di Valentina Stella
Il Dubbio, 21 ottobre 2020
Estradizione e mandato di arresto europeo, uno studio sulla giurisprudenza della Corte d'Appello di Bologna. Presentati lunedì i risultati dell'indagine statistica effettuata dall'Osservatorio Europa della Camera Penale di Bologna "Franco Bricola", Fondazione Forense Bolognese ed Eurispes sulla giurisprudenza della Corte d'Appello di Bologna negli anni 2006- 2019, relativa al mandato di arresto europeo (Mae) ed estradizione. L'incontro online è stato patrocinato dall'Unione delle Camere Penali Italiane (Ucpi).
Secondo l'avvocato Elisabetta d'Errico, Presidente del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Bologna, e l'avvocato Roberto d'Errico, Presidente della Camera Penale di Bologna, la forza di questo studio consiste "nell'attualità della tematica" e "nella concretezza di un lavoro basato su dati scientifici nella scia di una collaborazione storica tra l'Eurispes e l'Ucpi". L'obiettivo della indagine - come ha spiegato l'avvocato Donatella Ianelli, Responsabile Osservatorio Europa Camera Penale di Bologna - è quello non solo di poter confrontarsi con una materia "che va ad incidere nella fase esecutiva ed attuativa della pena in ambito europeo ed internazionale, ma anche quello di aprire un confronto con la magistratura e con l'accademia, affinché l'Europa dei diritti si costituisca come tale nel rispetto pieno degli stessi attraverso la prassi del processo giusto, del rispetto dell'individuo, in consonanza con i diritti fondamentali Cedu".
Il contesto entro cui ci si muove è quello di un attento esame della autorità Giudiziaria che avalla o meno la richiesta proveniente da uno Stato Europeo (Mae) o da altro Paese estero (Estradizione). Il Mae - si legge nella sintesi del rapporto illustrato dalla dottoressa Raffaella Saso, Vice Direttore Eurispes, e pubblicata sul sito della Camera penale bolognese - "costituisce la prima concreta applicazione nell'ambito penale del cosiddetto principio del riconoscimento reciproco, fondamento della cooperazione giudiziaria". Pertanto tra i criteri che lo rendono legittimo c'è quello che deve garantire "l'assenza di rischio per il soggetto estradato di essere sottoposto a pena di morte, tortura o altre pene o trattamenti inumani o degradanti". In questi casi, per fornire le prove, la strada migliore è "presentare le relazioni della autorità governative, della Cedu, o del Comitato europeo per la Prevenzione della Tortura", ha spiegato l'avvocato dell'Osservatorio Simone Trombetti.
Entrando nel vivo nei numeri per quanto concerne il Mae, "da un numero iniziale del 2006 di poco più di una decina si è passati a un numero sempre più elevato che si avvicina ai 50 Mae nell'anno 2019, con un accoglimento complessivo pari al 64 per cento"; riguardo le estradizioni "da un numero iniziale nel 2006 di quattro richieste si è arrivati ad un numero che supera le 20 richieste nell'anno 2019, con un accoglimento complessivo intorno all' 80 per cento".
I soggetti sottoposti ad una procedura di richiesta di consegna per Mae "processuale" o per Mae "esecutivo", "tra il 2006 ed il 2019, nell'ambito regionale, sono stati 369. La nazionalità del Mae, cioè lo Stato europeo che lo emette, è in quasi la metà dei casi rumena (48,9%)". Come ha sottolineato l'avvocato Nicoletta Garibaldo dell'Osservatorio, "le autorità rumene utilizzano il Mae per tutti i tipi di reati, compresi quelli bagatellari, come la guida in stato di ebbrezza".
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 21 ottobre 2020
"Nessun indennizzo è sufficiente per ripagare le pene che una vittima di malagiustizia è costretta a sopportare. E la cosa più grave è che nessun giudice chiede mai scusa per gli errori commessi ai danni di una persona prosciolta o assolta. Servirebbero più buonsenso e rispetto": ne è convinto Mario Caizzone, presidente dell'Associazione Italiana Vittime di Malagiustizia (Aivm).
A fondarla, con l'obiettivo di dare voce a quanti subiscono vessazioni nel nome di una legge che non è uguale per tutti, è stato lo stesso commercialista, suo malgrado protagonista di un caso di malagiustizia.
Accusato di ricoprire la carica di sindaco in due società finite nel mirino della Guardia di finanza nei primi anni Novanta, Caizzone ha trascorso quattro mesi agli arresti domiciliari e quasi un ventennio sotto la scure della magistratura italiana prima che la sua innocenza venisse definitivamente riconosciuta. Ecco perché si mostra particolarmente sensibile alla vicenda dell'imprenditore campano al quale la Corte d'appello di Napoli ha riconosciuto quasi 190mila euro a titolo di riparazione per l'ingiusta detenzione.
Basta un indennizzo per "ricostruire" una vita demolita dalla malagiustizia?
"Certo che no. Ha idea di cosa voglia dire, per una persona che sia vittima di malagiustizia, finire su tutti i notiziari del mattino al momento del proprio arresto? Dopo la diffusione di quella notizia le chiudono i conti correnti, i fornitori e i clienti fuggono e, in alcuni casi, viene persino abbandonata dal coniuge. È facile immaginare la disperazione che ne deriva".
Com'è possibile che i giudici commettano errori grossolani come quello che aveva inizialmente portato alla condanna dell'imprenditore napoletano?
"Da quando mi occupo dell'associazione non ho mai visto un amministratore di giustizia chiedere scusa alla vittima, cioè a una persona prosciolta o assolta dalla magistratura. Lei, da giornalista, ha mai visto un amministratore di giustizia scusarsi con una vittima?"
No, anzi. Il caso di Enzo Tortora ci dimostra che, in taluni casi, i magistrati macchiatisi di certi errori vengono addirittura promossi. Ma quale immagine dei giudici emerge in certi casi?
"Quella attuale. E cioè quella di un'istituzione nella quale c'è il rischio che i cittadini perdano progressivamente fiducia. Anni fa l'Aivm ha diffuso un questionario tra parlamentari italiani ed europei, presidenti di Regione e Provincia e sindaci, chiedendo loro a chi dovesse rivolgersi una vittima di malagiustizia. La maggior parte degli intervistati ha risposto "al Padreterno"; gli altri "al papa", "al presidente della Repubblica" e, infine, "al Consiglio superiore della magistratura". Se gli uomini delle istituzioni non hanno fiducia nei giudici, dunque, come potrebbero mai averne i cittadini comuni?"
Non trova che la perdita di credibilità della magistratura sia ancora più preoccupante in un territorio come quello campano, spesso preda della criminalità organizzata?
"No, perché la perdita di credibilità della magistratura è grave in qualsiasi contesto".
Come si possono arginare il boom di errori giudiziari e, di conseguenza, la progressiva perdita di fiducia nei giudici?
"Servono semplicemente buonsenso e rispetto per i più deboli. Dal 27 gennaio 2012 a oggi, circa 9mila persone si sono rivolte alla nostra associazione per chiedere aiuto perché convinte di essere vittime di una cattiva amministrazione della giustizia: un numero altissimo che impone un'inversione di rotta".
di Stefania Valbonesi
stamptoscana.it, 21 ottobre 2020
Un sunto, breve, della visita compiuta nel carcere di Sollicciano da Massimo Lensi (Associazione Progetto Firenze), il consigliere comunale Dmitrij Palagi (Spc) e il garante regionale della Toscana Giuseppe Fanfani, accompagnati dal cappellano del carcere fiorentino don Vincenzo Russo, è stato fatto questa mattina nel corso di un incontro con la stampa in palazzo Vecchio.
Una breve sintesi che mette sul tavolo tematiche nuove come le misure riguardo la pandemia, e vecchie come lo stato del carcere, le condizioni di chi ci si trova, ma anche l'occasione di una riflessione a tutto tondo che tocchi anche il tema del territorio.
Infatti, sebbene l'intervento scioccante e scioccato di qualche giorno fa del garante toscano Fanfani rispetto alle condizioni fisiche e morali dei detenuti nella struttura fiorentina sia una testimonianza di alto valore sulla situazione reale, è sul punto del rapporto col territorio e delle sue realtà che, in particolare secondo don Russo, è necessario riflettere e trovare il modo, il coraggio, la volontà di cambiare indirizzo. Aggiungendo anche, in particolare per Sollicciano e in particolare visti i tempi, la necessità di una stabilità nella direzione (i direttori si susseguono dopo brevi periodi) che sia anche garanzia di riconoscimento degli effettivi rischi che si corrono nell'istituto.
Per quanto riguarda il rischio dell'esplodere di una pandemia che sarebbe difficilmente contenibile, viste le condizioni di sovraffollamento dell'istituto e le condizioni quotidiane in cui vivono i detenuti, ad ora sembrerebbe che la situazione sia tutto sommato positiva. "Nell'istituto fiorentino, le misure di contenimento al contagio sembrano, al momento, adeguate. Tre sezioni sono state organizzate in reparti di isolamento preventivo, con celle singole, per i nuovi giunti.
I posti letto sono 41 al maschile e 3 al femminile. Inoltre, è stato creato un reparto Covid con 4 posti letto, all'interno del quale è attualmente ricoverato un positivo" spiega Massimo Lensi, Presidente dell'Associazione Progetto Firenze.
Ricordiamo che ad ora i detenuti risptretti a Sollicciano sono 737, a fronte di una capienza regolamentare di 494, fra cui 103 donne. Lensi batte anche su di un punto fondamentale in previsione della salute dei detenuti nella particolare contingenza pandemica: un forte appello circa la necessità di avviare una campagna di vaccinazione antinfluenzale fra la popolazione carceraria. "Lancio un pressante appello alla Regione Toscana affinché inserisca nelle categorie a rischio per il vaccino anti influenzale i 3.247 ristretti nei 16 istituti penitenziari regionali".
"Ad agosto dello scorso anno il Sindaco di Firenze ha proposto di costruire un carcere più grande, abbattendo Sollicciano. Ipotesi che avevamo considerato sbagliata dall'inizio. In Consiglio comunale era stata approvata la nostra richiesta di una seduta dedicata alla detenzione e al sistema penale. Purtroppo poco è avvenuto in questi mesi, nonostante l'impegno del Presidente del Consiglio e di alcuni consiglieri della maggioranza. Quello che devono fare la politica e le istituzioni è diminuire la popolazione carceraria e mettere in discussione un sistema che reprime o rimuove tutto ciò che è povertà, rendendo gli istituti penali delle discariche", ha dichiarato il Consigliere comunale di Sinistra Progetto Comune, Dmitrij Palagi.
"La struttura non aiuta qualsiasi tipo di protocollo - dice don Vincenzo Russo - anche se possiamo ripetere che il Covid a Solllicciano, ad ora, non solleva preoccupazioni immediate. L'era del covid mette in luce con più urgenza il fatto che la struttura sia vecchia, decadente, fatiscente. Si tratta di un aspetto da non sottovalutare non solo in fase di emergenza ma anche di ordinarietà: per questo chiediamo un intervento del Ministero, un intervento deciso, dal momento che, nonostante la buona volontà di qualsiasi direttore, se non accade che si prendano decisioni forti le cose non cambiano. Qualsiasi tipo di intervento diciamo di "toppa" non porta a nessun risultato, negli anni la struttura peggiora sempre più.
Gli interventi diventano sempre più pesanti a livello strutturale e a questo punto il Ministero deve decidere cosa fare di Sollicciano: se continuare su questa strada, che offende le persone che sono all'interno, che hanno diritto a cose diverse rispetto a quelle che sono costrette a vivere, oppure se ripensare alla nascita di un nuovo istituto che abbia le caratteristiche giuste per accompagnare i detenuti in un percorso educativo".
Ma non è tutto. Il Covid, l'emergenza, i rischi emergenti, danno la possibilità di una riflessione doverosa che riguarda il discorso carcere in modalità omnicomprensiva e di fondo. "Bisognerebbe fare una riflessione su quello che c'è fuori, perché dentro ci sono le persone che provengono da questa città - dice don Russo - ed è una riflessione che riguarda i territori. Mi confronto sempre di più con persone estremamente povere. Miglioriamo gli istituti, certo, ma ho grandi perplessità: servono gli istituti? A Firenze ci sono sacche di disagio che aumentano di giorno in giorno, aumentano sempre di più i poveri e i poveri sono sempre più nelle carceri. Non possiamo limitarci a dire che Sollicciano è una struttura inadeguata. Di carcere dobbiamo parlare come di un soggetto dentro la città".
Ed è proprio l'aumento dei poveri nelle carceri, anche in quella di Sollicciano, che smuove l'analisi. Forse il problema è davvero, come dice don Russo, nel sistema. "Bisogna fare investimenti: cosa si propone a un detenuto in procinto di uscire? La solita vita se non peggio. Una vita ai margini prima, poi l'esperienza del carcere, poi la restituzione, scontata la pena. Restituzione a chi, e in quali condizioni? A quella stessa esistenza di disagio che ha preparato l'entrata in carcere? Dobbiamo intervenire, ma per fare questo in modo efficace serve una riflessione seria sul carcere e il suo ruolo. Il degrado cresce non solo a Firenze, in altri territori è ancora più marcato, penso al meridione e non solo. Introduciamo politiche che rispettano la vita dei cittadini, che rendano difficile il protrarsi del circolo vizioso disagio-carcere-disagio". Tirando le fila, è anche la città che deve interrogarsi su come intervenire sui bisogni e non rendere diabolicamente facile, se non scontata, la caduta.
di Andrea Alberto Moramarco
Il Sole 24 Ore, 21 ottobre 2020
La Cassazione con la sentenza 28950 ha ricordato come l'autorizzazione vada richiesta a tutela della privacy. Il cittadino che registra la seduta del Consiglio comunale senza aver ottenuto una previa autorizzazione e, nonostante l'invito del Sindaco ad interrompere le riprese, si rifiuti di spegnere il registratore commette il reato di interruzione di pubblico servizio. Questo è quanto affermato nella sentenza n. 28950 dalla Cassazione, per la quale non sussiste alcun diritto del privato a registrare l'attività consiliare in nome della trasparenza.
Il caso - La singolare vicenda da cui trae origine il procedimento penale si svolge a febbraio 2010 nell'aula del Consiglio comunale di un paese nel bergamasco. Un cittadino veniva scoperto a registrare tramite un apparecchio portatile la seduta consiliare, in assenza di autorizzazione e perciò contrariamente a quanto previsto nel regolamento comunale. A quel punto il Sindaco chiedeva al concittadino di interrompere la registrazione, in quanto non consentita, e, dinanzi al rifiuto di stoppare le riprese, si vedeva costretto a chiamare i Carabinieri che, interrompevano la seduta e invitavano l'uomo con la telecamera ad allontanarsi. Il tutto era durato circa un'ora e mezza.
Il comportamento dell'uomo passava poi al vaglio dei giudici penali che, sia in primo grado che in appello, lo ritenevano responsabile del reato di interruzione di pubblico servizio, previsto dall'articolo 340 del codice penale. Per i giudici il caso era semplice: si trattava di un comportamento non autorizzato e non necessario che causava la sospensione della seduta comunale. Il cittadino ricorreva però in Cassazione ritenendo che la registrazione da lui eseguita rispondeva ad esigenze personali, in quanto egli aveva la necessità di registrare le dichiarazioni dei consiglieri su specifiche questioni all'ordine del giorno. Inoltre, la prescritta autorizzazione, secondo l'imputato, riguardava non i singoli cittadini ma le emittenti televisive, le cui riprese erano finalizzate ad informare l'opinione pubblica.
L'autorizzazione richiesta a tutela della privacy - La Cassazione ritiene il ricorso non fondato e, anche se nel frattempo il reato commesso si è estinto per prescrizione, tiene a precisare i contorni giuridici della vicenda. In primo luogo, per i giudici di legittimità il regolamento comunale è chiaro laddove prevede una apposita autorizzazione per registrare le sedute del Consiglio comunale, indipendentemente dal mezzo utilizzato e dal soggetto che effettua le riprese. Tale statuizione è in linea con l'articolo 38 comma 3 del Tuel (Dlgs 267/2000), che attribuisce ai Comuni autonomia funzionale e organizzativa.
In secondo luogo, sottolinea ancora il Collegio, tale limitazione è altresì "in sintonia con le direttive date dal Garante per la protezione dei dati personali con nota del 23 aprile 2003 in ordine alla registrazione delle sedute dei consigli comunali per finalità non istituzionali", per la quale se le riprese sono destinate a scopi diversi dalla informazione, allora "gli interessati devono essere posti in condizione di essere informati". Pertanto, nel caso di specie, la previa autorizzazione alla registrazione, prevista dallo statuto comunale, si poneva come strumento di tutela per la diffusione incontrollata di dati personali e giustificava l'interruzione della seduta da parte del Sindaco, una volta scoperto l'uso non autorizzato di un registratore da parte dell'imputato.
di Marco Bascetta
Il Manifesto, 21 ottobre 2020
Il messaggio piuttosto osceno che oggi circola con insistenza è che i cittadini, per garantire la salute propria e altrui debbano "cedere quote di libertà". Non pretendere una riorganizzazione razionale della vita produttiva, non prendere per il collo chi li costringe a file di otto o nove ore negli assembramenti obbligatori esposti alle intemperie per ricevere un tampone.
La pazzia regna sovrana nel governo del paese. Ma non vi è logica alcuna in questa follia. Il governatore della Lombardia Attilio Fontana non è forse lo stesso che durante la prima ondata dell'epidemia riduceva le corse dei mezzi pubblici determinando l'affollamento sui medesimi? E il sindaco del capoluogo lombardo Sala non è lo stesso dell'orgoglioso motto "Milano non si ferma!" che precedette un week end di delirio? Non è quella la regione dei trasferimenti degli infetti nelle Rsa e delle valli della morte aperte a pendolari e lavoratori?
Di fronte alla ripresa virulenta dell'epidemia questi governanti autoassoltisi da ogni errore e inadempienza, celebrando successi mai conseguiti, decretano ora il coprifuoco, senza virgolette, dalle 23 alle 5 della mattina. Non la chiusura dei locali e della vendita di alcolici, ma il confinamento notturno nelle case, quello imposto dai colpi di Stato e dai tempi di guerra. Come già accadde per i mezzi di trasporto ne conseguirà un concentramento della movida dalle 21 alle 23, un'esplosione senza precedenti dell'apericena e un effetto più dannoso che nullo sulla diffusione del virus. Il governo che non sa quali pesci pigliare e che è arrivato del tutto impreparato alla seconda ondata dell'epidemia, lascia fare.
Il pugno di ferro che viene dal basso (regioni, comuni) lo solleva fortunosamente da responsabilità e scelte difficili. Laddove, invece, il coprifuoco integrale e generalizzato non sarà applicato, ai sindaci spetterà solo il compito di indicare a prefetti e questori le strade e le piazze del vizio da chiudere alla circolazione. Scatenando una probabile partita a rimpiattino tra ragazzi e agenti di polizia.
Assolti Stato e regioni che non hanno mosso un dito per affrontare il problema cruciale dei trasporti, che non hanno rafforzato a sufficienza con rapide assunzioni di personale e nuove strutture il Sistema sanitario territoriale, assolta (per il momento e non in Campania) la scuola nonostante il colpevole deficit di spazi e personale docente (grazie anche alla paranoia concorsuale) e in assenza dei promessi canali rapidi e dedicati di tracciamento, assolte le aziende cui per atto di fede si attribuisce un impeccabile rispetto dei parametri di sicurezza, assolto lo sport, ma solo quello che rende soldi (non dunque il calcetto in parrocchia), un colpevole bisognava pur trovarlo.
E lo si è trovato nei giovani della movida. Che quest'ultima sia inscindibile da fenomeni di assembramento e da un'inclinazione all'imprudenza è fuor di dubbio. Ma sono caratteristiche che condivide con molti altri fenomeni della vita sociale, che però non portano su di sé lo stigma del "superfluo" e dell'indisciplina. Senza contare che quella della notte è comunque un'industria come altre, fonte non indifferente di occupazione.
Il messaggio piuttosto osceno che oggi circola con insistenza è che i cittadini, per garantire la salute propria e altrui debbano "cedere quote di libertà". Non pretendere una riorganizzazione razionale della vita produttiva, non prendere per il collo chi li costringe a file di otto o nove ore negli assembramenti obbligatori esposti alle intemperie per ricevere un tampone. E questo dopo svariati mesi che avrebbero dovuto consentire di mettere a punto un dispositivo di tracciamento più efficace e meno disumano. Non esigere un ampliamento eccezionale del telelavoro. Ma accettare di essere confinati nelle case durante le "improduttive" ore della notte. Il coprifuoco è al tempo stesso il segno e la negazione di un completo fallimento, un menar fendenti nell'aria.
Per non arrivare a questa impotenza mascherata da fermezza, oltre a una politica più lungimirante sarebbe stato necessario anche un ulteriore indebitamento, accettando le risorse del Mes? Che certamente significa a sua volta una "cessione di quote di libertà" futura? Probabile. Ma almeno con qualche chance di posare fondamenta più solide e acquisire strumenti più efficaci. Senza contare che l'intero sistema globale del debito e del credito non potrà conservarsi indenne attraverso un passaggio così generalmente devastante come quello imposto dalla pandemia. Come dimostra il generale allentamento dei dogmi finanziari in Europa e nei singoli stati. E come la probabile esplosione delle contraddizioni sociali renderà presto ineludibile.
di Massimo Veltri
Corriere della Calabria, 21 ottobre 2020
Dopo il trasferimento da Castrovillari in piena emergenza pandemica da due mesi si trovano in regime di isolamento. Chiedono di essere trasferiti o reinseriti nella vita sociale del carcere. Pronti ad adire l'autorità giudiziaria.
Si appellano alle ragioni di "carattere umanitario" Maurizio Tancredi e Vincenzo Di Martino che in una lettera inviata al dipartimento dell'amministrazione penitenziaria della regione Calabria così come al garante dei detenuti lamentano delle condizioni di trattamento carcerario inasprito nonostante si tratti per entrambi di scontare un residuo di pena. Tancredi e Di Martino, come ricostruito dall'avvocato Riccardo Rosa nella lettera inviata agli organismi competenti, sono stati trasferiti dalla casa circondariale di Castrovillari a quella di Catanzaro in piena emergenza di propagazione da Covid-19 per "sovraffollamento dell'istituto penitenziario" che si trova nella cittadina del Pollino.
Un trasferimento che ha determinato un maggiore allontanamento dalla famiglia, considerato che "per ragioni legate alla distanza ed alla tenera età dei figli, non hanno avuto modo di svolgere i colloqui familiari". Per i due le cose però sono precipitate negli ultimi due mesi, perché dopo un primo periodo di inserimento positivo nell'istituto penitenziario di Catanzaro adesso, sottolinea l'avvocato, "a causa di alcuni rapporti a loro notificati da due mesi si trovano in un reparto dove di fatto è applicato un trattamento paragonabile all'isolamento".
Il vivere in questo stato, lamentano i due detenuti affidandosi alle istanze del loro legale "comporta difficoltà nel ripristino della socialità con la popolazione carceraria, nonché vanifica ogni possibilità di reinserimento, a causa della esclusione dai progetti e percorsi di recupero oggi drasticamente compromessi". Aspetti da non tralasciare a cui si aggiungono anche "effetti dannosi per la salute la cui gravità aumenta con la durata e l'incertezza sulla durata del trattamento punitivo, da considerarsi a tutti gli effetti degradante".
La situazione tiene in apprensione i due perché non sono stati fornite rassicurazioni circa la possibile data di rientro nella popolazione carceraria né "rassicurazioni su un auspicato trasferimento degli stessi ad altra Casa Circondariale, nonostante i reiterati solleciti".
Le soluzioni prospettate a questo punto si biforcano, da una parte c'è la speranza che entrambi possano essere trasferiti facendo venire meno il regime di isolamento, situazione equiparabile al reinserimento nei reparti comuni, oppure l'intera vicenda finirà a carte bollate con entrambi pronti ad adire l'autorità giudiziaria competente.
di Amedeo Junod
Il Riformista, 21 ottobre 2020
L'arte della navigazione per riconquistare dignità e libertà. Se è vero, come vuole un adagio solitamente attribuito a Seneca, che "non c'è porto sicuro per chi non sappia dove andare", i ragazzi dei cantieri del progetto "Scugnizzi a Vela" possono sentirsi fortunati.
Sono infatti accolti e guidati da un capitano coraggioso e rassicurante, Stefano Lanfranco, che con l'associazione Life Onlus da ormai 15 anni porta avanti una serie di iniziative volte al recupero dei minorenni con condanne penali in fase di messa alla prova, e rifugiati, tramite l'apprendimento dei mestieri del mare e dell'antica arte del restauro di imbarcazioni in legno dismesse o abbandonate, nell'area di Napoli. L'odore di salsedine e gli scintillii delle superfici umide e corrose fanno da scenario ad un cantiere di corpi e di anime dove i rimpianti e i fantasmi del passato vengono messi da parte, per fare spazio all'olio di gomito, alla disciplina e alla soddisfazione di imparare un mestiere, antico e faticoso, che possa restituire a questi giovani orgoglio e dignità.
Ciro, nome di fantasia, proviene dal carcere minorile, ma non rimpiange la vecchia vita "che porta via solo la libertà, la cosa più importante che ci sia" sostiene senza esitare. Occhialini, guanti da lavoro consunti e tanta voglia di fare. Ciro non somiglia allo stereotipo dello scugnizzo "di mezzo la via" che cinema e letteratura degli ultimi ci hanno consegnato, ma piuttosto ad un ometto pronto a spaccarsi la schiena per migliorare e un giorno lasciarsi definitivamente alle spalle un passato di errori e di cattivi maestri. "Sono cambiato e ho imparato a stare con la gente e a lavorare, ci dice, ed è un'opportunità che non mi lascio scappare".
Pierre invece, altro nome di fantasia, è un rifugiato politico, che lavora nel cantiere grazie alla mediazione dell'associazione Less, che gli ha donato "una grande opportunità, da mettere a frutto nel futuro. Piano piano sto imparando sempre di più dei mestieri interessanti che vorrei svolgere anche dopo il periodo di formazione". Ama riparare le barche, si sente a suo agio tra le travi e le impalcature e nei suoi occhi si legge la speranza di poter trasformare questo periodo di formazione in un trampolino di lancio per un futuro lontano dalla sopraffazione e dal dolore.
C'è l'entusiasmo che si respira al cospetto delle grandi occasioni, nei discorsi di questi scugnizzi a vela, tra chi è consapevole di aver sbagliato e chi cerca di riaccaparrarsi della perduta libertà e della dignità negata, ed è lo stesso entusiasmo che sprigiona dallo sguardo di Stefano Lanfranco, grande timoniere di un progetto che rilancia a suon di forza di volontà e di attività pratiche tutta la semantica del mare, del viaggio di transizione e del percorso di cambiamento, e che valorizza mestieri dalla tradizione millenaria, intimamente legati alla Napoli che lavora e che si guadagna da vivere onestamente.
"Gli scugnizzi sono ragazzi che vanno aiutati da chi può in termini di sensibilità, di tempo e di attività e opportunità concrete", sottolinea Stefano. "Ultimata la presenza nel carcere minorile di Nisida, il tribunale minorile decide di affidarli alle nostre cure. Gli insegniamo il restauro del legno e l'arte marinaresca in un ambiente straordinario come quello dell'antico arsenale borbonico, attuale quartier generale della marina militare, rimettendo insieme le parti giuste coerenti e corrette di questi ragazzi, che hanno bisogno soprattutto di una guida, in un percorso che dura un anno, un anno e mezzo".
L'associazione si regge anche grazie a sostenitori quali il Gruppo Grimaldi, la banca Unicredit e la generosità dei Cantieri Napoletani che attualmente ospitano il cantiere di restauro della Nave Matteo, un bialbero di 17 metri il cui varo è previsto per la prossima primavera.
A questa fascinosa carrozza del mare è legato un aneddoto che in qualche modo ispira i numerosi progetti e iniziative degli Scugnizzi in giro per l'Italia: "Il terzo nome di Nave Scuola Matteo è Caracciolini, per riprendere un'iniziativa di più di 100 anni fa, quando nel corso della prima guerra mondiale, molti scugnizzi senza arte né parte, raccattati per le strade, grazie alla Signora Civica, educatrice di altri tempi, riuscivano attraverso l'arte marinaresca, a diventare marinari e alcun idi loro anche sommergibilisti. Una storia che in piccolo stiamo ripercorrendo per dimostrare l'utilità e la bontà delle iniziative di recupero dei ragazzi a rischio".
di Marco Purita*
dirittiglobali.it, 21 ottobre 2020
Il Governo e il Parlamento italiano hanno l'obbligo internazionale di garantire condizioni dignitose e rispettose dei diritti umani nelle carceri per le persone detenute. Ciò significa assicurare in primis il diritto alla dignità umana, e il diritto per tutti a non essere sottoposti a pene o a trattamenti disumani. Quali diritti vengono riconosciuti ai detenuti nel 2020 nella casa di reclusione di Fermo?
Nessuno. Quando il portone di ferro si chiude alle tue spalle, si sigilla. La prima cosa che dici è: "Sono morto". Tu non sei un detenuto, sei il padre della persona reclusa nel carcere di Fermo. "Sono morto", mi ripeto nella saletta pre-colloquio, dove lascio i documenti e gli oggetti personali. Nel carcere di Fermo, per i parenti delle persone detenute è riservata una saletta di due metri quadrati, stile 416 bis. Da una finestrella a mezzo metro d'altezza sbuca una guardia, che con tono rabbioso m'impone di consegnargli i documenti.
La porta blindata si apre, entro nella sala colloquio vera e propria. Un'altra stanza in miniatura, che può contenere al massimo (e non per il Covid-19) due detenuti. I parenti si alternano per parlare, altrimenti non si sente nulla. Da mio figlio mi separa una parete di plexiglass, che quasi impedisce del tutto la comunicazione.
Nella casa di reclusione di Fermo, ogni persona detenuta deve trascorrere la prima settimana in isolamento. Non in una cella, ma in una grotta. Una persona alta un metro e settanta non può stare all'in piedi tanto il soffitto è basso. Dopodiché si passa alle celle da 2 persone, che ospitano però 4/6 detenuti.
E il bagno? Prima di accennare al bagno, esaminiamo il passeggio destinato alle quattro ore d'aria riconosciute alla persona detenuta. In trenta metri per trenta di cemento devono passeggiare tutti i 100 detenuti reclusi, in una struttura che ha una capienza massima di 50 persone. Nella casa di reclusione di Fermo il sovraffollamento è del 200%. "È meglio starsene in cella", dice mio figlio. Fermo è un carcere abbandonato a se stesso. La pena vera la scontano i familiari.
Ricordiamo che già nel Settecento, con l'illuminismo e Beccaria si ebbe una profonda rivoluzione nell'istituzione penitenziaria: il principio punitivo della pena viene rifiutato, si adotta il principio basato sulla rieducazione e sull'umanizzazione delle pene. Il diritto alla rieducazione del condannato è riconosciuto oggi dall'art.27 della Costituzione italiana.
Il diritto fondamentale dell'umanizzazione delle pene è sancito non solo dalla Costituzione italiana, bensì dal diritto internazionale con la Cedu (art. 3), ovvero la Convenzione Europea dei diritti dell'uomo, giuridicamente vincolante per gli stati dell'Unione Europea con l'entrata in vigore del trattato di Lisbona (dicembre 2009).
Nella casa di reclusione di Fermo l'educatore viene dall'esterno una volta alla settimana e chiama una o due persone. Il tuo turno è tra quattro/cinque mesi. Non ci sono psicologi, non ci sono assistenti sociali. Non c'è palestra. Non c'è lavoro. Non ci sono attività culturali. Sebbene l'educazione e l'umanizzazione delle pene siano legiferati altresì dalla Legge Gozzini in materia di Ordinamento Penitenziario. Testualmente, l'esecuzione della pena deve favorire "il graduale reinserimento del soggetto nella società, attraverso un allargamento delle possibilità di accesso alle misure alternative alla detenzione, con la previsione di determinati meccanismi che incentivano la partecipazione e la collaborazione attiva del detenuto all'opera di trattamento".
Sul tema dell'umanizzazione della pena, la legge Gozzini introduce altresì l'art. 47 ter, la disciplina della detenzione domiciliare, ovvero una modalità di esecuzione della pena extra-carceraria. La detenzione domiciliare evita - nella sua ratio - la carcerazione a coloro che possono risentire sia sul piano fisico sia sul piano psicologico della permanenza in carcere. Tale disciplina confligge con la detenzione giustizialista, di moda negli ultimi anni in Italia.
Il giustizialismo degli ultimi anni ha inciso con pesantezza e negatività sulle condizioni di vita dei detenuti: l'incremento del sovraffollamento in carcere è il reato commesso dall'Italia. La Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo ha condannato l'Italia (l'8 gennaio 2013) per aver violato l'art.3: "Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o a trattamenti inumani o degradanti". Oggi sono centinaia i detenuti che hanno scelto di suicidarsi a causa del sovraffollamento che toglie l'ossigeno. Il carcere di Fermo rieduca alla morte?
Se non si vuole che le pene degradino a trattamenti contrari al senso di umanità e il carcere a luogo di sopraffazione come nella casa di reclusione di Fermo, alla persona detenuta sono riconosciute dalle Costituzioni nazionali e internazionali una serie di garanzie minime insopprimibili. In primis il diritto alla dignità umana e il diritto alla salute, valori fondamentali delle società democratiche, diritti inalienabili e necessari per qualunque trattamento rieducativo (studio, educazione, lavoro di utilità sociale, attività culturali, mantenimento delle relazioni familiari) del condannato. Non era l'illuminista Voltaire che già nel Settecento scriveva che "il grado di civiltà di uno Stato si misura dal grado di civiltà delle sue prigioni"?
Ah! Il bagno nelle celle del carcere di Fermo: non c'è la porta, c'è un muretto di massimo 50 centimetri che non ripara dagli odori e dai rumori di sei persone recluse tutte insieme (italiani, stranieri, tossicodipendenti, sieropositivi). Rinunciare al proprio pudore e alla propria igiene è violenza contro la persona detenuta, che viene privata di se stessa, della propria dignità.
Il carcere di Fermo non rieduca le persone, ma li riduce a numero, produce nelle persone detenute sentimenti di disprezzo e di rivalsa verso la società in cui dovrebbero essere re-inserite, socializzate, ri-abilitate. Ma cos'è la dignità umana? Il dizionario della lingua italiana risponde così: con il termine dignità ci si riferisce al valore intrinseco dell'esistenza umana che ogni uomo, in quanto persona, è consapevole di rappresentare nei propri principi morali, nella necessità di liberamente mantenerli per se stesso e per gli altri e di tutelarli nei confronti di chi non li rispetta.
*Scrittore
di Milena Gabanelli e Simona Ravizza
Corriere della Sera, 21 ottobre 2020
Quando il primo giugno 2018 Matteo Salvini diventa ministro dell'Interno gli sbarchi degli ultimi dodici mesi sono 52.194; quando dopo 15 mesi se ne va (5 settembre 2019) scendono a 8.428. Nei 13 mesi successivi con il ministro Luciana Lamorgese gli arrivi dei migranti triplicano fino a raggiungere i 27.775 in un anno. Solo negli ultimi tre mesi, da luglio a settembre, in Italia sbarcano 16.778 immigrati. Più che in tutto il 2019 quando sono stati 11.471.
Due le domande: sono stati i decreti Sicurezza di Salvini a bloccare il flusso? E perché questa crescita se le norme dell'ex ministro dell'Interno sono state modificate solo due settimane fa? Ci aiuta a rispondere un'elaborazione dati dell'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) realizzata per Dataroom.
Il numero di sbarchi: che cosa lo influenza - Le "Disposizioni urgenti in materia di ordine e sicurezza pubblica", note come decreto Sicurezza bis, sono approvate dal Consiglio dei Ministri il 14 giugno 2019. La novità di maggior rilievo è l'attribuzione al ministro dell'Interno, del potere di limitare o vietare l'ingresso, il transito, o la sosta di navi nel mare territoriale. Provvedimenti limitativi o impeditivi dovranno essere adottati di concerto con il ministro della Difesa e con il ministro dei Trasporti, e dovrà essere informato il presidente del Consiglio. Ma per capire quel che sta succedendo bisogna tornare indietro. Sull'andamento degli sbarchi i dati raccontano tre storie.
Primo: la riduzione degli sbarchi inizia già con il ministro Marco Minniti. Al 12 dicembre 2016, data del suo insediamento al Viminale, gli arrivi sono 181.436, alla fine del suo mandato 72.571. Determinante è l'accordo con la Libia del 2 febbraio 2017 per contrastare le partenze dalle sue coste. La durata del memorandum tra il governo Gentiloni e quello di Tripoli guidato da Al Serraj è triennale, ed è stato rinnovato lo scorso febbraio. In cambio il nostro Paese si impegna a fornire "supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l'immigrazione clandestina", che vuol dire addestrare la Guardia costiera libica e fornirle mezzi e fondi. Inoltre l'Italia fornisce aiuti economici ai sindaci delle tribù per chiudere il confine meridionale del Paese, quello con il Niger, da cui transita la maggior parte dei migranti che entrano dall'Africa subsahariana. Vengono anche finanziati, tra le proteste delle associazioni umanitarie, i centri di accoglienza libici, in realtà strutture detentive visto che in Libia l'immigrazione illegale è punita con la reclusione.
Secondo: dopo alcuni mesi dall'accordo con la Libia, da luglio 2017, gli arrivi iniziano a ridursi in modo costante. Questa riduzione continua con l'inizio del primo governo Conte fino a scendere al minimo storico, sotto i 300 mensili, tra gennaio e aprile 2019. Siamo a poco meno di un anno da quando, nel giugno 2018, Salvini annuncia "porti chiusi" e lascia decine di navi in mare per giorni prima di dar loro la possibilità di attraccare sulle coste italiane. Terzo: la possibilità di vietare l'ingresso in Italia alle imbarcazioni di soccorso su ordine del ministro dell'Interno scatta formalmente a giugno 2019, con l'approvazione del decreto Sicurezza bis. Ma paradossalmente proprio allora gli sbarchi iniziano a risalire intorno ai mille al mese.
Le crisi in mare: qual è il numero di morti - L'effetto deterrente, dunque, più che dal decreto Sicurezza bis, viene giocato momentaneamente dagli annunci sui porti chiusi e dalle navi lasciate in mare per settimane. Un risultato che si esaurisce nel giro di pochi mesi, anche perché nulla ferma la stagione estiva, quella in cui gli sbarchi possono riprendere con maggior vigore. Ma le conseguenze del decreto si misurano in termini di vite: nei 15 mesi di Salvini ci sono 29 crisi in mare che durano8 giorni ciascuna in media (richieste di attracco in Italia di navi che vengono lasciate a largo). Nei 13 mesi di Lamorgese le crisi in mare sono 31: anche se la ministra non ha mai usato il potere di divieto di attracco, prima di fare entrare le navi si cerca il modo di smistare gli immigrati in arrivo anche in altri Paesi europei. La durata delle crisi è inferiore ai 5 giorni. Risultato: gli annegati in mare sotto Salvini sono 1.369, che scendono a 572 con Lamorgese, mentre il rischio di morte nel Mediterraneo centrale passa dal 6% al 2%. La durezza di quel decreto ha avuto una ricaduta politica, mettendo l'Europa di fronte alle proprie responsabilità e a condividerle.
La protezione umanitaria eliminata: perché crescono gli irregolari - Dopo aver visto cosa succede in mare, guardiamo cosa avviene a terra. Il primo decreto Sicurezza di Salvini è dell'ottobre 2018, e di fatto abolisce la protezione umanitaria. Fino ad allora ne beneficiavano circa 20 mila immigrati l'anno, sui 34 mila che complessivamente ottengono una protezione internazionale in Italia (oltre all'umanitaria c'è lo status di rifugiato e la protezione sussidiaria). In quel momento i dati certificano che il nostro Paese è il più accogliente rispetto al resto d'Europa, con una media del 50% in più di stranieri protetti. È, dunque, giusto e necessario dare una stretta? La risposta la fornisce l'effetto pratico del decreto: chi è in attesa di una protezione, e prima l'avrebbe ottenuta, con la scomparsa dell'umanitaria si vede opporre un diniego e diventa clandestino. Parliamo di 37 mila nuovi irregolari in due anni. A questi numeri si aggiungono tutti coloro che già godevano di una protezione umanitaria (39 mila) e ai quali probabilmente non è stata rinnovata, ma quanti esattamente siano non è dato sapere.
Siccome i rimpatri nel frattempo non aumentano (ruotano intorno ai 600 al mese, come negli anni precedenti), si stima che in Italia il numero di chi è senza un permesso di soggiorno oggi sia complessivamente salito sopra i 600 mila, contro i 530 mila di quando si è insediato il governo Conte 1. Secondo le ultime ricerche disponibili, quando uno straniero passa da regolare a irregolare, il rischio che commetta un reato aumenta tra le 10 e le 20 volte. Inoltre i clandestini finiti all'ospedale perché malati di Covid, e che possono essere dimessi, ma devono ancora restare in isolamento, continuano ad occupare posti letto, perché le foresterie adibite a questo scopo non accolgono chi non è in possesso di un codice fiscale.
Il decreto Lamorgese: cosa cambia - Il 5 ottobre su proposta del ministro Lamorgese il governo Conte 2 modifica i due decreti Salvini. Il divieto o la limitazione del transito delle navi non potrà più applicarsi alle operazioni di salvataggio dei migranti (in caso di mancato rispetto delle norme di navigazione internazionali il potere di veto resta al ministro dell'Interno che dovrà coordinarsi con quelli delle Infrastrutture e della Difesa e informare il presidente del Consiglio). Per chi è esposto al rischio di "trattamenti inumani o degradanti" torna in vigore anche il meccanismo della protezione umanitaria.
Però gli sbarchi erano ripartiti già dal mese di luglio. Non è un caso che gli arrivi siano al 70% dalla Tunisia (ben diverso dal 90% provenienti dalla Libia nel periodo di sbarchi record tra il 2014 e il 2016). È la conseguenza dell'effetto Covid: con il crollo del turismo, aumentano le partenze di chi è senza lavoro. È questa la ragione delle recenti missioni in Tunisia del ministro degli Esteri Luigi Di Maio e di Lamorgese. La scommessa è sempre la stessa, e non è ancora stata vinta da nessuno: non farci travolgere dai nuovi arrivi, ma senza sacrificare vite in mare e creare nuove sacche di irregolari. Una partita più complessa di un decreto.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 ottobre 2020
La cannabis terapeutica è legale, ma non è sempre reperibile. Infatti migliaia di persone hanno ancora il problema di non poter ricevere la quantità di cannabinoidi prevista dal proprio medico. Alcuni se la producono da soli e, essendo illegale, finiscono diritti in galera.
Altri invece rimangono in balia dei propri insopportabili dolori. Ma se a questo ci aggiungiamo il fatto che il ministro della salute Roberto Speranza ha vietato la possibilità alle farmacie di spedire - tramite corriere - il farmaco al paziente che magari è impossibilitato di muoversi per via della malattia, lontananza o isolamento per Covid 19, allora il problema diventa devastante. Per comprendere meglio, c'è da aggiungere un dato: le farmacie galeniche che forniscono la cannabis terapeutica sono poche decine.
Pensare di vietare la spedizione tramite corriere vuol dire anche scoraggiare le farmacie ad offrire questo servizio. Infatti, sono poche anche perché ci vuole un personale qualificato ed occorre molto tempo per allestire alcuni tipi di preparazioni. Il ministro Speranza, con una recente comunicazione, ha scritto nero su bianco che "la dispensazione del medicinale, ai sensi dell'articolo 45 del Dpr 309/ 90, deve essere effettuata in farmacia, dietro presentazione di ricetta medica, direttamente al paziente o a persona delegata".
Un paziente, quindi, se è impossibilitato a muoversi, ha due possibilità: delega una persona che prende il medicinale al posto suo oppure, se è impossibilitato, si arrangia: o ricorre al "fai da te" e quindi c'è il rischio di finire in prigione, oppure accetta di soffrire di indicibili dolori.
Non è finita qui. Il 23 settembre scorso si è aggiunto un altro problema con la circolare a firma dal nuovo direttore generale dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico.
Forum Droghe, Associazione Luca Coscioni, Società della Ragione, Cgil, Cnca, Lila, Meglio Legale, Fatti Segreti, La Casa di Canapa, Radicali Italiani hanno stigmatizzato il passaggio in cui sono "consentite solo le forme farmaceutico del decotto e della vaporizzazione e esplicitamente negare la possibilità di prescrivere resine e oli". Un passaggio incomprensibile per le associazioni visto che - sottolineano in una lettera inviata al ministro Speranza - le preparazioni a base di cannabis in olio sono prescritte da molti anni in Italia ed utilizzate insieme alle capsule decarbossilate, in particolare per dosare con maggiore facilità e sicurezza la quantità di farmaco assunto.
"Inoltre - aggiungono le associazioni - la forma del decotto, che di norma viene preparato dallo stesso paziente con metodi casalinghi, è una forma "antica" che non garantisce in alcun modo sulla qualità e quantità del principio attivo estratto". Ricordiamo che dal 2007 l'Italia consente la prescrivibilità dei prodotti a base di cannabis per vari tipi di condizioni e dal 2012 una quindicina di Regioni ha adottato leggi per rimborsare i prodotti specificando chi possa scrivere le ricette e chiarendo il catalogo dei prodotti rimborsabili.
Dal 2015 lo Stabilimento Farmaceutico Militare di Firenze coltiva infiorescenze ricche di Cbd (uno dei due principi attivi utilizzati per fini terapeutici) che spedisce direttamente alle farmacie che ne fanno richiesta.
Da una decina d'anni la stragrande maggioranza dei prodotti disponibili sul mercato proviene dall'Olanda, mentre dal 2018 sono stati importati prodotti anche dalla Germania, a seguito di specifiche gare d'appalto. Il rischio di queste disposizioni ministeriali è quello di disincentivare la produzione dei farmaci a base di cannabis da parte delle poche farmacie specializzate e, quindi, creare insormontabili difficoltà ai malati.
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