di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 22 ottobre 2020
Adesso che le elezioni sono terminate e i 36 eletti del comitato direttivo centrale sono stati proclamati dall'Ufficio elettorale, è il momento di dar vita alla nuova giunta dell'Anm. Il "Cdc" deve insediarsi, come prevede lo statuto, fra 15 giorni per eleggere al suo interno la giunta esecutiva centrale, composta da nove membri, tra i quali il presidente, il vicepresidente, il segretario generale, il vicesegretario Generale, e il direttore della rivista "La Magistratura".
di Valerio Papadia
fanpage.it, 22 ottobre 2020
Il suicidio la scorsa notte nel carcere del capoluogo sannita: la vittima è un giovane detenuto napoletano di 22 anni, Salvatore Luongo, sul cui corpo come da prassi è stata disposta l'autopsia. "Ancora ignoto il corto circuito che porta a queste tragedie" hanno commentato i garanti dei detenuti di Campania e Napoli, Samuele Ciambriello e Pietro Ioia.
Un giovane detenuto napoletano di 22 si è suicidato questa notte nel carcere di Benevento: il ragazzo si è impiccato all'interno della sua cella. A dare il triste annuncio sono stati il garante dei detenuti per la Campania e il garante dei detenuti per Napoli, Samuele Ciambriello e Pietro Ioia, che fanno sapere che il 22enne è il nono detenuto a suicidarsi in Campania dall'inizio dell'anno, il 47esimo in Italia. "Non conosciamo il corto circuito che porta a queste tragedie - spiegano Ciambriello e Ioia. La maggioranza di loro sono giovani ed in carcere per piccoli reati.
Il carcere è stato rimosso, è diventato una discarica sociale, che. ospita detenzione sociale. Salvatore, napoletano, proveniva da Brindisi e da sabato era nel carcere di Benevento, nella giornata di ieri, alle 15, aveva sentito al telefono la sua compagna. Era arrivato a Benevento per una udienza ed era in cella con un'altra persona. Domani ci sarà l'autopsia".
I due garanti dei detenuti, poi, continuano: "Vite, come si vede, per lo più giovani, finite, per disperazione, senso di impotenza o chissà cos'altro, nei pochi metri quadrati di una cella, insieme ad un altro recluso. Chiediamo che si faccia chiarezza su questa morte. Abbiamo bisogno di piu' figure sociali nelle carceri, di più trattamento, di più lavoro. Il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria può custodire ed accudire, ma non c'è rieducazione e reinserimento sociale senza azioni positive del territorio e degli Enti locali. E il volto costituzionale della pena necessità di magistrati di sorveglianza più efficaci e coraggiosi" concludono Ciambriello e Ioia.
di Rossella Grasso
Il Riformista, 22 ottobre 2020
"Non si può morire in carcere a 22 anni, senza nemmeno sapere il perché". Rubina Vincolo, la zia di Salvatore Luongo non si dà pace. Durante la notte il carcere di Benevento ha comunicato al telefono alla famiglia del ragazzo che Salvatore è morto. Trovato impiccato nella sua cella, mentre era detenuto nel carcere di Benevento. Sono in corso le prime ricostruzioni ma la famiglia non crede assolutamente che si possa essere trattato di suicidio. E chiede giustizia e aspetta di sapere qualcosa fuori alla sala mortuaria dell'Ospedale Sangiuliano di Giugliano dove è stata portata la salma durante la notte.
Un corpo, quello di Salvatore, originario di Melito di Napoli, che la famiglia ancora non ha potuto vedere in attesa dell'autopsia prevista giovedì 22 ottobre. La famiglia Luongo non sa cosa sia accaduto in carcere ma è certa che non si sarebbe mai potuto uccidere. "La compagna ieri lo ha sentito intorno alle 15 al telefono - racconta la zia - era contento di essere stato trasferito dal carcere di Brindisi a quello di Benevento dove stava da due giorni. Diceva di essersi trovato bene e di voler chiedere il trasferimento lì al più presto". Era infatti stato momentaneamente trasferito a Benevento da Brindisi per presenziare ad alcune udienze. Al telefono era su di morale, positivo ed ottimista.
"Poi alle 23 ci hanno chiamati e ci hanno detto che salvatore era morto, si era impiccato - continua la zia Rubina - cosa è successo in quelle ore? Salvatore non avrebbe mai potuto fare una cosa del genere". Salvatore era detenuto dal 2016 per aver commesso reati di piccola entità. Gli mancava poco da scontare. Anche per questa alla famiglia risulta difficile credere al suicidio in carcere. Al racconto fatto dalla famiglia si aggiunge anche che l'unica cosa che preoccupava Salvatore era il compagno di cella, un Bulgaro che "lo guardava in malo modo", ha detto la zia. La notizia è stata diffusa dal giornale web Internapoli.it.
Se fossero confermate le ipotesi di suicidio sarebbe il nono suicidio in Campania dall'inizio dell'anno. Finora in tutta Italia si è arrivati a 47 persone. "Non conosciamo il corto circuito che porta a queste tragedie- scrivono in una nota congiunta Samuele Ciambriello, garante campano delle persone private della libertà e Pietro Ioia, garante napoletano - La maggioranza di loro sono giovani ed in carcere per piccoli reati. Il carcere è stato rimosso, è diventato una discarica sociale, che ospita detenzione sociale".
"Vite - continua la nota - come si vede, per lo più giovani, finite, per disperazione, senso di impotenza o chissà cos'altro, nei pochi metri quadrati di una cella, insieme ad un altro recluso. Chiediamo che si faccia chiarezza su questa morte", commentano Ciambriello e Ioia che poi concludono lanciando un appello: "Abbiamo bisogno di più figure sociali nelle carceri, di più trattamento, di più lavoro. Il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, può custodire ed accudire, ma non c'è rieducazione e reinserimento sociale senza azioni positive del territorio e degli Enti locali. E il volto costituzionale della pena necessità di magistrati di sorveglianza più efficaci e coraggiosi".
genovatoday.it, 22 ottobre 2020
Nei giorni scorsi sono risultati positivi al coronavirus due detenuti e mercoledì 21 ottobre altri quattro detenuti e tre poliziotti penitenziari positivi al covid-19. "Appena appresa la notizia, dei primi due detenuti positivi, il 15 ottobre l'Osapp con un comunicato sindacale ha chiesto di effettuare celermente i previsti controlli per la ricerca del virus a tutto il personale, detta richiesta è rimasta inascoltata", spiega il sindacato.
"Ad oggi non abbiamo notizie di cosa stia facendo la direzione del carcere di Pontedecimo, ma certo è che la preoccupazione tra i poliziotti è diffusa per garantire l'osservanza delle vigenti disposizioni governative, tanto più in un istituto penitenziario dove è insito uno stretto regime di convivenza. Alla luce di ciò - prosegue l'Osapp - chiediamo interventi celeri per limitare la diffusione del virus e di fornire le opportune e tempestive azioni di supporto all'osservanza dei protocolli sanitari e delle misure idonee a prevenire la diffusione del contagio".
"Chiediamo - prosegue l'Osapp - la fornitura di sufficienti mascherine chirurgiche monouso per essere utilizzate nel quotidiano, di dispenser disinfettanti che scarseggiano e di tutti gli strumenti idonei e necessari per il contenimento del contagio e, di assicurarne altresì il costante approvvigionamento".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 22 ottobre 2020
Tempi lenti e burocrazia eccessiva continuano a essere zavorre del sistema giustizia. A Napoli ne sono un esempio i disagi lamentati dai penalisti per il mancato rispetto delle fasce orarie delle udienze in calendario che avrebbe dovuto evitare attese inutili e code agli ingressi dei tribunali pericolose per il rischio contagio. E ne sono un ulteriore esempio le difficoltà di ottenere dalla giustizia risposte in tempi ragionevoli e utili. Perché dove non fanno gli effetti indiretti delle restrizioni adottate per contenere la pandemia, fa la burocrazia, quella farraginosa, lenta, ripetitiva.
Maria ne è vittima da alcuni mesi. Maria è una donna napoletana sottoposta alla misura cautelare degli arresti domiciliari da luglio scorso. Incensurata, fu trovata con alcune dosi di hashish e delle banconote false. Fu arrestata e processata per direttissima. È stata condannata in primo grado a un anno e quattro mesi di reclusione, senza sospensione condizionale della pena ma con gli arresti domiciliari. La misura restrittiva è stata predisposta per il solo reato di detenzione e spendita di monete false, perché l'hashish era in quantità tale da essere considerato dose personale e non giustificare un arresto.
In questa situazione, circa due mesi fa Maria avverte dolori ai denti e ha la necessità di sottoporsi a una visita specialistica. Tramite l'avvocato Gennaro De Falco, presenta istanza ai giudici della Corte di appello dinanzi ai quali pende il processo di secondo grado. Nell'istanza chiede l'autorizzazione per una visita dal dentista, ma per i giudici l'istanza è incompleta, occorre specificare più nel dettaglio la patologia per la quale si richiede l'appuntamento con lo specialista.
L'istanza, allora, viene ripetuta con una nuova richiesta e una nuova prescrizione medica allegata, nella quale si prova a essere più specifici nella descrizione dei sintomi e della possibile patologia, pur considerando che una precisa diagnosi si potrà avere solo dopo la visita specialistica. Sta di fatto che la prescrizione medica viene fatta, che l'istanza viene rinnovata e corredata di tutti gli elementi e i dettagli del caso.
È il 22 settembre scorso. La visita dal dentista è fissata per il 12 ottobre successivo. Ci sono venti giorni di tempo, dovrebbe essere un termine congruo per sperare in una risposta dei giudici. Dovrebbe, ma nella realtà non è. Perché la riposta arriva il 13 ottobre, con deposito il giorno successivo. E l'istanza, sostengono i giudici, non può essere accolta in quanto tardiva rispetto al giorno fissato per l'appuntamento con il dentista.
Maria, dunque, è costretta a ripetere tutto da zero, a richiedere al medico una nuova prescrizione, a richiedere all'avvocato una nuova istanza che dovrà essere inoltrata attraverso nuove mail e genererà nuove attese. Intanto il tempo passa e al dolore ai denti per Maria non c'è altro rimedio che la sopportazione. La storia di questa donna apre una serie di interrogativi e rinnova la riflessione sui tempi della giustizia. Se per una richiesta semplice come quella di poter andare dal dentista sono sorti così tanti intoppi e così lunghe attese, viene da domandarsi cosa potrebbe accadere per questioni più complesse e quali conseguenze potrebbero dover patire i detenuti in caso di quadri sanitari più precari o richieste di accertamenti per il sospetto di patologie più rischiose.
"Non è possibile ripetere la stessa istanza tre o quattro volte - commenta l'avvocato De Falco - Qui si va nel ridicolo. E in questo caso si tratta di andare dal dentista, pensiamo se si fosse trattato di problemi più seri", osserva. Del resto, che il diritto alla salute sia uno dei più difficili da garantire per chi è in carcere o sottoposto a misure restrittive è un dato rilevato già prima dell'emergenza Covid, le restrizioni dovute alla pandemia lo hanno solo acuito. Ma nella storia di Maria c'è anche altro. Oltre alle lungaggini, c'è la distrazione, quella che fa scrivere ai giudici che la misura cautelare cui è sottoposta è legata anche al reato di droga mentre, nella realtà è solo conseguenza dell'accusa di detenzione di banconote false. Un'inezia, si direbbe, se fosse l'unica tessera del mosaico a non essere perfettamente al suo posto. Ma in questa storia pesano lungaggini e burocrazia e Maria dovrà ancora attendere.
di Eros Cruccolini*
Corriere Fiorentino, 22 ottobre 2020
Gentile direttore, in merito all'articolo del Corriere Fiorentino di sabato scorso sulla visita al carcere di Sollicciano da parte del Garante regionale, Giuseppe Fanfani, mi sento in dovere di intervenire per completezza di informazione.
Con l'ex Garante regionale, Franco Corleone, in questi anni abbiamo sollecitato il Dipartimento e le istituzioni locali a intervenire rispetto ai problemi strutturali del carcere di Sollicciano, trovando una proficua collaborazione integrando fra loro i progetti previsti. Il Dipartimento ha predisposto una gara di appalto per oltre due milioni e seicento mila euro e dopo varie vicissitudini riguardo a vari ricorsi tra le ditte partecipanti (alla fine è dovuto intervenire il Coniglio di Stato) è arrivata l'assegnazione definitiva. Sono in corso in queste settimane i sopralluoghi tra i tecnici del Dipartimento e la Ditta aggiudicataria, per stabilire il cronoprogramma degli interventi e l'apertura del cantiere, per la manutenzione straordinaria delle coperture e delle facciate dei reparti detentivi; revisione delle centrali termiche e realizzazione delle dorsali idrico-sanitarie in vista dell'adeguamento dei servizi igienici dei reparti detentivi al Dpr 230/2000.
Mentre la Regione Toscana ha messo a disposizione quattro milioni per un progetto di efficientamento energetico, in collaborazione con il Provveditorato alle Opere Pubbliche. I lavori partiranno nella primavera 2021, e prevedono: sostituzione caldaia centrale termica, Nuova Caserma; impianto solare termico, reparto maschile e femminile; impianto fotovoltaico; sostituzione infissi in alcuni reparti; coibentazione di alcune parti dell'istituto. L'intervento riguarda anche l'istituto Gozzini.
Con questi due interventi, saranno risolti i problemi che oramai denunciamo da anni, andando a migliorare anche le condizioni interne, portando le docce nelle celle e superando anche l'annosissimo problema del riscaldamento. Si sta avviando inoltre un altro cantiere, che riguarda la costruzione di un capannone, come struttura per la formazione e lavoro, che prevede 865 metri quadri per attività di lavoro e 380 metri quadri di aule per la formazione. Il dottor Fanfani, ha constatato la presenza di bimbi in tenera età, con mamme detenute. Abbiamo evidenziato più volte a giudici e a magistrati, l'esistenza della legge Severino, che prevede l'inserimento delle mamme con bambini, in alternativa al carcere, nelle case famiglia protette.
Alcuni interventi sono già stati sperimentati, riteniamo che è più utile un percorso rieducativo nella casa famiglia piuttosto che in carcere. Abbiamo avviato con la Regione due percorsi, insieme al Provveditorato regionale dell'Amministrazione Penitenziaria: uno la ristrutturazione di un immobile messo a disposizione da parte della Madonnina del Grappa per la predisposizione di quella struttura come istituto a custodia attenuata per le mamme con bambini.
Questo è un progetto che sta seguendo l'Asl Centro per un costo di 900 mila euro e il possibile inserimento di otto mamme con bambini. L'inizio dei lavori è entro il primo semestre del 2021. Abbiamo inoltre fatto un incontro con l'associazione delle case famiglia, in Regione, che ha già dichiarato la disponibilità per eventuali inserimenti.
Sarà utile sicuramente, l'esperienza del Garante Fanfani, presso il Csm, per sensibilizzare i nostri interlocutori che devono decidere sulla destinazione delle mamme con bambini, sia per la custodia cautelare sia per la pena definitiva, evitando il carcere.
Gli altri impegni che su cui ci dobbiamo concentrare con il nuovo Provveditore De Gesu, sono quelli di una nuova direzione dell'istituto che dia continuità e stabilità nel governo di Sollicciano, impegnandosi sulla parte anche trattamentale, (più telefonate, maggiore apertura delle celle attraverso attività che arricchiscono il percorso rieducativo, più lavoro per combattere il fannullismo detentivo) che vuol dire poi il vivere quotidiano delle persone recluse, ma anche della Polizia penitenziaria e del personale sanitario.
A questo proposito De Gesu ha lanciato la proposta di un progetto benessere rivolto a tutti coloro che vivono il carcere, dando una disponibilità in termini di contenuti e risorse per la sua attuazione. Altri temi caldi sono l'individuazione di spazi per i semiliberi, il trasferimento del femminile al Gozzini e l'ipotesi di una nuova struttura per la custodia cautelare, che abbia le caratteristiche in termini di spazi, dettati dalla Comunità europea, da costruirsi nell'area attualmente occupata dal magazzino vestiario, adiacente a Sollicciano.
Il lavoro non manca perché vorremmo a Firenze, città di Mario Gozzini, Alessandro Margara, stimatissimo magistrato di sorveglianza e Giampaolo Meucci, che hanno profuso impegno nell'ambito delle esperienze sulle carceri fiorentine e non solo, avviare una esperienza sperimentale, simile a quella di Bollate a Milano.
*Garante dei detenuti del Comune di Firenze
di Domenico Alessandro De Rossi*
Il Dubbio, 22 ottobre 2020
Uno sforzo mostruoso, tanto da richiedere il coordinamento di docenti di progettazione architettonica dell'Università Sapienza, per il progetto di un gruppo di architetti di Roma, che ha disegnato e finalmente visto terminata in questi giorni la casetta in legno destinata alla cura dei rapporti familiari nel carcere di Rebibbia.
Diritto ormai (quasi) da tutti teoricamente accettato, dopo le tante battaglie dei Radicali, dei libri, delle conferenze e delle manifestazioni fatte per il rispetto della vita affettiva. Finalmente oggi un atto concreto. I tre professionisti che hanno lavorato al progetto del grazioso casinetto sono stati niente di meno guidati dall'architetto Renzo Piano.
Sì, proprio il senatore a vita. Il progetto di Rebibbia è stato sostenuto e finanziato dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap), contando sull'attiva partecipazione di Carmelo Cantone, il provveditore dell'Amministrazione penitenziaria del Lazio, Abruzzo e Molise e naturalmente curato anche dall'architetto Ettore Barletta, al tempo capo dell'Ufficio tecnico del Dap.
Una piccola riflessione in merito va comunque fatta. In primo luogo riguarda l'eco notevole che tale opera ha meritato negli ambienti interessati. Infatti, al di là dell'intervento in sé costituito da un oggetto di design ben curato, rispettoso dell'ambiente, nei materiali e nella collocazione, costruito peraltro con una finalità rispettabilissima e degna di molto apprezzamento, questo è stato innalzato agli onori delle cronache perché dietro ad esso, o sopra di esso, giganteggiava Renzo Piano.
Il quale, scendendo dall'Olimpo degli archistar, si era dedicato al problema delle residenze per gli incontri affettivi dei carcerati, guidando per mano i tre architetti e, probabilmente, anche alcuni docenti della Sapienza che sono presenti nel lungo elenco consulenziale di tale opera. Nulla di strano, sembrerebbe a prima vista. Ma si dà il caso che il grande architetto - perché tale veramente è - goda di una carica nel Parlamento italiano di non secondaria importanza. Egli infatti è uno dei senatori a vita nominati nel 2013 dal presidente Napolitano.
Questo meritato riconoscimento pensiamo che metta però in condizione il senatore di pesi e responsabilità culturali che vanno molto al di là della casetta destinata agli incontri familiari. Ci saremmo infatti aspettati dall'architetto/senatore, non dico per la Giustizia in generale - che avrebbe ben altro bisogno di restauri e nuove casette dato il pesante degrado in cui versa - qualche cosa di più che riguardasse le questioni in cui si trovano le carceri italiane. Fatto importante direi questo che sicuramente è arrivato all'attenzione anche nelle ovattate stanze dei senatori.
Magari con il supporto politico di altri senatori sensibili al problema, altre più significative azioni avremmo auspicato a seguito della umiliante censura fatta all'Italia dalla Cedu per il modo in cui manteneva i detenuti all'interno di ambienti e spazi non idonei. Normale sarebbe stato attendersi proposte di leggi più attinenti ad una nuova visione del Piano carceri, specificamente alla edilizia penitenziaria. Magari, perché no, più attenti suggerimenti concernenti i concorsi di progettazione di nuovi istituti, da sempre subordinati agli intricati meccanismi del Dap.
Meglio ancora un piano programmatico concernente una visione, una "sistematica di riuso" degli antichi castelli o degli edifici costruiti prima dell'Ottocento presenti nei centri storici e destinati, contro ogni logica, tuttora a carceri. Vano sarebbe stato sperare qualche riflessione sul rapporto tra architettura penitenziaria e diritti umani?
Non avremmo disdegnato certo di ascoltare, dalla politica tutta, ancora qualche osservazione attinente il che fare delle vecchie carceri eventualmente da trasformare con leggi speciali in altre strutture del tipo da archeologia industriale per nuovi musei o altro ancora. Il "vantaggio" per l'architettura, che già tanto soffre in Italia da anni per molte e svariate ragioni, di avere in Parlamento un senatore a vita, peraltro un grandissimo architetto, di grande esperienza e noto in tutto il mondo, si è ridotto nei fatti a guidare con la sua esperienza un gruppo di architetti e docenti universitari benedicendo dall'alto del suo ruolo la casetta per gli incontri. Speriamo che in futuro le cose cambino.
Visto anche l'impegno che da anni molti architetti, in mancanza di una "corte" adeguata poco ascoltata dal Dap, dedicano alle questioni relative all'edilizia carceraria, proponendo riflessioni, dibattiti e pubblicazioni, ci sarebbe da sperare finalmente in una maggiore attenzione. Ma si sa: meglio cominciare dalle cose piccole per arrivare a quelle più grandi. Sempre, naturalmente, con uno sponsor dietro le spalle che possa essere di garanzia. Non sia mai che in Italia si passi, una volta per tutte, senza una "guida" autorevole, affermando soltanto una più trasparente partecipazione al fare. Basata solo sul merito.
*Vicepresidente Centro Europeo Studi Penitenziari
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 ottobre 2020
Odori nauseabondi, nessuna privacy, degrado e sporcizia. Per 45 anni, i detenuti sono stati reclusi in bugigattoli di stampo medievale delle dimensioni di due metri e cinquanta per un metro e mezzo. L'arredamento comprendeva un tavolo minuscolo a pochi centimetri da un orrido cesso. Ci vivevano spesso in due, in mezzo a miasmi del gabinetto e condizioni igieniche vergognose, in spregio a ogni regola.
Dopo quasi mezzo secolo finalmente è stato deciso di chiudere questo orrore. Parliamo della "sezione blu" del carcere di Trani. Celle, appunto, molto piccole e bagni a vista, ma anche degrado generalizzato e mancanza di dignità di trattamento dei detenuti. Sono solo alcune delle condizioni che hanno convinto a chiudere quella che, secondo il Garante pugliese per i diritti dei detenuti, Piero Rossi, era una vera e propria "vergogna" per la quale era necessario agire subito soprattutto per la "dimensione di inumanità" in cui erano costretti a vivere i detenuti.
Chiusa a causa delle condizioni di degrado in cui riversava, un tempo, la sezione era destinata, nello specifico, ai detenuti in regime di massima sicurezza. Un ramo del carcere che prospera dagli anni 70, e che ha dato "graziosa" ospitalità a brigatisti e persone accusate di terrorismo. La cosiddetta "sezione blu", denominata così per le inferriate e le pareti dipinte dello stesso colore, finalmente sarà svuotata e ristrutturata. I detenuti saranno trasferiti nel nuovo padiglione, una palazzina attigua alla struttura penitenziaria, i cui lavori sono appena conclusi.
Per anni, a denunciare queste condizioni sono stati proprio gli agenti penitenziari: denunce, appelli, telefonate, lettere. In più di una occasione il Sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe) ha sollecitato l'amministrazione penitenziaria affinché chiudesse con un tratto di penna, senza se e senza ma, quella che era diventata la sezione della vergogna. I dettagli delle novità relative al carcere di Trani e ad altre strutture penitenziarie pugliesi, anche con nuovi servizi sanitari dedicati ai detenuti, saranno al centro di un webinar moderato dal garante Rossi stamane, 22 ottobre, alle 12 con gli interventi del governatore Michele Emiliano, del presidente del Consiglio regionale Mario Loizzo, dell'epidemiologo Pier Luigi Lopalco, del provveditore dell'Amministrazione Penitenziaria per la Puglia e la Basilicata, Giuseppe Martone, del direttore del Dipartimento regionale Salute, Vito Montanaro, del direttore generale della Asl Alessandro Delle Donne e del direttore del carcere di Trani, Giuseppe Altomare.
di Errico Novi
Il Dubbio, 22 ottobre 2020
La decisione del procuratore Greco dopo il contagio di diversi magistrati e dipendenti. Il palazzo di Giustizia di Milano corre ai ripari. Con una circolare, a seguito dei casi di contagio registrati nei giorni scorsi, il procuratore capo Francesco Greco ha disposto il ritorno all'interlocuzione digitale, con contatti solo via email o al telefono e appuntamenti in presenza concordati. Un documento con il quale viene regolato il rapporto tra gli avvocati e gli uffici della Procura di Milano, che in questi giorni hanno visto il contagio di quattro magistrati.
Disposizioni stabilite "tenuto conto dell'evoluzione della situazione sanitaria, che sia pur con delle caratteristiche diverse rispetto alle prime fasi della emergenza, attraversa una fase critica ed esige comunque massima attenzione, considerata altresì la ripresa massiccia di tutte le attività produttive pubbliche e private e quindi la ripresa degli spostamenti fisici", si legge nella circolare, valida fino al 15 novembre.
Greco ha disposto che per le esecuzioni penali tutte le istanze e le richieste di consultazione dei fascicoli vanno inoltrate all'indirizzo pec dell'ufficio. In seguito, i fascicoli prenotati saranno resi disponibili, previo visto del pm, "con visione fisica programmata, presso le sezioni competenti". La consultazione degli atti di dibattimento può avvenire solo a seguito di richiesta inviata agli indirizzi mail dedicati dell'ufficio, a seguito della quale la cancelleria fisserà il giorno e l'ora per la consultazione, che avverrà in un ufficio del predibattimento.
Per la ricezione di atti sarà aperto uno sportello riservato alle Forze dell'ordine, in Via Manara al piano terra, dalle ore 9,30 alle ore 12,30 dal lunedì al sabato. L'inoltro degli atti (querele, memorie, istanze di interrogatorio, nomine eccetera) in formato pdf dovrà essere effettuato via pec all'apposita mail certificata della procura, nonché in copia all'indirizzo istituzionale della segreteria del magistrato titolare del procedimento indicato sul sito della Procura.
Alle denunce e alle querele deve essere allegata copia del documento di identità. L'eventuale deposito di allegati, se voluminosi, dovrà avvenire su supporto digitale presso l'ufficio ricezione atti, dalle ore 9,00 alle ore 12.30 dal lunedì al venerdì. La richiesta dei certificati del casellario potrà avvenire esclusivamente online, tramite il form esistente sia sul sito della Procura, con la possibilità di ritiro presso l'Urp dalle ore 9.00 alle ore 13, dal lunedì al venerdì.
La richiesta dei Permessi di colloquio è prevista esclusivamente online tramite l'apposito form, così come la richiesta di appuntamenti per visionare fascicoli e richieste rilascio copie Tiap per la chiusura delle indagini. Gli atti si considereranno ricevuti dagli avvocati con l'avviso di ricevimento della mail - in caso di trasmissione con Onedrive - ovvero nella data di consegna del dvd o copia cartacea, ovvero dalla data di consultazione del fascicolo.
Per quanto riguarda le negoziazioni assistite, viene prorogata la procedura telematica di deposito autorizzazione. L'accordo dovrà essere trasmesso via pec. Per i procedimenti della Dda, le nomine dei difensori, le memorie e le richieste di interrogatorio vanno inoltrate, esclusivamente, alla mail
Per l'ufficio intercettazioni, tutte le richieste provenienti da avvocati relative ad ascolto o duplicazioni di file audio dovranno pervenire esclusivamente via mail. L'ufficio riceve solo su appuntamento inviando mail all'indirizzo. La ricezione delle istanze per l'ufficio liquidazioni e la richiesta di informazioni avviene esclusivamente per posta elettronica, e così via.
Intanto, la Camera penale milanese segnala che "è giunto il momento in cui il Governo decida di rendere possibile il deposito degli atti difensivi via Pec. Per spingere in questa direzione - spiegano i penalisti milanesi - abbiamo proposto ai vertici degli uffici giudiziari di Milano di sollecitare con comuni intenti il ministro della Giustizia e il Legislatore.
Ci auguriamo - si legge ancora - che le cautele, realizzate e preventivate da parte dell'autorità giudiziaria milanese, possano consentire al sistema della giustizia penale di non incorrere in una nuova paralisi, anche se evidentemente sarà fisiologico un rallentamento".
Intanto è di questa mattina del quinto caso di positività in Procura, con il contagio di un altro pm. La conseguenza è stata la chiusura di uno dei corridoi del quarto piano con un nastro, isolata anche una scala laterale, bloccata con alcune spranghe, in modo da consentire la sanificazione delle aree. I primi due casi erano stati registrati la scorsa settimana, e gli altri tra ieri e l'altro ieri. Diversi i magistrati in isolamento e quelli che si sono sottoposti al tampone. Intanto, dovrebbe tenersi oggi una riunione tra i vertici del Palazzo di Giustizia per decidere le prossime misure da adottare per limitare i contagi.
di Massimiliano Nerozzi
Corriere di Torino, 22 ottobre 2020
Causa numero eccessivo di persone - tutte parti processuali - rispetto alle dimensioni dell’aula, ieri mattina è saltato un altro dibattimento, quello contro l’ex comandante dei carabinieri di Pinerolo, accusato di corruzione, rivelazione di segreto d’ufficio e circonvenzione di incapace in concorso, nell’inchiesta del pubblico ministero Elisa Pazé. Del resto, la chiusura delle maxi aule dopo la caduta di un listello di legno dal tetto, ha ulteriormente complicato le cose, dentro un palazzo di giustizia che ha pochi spazi idonei alle norme anti-covid. I presidenti di sezione stanno tentando di salvare più processi possibili, ma ieri, per esempio, ci si è ritrovati nell’aula 59, una delle più piccole, e così i difensori hanno fatto istanza di rinvio, per motivi sanitari. Dopo aver posticipato l’udienza alle 10, nel tentativo di reperire un’altra aula, ai giudici della terza sezione penale non è rimasto che rinviare il dibattimento. Come se non bastasse, sulle attività del palazzo “Bruno Caccia” pende l’accordo del 14 ottobre, tra il Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria e i sindacati, sullo smart working (previsto fino al 31 dicembre). “Ho capito che può essere un casino - dice schietto Gabriele Gilotto, segretario della Cgil-funzione pubblica (Fp) - e che questo rischia di rallentare la giustizia”. In alcuni tribunali, anche di più: “A Ivrea c’è una scopertura di posti del 50 per cento: se la metà lavorasse da casa, non aprono neanche la porta”. I dirigenti degli Uffici dovranno organizzarsi, anche con i sindacati, come ricorda Aldo Blandino, della Cisl-fp: “Lo smartworking in periodo emergenziale è materia contrattuale, e quindi si dovrà fare un accordo vero e proprio”. Proprio ieri sono arrivate le richieste di incontro, da parte dei vertici giudiziari. Così come sono stati notificati gli accordi, con i lavoratori che cinque giorni per indicare la disponibilità al lavoro agile, cui seguiranno altri 10 giorni per la valutazione. Al solito, come già visto sotto lockdown, c’è un enorme problema, di più nel settore penale: “La strumentazione informatica non è adeguata”, taglia corto Gilotto. Tiene alta l’attenzione anche il segretario generale della Confsal-Unsa, Costantino Squeo, partendo dall’allarme del presidente del tribunale di Bologna (“con lo smartworking al 50 per cento chiudiamo”): “Non dice una bugia, perché c’è la possibilità che i tribunali si blocchino, ma aggiungo che ci sono mezze misure”. Ovvero: “La cosa importante è che gli individui fragili, con certificato, devono assolutamente stare in smart, come chi ha superato i 63 o i 65 anni”. Altra avvertenza: “Però, non siamo d’accordo a mandare persone a casa, senza fare nulla”. Come però a volte è successo, durante il lockdown, dicono altri, sottovoce: “Gli si è dato da fare qualcosetta, ma i sistemi informatici da remoto sono inaccessibili”. Così, Squeo fa una proposta: “Chi è a casa potrebbe fare formazione”. Che i sistemi telematici siano un mezzo disastro lo conferma Blandino: “C’è una certa difficoltà nel far dialogare i software, senza dimenticare la necessaria segretezza dei dati”. Allora, si torna al punto di partenza: “Che sia uno smartworking produttivo”. Nell’attesa, molti avvocati in giro per il palazzo di giustizia, sono pessimisti: “Qui si blocca di nuovo tutto”. Vengono in mente le parole del presidente del tribunale, Massimo Terzi, uscendo dal lockdown: “Un altro vorrebbe dire la fine del settore penale”. Dunque, occhio.
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