorni in carcere è stata costretta a rimanere in piedi ininterrottamente. Alcuni sono stati obbligati a rimanere a testa in giù e con le mani sul pavimento solo per aver incrociato lo sguardo del carceriere: "non dovevamo guardare negli occhi gli ufficiali, eravamo considerati inferiori" ha raccontato un ex soldato scappato nel 2017.
Lo conferma Park Ji Cheol: "Per punizione dovevamo allungare le braccia tra le sbarre per terra e loro ci camminavano avanti e indietro sopra, con gli stivali". I fuggitivi, che hanno abbandonato la Nord Corea dopo il 2011, anno in cui Kim ha instaurato il suo dominio sugli apparati, raccontano che i processi equi sono una chimera e a volte non esistono neppure.
Anche durante indagini ed interrogatori preliminari, ha confessato una guardia, "usiamo bastoni, calci o semplicemente le nostre mani per estorcere le confessioni, oppure leghiamo le nostre cinture al collo dei sospetti per farli correre come cani". A volte, "stringendo le manette intorno ai pugni", colpivano teste finché non diventavano fontane di sangue.
Le testimonianze hanno fatto di nuovo eco nello sconcerto, però formale e immobile, dell'Onu: poco è stato fatto dal 2014, quando la commissione d'inchiesta accusò di "crimini contro l'umanità" il regime di Pyongyang, ora nuovamente tacciato di violazione sistemica e diffusa dei diritti umani, di omicidi extragiudiziali e di gestire una rete di gulag per prigionieri politici. Le uniche lacrime versate sono quelle del dittatore. "Scusate. Non sono stato capace di ripagare la vostra fiducia": ha detto al popolo durante il 75° anniversario del partito, tra applausi e osanna del suo esercito in coro.
di Francesca Schianchi
La Repubblica, 25 ottobre 2020
Il Capogruppo del Pd alla Camera: "Tutti potevamo arrivare più preparati alla seconda ondata". Ristori tempestivi per chi dovrà abbassare la saracinesca e un occhio di riguardo per le manifestazioni di disagio: non quelle violente e "inaccettabili" andate in onda la scorsa notte a Napoli, ma quelle che esprimono "la rabbia dei miti", come definisce il capogruppo del Pd, Graziano Delrio, la maggioranza di italiani perbene ormai stressati dalla pandemia.
Reduce dalla videoconferenza con cui il premier Conte ha illustrato a lui e ai colleghi di maggioranza e opposizione la nuova stretta in arrivo, fa una prima valutazione: "Ora dobbiamo fare tutto il necessario per fermare il contagio. Le misure del nuovo Dpcm potranno essere aggiustate se servirà, ma sono in linea con l'orientamento dei Comitati tecnici scientifici di tutto il mondo".
Presidente, le categorie colpite però già lanciano allarmi: "Così moriamo", dicono bar e ristoranti...
"Oggi nuovi sacrifici sono necessari per contenere l'epidemia, ma capisco molto bene le loro ragioni: per questo i ristori devono essere immediati. E bisogna cercare di introdurre sempre di più norme generiche e non particolari".
Le ricordo che sull'erogazione della Cig ci sono stati tremendi ritardi.
"Lo so e non deve più succedere. Il presidente del Consiglio ci ha garantito che stanno lavorando al decreto necessario, che potrebbe arrivare già domani".
Giovedì scorso alla Camera lei ha usato parole nette: "Nessuna azienda deve chiudere per i nostri ritardi". Vede questo rischio?
"Il compito della politica è far presente le difficoltà a chi prende le decisioni e indicare un orizzonte. Insisto: la parola chiave ora è tempestività. Nelle misure per contenere il virus e nei ristori per le categorie colpite".
Sulla scuola lei aveva chiesto attenzione da mesi. Alle superiori si torna in gran parte alla didattica a distanza. Un fallimento?
"Io ho sempre sollecitato a riaprire le scuole il prima possibile, avrei voluto anche prima dell'estate. Ma in questo momento la didattica a distanza è il male minore: un provvedimento doloroso ma necessario. Dobbiamo ridurre i contatti sia sui trasporti pubblici che tra i ragazzi fuori da scuola".
Ha fatto bene Conte a cercare di sensibilizzare i ragazzi all'uso della mascherina chiedendo aiuto a Fedez e Chiara Ferragni?
"Non solo la scelta non mi scandalizza, ma penso che forse bisognava farla prima per far scaricare a tutti Immuni. Forse andava fatta già in estate per ricordare di stare attenti, visto che sarebbe arrivata la seconda ondata".
Ci si poteva arrivare un po' più preparati?
"Tutti ci potevamo arrivare più preparati, in Italia e all'estero. Da un lato c'è la responsabilità individuale dei cittadini, che dovrebbero sempre applicare alcune regole ineludibili come le mascherine e il distanziamento. Dall'altro c'è il livello istituzionale, che deve dare risposte efficaci e chiare, in modo che i cittadini non si sentano sbattuti qui e là come nel vento di una tempesta".
Le sembra che le risposte delle istituzioni siano così chiare ed efficaci?
"Dal punto di vista sanitario dei passi avanti sono stati fatti, sia sulle terapie intensive che sulla diagnostica. Quello che non è stato preparato adeguatamente sono i trasporti e l'aiuto ai medici di medicina generale".
Sarebbe stato opportuno chiedere il Mes per preparare la sanità alla seconda ondata?
"Noi del Pd siamo tutti convinti che vada preso. Con tutta la maggioranza abbiamo chiesto che si presenti un piano rafforzato della sanità territoriale, e attendiamo che il premier lo presenti in Parlamento. Il momento è adesso, bisogna accelerare. A quel punto valuteremo con quali risorse finanziarlo, io credo che le più convenienti siano quelle del Mes, ma si può discutere. L'importante è farlo subito".
Fatto sta che, come ha detto lei alla Camera, "non è il momento di raccontarci che va tutto bene"...
"È normale essere orgogliosi del lavoro che si fa, ma nel Paese sta succedendo qualcosa di molto serio. Bisogna prestare orecchio alle sofferenze di tanti cittadini, c'è molta fragilità e impazienza, che rischia di trasformarsi in rabbia".
Allude ai fatti di Napoli?
"Quello è un episodio di violenza inaccettabile, in cui qualcuno ha tentato di speculare sulla disperazione. Ma io penso a manifestazioni più pacate di insoddisfazione: è la rabbia dei miti quella che mi preoccupa. La frustrazione di quelli che mandano avanti il Paese, e magari devono saltare due giorni di lavoro perché non arriva il risultato del tampone. Bisogna stare attenti che queste persone continuino a fidarsi delle istituzioni".
C'è il rischio che non ci credano più?
"Nella prima fase della pandemia, abbiamo visto davvero una grande comunità stretta intorno alle sue istituzioni. Oggi noto una maggiore difficoltà a farlo. Per questo vanno ascoltati e capiti".
Con il Dpcm che dovrebbe essere firmato oggi scongiureremo un nuovo lockdown totale?
"Le misure restrittive danno risultati dopo 2-3 settimane: se entro una decina di giorni non si vedrà nessun miglioramento, occorrerà fare altre valutazioni. Ma speriamo davvero che basti così".
di Fabio Martini
La Stampa, 25 ottobre 2020
Roberto Saviano: "Non è solo camorra, è la disperazione del Sud che sta scoppiando". Lo scrittore: "Conte ha goduto di una specie di intoccabilità, ma ora è un capo che non ci sta proteggendo".
Sulla sua Napoli, Roberto Saviano spiazza chi si aspetta la "sparata" sulla camorra: "È miope guardare soltanto il segmento dei pregiudicati. È ovvio che nelle confuse manifestazioni di rabbia popolare finisca per entrare di tutto, ma stavolta c'era la disperazione del Sud che sta scoppiando. I risparmi questa volta sono finiti, non bastano per reggere ad una seconda ondata di chiusura". E Saviano fa una previsione: "Le insurrezioni non sono finite, proseguiranno: perché sono finiti i soldi". E sulla gestione da parte del governo lo scrittore napoletano è lapidario: "A Conte, il primo ministro che ha avuto forse più potere negli ultimi decenni, tutto quel che sta accadendo, ha finito per dare una sorta di "intoccabilità": tutti ci raccogliamo attorno al capo. Un capo che non ci sta proteggendo".
Nelle ore in cui Napoli torna sotto i riflettori e la sua rivolta restituisce tanti interrogativi, sulle ultime ore e sul futuro, Roberto Saviano racconta la sua versione dei fatti: "È successo questo: parte una manifestazione pacifica, di commercianti, per protestare contro un lockdown che non dà speranza economica e alcuna compensazione. Protestano perché si chiude e la gente non lavora più. Alla manifestazione si aggancia un po' di fascistume e anche dei pregiudicati. Poi ci sono stati degli scontri e l'attenzione ha finito per essere attirata da questi elemento".
In una realtà come quella napoletana è sempre difficile tracciare confini tra gruppi e gruppetti, ma certo le tecniche di attacco alla polizia non sembravano improvvisate, che dice Saviano? "In piazza, da quello che mi risulta c'era di tutto: l'evasore classico, l'imprenditore che sfrutta a nero, ma soprattutto un sacco di gente disperata. C'era chi sperava nell'obolo, o nel fare rumore, ma c'era pure la disperazione del Sud. Certo, non solo il Sud non regge più, ma era naturale che la prima insurrezione avvenisse dove non ci sono più soldi".
Ma chiudere tutto, spezzare la catena del contagio per un periodo limitato non può servire proprio per evitare di proseguire con continui stop and go? Saviano non ha dubbi: "De Luca chiude senza compensare, senza poter dare garanzie. In questo senso le istituzioni stanno fallendo completamente. Le persone sono lasciate sole. Dalle file infinite per fare i tamponi, a chi è rinchiuso in casa come positivo asintomatico e non sa quando può fare il secondo tampone. Ma come si fa ad andare avanti se tutto è...mezzo? I soldi arrivano per metà o non arrivano. Le informazioni sono continuamente smentite, i licenziati litigano tra di loro".
Eppure il consenso dei campani al "primo" De Luca, così proibizionista e così imitato dal governo nazionale, non ha dimostrato la riconoscenza a chi si faceva carico di decisioni impopolari per una popolazione istintivamente ribellista e che vive con una densità abitativa senza pari in Italia? Roberto Saviano sul tema non sembra attraversato da dubbi: "Ogni volta De Luca fa questa sceneggiata del vecchio padre che difende, dimenticandosi che ha smantellato la sanità campana".
Ma Saviano guarda anche a Roma. "Arcuri in tutto questo, sapeva in che condizioni si trova il Sud o no? Sapeva che bisognava intervenire per tempo o no? Sapeva che bisognava lavorare sui vaccini antinfluenzali, che mancano in molte parti d'Italia? Sapeva che bisognava creare dei sistemi di tracciamento e di tamponi? È incredibile, incredibile che in nome della crisi stiamo tollerando un'incapacità assoluta: mesi e mesi in cui non hanno agito. L'opposizione è stata criminale nel negare, ha fatto il gioco di questa incapacità, di questa lentezza e ha cercato la caccia all'untore, questa estate con gli immigrati, una delle porcherie più violente di Salvini".
Ma ora il dubbio che attraversa chi tutela la sicurezza pubblica è uno solo: proseguiranno le rivolte? "Continueranno le proteste di questo tipo a cui magari si agganceranno pezzi di destra no-mask, o di populismo basso". Ma proprio perché nella protesta ci sono tutte queste cose dentro, si può immaginare che i clan soffieranno sul fuoco? Saviano spiazza ancora: "Non credo che in tutto quel che è accaduto ci sia una responsabilità camorristica, anche se di mezzo ci sono pregiudicati e camorristi. La camorra guadagna dal lockdown. Tantissimo. Più si corrode la struttura economica, più loro guadagnano".
Ma con la chiusura, quantomeno le piazze si sono svuotate e la camorra dovrebbe aver guadagnato meno con lo spaccio? Ma Saviano non è d'accordo: "È una verità parziale. I magazzini di marijuana a New York sono andati in secco, hanno venduto tutto, anche i pezzi di erba e di fumo considerati vecchi. La domanda è aumentata. Per depressione. Per malinconia. Per noia. E non c'è una particolare preoccupazione negli spacciatori perché si mimetizzano come ragazzi che portano dei viveri".
di Domenico Quirico
La Stampa, 25 ottobre 2020
Nel gigante del continente i giovani si sono ribellati al potere che li umilia da 60 anni. Il regime ha risposto con la violenza. Buone notizie dall'Africa, buone notizie dalla Nigeria: finalmente! Nel gigante del continente, per popolazione, economia, creatività e per violenza, ladrocinio, ineguaglianze criminali, folle di giovani occupano da giorni le strade, manifestano, gridano la loro veemenza, paralizzano le città contro la mafia infame che li umilia da 60 anni. Provano la potenza demolitrice della Rivoluzione.
La polizia e l'esercito sparano, uccidono. C'è già un "martedì di sangue" che separa il prima e il dopo. Ci sono bandiere verdi e bianche macchiate di sangue dei martiri, luoghi divenuti santuario per la memoria collettiva: come il pedaggio di Lekki all'ingresso del quartiere degli affari di Lagos, la capitale economica, dove sono caduti i primi dimostranti. La rivolta ha una musica, strofe, canzoni quelle delle star dell'Afrobeat, i tenori del beat nigeriano, Davido, Tiwa Savage, MR Eazi. Fino a ieri inneggiavano alle godurie e alla spazzatura del capitalismo "bling bling'". Ora hanno riscoperto la rabbia politica del mitico Fela Kuti che inventò questo genere musicale e si batteva per i diritti umani.
Notazione confortante: ad Abuja, la capitale politica, i più feudali e voraci nemici del popolo africano hanno paura, disperati e cattivi. Stanno chiusi nei palazzi e nelle ville rubate alla miseria della gente, invocano la calma, promettono, per contentarli. Ecco: i giovani entrano violentemente nella Storia e la loro irruzione può renderla universale, africana. Annunciano il gran colpo furioso. Rivoluzione o solo rivolta? Durerà? Una settimana, un mese, un anno? I grandi momenti sono fuori del tempo. Le situazioni in bilico fanno pensare sempre all'inizio e alla fine. Le strade, le bidonvilles, le università di tutto un continente ridotto a una perenne cintura di singhiozzi guardano a Lagos, a Benin city, ad Abuja, a Kano; si scopre e si parla con la voce dei giovani nigeriani. Quello che accade lì farà scuola. Gli anni rubati non si ricomprano, ma il futuro è loro.
I segni del coraggio - Il Capo, il culto della persona, la cultura occidentale o il ritorno sterile al remoto passato della cultura africana: la vera svolta africana è la Rivoluzione che metta contro il muro della Storia i ladri e gli assassini e i complici nella corruzione che stanno da questa parte del mondo, i ladri del petrolio. È presto, sì, ma ci sono segni di indomita gaiezza, di diffuso coraggio a Lagos: per esempio nessun assalto ai negozi o saccheggi dei super-mercati dove spesso si impaludano le rivolte africane.
Sono alle prime prove i ragazzi di Lagos, ma imparano presto.
Non naufraghiamo nei numeri. La Nigeria è in due cifre: il sessanta per cento dei suoi duecento milioni di abitanti ha meno di 24 anni. La loro speranza di vita si ferma a 54. Hanno poco tempo dunque per cambiare il mondo. Di tutto possono morire: di stenti soprattutto, perché nel gigante del petrolio il reddito medio giornaliero non supera i quattro euro.
Possono ucciderli un jihadista del califfato del nord o un gangster delle bande del Delta a sud; i viaggi dell'emigrazione, la prostituzione accudita da fattucchiere e stregoni. La Nigeria: dove le famiglie vanno a raccogliere le gocce di petrolio che scendono dalle giunture di vecchi oleodotti, come un tempo i poveri spigolavano i chicchi di grano dimenticati nei campi.
Tutto è iniziato in modo banale. Perché le rivoluzioni iniziano sempre in modo banale: un insulto, un sasso lanciato, un soldato nervoso. Erano, in fondo, solo proteste contro le violenze e la impunità della polizia, della famigerata brigata speciale dedita alla razzia, alle torture, alle esecuzioni.
Al pedaggio di Sekki ogni giorno si formano mostruose code di auto di coloro che lavorano nella città degli affari. Per la gente povera di Lagos è la capitale dei signori, il centro di uno Stato straniero e malefico. Infatti per entrare si deve pagare. La polizia attacca i manifestanti, spara. L'immagine degli agenti che uccidono un giovane a sangue freddo è il manifesto della rivolta e le cambia volto, ambizioni, parole d'ordine. Nessuno parlava di giustizia, una condizione troppo difficile da ottenere qui. Il massimo a cui si poteva aspirare era la limitazione dell'ingiustizia. Ora si chiedono le dimissioni del presidente, ridistribuzione della ricchezza petrolifera, giustizia: di qui non ce ne andremo! Tutta l'Africa potrebbe firmare le stesse necessità. Ecco il nome che appare negli slogan: Muhammadu Buhari, il presidente. E la sintesi rivoluzionaria, perfetta: "Non vogliamo mai più dei Buhari".
Ci sono presidenti che danno nome a vie, piazze, ponti, codici, biblioteche. Il nigeriano Buhari ha dato nome a una carestia. La prima volta che l'ho sentito nominare ero in Niger. La gente diceva "el buhari" per indicare la fame e non capivo. Mi spiegarono che durante la sua dittatura durata venti mesi, nel 1983 scatenò una caccia xenofoba ai migranti nigerini che cercavano oltreconfine un lavoro. Il ritorno forzato dei migranti e la fine delle rimesse in denaro provocò nell'est del Niger una carestia di massa.
Buhari ha 77 anni, malvissuti e stratificati di golpe, malvagità, potere brutale e corrotto. Musulmano, prevedeva la sharia universale, anche nel sud animista e cristiano. Poi, astutamente, si è convertito alla libertà religiosa. Ha iniziato a studiare la tecnica del colpo di stato a 19 anni, nel 1966, quando appena entrato nell'esercito partecipò al primo, come gregario. Aveva talento, nell'83 il golpe lo fece lui, in persona. Breve, un altro generale lo depose, questa è la politica in Nigeria. Il bottino è grosso, bisogna arraffare in fretta e lasciare il posto anche agli altri. Bastarono per distribuire pene corporali agli impiegati pubblici che arrivavano in ritardo e per far rapire un ex ministro incautamente diventato oppositore e rifugiato a Londra. I doganieri inglesi lo scoprirono imballato dentro la valigia diplomatica in partenza per Lagos.
Un miliardo di mazzette - Con metodo moderno nel 2015 si è fatto eleggere presidente. Il golpe è anticaglia, le elezioni sono più comode. Il bilancio di 5 anni: la rivolta islamista dei Boko Haram controlla una parte del nord, la regione petrolifera del delta, assassinata dal disastro ambientale, è in mano alla mafia, le mazzette sono salite a un miliardo di euro, i ministri vendono le concessioni petrolifere alle compagnie straniere direttamente, come se zampillasse nel giardino di casa. E poi c'è il Covid e una recessione economica brutale.
Barricato nella capitale fantoccio costruita dai militari a celebrazione del proprio dispotismo, Buhari tace. La risposta ai ragazzi è quella di tutte le dittature all'agonia, dei Mubarak, dei Gheddafi: scatenare squadracce di teppisti per terrorizzare la protesa e infangarla. I manifestanti non si piegano, filmano, denunciano, incastrano gli assassini, preparano gli atti di accusa dei tribunali della Storia, li insultano, li vomitano a gola spiegata.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 25 ottobre 2020
In Iran le donne alzano la testa, non solo per togliersi il velo, ma per denunciare stupri e
molestie. Un MeToo che arriva con tre anni di ritardo rispetto a quello americano ma che ha una valenza molto più profonda se si pensa che nel codice della Repubblica islamica, per un'interpretazione sciita particolarmente oscurantista della sharia, la donna che denuncia è "vittima" e allo stesso tempo "colpevole" visto che i rapporti sessuali fuori del matrimonio sono un reato.
"Quando accusi qualcuno di averti costretto a fare sesso stai praticamente testimoniando contro te stessa" dice Shadi Sadr, attivista per i diritti umani e avvocata iraniana di base a Londra. Eppure, in atti di coraggio straordinari, dallo scorso agosto più di 100 uomini sono stati denunciati attraverso i social media. Non persone qualsiasi ma manager, professori universitari, intellettuali.
Gente in vista, benestante se non ricca, con amicizie altolocate nei centri di potere del Paese. Tra loro spicca l'artista Aydin Aghdashloo, 80 anni il 30 ottobre, conosciuto a livello internazionale e molto legato al regime degli ayatollah. In un'inchiesta, pubblicata giovedì scorso, il New York Times intervista alcune delle sue accusatrici che non esitano a definirlo l'Harvey Weinstein iraniano, un uomo che per 30 anni non si è fatto scrupolo di ricattare studentesse, giornaliste, galleriste, critiche d'arte e chiunque altra gli capitasse a tiro, minacciandole di porre fine alla loro carriera se non avessero ceduto alle sue molestie.
La prima a puntare il dito contro di lui, il 22 agosto, è stata l'ex giornalista Sara Omatali che ha raccontato su Twitter di essere stata molestata durante un'intervista nel 2006. Lui l'avrebbe accolta seminudo nel suo ufficio baciandola a forza e strusciando il suo corpo su di lei. Da allora è stato un susseguirsi di Me-Too.
Il New York Times ha intervistato 45 persone che hanno testimoniato di aver assistito ai comportamenti predatori di Aghdashloo. Tredici donne hanno raccontato di aver subito violenza. Una all'età di 13 anni. Una studentessa ha detto che quello che credeva il suo mentore le ha offerto un quadro dal valore di 85 mila euro in cambio di un rapporto sessuale.
Una pittrice si è vista chiudere la porta in faccia da molte gallerie dopo aver rifiutato le avance del pittore. Un'insegnante d'arte, che ha affiancato per dodici anni l'artista nei suoi workshop, ha raccontato che le studentesse si erano spesso lamentate con lei ma che lui si era difeso dicendo che le ragazze avrebbero dovuto considerare il suo affetto un privilegio.
Interpellato dal Times Aghdashloo, tramite il suo avvocato, assicura "di aver sempre trattato tutti con rispetto e dignità". Riuscirà il #MeToo iraniano a ottenere, almeno in parte, giustizia? Il 12 ottobre il capo della polizia di Teheran ha annunciato che Keyvan Emamverdi, proprietario di una libreria, ha confessato di aver stuprato 30o donne dopo che 3o di loro avevano avuto il coraggio di denunciarlo. Rischia la pena di morte. Di certo la strada è tutta in salita ma questa vicenda dimostra che le donne sono in prima linea e non hanno paura di sfidare la sottomissione imposta dal regime teocratico.
di Angela Stella
Il Riformista, 24 ottobre 2020
In dodici giorni casi raddoppiati, tamponi a macchia di leopardo. Firmato protocollo tra Dap e sindacati per la comunicazione dei dati e presto tornerà anche il bollettino quotidiano del Garante nazionale.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 24 ottobre 2020
Sale rapidamente il numero dei detenuti contagiati dal Covid-19, anche se, assicura il sindacato di polizia penitenziaria Uilpa, "il sistema carcere, diversamente dai mesi di marzo e aprile, quando però è andato in forte affanno tutto il Paese, sta per ora reggendo bene".
di Daniela De Robert
Ristretti Orizzonti, 24 ottobre 2020
Finalmente il Sottocomitato per la prevenzione della tortura (Spt), organo delle Nazioni Unite per la vigilanza e il monitoraggio di tutti i luoghi di privazione della libertà, ha un componente italiano.
- Covid. Arriva il protocollo per la sicurezza nelle carceri
- La Costituzione spiegata dai notai ai detenuti in uno spettacolo teatrale
- È arrivata l'ora di un referendum sulla giustizia
- Tribunali sommersi dall'arretrato. In Italia la giustizia più lenta dell'Ue
- "La giustizia non è credibile, va riformata in tre mosse", parla l'avvocato Polidoro (Ucpi)










