di Davide Galliani **
questionegiustizia.it, 21 ottobre 2020
In questo dialogo (immaginario) tra un ergastolano ostativo e un giudice costituzionale, l'Autore discute i più importanti passaggi argomentativi della n. 253 del 2019 della Corte costituzionale, soffermandosi anche sul primo seguito presso la magistratura di sorveglianza. Il tutto nella consapevolezza che la prossima questione di costituzionalità, pendente alla Consulta, riguardante non il permesso premio ma la liberazione condizionale, potrà segnare uno snodo fondamentale nella giurisprudenza costituzionale in materia di automatismi legislativi: sentenze in forma di legge, che travalicano il perimetro costituzionale riservato al mestiere di giudice, che necessita in ogni caso di svolgersi in osservanza del principio di tassatività.
di Sergio D'Elia*
Il Riformista, 21 ottobre 2020
Il 37 per cento di italiani favorevoli alla pena di morte è anche poca cosa, considerato il regime giudiziario e penitenziario, politico e mediatico che negli ultimi trent'anni si è mangiato lo Stato di diritto, lo Stato democratico e lo stato di coscienza e umanità. Urlano vendetta appena viene commesso un delitto, occupano la scena giudiziaria e mediatica. Avvelenano i pozzi a cui si abbevera la pubblica opinione. "In galera!", rispondono se un boss malato viene scarcerato. Per loro chi è stato mafioso lo è per sempre. E quasi nessuno osa contraddirle.
di Massimo Congiu
dirittiglobali.it, 21 ottobre 2020
Non sottolineeremo mai abbastanza il valore dell'istruzione come veicolo di crescita ed emancipazione culturale e sociale. Questo è vero in generale e assume un significato particolare negli ambienti svantaggiati, nei contesti di emarginazione e negli istituti di pena. La tematica è molto ampia e complessa, e questo articolo intende concentrarsi sull'ultimo dei punti menzionati.
di Emanuele Ficara *
dirittiglobali.it, 21 ottobre 2020
Gli avvocati Chiara Luciani e Nicolò Bussolati dello Studio Lexchanche di Torino si sono rivolti all'Associazione StraLi (for strategic litigation) sottoponendo un caso che riguarda la morte per un presumibile arresto cardiaco di un detenuto in carcere già ritenuto - in almeno due occasioni - incompatibile con il regime carcerario.
di Lorenza Pleuteri*
dirittiglobali.it, 21 ottobre 2020
Salvatore "Sasà" Piscitelli poteva e doveva essere salvato? Quale medico ha dato il nulla osta al trasferimento dal carcere di Modena al carcere di Ascoli? Ha controllato in che condizioni era o ha firmato l'ok al viaggio senza dargli nemmeno un'occhiata?
di Mauro Marin*
quotidianosanita.it, 21 ottobre 2020
L'emergenza Covid-19 e l'alto rischio dovuto alla coesistenza di patologie croniche gravi hanno reso attuali le problematiche riguardanti i criteri di redazione del certificato medico di compatibilità o meno del regime carcerario per i reclusi con gravi patologie nell'organizzazione penitenziaria (www.antoniocasella.eu/salute/Marin_ott18.pdf).
Di Luciano Capone
Il Foglio, 21 ottobre 2020
I supporter più sfegatati hanno annunciato la notizia con profondo dolore, come se fosse passato a miglior vita (e in effetti andare in pensione, in un certo lo senso lo è). Ma la "cacciata" di Piercamillo Davigo dal Csm in realtà è molto semplice: ha compiuto 70 anni, secondo la legge deve andare in pensione e quindi, non essendo più magistrato, la sua presenza sarebbe incompatibile con il ruolo di membro togato del Consiglio superiore della magistratura.
Rispetto a questo quadro molto chiaro, i commentatori di questioni giudiziarie che rappresentano le istanze giustizialiste e vedono nell'ex pm di Mani pulite il loro paladino hanno espresso sia prima e sia dopo la decisione finale del Csm, una serie di ragionamenti capziosi, di appigli e sofismi giuridici, cavilli e piercavilli, che davvero si fa fatica a comprendere.
Il più surreale è stato quello di Liana Milella, giornalista di Repubblica, che ha tentato di motivare la permanenza di Davigo nella magistratura e quindi nel Csm dopo la pensione con questo argomento: non è vero che un pensionato non è più magistrato, perché sul sito dell'Anm è prevista la possibilità di iscriversi nella "sezione autonoma dei magistrati a riposo".
E dunque, questo è il sofisticato ragionamento, "perché Davigo può restare nell'Anm pagando la sua quota, ma non può restare al Csm per rappresentare i suoi colleghi? Se è sempre magistrato per l'Anm, dev'esserlo anche per il Csm". C'è di sicuro un'enorme confusione tra un organo associativo, una specie di sindacato come l'Anm, e un organo costituzionale quale il Csm (e questa sovrapposizione di fatto è una patologia del sistema, responsabilità proprio della magistratura).
Se prima del giudizio si sono toccate punte di surrealismo, dopo si è scesi in un abisso lugubre. Marco Travaglio, ad esempio si è presentato proprio a lutto. E la scomparsa, metaforica s'intende, non sarebbe quella del singolo giudice ma proprio la morte della Giustizia: con Davigo se ne va dal Csm "il simbolo vivente dei valori costituzionali di autonomia e indipendenza della magistratura", il magistrato che "non tira indietro la gamba dinanzi alle pressioni e alle minacce del Potere di ogni tipo e colore".
Il pensionamento non sarebbe l'applicazione della legge, ma un "pretesto" usato dai "voltagabbana", quelli che hanno "inciuciato" con Palamara: alla fine, insomma, è stato "vomitato fuori dalla casta politico-togata che infesta il finto autogoverno".
Questa descrizione da cesaricidio stride un pochino con la realtà. Perché sulla decadenza di Davigo a livello istituzionale c'è stata un'ampia concordanza di vedute. L'Avvocatura dello stato, che dovrebbe difendere il Csm nel caso di contenzioso amministrativo (quindi anche per eventuali impugnazioni dovute alla permanenza di Davigo), in un parere ha affermato che è scontato che un magistrato che va in pensione non possa restare al Csm.
Dello stesso parere è stata la Commissione verifica titoli di Palazzo dei Marescialli. Infine, allo stesso modo, si è espresso il plenum del Csm con una larga maggioranza (13 voti a favore della decadenza - tra cui, ad esempio Nino Di Matteo, eletto da indipendente proprio nella corrente capeggiata da Davigo - 6 contrari e 5 astenuti). Stride, soprattutto, rispetto al giudizio solenne del plenum dell'organo di autogoverno della magistratura l'intenzione di Davigo, riportata dai giornali, di presentare un ricorso al Tar. Più che una specie di shakespeariano Giulio Cesare tradito, in questo caso la figura di Davigo ricorda il Totò del film "Il comandante", sicuramente noto a Travaglio, quello in cui il militare Antonio Cavalli dopo una vita nell'esercito culminata con la promozione a generale non riesce ad adattarsi alla vita da pensionato.
di Paolo Comi
Il Riformista, 21 ottobre 2020
Alle elezioni per il parlamentino togato male anche Unicost, successo per Articolo 101. Di Matteo sotto accusa per l'uscita di scena del dottor Sottile. All'indomani della decadenza di Piercamillo Davigo da consigliere del Csm, è partita fra i davighiani di stretta osservanza la caccia al traditore. Il primo a finire sul banco degli imputati è stato Nino Di Matteo, il pm del processo Trattativa Stato mafia che con il suo voto è stato determinante per spedire a Milano, con biglietto di sola andata, l'ex pm di Mani pulite.
Di Matteo era stato candidato al Csm nelle liste davighiane alle elezioni suppletive per la categoria dei pubblici ministeri che si erano tenute esattamente un anno fa. La sua candidatura avvenne a furor di popolo, con una presentazione in grande stile: direttamente dal palco della festa del Fatto Quotidiano alla Versiliana.
Il magistrato siciliano, intervistato da un euforico Marco Travaglio, affermò di "non essere iscritto alle correnti e di non essere intenzionato a farlo", e di voler rappresentare una candidatura "autonoma e indipendente" dopo lo scandalo che aveva coinvolto la magistratura con il Palamaragate. Ed "autonomo" ed "indipendente" Di Matteo lo è stato per davvero, votando lunedì scorso "con grande difficoltà umana, ma in piena coscienza", a favore della decadenza di Davigo dal Csm per sopraggiunti limiti di età. Una presa di distanza forte dagli altri davighiani della prima ora, Giuseppe Marra, Ilaria Pepe e Sebastiano Ardita che, invece, si erano battuti con il coltello fra i denti per perorare la causa di Davigo, avventurandosi nell'improbabile tesi che si potesse rimanere al Csm anche da pensionati.
Tesi stroncata sia dai vertici della Corte di Cassazione che dal vice presidente David Ermini e, quindi, dal Quirinale. La convivenza fra Di Matteo e Davigo al Csm non era mai stata particolarmente idilliaca. Difficile la coabitazione sotto lo stesso tetto di due magistrati "iper mediatici".
Di Matteo, comunque, aveva anche rotto con la pattuglia dei laici in quota M5s al Csm, Alberto Maria Benedetti, Filippo Donati e Fulvio Gigliotti, quando la scorsa primavera sferrò nei confronti del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede un attacco pancia a terra. Durante la trasmissione Non è l'arena di Massimo Giletti su La7, in collegamento telefonico, a proposito delle scarcerazioni di detenuti sottoposti al regime del 41 bis, Di Matteo, senza peli sulla lingua, aveva rinfacciato a Bonafede di aver dato retta ai boss non nominandolo al vertice del Dap nell'estate del 2018. Parole pesantissime che avevano lasciato "esterrefatto" il Guardasigilli grillino, scatenando immediatamente una violenta polemica politica. "I consiglieri del Csm, togati e laici, dovrebbero, più di chiunque altro, osservare continenza e cautela nell'esprimere, specialmente ai media, le proprie opinioni, proprio per evitare di alimentare speculazioni e strumentalizzazioni politico-mediatiche che fanno male alla giustizia e minano l'autorevolezza del Consiglio", dissero i laici pentastellati.
Adesso, dunque, sulle chat delle toghe di Autonomia & Indipendenza, tutti a chiedersi il perché di questa candidatura. All'inizio della carriera Di Matteo aveva strizzato l'occhio ai colleghi di sinistra dei Movimenti per la giustizia, il gruppo di Armando Spataro, ora confluiti insieme a Magistratura democratica nel cartello progressista Area. Crescendo abbracciò i centristi di Unicost, la corrente dell'ex zar delle nomine al Csm Luca Palamara. Nelle liste di Unicost venne eletto alla Giunta dell'Associazione nazionale magistrati di Palermo, divenendone il presidente per un intero mandato. Senza Davigo al Csm il gruppo davighiano è destinato a sciogliersi come neve al sole. La parabola di Autonomia e Indipendenza è impietosa: nel 2016 dopo qualche mese dalla costituzione, il botto alle prime elezioni, quelle dell'Anm, con quasi 1300 voti. Poi nel 2018 il plebiscito di Davigo con oltre 2500 voti.
Ieri, il tracollo: 750 i voti per il rinnovo del parlamentino togato. Voti che non sarebbero sufficienti per eleggere nemmeno un consigliere al Csm. La compagine attuale a Palazzo dei Marescialli è di quattro, compreso appunto Di Matteo. Le elezioni per l'Anm, ieri lo scrutinio, segnano una buona affermazione per la destra giudiziaria di Magistratura indipendente, dimezzamento dei voti per Unicost post Palamara, stabile il cartello progressista, successo per gli "anti-corrente" di Articolo 101. Si chiude dunque un'epoca per i davighiani. Non è stata premiata, dopo il Palamaragate, l'alleanza innaturale con la sinistra giudiziaria. Il futuro è quanto mai incerto. L'assenza di Davigo già si fa sentire.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 21 ottobre 2020
Successo per Area, ma alle urne 2.500 magistrati in meo rispetto al 2016. Alla fine l'effetto Palamara c'è stato. E ha colpito soprattutto l'affluenza alle urne. Le elezioni, per la prima volta in via esclusivamente telematica, per il rinnovo del 2parlamentino2 dell'Anm hanno fatto registrare un calo dei votanti, 6.101 su 7.100 che si erano registrati per la consultazione online, ma nel 2016 a votare furono 8.613 toghe. Ad affermarsi è il raggruppamento di sinistra: Area raggiunge infatti il primo posto con 1.785 voti (ma nel 2016 erano stati un po' di più, 1.836).
Il peso delle correnti - A ruota con 1.648 consensi la corrente più conservatrice di Magistratura Indipendente, mentre la centrista Unicost, alla quale apparteneva Luca Palamara che da pochi giorni il Csm ha espulso dalla magistratura, porta a casa 1.212 voti. Netto calo di Autonomia e Indipendenza, il cui leader Piercamillo Davigo è stato fatto decadere lunedì da consigliere con una sofferta decisione da parte del plenum del Consiglio, passa infatti dai 1.271 voti del 2016 ai 749 attuali. La tallona la corrente, al debutto assoluto, di Articolo 101 con 651 consensi. Quanto ai singoli, a risultare il più votato è stato il presidente uscente dell'Anm, Luca Poniz, di Area, con 739 voti.
Le reazioni - Soddisfatto il segretario di Area, Eugenio Albamonte, che sottolinea la leadership ottenuta per la prima volta come "un riconoscimento del lavoro svolto in questi 4 anni e in particolare per la linea mantenuta in un momento assai difficile per tutta la magistratura dal presidente Poniz. Nello stesso tempo dobbiamo dimostrarci all'altezza del consenso che abbiamo ricevuto e provare a restituire fiducia a colleghe e colleghi che vivono un momento di disorientamento". E per il presidente di Unicost, Mariano Sciacca, "i risultati scongiurano il rischio di una bipolarizzazione della magistratura italiana, grazie alla conferma della presenza di una cultura associativa costituzionalmente orientata e e fattore di equilibrio e pluralismo culturale".
Giunta unitaria - Albamonte preannuncia che Area punterà di volere puntare a una giunta unitaria, con il nuovo comitato direttivo centrale convocato per il prossimo 7 novembre e chiamato a eleggere il nuovo presidente. Secondo le prime stime sulla ripartizione dei seggi ad Area ne toccheranno 11, 10 a MI, 7 per Unicost e 4 ciascuno per AeI e Articolo 101.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 21 ottobre 2020
La sentenza ha dichiarato incostituzionale il primo comma dell'articolo 512 del Cpp. Anche le dichiarazioni rese al Giudice per le indagini preliminari dal testimone assistito, potranno essere lette in dibattimento. La Corte costituzionale con la sentenza n. 218 depositata il 20 ottobre ha, infatti, affermato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 512, comma 1 del Codice di rito penale. Una norma bocciata per la parte in cui non prevede la possibilità di leggere in dibattimento le dichiarazioni rese al Gip nel corso dell'interrogatorio di garanzia - diventate nel frattempo irripetibili - dall'imputato di un reato collegato, che sia stato avvertito che sulle affermazioni che implicano la responsabilità di terzi, potrà essere citato come "testimone assistito".
A chiamare in causa la Consulta sulla questione di legittimità dell'articolo 512 era stato il tribunale ordinario di Roma. Le dichiarazioni, oggetto dell'ordinanza di rinvio, erano state rese da una persona arrestata per vari reati. Durante l'interrogatorio di garanzia davanti al Gip l'imputato, dopo essere stato avvertito che, nel caso di affermazioni su responsabilità altrui avrebbe assunto la veste di testimone (articolo 64 terzo comma lettera c, del Codice di rito penale) aveva accusato di lesioni e altro a i suoi danni, i pubblici ufficiali che lo avevano arrestato. Il Pm aveva chiesto dunque la sua citazione come testimone "assistito", ma lui nel frattempo si era reso irreperibile. Ipotesi non prevedibile quando erano state fatte le dichiarazioni che coinvolgevano terze persone.
La Corte costituzionale ricorda che, in base all'attuale formulazione dell'articolo 512 del Codice di procedura penale, possono essere letti gli atti assunti dalla polizia giudiziaria, dal pubblico ministero, dai difensori delle parti private e dal giudice nel corso dell'udienza preliminare. E questo quando, per fatti o circostanze imprevedibili, non è più possibile la ripetizione.
Per il giudice delle leggi è dunque del tutto irragionevole la mancata previsione di una identica possibilità nel caso in cui "l'atto assunto sia un atto formato dal giudice delle indagini preliminari". Le dichiarazioni fatte dall'imputato di un reato collegato (articolo 371, comma 2, lettera b)), che abbia assunto la qualità di testimone assistito, sia per affetto dell'avvertimento, sia in conseguenza di un'intervenuta sentenza di proscioglimento nei suoi confronti, o di condanna o di patteggiamento sarebbero - sottolinea la Corte - suscettibili di lettura nel caso fossero state "raccolte" dal Pm.
Anche da questo punto di vista risulta dunque irragionevole che la stessa cosa non possa accadere nell'ipotesi di interrogatorio del Gip con tutte le garanzie proprie di tale atto. Né, per la Consulta, è significativo il fatto che l'interrogatorio di garanzia costituisca uno strumento di difesa perché questo, nello specifico, è rilevante per le dichiarazioni che riguardano la responsabilità di altri.
La norma censurata, mette dunque in atto una disparità di trattamento in contrasto con l'articolo 3 della Carta.
- "L'Europa dei diritti si fonda soltanto sul giusto processo"
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