di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 ottobre 2020
La risposta della ministra all'interrogazione del deputato di Erasmo Palazzotto (Leu). Nelle scorse settimane, di notte, erano stati prelevati molti migranti che si trovavano nei centri di accoglienza e portati sopra le cosiddette "navi quarantena" dove non avrebbero più visto un medico, sarebbero stati costretti a stare per giorni con le stesse lenzuola e addirittura la stessa mascherina. Finalmente il caso è arrivato in parlamento e la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese, nel question time alla Camera, ha risposto all'interrogazione parlamentare del deputato di Erasmo Palazzotto.
"Alcuni migranti risultati positivi al Covid 19 sono stati trasferiti dai centri di accoglienza - ha spiegato la ministra Lamorgese - dove erano ospitati, a bordo di una delle 5 navi quarantena. Questo ha corrisposto a un'esigenza del tutto eccezionale in considerazione dell'impossibilità di individuare, nella contingenza, i posti necessari nelle strutture del territorio destinate all'accoglienza e all'osservanza sanitaria.
Tale esigenza si è resa indispensabile per tutelare anche la salute degli altri stranieri presenti in quei centri, viste le difficoltà di compartimentazione delle strutture". Ci ha tenuto a precisare, però, che "i trasferimenti sulle navi sono stati effettuati con l'adozione di ogni misura precauzionale nel pieno rispetto delle misure anti Covid, d'intesa con il Dipartimento della Protezione Civile e senza alcuna compromissione della situazione dei migranti trasferiti, che peraltro sono già in larga parte, non appena negativizzati, rientrati nelle strutture di accoglienza precedenti e lo stesso naturalmente avverrà anche per quei pochi che sono ancora positivi, quindi che sono ancora in quarantena".
La ministra dell'interno ha inoltre smentito che i servizi igienici e sanitari non siano stati attuati ai migranti ospiti delle navi quarantena. "Voglio anche sottolineare - ha aggiunto - che la strategia posta in essere dal ministero dell'Interno è volta a dare priorità all'applicazione delle misure di sorveglianza sanitaria sul territorio in cui i migranti sono ospitati. E proprio per questo sono state reperite altre 25 strutture a terra che hanno una ricettività totale di 2700 posti. In tale prospettiva, che richiede ovviamente la collaborazione di tutte le istituzioni interessate, la linea d'azione potrà essere rafforzata e in questo senso ho dato specifiche indicazioni ai miei uffici".
Palazzotto di LeU, replicando alla ministra, ha augurato che i trasferimenti operati non si verifichino più, aggiungendo il fatto che la questione posta "offre l'opportunità di aprire una riflessione sulle navi quarantena, uno strumento approntato durante l'emergenza che sta mostrando tutta la sua inadeguatezza".
Per corroborare tale inadeguatezza ha citato la drammatica vicenda di Abou, un ragazzo di 15 anni morto perché a bordo di una di quelle navi non ha ricevuto le cure e l'assistenza adeguata alla sua condizione di naufrago e di sopravvissuto alle torture dei campi di concentramento in Libia. "Abou - ha sottolineato il deputato Palazzotto - sulla base delle nostre leggi, in particolar modo della legge Zampa sulla tutela dei minori stranieri non accompagnati, non doveva neppure trovarsi su quella nave. Eppure è rimasto lì per oltre 10 giorni prima di essere ricoverato in un ospedale. Le navi si stanno rivelando uno strumento lesivo dei diritti delle persone e particolarmente costoso".
Il deputato di LeU, sempre durante la replica alla ministra, ha spiegato che non possiamo permetterci che lo stato di eccezione legato alla pandemia travolga principi e valori fondativi della nostra Repubblica, sanciti dalla nostra Costituzione.
"E non possiamo prevedere trattamenti diversi in base alla nazionalità dei cittadini. Se ciò dovesse accadere sarebbe messo in discussione lo stato di Diritto che è architrave della nostra democrazia. La invito quindi Signora Ministro a sospendere l'utilizzo delle navi quarantena a e trovare sistemi di accoglienza e di tutela della sicurezza sanitaria dei cittadini più adeguati", ha concluso Palazzotto.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 23 ottobre 2020
17 organizzazioni per i diritti umani israeliane hanno scritto al ministro degli esteri Ashkenazi per protestare contro la decisione di non rilasciare permessi di soggiorno ai funzionari stranieri dell'Ohchr, l'Ufficio dell'Alto commissario per i diritti umani Michelle Bachelet.
"Il personale dell'Ohchr deve ottenere i visti. Quei permessi sono stati rilasciati per decenni da Israele al personale dell'Ohchr nei Territori palestinesi occupati (Tpo). Ora l'ufficio di cui sei responsabile ha deciso di sospendere il rilascio dei visti ostacolando così il lavoro del Commissario (per i diritti umani). Questi tentativi di censura falliranno: non riusciranno a nascondere le conseguenze della politica di Israele e le violazioni dei diritti umani che commette nei Tpo e non metteranno a tacere il nostro lavoro o quello dei nostri colleghi (stranieri)".
Così 17 organizzazioni per i diritti umani e della società civile in Israele - tra le quali Adalah, Gisha, B'Tselem, Yesh Din, Rompere il silenzio - hanno scritto in una lettera indirizzata al ministro degli esteri Gabi Ashkenazi, per protestare contro la decisione del governo Netanyahu di non rilasciare più permessi di lavoro ai funzionari stranieri dell'Ohchr, l'Ufficio dell'Alto commissario per i diritti umani Michelle Bachelet. Le autorità israeliane non hanno ancora risposto a queste accuse.
Siamo di fronte, dicono gli attivisti dei diritti umani, a una ritorsione per la lista diffusa lo scorso 12 febbraio dall'Ohchr con i nomi delle 112 aziende israeliane ed internazionali che svolgono attività negli insediamenti coloniali ebraici costruiti dopo l'occupazione militare nel 1967 in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Aziende che rischiano sanzioni. Sino ad oggi però non si è appreso di alcun provvedimento nei loro confronti.
Le 17 ong affermano che il mancato rilascio dei visti è "l'ultima di una serie di misure" delle autorità israeliane che hanno colpito diversi difensori dei diritti umani. E citano le restrizioni ai movimenti per Laith Abu Zeyad, dell'ufficio di Ramallah di Amnesty International; l'espulsione del direttore in Palestina di Human Rights Watch Palestina, Omar Shakir; e la campagna contro il direttore di Al-Haq, Shawan Jabarin, etichettato un "terrorista in giacca e cravatta". Ricordano anche il favore con cui il premier Netanyahu ha accolto la decisione dell'Amministrazione Trump di approvare sanzioni contro la Corte penale internazionale dell'Aia.
Il governo Netanyahu, dopo la diffusione della lista delle 112 aziende che operano nelle colonie, aveva subito minacciato sanzioni nei confronti dell'Ohchr che accusa di antisemitismo e di prendere di mira sistematicamente lo Stato ebraico perché controllato da paesi nemici di Israele. L'ex ministro degli esteri Israel Katz aveva disposto "misure eccezionali e dure" contro l'ufficio di Michelle Bachelet descrivendolo "al servizio della campagna Bds", il movimento internazionale per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele per le sue politiche nei confronti dei palestinesi sotto occupazione. Una linea dura pienamente condivisa dall'Amministrazione Trump. Così in questi ultimi mesi gli uffici dell'Ohchr nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania si sono svuotati dei loro funzionari internazionali.
Almeno nove membri della commissione Onu sono stati costretti a partire, riferiva nei giorni scorsi il portale Middle East Eye. Avevano richiesto secondo la procedura in uso l'estensione dei permessi ma dal ministero competente i loro passaporti sono tornati senza il timbro di rinnovo. I visti di altri tre funzionari dell'Ohchr scadranno presto. La giornalista israeliana Amira Hass ha scritto qualche giorno fa sul suo giornale, Haaretz, che lo scopo del governo Netanyahu sarebbe quello di "mettere a tacere e paralizzare qualsiasi opposizione internazionale all'occupazione e alle colonie".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 ottobre 2020
Sono oltre 3000 morti l'anno i detenuti delle carceri statunitensi. Questo dato allarmante si evince dal fatto che, attraverso il monitoraggio della agenzia stampa Reuters del 20% delle carceri Usa, risultano 625 morti l'anno. Di questi, ben due terzi sono in attesa di un processo. Un dato che se moltiplicato per cinque, arriviamo appunto ad oltre 3000 decessi. Parliamo di uno studio della Reuters sulla mortalità nelle carceri statunitensi e ripreso dall'associazione radicale "Nessuno Tocchi Caino" che monitora costantemente la situazione penitenziaria di tutto il mondo.
Basandosi su una parte delle carceri di bassa e media sicurezza, l'agenzia stampa ha individuato 7500 morti negli ultimi 12 anni. Come riporta "Nessuno Tocchi Caino", l'agenzia stampa Reuters ha presentato più di 1.500 richieste di documenti pubblici per raccogliere dati sulla popolazione di detenuti di più di 523 prigioni statunitensi, sull'assistenza sanitaria che ricevono, e sulle morti. Si tratta di uno studio su quelle che negli Usa vengono chiamate "jail", ossia le prigioni "locali", gestite dagli uffici degli sceriffi delle varie contee. Sono prigioni o per detenuti in attesa di processo o, una volta effettuato il processo, per detenuti condannati per reati non gravi. Come è noto il sistema penitenziario degli Stati Uniti ha poi un sistema statale di "prisons", ossia prigioni non a livello di contea, ma di stato, dove dopo il processo vengono inviati i detenuti con reati gravi. Oltre a quelle statali, esistono anche le "prisons" federali".
L'ultimo conteggio, ripreso sempre da "Nessuno Tocchi Caino", risalente a poco più di un anno fa contava nei vari sistemi carcerari statunitensi un totale di poco più di 2.200.000 detenuti: circa 730.000 nelle "jails", poco meno di 1.300.000 nelle "prisons", e 180.000 nelle "prisons" federali". Come criterio Reuters ha scelto le "jails" che hanno una presenza media giornaliera di almeno 750 detenuti, e comunque le 10 più popolose di ogni stato. Reuters calcola di aver preso in considerazione i dati "equivalenti" a 445.106 detenuti l'anno. Se il totale dei detenuti Usa è 2.200.000, 445.000 rappresenta il 20,2%. I dati non includono sei stati, poco popolati, in cui jails e prisons sono difficili da distinguere perché gestite da strutture statali unificate: Alaska, Connecticut, Delaware, Hawaii, Rhode Island e Vermont.
In totale Reuters ha individuato, dal 2008 al 2019, 7.571 decessi, così suddivisi dai rapporti ufficiali: suicidi 2.075, omicidi 206, droghe / alcol 618, malattia 3.802, infortuni 153. Dei suicidi, Reuters indica che 3/4 si sono uccisi prima del processo, o addirittura prima del rinvio a giudizio. Diversi sono i casi riportati. Uno riguarda Harvey Hill che non voleva andarsene dal cortile del suo datore di lavoro ed era rimasto sotto la pioggia battente. Per quell'episodio Hill è stato accusato di violazione di domicilio e arrestato con una imputazione che in realtà dovrebbe prevedere una semplice multa fino a 500 dollari. Cominciò ad andare in escandescenza e ha subito abusi dagli agenti. Soffriva di dolori, ma è stato mandato direttamente in cella di isolamento. Nessuno lo ha controllato per 46 minuti. Quando lo hanno fatto, era già morto. Le vittime come Hill sono all'ordine del giorno: trattenute con accuse minori, e muoiono senza mai passare da un tribunale. Almeno 2/3 dei detenuti morti identificati da Reuters, 4.998 persone, non sono mai stati condannati per le accuse per le quali erano stati arrestati. Nessuno Tocchi Caino, sul suo sito on line, ha riportato alcune storie simili.
di Valerio Fioravanti
Il Riformista, 23 ottobre 2020
Tra i motivi di liberazione dal braccio della morte in Usa dilaga la cattiva condotta di polizia e accusa, soprattutto quando l'imputato è nero. Un nuovo rapporto del National Registry of Exonerations (Registro Nazionale dei Proscioglimenti) ha rilevato che la cattiva condotta della polizia o dell'accusa è dilagante nei casi di liberazione dal braccio della morte e si verifica ancora più frequentemente quando l'imputato ingiustamente condannato a morte è nero.
Il rapporto Government Misconduct and Convicting the Innocent, pubblicato il 15 settembre 2020, ha esaminato i fattori che hanno contribuito a 2.400 proscioglimenti dal 1989. Ha rilevato che la cattiva condotta è stata presente in più della metà dei casi e in quasi tre quarti dei casi di pena di morte, e la cattiva condotta tendeva ad aumentare di frequenza man mano che i reati contestati diventavano più gravi. Il Registro ha riscontrato un comportamento scorretto nel 54% di tutti gli esoneri, salendo al 72% nei casi in cui gli innocenti erano stati condannati a morte. Una strage degli innocenti che è stata evitata spesso per un pelo.
"La moderna pena di morte è la diretta discendente della schiavitù, del linciaggio e della segregazione razziale", ha detto Robert Dunham, Direttore esecutivo del Death Penalty Information Centre, la fonte più autorevole sulla pena di morte a stelle e strisce, che ha documentato almeno 172 casi dal 1973 di persone che erano state ingiustamente condannate a morte e poi prosciolte. Durante la schiavitù, la pena capitale era uno strumento per controllare le popolazioni nere e frenare le ribellioni. Dopo la guerra civile, i funzionari pubblici hanno promesso esecuzioni legali come mezzo per scoraggiare i linciaggi. Quando le esecuzioni hanno cominciato a prendere il loro posto in tutto il Sud, uomini afroamericani sono stati condannati e giustiziati per presunto stupro o tentato stupro di donne o ragazze bianche. Nessun uomo bianco è mai stato giustiziato per aver violentato una donna o una ragazza nera.
La discriminazione razziale è ancora di attualità nella giustizia americana. Il comportamento scorretto di polizia e/o pubblica accusa è risultato più probabile nei casi che coinvolgevano imputati neri, in particolare nei casi di droga o omicidio.
Complessivamente, il 57% degli esonerati neri e il 52% degli esonerati bianchi sono stati vittime di cattiva condotta della polizia e/o pubblica accusa, ma, il rapporto ha rilevato, "questo divario è molto più ampio tra gli esoneri per omicidio (dal 78% al 64%), specialmente quelli con condanne a morte (dall'87% al 68%)". Il tasso con cui si è verificato un comportamento scorretto era più basso, in generale, per i crimini di droga, ma la disparità razziale era molto maggiore (47% per gli esonerati neri, contro il 22% per gli esoneri bianchi).
Lo studio ha classificato il "comportamento scorretto" in cinque categorie principali: pressioni sui testimoni, irregolarità negli interrogatori, prove artefatte, occultamento di prove a discarico e irregolarità durante il processo. Comportamenti scorretti della polizia sono stati riscontrati nel 35% dei proscioglimenti e dei pubblici ministeri nel 30% dei casi. Tra le cattive condotte della polizia, pressioni illecite sui testimoni, irregolarità durante gli interrogatori, fabbricazione di prove a carico e una grande quantità di occultamento di prove a discarico e false testimonianze durante i processi. Mentre i pubblici ministeri si sono distinti nella maggior parte dei casi di occultamento delle prove a discarico e irregolarità durante il processo e in una notevole quantità di pressioni illecite sui testimoni.
Secondo Samuel Gross, redattore capo del rapporto, è sottostimata l'incidenza dei comportamenti scorretti da parte della polizia e/o pubblica accusa, perché la grande maggioranza delle condanne errate non viene mai scoperta, quindi la portata del problema è molto maggiore di quanto i numeri provino. Secondo il rapporto, il problema è aggravato dall'incapacità sistemica di ritenere responsabili i trasgressori. "Non ho mai sentito parlare di un pubblico ministero arrestato o di un pubblico ministero licenziato o radiato dall'albo per cattiva condotta", ha commentato Joel Feinman, il principale difensore della contea di Pima, in Arizona.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 23 ottobre 2020
L'espulsione varrà anche per i reati di lieve entità. Il governo: "Basta con chi abusa dei nostri valori". Il 1° gennaio si aspetta se veramente la Brexit produrrà l'uscita totale della Gran Bretagna dal consesso dell'Unione Europea. In realtà, negoziati difficilissimi dal punto di vista commerciale, sono ancora in corso, e potrebbe profilarsi anche il cosiddetto "no deal", l'abbandono della Ue senza accordo. In ogni caso l'inizio dell'anno prossimo potrebbe rivelarsi un momento nel quale in UK sarà difficile essere dei cittadini europei.
Il governo di sua Maestà infatti ha già annunciato che agirà da sola per quanto riguarda le persone del vecchio continente sulle quali gravano condanne per diversi reati penali anche di lieve entità. Secondo quanto dichiarato ieri da Priti Patel, alla guida dell'Home Office, una euroscettica convinta, "per troppo tempo, le leggi dell'Unione europea hanno permesso di far entrare nel nostro Paese criminali stranieri, che abusano dei nostri valori e minacciano il nostro modo di vivere. Dal 1° gennaio 2021 finirà la libertà di movimento Ue per noi e il Regno Unito sarà un Paese molto più sicuro, grazie ai nostri controlli ai confini: i criminali europei saranno trattati come tutti quelli degli altri Paesi".
Un discorso da pura sovranista che va ben al di là delle norme Brexit. In realtà la Patel ha già subito una sconfitta, quella inflittale mercoledì scorso dalla Corte d'appello che ha annullato la decisione del Ministero dell'Interno di espellere i migranti dal Regno Unito senza che possano avere accesso alla giustizia. Con una decisione unanime infatti, tre giudici hanno ritenuto illegale la politica, che consentiva l'allontanamento forzato a volte entro poche ore e in molti casi senza l'ausilio di avvocati. Fino ad ora le espulsioni sono state oltre 40mila, persone vulnerabili vittime di provvedimenti illegali e ora autorizzate a rientrare nel Regno Unito.
Per i cittadini europei, proprio in virtù della Brexit, l'intenzione della Patel assume un carattere evidentemente diverso. Attualmente, secondo le leggi Ue, gli europei possono essere espulsi solo se costituiscono una minaccia riconosciuta e non gravati di una condanna pregressa. Anche nel caso di reati come omicidio o violenza sessuale. Dal prossimo anno però coloro che hanno carichi penali superiori ad un anno non potranno fare ingresso in UK, qualora già si trovino in territorio britannico verranno espulsi. Per le condanne a meno di 12 mesi si valuterà caso per caso. Particolarmente controversa la possibilità che l'Home Office possa applicare l'allontanamento anche per condanne di pochi mesi che non hanno mai fatto incarcerare la persona interessata. Una eventualità vaga e poco chiara tutta a discrezione delle autorità. Si parla di soggetti pericolosi "per il bene comune" o il "mantenimento dell'ordine pubblico". Per diversi critici del provvedimento la possibilità che si verifichino abusi di legge è più che plausibile. Rimarranno fuori dalle nuove leggi i cittadini europei che hanno commesso reati precedenti ma hanno ottenuto un permesso di soggiorno di almeno 5 anni. Misura che però potrebbe essere revocata in caso d'infrazioni che comportano pene superiori ad 1 anno di prigione.
di Antonio Armellini
Corriere della Sera, 23 ottobre 2020
La Russia di Putin e la Turchia di Erdogan non potevano non scontrarsi in una regione in cui si sovrapponevano la storia e le ambizioni di entrambi. È inutile farsi troppe illusioni. Tregue e scontri continueranno a lungo intorno al Nagorno Karabakh, metafora efficace della pretesa, a lungo coltivata, di gestire grazie a nuove regole condivise lo sconvolgimento creato dalla fine dei blocchi contrapposti in Europa.
La modifica dei confini fra le Repubbliche sovietiche era utilizzata anche da Stalin per creare instabilità e rafforzare il controllo dal centro di Mosca: il Nagorno Karabakh, un'enclave armena cristiana all'interno dell'Azerbaijan mussulmano, venne annesso a quest'ultimo al termine di un periodo molto turbolento, con uno statuto di autonomia contestato che rinfocolò il confronto sinché, con la dissoluzione dell'Urss, le cose precipitarono. Il Nagorno dichiarò la propria indipendenza e fra le parti ci fu guerra aperta.
Si trattava della prima e della più violenta fra le crisi regionali che stavano emergendo dalle ceneri dell'Urss. Le nuove repubbliche indipendenti di Armenia e Azerbaijan si erano impegnate al rispetto dei principi dell'integrità territoriale e della modifica pacifica dei confini, sanciti dalla "Carta di Parigi per una Nuova Europa" della Csce, con cui vincitori e vinti della guerra fredda avevano inteso nel 1990 cancellarne l'eredità. L'impianto scricchiolava già pericolosamente e c'era il timore di un effetto di contagio; le pressioni per metterne alla prova l'efficacia furono forti e la Csce riuscì ad imporre una mediazione in quello che prese il nome di "gruppo di Minsk", presieduto dall'Italia.
L'Italia svolse un ruolo molto attivo in quegli anni. La politica estera di un Ministro tanto controverso quanto intelligente come Gianni de Michelis, partiva da un'idea lungimirante e spregiudicata dell'interesse nazionale, che andava oltre la sola dimensione comunitaria e, considerando che la fine dell'impero sovietico aveva aperto prospettive inedite, mirava a recuperare autonomamente spazi e influenza.
Con la creazione della "Pentagonale" cercò di ribilanciare l'influenza della Germania in paesi dell'Europa centrale dove l'Italia era stata storicamente presente. Con il "gruppo di Minsk" cercò di inserirsi nel gioco delle influenze post-sovietiche in un'area che si annunciava importante per le sue risorse petrolifere. La macchina della diplomazia tradizionale, tuttavia, stentava a tenere il passo e non è un caso se entrambe finirono per scivolare in una progressiva irrilevanza.
La Russia era nel pieno delle sue convulsioni interne e la Turchia era ancora un affidabile scudiero della Nato. Entrambe avevano altro da pensare e lo spazio per un intervento della Csce, utile come parametro anche per altre crisi, c'era.
Il negoziato partì con le migliori intenzioni a Roma - il modello su cui si ragionava era quello dell'Alto Adige - ma si impantanò in un intreccio contorto di torti e ragioni che rinfocolavano le rigidità rispettive, mentre l'Armenia conquistava sul terreno un collegamento fisico con la provincia separatista. La debolezza della Csce era evidente e ci sarebbe voluto un impegno di direzione forte; l'Italia non se la sentì e preferì rinunciare ad un ruolo di spessore in un'area dove diversi anni dopo avrebbe cercato faticosamente di rientrare. La palla della mediazione passò a Russia, Stati Uniti e Francia, dove si trova tuttora.
Ragioni antiche servono a spiegare fatti recenti. Il conflitto si è trascinato negli anni in una successione di scontri armati e tentativi di pace, alimentato dall'odio storico e religioso fra i contendenti, senza che cambiasse di molto la situazione di fatto. Russia e Stati Uniti, i due dominus esterni, si limitavano a controllare la situazione e tenere d'occhio i contendenti, badando che la crisi non debordasse dalla dimensione regionale per assumere carattere più ampio, per il quale vedevano più rischi che utilità. Il gruppo di Minsk era la foglia di fico di un coinvolgimento multilaterale privo di effettiva sostanza.
Le cose sono cambiate quando al multilateralismo inefficace si sono sostituite le ragioni della geopolitica. La Russia di Putin, intenta a recuperare un ruolo internazionale a tutto tondo, e la Turchia di Erdogan, dalle aggressive tentazioni neo-ottomane, non potevano non scontrarsi in una regione in cui si sovrapponevano la storia e le ambizioni di entrambi, cruciale sotto il profilo energetico e dalla quale ritenevano di essere state estromesse per ragioni che era gran tempo di correggere.
Il Nagorno Karabakh non è più un problema locale da utilizzare strumentalmente, ma è diventato la rappresentazione di uno scontro dall'importanza strategica assai diversa. Il tutto, nell'indifferenza degli Stati Uniti di Trump e nella debolezza europea, velleità francesi a parte. Il quadro multilaterale, l'Osce, la Nato, l'Onu potranno avere un ruolo di contorno, utile per confermare l'intesa se e quando sarà raggiunta dagli attori principali. Sino ad allora, parlare di pace nel Nagorno Karabakh resterà un'ambizione frustrata.
di Giuliano Pisapia*
linkiesta.it, 22 ottobre 2020
Alle condizioni degradanti delle prigioni si aggiunge una mentalità collettiva che dà più importanza alla punizione che al reinserimento. Il risultato, come si ricorda nella prefazione di Giuliano Pisapia a "Dei relitti e delle pene", libro di Stefano Natoli (Rubbettino), è una situazione disumana e controproducente per la società stessa.
di Simona Musco
Il Dubbio, 22 ottobre 2020
Via Arenula studia interventi per scongiurare la chiusura Caiazza: "Necessario creare le condizioni di sicurezza". Giustizia in stato d'agitazione. Senza norme di riferimento, né protocolli da seguire e i casi di contagio nelle procure e nei tribunali in aumento.
Così si corre ai ripari, con chiusure strategiche e il tentativo di ridurre al minimo sindacale gli accessi ai palazzi, spostando online, quanto più possibile, l'attività. Il tutto mentre il Guardasigilli sta lavorando con l'obiettivo di aumentare le attività eseguibili da remoto, come la possibilità di consentire l'accesso da casa ai cancellieri anche per i registri penali, che richiede un investimento sul fronte della sicurezza per evitare possibili attacchi informatici.
Il Sole 24 Ore, 22 ottobre 2020
Per garantire lo svolgimento della giustizia necessario il processo a distanza fino al 31 gennaio 2021 e comunque per tutto il periodo di emergenza Covid. Qualche giorno fa, con una missiva inviata al Presidente Conte, erano stati i magistrati di Tar e Consiglio di Stato a chiedere il ripristino delle udienze da remoto. Oggi arriva l'appello, sempre in forma di lettera, degli avvocati amministrativisti al Premier e al sottosegretario Riccardo Fraccaro affinché per contenere il rischio contagi, "si torni alle udienze remoto" che "hanno funzionato e garantito macchina Giustizia".
Il Sole 24 Ore, 22 ottobre 2020
Approda finalmente in "Gazzetta" il cosiddetto "Decreto Sicurezza". Dopo l'approvazione al Consiglio dei ministri del 6 ottobre scorso arriva in Parlamento il cambio di passo del Governo sull'immigrazione. Infatti, il decreto legge 21 ottobre 2020 n. 130 - recante "disposizioni urgenti in materia di immigrazione, protezione internazionale e complementare, modifiche agli articoli 131-bis, 391-bis, 391-ter e 588 del codice penale, nonché misure in materia di divieto di accesso agli esercizi pubblici ed ai locali di pubblico trattenimento, di contrasto all'utilizzo distorto del web e di disciplina del garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale" - fa ingresso nella raccolta delle leggi n. 261 del 21 ottobre. Vediamo in sintesi le novità.
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