recensione di Stefano Cappellini
La Repubblica, 24 ottobre 2020
Quando ho saputo il titolo del nuovo libro di Mario Calabresi, "Quello che non ti dicono", lì per lì ho pensato potesse essere un lavoro sull'informazione, sulle fake news, cronache sul rapporto sempre più diffidente tra politica, giornalismo e opinione pubblica. È stato un pensiero istintivo, perché quell'espressione e molte altre affini (quello che sai è falso, quello che nessun giornale ti farà mai sapere, e via così) sono da anni utilizzate dalla sedicente controinformazione per spacciare "verità alternative", cioè quasi sempre bufale complottistiche, deliri dietrologici, in una spirale paranoide che ormai è in grado di sfidare e talvolta prevalere sull'evidenza dei fatti. Invece il titolo non ha nulla a che fare con tutto ciò. O meglio, non nel senso in cui pensavo. Ma ci arriverò.
Quello che non ti dicono è, nel libro, la frase che esprime il rammarico per la rimozione privata di una tragedia: a pronunciarla è una figlia che non ha potuto conoscere il padre né avere di questa mancanza una spiegazione più soddisfacente di silenzi e mezze parole. Una vicenda familiare avvolta da un lutto soffocato e omertoso cui i sopravvissuti si sono adeguati per paura, imbarazzo, inerzia. Una vicenda che però, al tempo stesso, è tutt'altro che privata: nasce e ruota intorno a un fatto pubblico, un dimenticato episodio di cronaca nera politica degli anni Settanta: il sequestro e l'uccisione del ventiseienne Carlo Saronio.
In pochi oggi ricordano o conoscono la vicenda. Essendo nato nel 1974, un anno prima dei fatti che portarono alla morte di Saronio, scoprii per la prima volta la sua storia in un libro di Giampaolo Pansa, "L'utopia armata", che lessi da ragazzino nell'edizione Oscar Mondadori (Sperling lo ha rieditato qualche anno fa). Mi colpì subito moltissimo il fatto, che era quasi incredibile. Saronio era figlio di un importante industriale della chimica, ai primi posti nella classifica dei contribuenti milanesi. Lui stesso si era laureato in Ingegneria chimica ed era un brillante ricercatore. Ma il ragazzo, intelligente e inquieto, dopo aver frequentato il mondo dei cattolici del dissenso, era diventato un militante di Potere operaio, uno dei principali gruppi comunisti extraparlamentari nati sull'onda del Sessantotto. Tra i suoi contatti più stretti in quel mondo c'era tale Carlo Fioroni, detto il professorino, un po' per via della professione reale e molto di più per la saccenza dei modi. Fioroni non era un militante qualunque. A lui era intestata l'assicurazione del furgoncino con il quale nel 1972 l'editore e rivoluzionario Giangiacomo Feltrinelli si era recato sotto un traliccio dell'alta tensione a Segrate, rimanendo dilaniato dallo scoppio prematuro dell'ordigno che avrebbe dovuto provocare un black out.
Il miliardario Feltrinelli, nome di battaglia Osvaldo, era un terrorista dei Gap, "Gruppi di azione partigiana", ed era in contatto stretto con altre formazioni dell'ultrasinistra. Soprattutto "Potere operaio" che a Feltrinelli, strappato dalla morte il velo sulla sua militanza clandestina, dedicherà la copertina del giornale omonimo: "Un rivoluzionario è caduto". Dopo lo scioglimento di Potere operaio Saronio e Fioroni avevano continuato a militare in quella che si chiamava all'epoca area dell'Autonomia, una galassia di collettivi, sigle e giornali che nel loro caso faceva capo soprattutto al magistero di Toni Negri, professore all'università di Padova, già dirigente e ideologo di Pot. Op.
Fu proprio l'amico e compagno Fioroni a ideare il sequestro di Saronio per finanziare l'attività clandestina del suo gruppetto. All'epoca il sequestro di persona era uno dei principali canali di finanziamento delle bande criminali. I sequestri, in tutto il Paese, si contavano a centinaia l'anno. Perché non usare il metodo anche per la causa rivoluzionaria? Per realizzare l'opera, Fioroni si servì della manovalanza di un gruppo di criminali comuni che all'epoca flirtavano con la sovversione. Saronio fu dunque sequestrato da un gruppo misto di banditi e terroristi, questi ultimi suoi compagni di militanza fino a un attimo prima del ratto. Saronio morì, secondo una delle molte versioni poi fornite dagli assassini, la più attendibile e comunque quella poi accreditata in sede di verità giudiziaria, la sera stessa del sequestro, perché nel tentativo di sedarlo fu usato uno straccio imbevuto di una sostanza tossica, il toluolo, che gli provocò una grave reazione.
Nonostante la morte dell'ostaggio, i rapitori si fecero avanti per il riscatto. La prima richiesta alla famiglia fu di 5 miliardi di lire. Quella finale, pagata con una valigia di contanti lasciata sul bordo di una strada di provincia, 470 milioni. Saronio, nel frattempo, era già sotto terra. In un campo del milanese adiacente a un canale dove verrà ritrovato, quel che ne rimaneva, quattro anni dopo il sequestro, nel 1979, quando il capo dei criminali complici di Fioroni, Carlo Casirati, porterà gli inquirenti sul luogo del sotterramento simulando uno dei tanti dubbi pentimenti di cui è costellata l'indagine sull'omicidio.
Il caso Saronio è un pugno nello stomaco. Una storia che eccelle in spregevolezza persino in un contesto come quello dei Settanta, ricco di atrocità. E a renderla ancora più tragica ha contribuito per anni una ricostruzione alternativa, molto accreditata all'epoca negli ambienti dell'ultrasinistra, che lo stesso Pansa cita senza peraltro sposarla, e cioè che Saronio potesse essere d'accordo con i suoi rapitori, che si fosse prestato al sequestro per estorcere alla famiglia denaro di cui, altrimenti, non avrebbe avuto disponibilità. Solo un incidente imprevisto, insomma, la garza col toluolo, avrebbe impedito la realizzazione di un piano di cui il ragazzo era pienamente complice.
La ricostruzione di Calabresi smentisce nettamente questa ipotesi. Anzi, la capovolge di netto. Le testimonianze da lui raccolte suggeriscono che Saronio sia stato rapito anche perché intenzionato ad allontanarsi dal gruppo, di cui era già generoso finanziatore (nella trama spicca il racconto del furto della sua Porsche, lui giovane extraparlamentare ma amante delle auto sportive, furto che secondo un amico di Saronio rintracciato da Calabresi fu tutt'altro che casuale e imprevisto). Ma la scintilla che accende il racconto di "Quello che non ti dicono" è un'altra.
Pur avendo letto molti libri che toccavano la storia ignoravo, credo in larga compagnia, un particolare sconvolgente. La fidanzata di Saronio, Silvia, era incinta di un mese quando lui fu rapito e ucciso. Silvia partorì una bambina il giorno della vigilia di Natale del 1975. La chiamò Marta e dopo qualche anno riuscì anche a darle il cognome del padre, il quale era morto senza neanche sapere che stava per diventarlo.
Il motore narrativo è proprio un incontro di Calabresi con Marta e con suo zio Piero, prete missionario e cugino di Saronio (figlio della sorella della madre). Sono loro i mandanti dichiarati dell'indagine di Calabresi, decisi a spazzare via la coltre di omertà familiare e oblio collettivo sulla tragedia. Entriamo tutti così in un'altra città sommersa, dopo quella del bellissimo libro di Marta Barone di cui abbiamo parlato qualche tempo fa su Hanno tutti ragione. Un'altra indagine sui padri.
I corpi del passato si muovono tra la residenza borghese della famiglia Saronio in corso Venezia a Milano e i palazzoni di Quarto Oggiaro, dove il giovanissimo Carlo va a fare azione sociale. Riemergono preti rivoluzionari, animati dallo spirito della teologia della liberazione cara ai vescovi sudamericani, agit prop, sbandati, missionari delle periferie, aspiranti tupamaros, i guerriglieri uruguayani che molti volevano imitare tra le brume del milanese, modello dichiarato anche dei primi brigatisti rossi. E non sempre, anzi quasi mai, c'è una cesura netta tra un mondo e l'altro, tra una figura e l'altra. È questo l'impasto di umanità varia nel quale Saronio si getta per convinzione ma anche, forse, nel tentativo di espiare la sua colpa atavica, la ricchezza di famiglia. Accumulata anche grazie al collateralismo del padre con il regime fascista che si servì delle produzioni dei Saronio per la sciagurata impresa etiope nella quale l'esercito italiano usò sul campo armi chimiche. L'espiazione è probabilmente il sentimento che cementava le due anime di Saronio, quella evangelica e quella extraparlamentare, ed era potente in lui fin dall'adolescenza, come testimonia la lettera di una sua professoressa, una delle tante missive private cui Calabresi ha avuto accesso grazie al patto con questo ramo fin qui ignoto della famiglia Saronio. È angosciante, ripensando alla formazione cattolica di Carlo, il senso di condanna al sacrificio che pervade la sua breve vita, la traiettoria ineluttabile disegnata per lui dalle scelte personali e dalla congerie storica: un ragazzo che certo non voleva morire e che però ha di fatto costruito passo dopo passo la più crudele e geometrica delle immolazioni.
Quello che non ti dicono, il rimosso familiare, si rivela il rimosso più sociale che possa esistere. C'è in quel ragazzo inghiottito dalla storia tutto il dolore e il senso di inadeguatezza e lo smarrimento e persino l'innocenza che animava il suo tentativo di trovare un posto nel mondo, in quella società degli uomini e delle donne che può essere salvezza o martirio o tutti e due insieme. Nel caso di Saronio, un tentativo disperato, destinato a lasciare dopo di lui una vita, quella della figlia, condannata a rivivere in modo ancora più crudele la rottura generazionale, la soluzione di continuità tra padri e figli che già aveva spezzato una volta i legami di famiglia di casa Saronio. Una questione privata? Neanche per idea. Ed è a questo punto che ho pensato, dopo aver finito il libro, che in fondo quel pensiero istintivo e fuorviante sul titolo conteneva una suggestione utile a proiettare la storia di Saronio nel nostro tempo, i suoi tormenti novecenteschi nell'era digitale.
Spesso è proprio la difficoltà a fare i conti con quel grumo di sofferenza esistenziale e con le sue conseguenze a giustificare molte delle azioni con cui scegliamo di stare al mondo. Fare i conti, intendo, non solo a livello personale ma anche quando venirne a capo presuppone uno sforzo di memoria collettiva e condivisa che in questo caso è proprio il terreno che manca.
Gli anni Settanta, con il loro carico di vita e morte, ne sono un esempio massimo. Molti di coloro che li hanno vissuti intensamente hanno scelto di uscirne bruscamente, come da una sala cinematografica nella quale non si vuole più mettere piede ma ripromettendosi di non esprimere mai un giudizio sul film. Le reticenze su quegli anni, l'omertà, i vincoli di lealtà o di assoluzione degli ideali giovanili sono sopravvissuti anche alla morte dei corpi e delle vecchie idee.
A parlare sono rimasti spesso solo gli acritici esaltatori, una cadente genìa di dannunziani fuori tempo massimo, o i pentiti in senso giudizario, quasi mai coincidenti con i pentiti in senso morale. Pentiti come Fioroni, ispiratore con le sue dichiarazioni di più indagini e processi, compreso il famigerato teorema Calogero che il 7 aprile 1979 portò all'arresto di Negri e dei vertici dell'Autonomia, certo responsabili di molti reati ma accusati (senza alcun fondamento) di essere i capi occulti delle Br.
Lo stesso Fioroni, uscito dal carcere grazie ai benefici per i collaboratori di giustizia nel 1982. Sette anni dopo aver messo Saronio nelle mani dei suoi aguzzini. Un personaggio così piccino e ambiguo, sia prima che dopo, da non meritare nemmeno la mano tesa di Piero, il cugino prete di Saronio, che sceglie di incontrarlo ma, racconta Calabresi, esce talmente deluso e amareggiato dalla pochezza del personaggio da rinunciare definitivamente allo slancio di riconciliazione.
Il complottismo che avvelena il nostro tempo disilluso è figlio anche della scorciatoia che per primi imboccarono molti reduci di quella guerra, delle migliaia di diserzioni individuali rispetto alla ricerca di un nuovo percorso comune. Ognuno perso dentro ai fatti suoi, esattamente come quarant'anni fa pareva obbligatorio il contrario, perdersi nei fatti degli altri, imboccare un senso unico ideologico anche quando - come nel caso Saronio - annullava ogni confine tra bene e male, vittima e carnefice.
I tempi sono cambiati, e quanto, ma il disagio, il risentimento hanno solo cambiato strada e si sono dispersi in mille rivoli velenosi. Finito il tempo dei dogmi e della teleologia rivoluzionaria, a tanti è rimasto solo di affidare a teorie e tesi, le più bizzarre, il compito di darsi una risposta sul proprio posto in società, specie quando è sgradito. Come lo era a Saronio, che aveva trovato scampo dal tormento per il suo privilegio di censo nella teologia che gli offriva il suo tempo selvaggio: la rivoluzione. Oggi lo scampo è offerto da tante piccole pseudo-dottrine, pillole omeopatiche del nulla per un unico effetto placebo: la comodità e la rassicurazione di pensare che quel che ci è toccato in sorte sia il disegno di una qualche entità misteriosa e ostile.
Un grande censore che reprime e nasconde, mistifica e confonde. Quello che sai è falso. Quello che non ti dicono (il governo, il potere, i media, le multinazionali). Eppure quello che non ci è stato detto quasi sempre avevamo bisogno di sentirlo dalle persone a noi più vicine.
E non sono state capaci loro di dircelo. E non siamo stati capaci noi di chiederlo. Il mondo costruito da ognuno di noi - la politica, il lavoro, gli affetti, in una parola: la società - è prima di ogni altra cosa il regalo di quel non detto. Accorgersi quantomeno di dover scartare quel regalo è l'unico modo di provare a trovare un filo. Carlo non ha fatto in tempo ad acciuffarlo. Marta l'avrà trovato con questo libro, speriamo.
di Antonio Piedimonte
La Stampa, 24 ottobre 2020
Lanciati fumogeni e bombe carta contro le forze dell'ordine e contro la sede della Regione. Coprifuoco alle 23 e lockdown paventato: è bastato questo a far esplodere la violenza nelle strade di Napoli. Ore di scontri tra manifestanti e forze dell'ordine, giornalisti aggrediti e feriti, lancio di bottiglie, pietre e bombe carte su poliziotti e carabinieri, cassonetti incendiati.
Per la prima volta in Italia l'insofferenza verso i provvedimenti presi per fronteggiare la pandemia si è fatta durissima protesta di piazza. Già emerse nei giorni scorsi, ma in forma civile, le tensioni sono esplose sino a diventare guerriglia nella zona di Santa Lucia, a pochi passi dalla sede della Regione Campania, che, benché vuota (data l'ora) era diventata l'obiettivo principe dopo l'ultimo intervento televisivo del governatore Vincenzo De Luca, che ha preannunciato un blocco totale di 40 giorni.
Coprifuoco, notte di guerriglia a Napoli: proteste contro De Luca - Composto da alcune centinaia di persone - in maggioranza giovani commercianti, ristoratori e altri lavoratori del by night (ma non solo) - il corteo si era mosso dalle piazzette del centro antico, a ridosso dell'università "L'Orientale" (uno dei luoghi della movida), dietro uno striscione che recitava "La salute prima cosa ma senza soldi non si cantano messe". I primi a finire nel mirino sono stati i vigili urbani, le cui auto imbottigliate nei vicoli sono state vandalizzate con la vernice spray. Le fila dei dimostranti, che alternavano appelli alla "libertà" ad insulti rivolti ai rappresentanti del governo regionale, si sono ingrossate man mano che la protesta si è spostata verso il Lungomare, e agli operatori commerciali si sono aggiunti gruppi di violenti, alcuni di quali legati al tifo organizzato. Il clima è dunque mutato rapidamente, gli slogan si sono incattiviti e anche gli atteggiamenti. A farne le spese diversi cronisti, a cominciare dai reporter di Rai News e di Sky tg24 (il collega Paolo Fratter è stato colpito e sbattuto sul cofano di un'auto), altri sono stati allontanati.
Covid, a Napoli in migliaia in corteo contro coprifuoco e lockdown - Quando i manifestanti sono arrivati vicino alla Regione è cominciato l'assalto a polizia e carabinieri con un fitto lancio di oggetti, fumogeni e petardi (che dimostrano la premeditazione). La rabbia feroce espressa dai tanti facinorosi - peraltro, manco a dirlo, sprovvisti di mascherine - e le fiamme sprigionate dai roghi dei contenitori dell'immondizia hanno evocato scenari da anni di piombo e hanno fatto prendere posizione ad alcuni degli organizzatori, che non avevano in mente una protesta violenta. Hanno preso le distanze dai (non pochi) teppisti, giunti anche in scooter. Ma come si può vedere anche nei video girati durante gli scontri, la dissociazione dei commercianti ha scatenato nuove, brusche diatribe. Grande professionalità e sangue freddo hanno dimostrato gli uomini in divisa, che erano ovviamente in assetto antisommossa, i quali hanno contenuto l'aggressione limitandosi a cariche di alleggerimento e al lancio di lacrimogeni, evitando così che il bilancio dei danni si potesse estendere anche alle persone. Le violenze si sono fermate solo dopo la mezzanotte (dunque molto dopo il coprifuoco anti Covid).
Scatta il coprifuoco in Campania, violenti scontri a Napoli - Indignato e fermo il commento del questore Alessandro Giuliano: "Questa sera abbiamo assistito a veri e propri comportamenti criminali verso le forze dell'ordine. Nessuna condizione di disagio, per quanto umanamente comprensibile, può in alcun modo giustificare la violenza". La preoccupazione, peraltro già emersa più volte nelle scorse settimane, è che a Napoli come in altre zone del Paese la disperazione provocata dalla crisi economica possa far alzare ancora il già alto livello di tensione sociale.
di Roberto Ciccarelli
Il Manifesto, 24 ottobre 2020
La didattica a distanza introdotta da molte regioni. Continua il caos politico tra il governo e le regioni che procedono in ordine sparso senza coordinamento né visione generale. Il criterio lo ha dettato il governatore lombardo Fontana: "O riduciamo la gente che va al lavoro o la gente che va a scuola". La protesta degli studenti: "Scontiamo il fallimento della riapertura".
Mentre il presidente del Consiglio Conte ribadiva che "bisogna evitare la chiusura delle scuole" ieri i governatori delle regioni procedevano in ordine sparso introducendo la didattica a distanza nelle superiori. Nella Campania del "lockdown" totale le scuole sono già chiuse e non riapriranno dopo il 30 ottobre. In Lombardia tutte le superiori sono state messe in didattica a distanza. Così faranno le Marche. In Liguria da lunedì saranno online al 50%, così si farà per le seconde fino alle quinte in Piemonte e nel Lazio. In Puglia la "Dad" riguarderà le ultime tre classi delle secondarie dal 26 ottobre al 13 novembre. Con la curva epidemiologica in crescita potrebbero non essere le ultime decisioni.
Ad oggi nessuno intende prendersi la responsabilità del fallimento della riapertura presentata come un successo. La mancanza di una visione d'insieme ha portato a un caotico gioco delle parti con le regioni, in particolare sul nodo dei trasporti e delle entrate scaglionate in classe. Le decisioni prese in queste ore sono ispirate all'alternativa stabilita dal governatore lombardo Fontana: "Dobbiamo cercare di ridurre l'affollamento e le ipotesi sono due: o riduciamo la gente che va al lavoro o la gente che va a scuola". Come se la scuola non fosse anche un luogo di lavoro. Il criterio è chiaro: la produzione va avanti a costo della salute.
C'è poi il problema politico su chi decide in uno stato di emergenza e si assume le responsabilità politiche sia della programmazione, sia dei suoi fallimenti. Il governo non ha fatto né l'uno, né l'altro e oggi assiste alle fughe in avanti delle regioni che dimezzano le attività di un luogo relativamente sicuro, mentre lasciano aperti gli altri dove presumibilmente i contagi da Covid avvengono molto più spesso.
Gli studenti ieri sono tornati in piazza e hanno organizzato presidi e flash mob di protesta in molte città. "Il problema del contagio non sono le scuole, ma come è stata organizzata la riapertura - ha detto Alessandro Personè dell'Unione degli Studenti - Durante i mesi estivi non si è lavorato abbastanza per potenziare le corse dei trasporti, costruire nuove aule contro le classi pollaio e garantire l'organico necessario. Ora stiamo scontando un piano di riapertura che non ha dato risposte ai problemi che ogni giorno stiamo vivendo".
La scuola è stata l'ultima a riaprire a settembre, dopo mesi di didattica online, e la prima ad avviarsi verso la chiusura. Gli ultimi 40 giorni di attività didattica sono passati già in alternanza scuola-schermo con carenze di organici e spazi, "senza programmare le lezioni, dosare i programmi, pensare oltre la singola lezione" racconta il movimento "Priorità alla scuola".
di Roberto Prinzi
Il Manifesto, 24 ottobre 2020
Raggiunto l'accordo tra le due parti: entro tre mesi ritiro dei gruppi armati e allontanamento delle truppe straniere (comprese quelle turche). A suggellare il cessate il fuoco il primo aereo civile che ieri ha volato dalla Tripolitania alla Cirenaica. Cauti gli analisti. La notizia era nell'aria da giorni, ma solo ieri è diventata ufficiale: il Governo di Accordo nazionale (Gna) di Tripoli e l'autoproclamato Esercito nazionale libico (Enl) del generale Haftar hanno raggiunto un "accordo di cessate il fuoco permanente".
L'intesa, siglata a Ginevra dal Comitato militare congiunto 5+5 (cinque rappresentanti del Gna e cinque dell'Enl) grazie alla mediazione della Missione dell'Onu in Libia (Unsmil), chiarisce però che lo stop ai combattimenti non si applicherà ai gruppi terroristici designati dall'Onu (Stato Islamico e al-Qaeda).
A dare per prima la notizia del cessate il fuoco è stata ieri mattina l'Unsmil sui social: "È un accordo storico - scrive - che segna una svolta importante verso il raggiungimento della pace e della stabilità in Libia". Se "svolta" è parola assai impegnativa, sicuramente quanto raggiunto nella città svizzera conferma che l'avvicinamento tra Tripolitania e Cirenaica è qualcosa di tangibile, non solo propaganda politica. Il primo segnale distensivo è avvenuto nella stessa giornata di ieri quando un aereo passeggeri è volato da Tripoli nella "nemica" Bengasi per la prima volta in più di un anno.
La bozza finale del testo - firmata non dai principali protagonisti del Gna e dell'Enl ma comunque da "personaggi autorizzati" dei due schieramenti - è divisa in due parti: principi generali (in cinque punti) e termini dell'accordo (in dodici). Nella prima sezione si sottolinea "l'integrità territoriale libica" e "la lotta comune al terrorismo". Più complessa invece la seconda parte in cui si parla di "cessate il fuoco immediato" che prevedrà "entro tre mesi dalla firma dell'intesa" il ritiro dei gruppi armati da tutte le "aree di scontro".
Ma soprattutto si precisa che "tutti i mercenari e i combattenti stranieri devono lasciare i territori libici" e che "fin quando un nuovo governo unificato non assumerà le sue funzioni" gli accordi militari sull'addestramento "saranno sospesi e le squadre di addestramento dovranno andare via". Il riferimento è soprattutto alla Turchia attiva in Tripolitania per formare le forze alleate del Gna e che solo l'altro giorno annunciava il controllo della Guardia Costiera locale.
Le parti si impegnano poi a "fermare l'incitamento all'odio mediatico", a porre fine agli "arresti politici" e ad aprire le strade e lo spazio aereo come già previsto negli incontri di Hurghada (Egitto) di fine settembre. L'obiettivo è anche aumentare la produzione di petrolio attualmente vicina a 500mila barili al giorno, ancora lontana dal potenziale di 1,2 milioni. La notizia dell'accordo è stata accolta favorevolmente da tutta la comunità internazionale. Se la Germania ha parlato di "primo raggio di speranza dopo tanto tempo", l'Ue ha detto che l'accordo "è molto importante per la ripresa dei negoziati politici". Soddisfazione è stata espressa anche dal segretario della Nato Stolenberg che ha invitato però le parti ora a rispettarlo. Per Di Maio, invece, quella di ieri è stata "una giornata importante anche per l'Italia e l'intero Mediterraneo".
Unica voce fuori dal coro è stata quella del presidente turco Erdogan che l'ha definita "un'intesa non al massimo livello". Al "sultano" non sarà piaciuto quel passaggio sulla fine degli addestramenti da parte degli stranieri che potrebbe rappresentare un pericolo per gli interessi turchi nel Nord Africa.
Predicano cautela però anche diversi analisti. Il direttore della rivista The International Interest, Sami Hamdi, ha infatti osservato come qualcosa di simile l'Onu l'ha raggiunto anche in Yemen con gli accordi di Stoccolma tra Houthi e governo di Aden. Alle strette di mano seguirono poco dopo di nuovo le violenze.
di Michele Farina
Corriere della Sera, 24 ottobre 2020
La "Coalizione Femminista" dice ai giovani: non cadete nella trappola di chi vuole trasformarvi in nemici o martiri. Voi servite più da vivi che da morti. "Siamo mercanti di speranza", e per questo "vi chiediamo di rispettare il coprifuoco e le indicazioni delle autorità".
Il messaggio della Feminist Coalition è rivolto ai giovani nigeriani che in questi giorni con coraggio e determinazione hanno raggiunto due straordinari obiettivi: mettere sulla difensiva un governo abituato a infischiarsene brutalmente dei cittadini. E indurre il mondo distratto a curarsi di quanto avviene in un "angolo" di un continente considerato marginale.
Nelle ultime due settimane la Nigeria è stata teatro di una protesta pacifica, nella quale la Feminist Coalition ha avuto un ruolo trainante: giovani scesi in piazza per chiedere lo smantellamento della famigerata Sars, un corpo speciale della polizia che anziché proteggere i cittadini li taglieggia con ferocia e impunità. Martedì notte forze di sicurezza hanno compiuto una strage tra i manifestanti inermi. Gruppi di picchiatori al soldo della polizia avevano preparato il terreno assaltando negozi e centri commerciali, per giustificare l'idea di una protesta violenta.
Amnesty International accusa il governo della morte di almeno 12 persone. Chi pensava di chiudere la partita nel sangue si è dovuto ricredere. Alla fine è dovuto intervenire pure il presidente, l'ineffabile Muhammadu Buhari, che pur incredibilmente (e vergognosamente) non ha citato i ragazzi uccisi nel buio di Lagos.
Ma già il fatto che abbia parlato è segno di debolezza. In questo gioco di specchi e di eco, l'appello della "Coalizione Femminista" dice ai giovani: non cadete nella trappola di chi vuole trasformarvi in nemici o martiri. Voi servite più da vivi che da morti. Rispettate il coprifuoco. L'idea dei mercanti di speranza ben si addice a un Paese (un continente) dove il commercio anche spicciolo è in ogni angolo di strada, in ogni sogno. Commercio di cose e di ideali. Essere "mercanti di speranza": un obiettivo che vale per tutti.
di Rita Bernardini
Il Riformista, 23 ottobre 2020
Dieci minuti di telefonata a settimana, un'ora sola di colloquio, proibiti quelli intimi. E vi meravigliate se un detenuto si innamora della psicologa? Mi scrive Bruno dal carcere di Rebibbia: "L'inserimento del detenuto in cosa consiste? Io credevo di essere un detenuto modello e ci credevo molto in ciò che facevo. Ero inserviente in cucina e dopo il lavoro andavo a scuola e dopo la scuola facevo teatro e dopo il teatro andavo in palestra.
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 23 ottobre 2020
Troppe violazioni minime che portano in cella, detenzioni estenuanti e leggi confuse sulla droga. Così il sistema ci costa tantissimo: serve più prevenzione. Per spiegare davvero cosa sia il carcere, uno dovrebbe essersi fatto un po' di galera, sul serio non come succede per finta nei film americani. Ma poi nemmeno questo basterebbe, perché ognuno tenderebbe a raccontare le proprie prigioni, con troppi elementi personali e pochi di carattere e utilità generale.
giustizianews24.it, 23 ottobre 2020
Da oggi, venerdì 22 ottobre, introdurre telefoni cellulari in carcere costerà una condanna da 12 mesi a 4 anni. E pagherà caro anche chi agevolerà in qualsiasi modo le comunicazioni dei boss detenuti al 41bis con l'esterno. Il decreto legge sulle Disposizioni urgenti in materia di immigrazione, protezione internazionale e complementare, all'interno del quale è contenuta questa nuova modifica al codice penale è stato pubblicato ieri in Gazzetta Ufficiale.
di Simona Musco
Il Dubbio, 23 ottobre 2020
La stretta anti-covid nelle linee guida elaborate dal presidente del Tribunale e dall'Ordine degli Avvocati. Al tribunale di Milano tornano le udienze da remoto. Ad essere interessata la sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell'Unione europea, con un provvedimento organizzativo firmato dalla presidente Laura Sara Tragni, a seguito delle linee guida sottoscritte dal presidente del tribunale Roberto Bichi e dal presidente dell'ordine degli avvocati Vinicio Nardo.
Il provvedimento prende le mosse dalla recente apertura del Centro di Permanenza per i rimpatri di via Corelli, "che impone l'adozione di idonee misure organizzative, in relazione alla capienza di 140 posti della struttura", volte a regolare lo svolgimento delle udienze di convalida/proroga del trattenimento degli stranieri, delle udienze di convalida dell'allontanamento dei cittadini comunitari temporaneamente trattenuti presso il Cpr nonché delle udienze di convalida di allontanamento.
Tribunale e Coa hanno dunque stabilito che le udienze verranno effettuate da remoto, salvo diversa richiesta, "secondo modalità idonee a garantire e a salvaguardare il rispetto del contraddittorio, della riservatezza e della sicurezza", a partire dal 20 ottobre 2020. Nei casi in cui sia impossibile, per ragioni tecniche, svolgere le udienze in modalità telematica, le stesse si svolgeranno presso il Cpr, "secondo modalità protettive di tutti i partecipanti alla stessa, osservate le condizioni ambientali di necessario distanziamento tra i soggetti presenti".
Verrà utilizzata ancora una volta la piattaforma Teams, con una "stanza virtuale" raggiungibile tramite apposito link contenuto nel provvedimento di fissazione dell'udienza. Il difensore avrà facoltà di essere presente nel luogo in cui si trova l'assistito, presso l'Ufficio giudiziario o da remoto, dandone tempestiva comunicazione via mail all'ufficio immigrazione. Le udienze di convalida/ proroga si terranno il lunedì, il mercoledì e il venerdì.
Al difensore - di fiducia o d'ufficio - "sarà comunque consentita la possibilità di comunicare in via preliminare e con assoluta riservatezza con la persona destinataria del provvedimento da convalidare, anche mediante l'ausilio di un interprete, ove necessario".
Nel caso sia necessaria la presenza di un interprete, lo stesso parteciperà all'udienza accanto alla persona destinataria del provvedimento o nell'ufficio giudiziario in cui si tiene la convalida e potrà comunicare - con L'ausilio di un dispositivo elettronico - con l'interessato e con le altre parti. Sarà possibile produrre documenti e avanzare istanze mediante la chat attiva nella stanza virtuale della videoconferenza o attraverso l'indirizzo di posta elettronica della cancelleria della Sezione.
Il giorno dell'udienza, si legge ancora nel documento, un operatore della polizia sarà presente nel luogo in cui si trova il richiedente e ne attesterà l'identità dando atto, tramite verbale, che non sono posti impedimenti o limitazioni all'esercizio dei diritti e delle facoltà a lui spettanti.
La Questura dovrà organizzarsi inviando le richieste di convalida per posta elettronica alla cancelleria della sezione specializzata immigrazione (XII civile).
"Al fine di rendere più stabile la connessione - si legge ancora -, il giudice potrà disporre che le parti, alle quali non ha dato parola, disattivino temporaneamente il microfono e il collegamento video, restando comunque loro garantito di udire e vedere quanto viene detto dal giudice".
Si tenta, intanto, di tenere sotto controllo i contagi, con uno screening di tutti i dipendenti tramite tamponi antigenici, a partire da lunedì. I circa 5mila lavoratori del Palazzo di Giustizia, dove attualmente si riescono a gestire solo le urgenze e la copertura dei turni, verranno dunque sottoposti a test rapidi per cercare di evitare una nuova chiusura, anche a seguito dei recenti contagi che hanno interessato cinque pm e diversi dipendenti. Una situazione difficile, con la Procura che è corsa ai ripari riducendo al minimo i contatti in presenza. Nel frattempo, anche l'Ordine degli avvocati di Milano ha siglato una convenzione con l'Irccs Policlinico San Donato- Gruppo San Donato "per l'effettuazione di uno screening per tutti gli iscritti".
studiocataldi.it, 23 ottobre 2020
Giovani avvocati preoccupati i per le conseguenze che derivano dagli ultimi interventi normativi a fronte dei quali è stato prorogato il periodo emergenziale al 31 gennaio 2021. In una nota, l'Aiga (Associazione italiana giovani avvocati) spiega che la proroga "ha determinato da parte di alcuni Uffici Giudiziari l'emissione dei primi provvedimenti con i quali molti giudizi sono stati nuovamente rinviati".
Come chiarisce il presidente Aiga, avv. Antonio De Angelis "La giustizia non può e non deve fermarsi - poiché - rinviare i procedimenti equivale ad una denegata giustizia per cui auspichiamo che il Guardasigilli prenda immediatamente i più opportuni provvedimenti, univoci su tutto il territorio nazionale, affinché non si ripeta quanto già accaduto a marzo. Ci sono gli strumenti, ormai, per procedere, quanto meno nel processo civile, amministrativo e tributario, attraverso la trattazione scritta o da remoto di gran parte delle udienze che non prevedano l'istruttoria della causa".
Da qui la necessità per i Giovani Avvocati di continuare ad utilizzare "a pieno regime il processo telematico, anche presso i Giudici di Pace" sia per garantire il rispetto della normativa sanitaria a tutela del diritto alla salute, sia, in linea generale per la tutela di ogni più ampio diritto dei cittadini. Infine "Il giusto contemperamento tra il diritto alla salute e il diritto di difesa- aggiunge la Responsabile dell'Ufficio Legislativo, avv. Anna Lops -rappresenta l'unica strada da percorrere in un momento storico-economico qual è quello attuale in cui le difficoltà possono essere sfruttate come nuove opportunità anche per la professione forense". Il progresso, secondo i giovani avvocati, non deve fermarsi di fronte alla pandemia, piuttosto "l'attuale stato di emergenza sia da stimolo e da acceleratore per un nuovo sviluppo sistemico del nostro Paese".
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