quinewselba.it, 22 ottobre 2020
Un sopralluogo per cercare di risolvere le difficoltà per procedere con il progetto Pon inclusione. È questo il motivo che ha portato il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis a visitare l'isola di Pianosa nei giorni scorsi. Ad accompagnare il viceministro che ha visitato tutta l'isola e in particolare la zona che fino alla dismissione era destinata al carcere c'erano il sindaco di Campo nell'Elba Davide Montauti e il direttore del carcere di Porto Azzurro Francesco D'Anselmo.
Il Pon è un progetto che ha come obiettivo la formazione dei detenuti e il loro graduale inserimento nel mondo lavorativo con attività tutte destinate al mondo dell'agricoltura e sarà realizzato grazie ai fondi messi a disposizione dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali con il cofinanziamento del Fondo sociale europeo.
Tra Pianosa e Gorgona sono stati stanziati circa 1 milione e 300mila euro e il programma vedrà come soggetto attuatore la Regione Toscana. L'isola di Pianosa ha nella sua storia una narrazione tutta dedicata all'agricoltura. Già dalla seconda metà del 1800 il direttore della colonia agricola Leopoldo Ponticelli, uomo illuminato e di grande cultura sviluppò intorno al carcere progetti di recupero dei detenuti attraverso modelli destinati alle produzioni agricole moderni ed innovativi.
"È stato un incontro molto positivo - ha detto il sindaco di Campo nell'Elba Davide Montauti - teso a risolvere alcune difficoltà di tipo tecnico.
Con il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis ci siamo focalizzati su alcuni aspetti strettamente strutturali fondamentali per la realizzazione del progetto. C'è la volontà condivisa delle Istituzioni coinvolte ad avviare in tempi brevi il progetto Pon. Questo è un passo importante per consolidare interventi che aiutino l'isola a superare lo stato di degrado.
La strada è ancora lunga ma la nostra idea è anche quella di costruire una rete di collaborazioni con le realtà agricole locali. Una sinergia che potrebbe portare sviluppo e lavoro anche per il nostro territorio considerando anche che, grazie agli usi civici, buona parte dell'isola appartiene alla comunità campese".
siracusanews.it, 22 ottobre 2020
Al centro del dibattito la condizione dell'infermeria e la cadenza delle visite al Cavadonna e al carcere di Brucoli. "Rapporti tra Asp, amministrazione penitenziaria e ufficio del Garante in materia di tutela del diritto alla salute e di accesso alle cure dei soggetti sottoposti a restrizione della libertà personale". Nei giorni scorsi, negli uffici dell'azienda sanitaria provinciale di Siracusa, si è svolto un incontro tra Giovanni Villari, Garante dei diritti delle persone private della libertà e Salvatore Madonia, nuovo direttore sanitario dell'Asp 8 di Siracusa.
L'incontro ha avuto il fine, oltre le presentazioni ufficiali, di informare il direttore dei problemi frequentemente incontrati dai detenuti degli istituti carcerari di Cavadonna e Brucoli per l'accesso alle cure e quindi la tutela del loro diritto alla salute che, come risaputo, non è inferiore a quello dei cittadini in libertà. Il direttore Madonia ha voluto che all'incontro fosse presente anche Adalgisa Cucè, responsabile dell'Urp (ufficio relazioni con il pubblico), la quale ha fornito spiegazioni e giustificazioni in merito ai soliti ritardi che si verificano tra le richieste avanzate dall'infermeria del carcere per la cura dei detenuti e la prestazione dei servizi sanitari.
Al fine di velocizzare e migliorare la comunicazione tra il carcere e l'amministrazione sanitaria, Madonia ha individuato e incaricato nella persona del dottor Micale, l'attuale responsabile di medicina legale, il referente dell'Asp, il quale già da tempo intrattiene rapporti con la direzione della Casa Circondariale di Cavadonna. Il Garante ha sottolineato l'impegno e l'attenzione che la direzione della casa circondariale di Cavadonna ha sempre dimostrato in materia di cure, affinché il diritto alla salute venga garantito a tutte le persone detenute. Poi ha elencato le principali anomalie nei rapporti tra Asp e istituto penitenziario.
Il primo punto è quello del ritardo nell'erogazione dei servizi inerenti alle visite specialistiche. L'attesa per ricevere una radiografia o una Tac è mediamente superiore ad un anno. A tal proposito la dottoressa Cucè ha puntualmente sottolineato che questo è un problema che non riguarda solo il carcere ma "tutti i cittadini". Chi si trova in condizione di detenzione, quando richiede prestazioni sanitarie, deve attenersi ai regolamenti e alle direttive imposte dalla struttura e non può optare per un'alternativa. Dal punto di vista della dottoressa, inoltre, l'irregolarità formale di molte delle richieste di cure provenienti dal carcere sarebbe uno degli ulteriori motivi dei ritardi nell'erogazione delle prestazioni sanitarie. Non vi è molta fluidità nelle comunicazioni tra il presidio sanitario all'interno del carcere e l'ufficio predisposto alla ricezione delle richieste, entrambi appartenenti alla stessa amministrazione.
Questo costituisce un serio ostacolo all'esercizio del diritto alla salute per chi si trova in stato di restrizione della libertà personale. Madonia, mostrando attenzione e interesse, ha promesso il suo impegno per l'erogazione dei servizi diagnostici di radiologia attraverso l'invio di un Urm (unità radiologica mobile) nella struttura di Cavadonna. Problema a se stante è quello degli esami endoscopici. Ritardi in tutta la provincia di Siracusa e non solo, quindi non soltanto nei confronti dell'istituzione penitenziaria.
Il secondo punto della discussione è la richiesta di una maggior frequenza di visite psicologiche e psichiatriche. Al momento viene erogata una visita settimanale e il Garante chiede che ne vengano erogate almeno tre, per permettere ai detenuti che soffrono problemi psicologici e psichiatrici di ricevere le cure adeguate.
Il terzo punto della discussione ha riguardato l'infermeria dell'ospedale e la predisposizione dei dispositivi sanitari. Il Garante ha segnalato come l'infermeria sia dotata di dispositivi, accessori e arredi vetusti, non adeguati all'ambiente sanitario e alle esigenze dell'istituto penitenziario di Cavadonna, secondo a livello regionale in termini di presenze di detenuti. A tal proposito il Garante auspica un'eventuale e prossima visita del direttore Madonia nei locali l'area sanitaria di Cavadonna a scopo conoscitivo.
Il direttore del carcere ha dichiarato che è sua competenza la predisposizione e la manutenzione straordinaria dei locali ma che è competenza dell'Asp la predisposizione dei dispositivi e dei presidi sanitari e la loro manutenzione. Il quarto ed ultimo punto della discussione ha riguardato la predisposizione di una linea diretta di comunicazione tra il carcere e l'ASP, che è anch'essa di competenza dell'amministrazione sanitaria. Il nuovo direttore sanitario, Madonia, ha mostrato la sua piena disponibilità a risolvere, nei limiti delle sue possibilità, le problematicità emerse dai sopralluoghi svolti dal Garante.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 22 ottobre 2020
Nei mesi scorsi tre detenuti del carcere di Cuneo hanno appreso tecniche e segreti della panificazione e da qualche giorno hanno iniziato a lavorare nel laboratorio aperto, all'interno dell'istituto, da Mondo pane S.r.l, azienda di Mondovì molto conosciuta e apprezzata nel Cuneese.
I locali in cui è stata allestita la sede dell'attività per la panificazione e la produzione di prodotti da forno, sono stati concessi in comodato d'uso gratuito dalla Direzione della casa circondariale alla ditta, che ha assunto detenuti alle proprie dipendenze. Il tutto sulla base di una convenzione, firmata lo scorso agosto, tra la casa circondariale e Mondo pane S.r.l. Il laboratorio, inaugurato giovedì scorso, consente di prevedere uno sbocco lavorativo per l'attività formativa che, fin dal 2011, si svolge all'interno del penitenziario in collaborazione con l'Istituto di Istruzione Superiore Statale "Virginio-Donadio" di Cuneo per il conseguimento della qualifica professionale triennale di addetto ai servizi per la ristorazione.
È parte integrante del progetto la creazione di rapporti strutturati con il territorio che possano ampliare le prospettive di reinserimento sociale di detenuti tramite una rete istituzionale che comprenda il Comune di Cuneo, la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo e le associazioni di categoria.
di Luca Donigaglia
agenziadire.com, 22 ottobre 2020
In lizza per l'edizione 2020: Gianrico Carofiglio con "La misura del tempo", Valeria Parrella con "Almarina", Maria Attanasio con "Lo splendore del niente e altre storie". Detenuti e operatori sociali online insieme, all'insegna della cultura. Saranno 14 i penitenziari italiani, sui 17 che aderiscono al progetto "Sognalib(e)ro 2020", collegati in teleconferenza domani dalle 10 per la prima iniziativa del premio letterario nazionale per le carceri, che mira a promuovere "lettura e scrittura come strumento di riabilitazione come prevede l'articolo 27 della Costituzione".
Dalle rispettive sedi, i detenuti coinvolti parteciperanno all'autopresentazione dei tre scrittori in lizza per l'edizione 2020: Gianrico Carofiglio con "La misura del tempo" (Einaudi, 2019), Valeria Parrella con "Almarina" (Einaudi, 2019), Maria Attanasio con "Lo splendore del niente e altre storie" (Sellerio 2020). Ognuno di loro interverrà in videoconferenza collegandosi dalle rispettive città, attraverso il carcere di Sant'Anna di Modena, con gli altri 13 istituti penitenziari connessi.
L'iniziativa è stata illustrata oggi nella città della Ghirlandina dall'assessore alla Cultura Andrea Bortolamasi con Bruno Ventavoli, giornalista di Tuttolibri-La Stampa e presidente del premio, e in collegamento da remoto Maria Martone, direttrice del Sant'Anna di Modena, oltre a Eugenio Garavini, vicedirettore generale di Bper Banca, e a Marco Bonfiglioli, dirigente del provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria.
Quest'ultimo rimarca sul "rilievo dell'appuntamento", proprio perché si svolgerà all'interno del carcere di Modena, ormai recuperato perché "si stanno concludendo a tempo di record i lavori di ripristino dopo i fatti di marzo", con la rivolta dei detenuti tra disordini e decessi nel vivo della prima fase dell'emergenza Covid.
Nel frattempo, i detenuti delle 17 carceri in rete con Sognalib(e)ro stanno iniziando a leggere i tre testi in concomitanza con l'avvio dell'anno scolastico. Al termine sceglieranno "il migliore romanzo", con un voto e con un'apposita guida che permette, con l'aiuto degli educatori, di esprimere giudizi e osservazioni dettagliate sul testo e sull'esperienza di lettura.
Dunque, sono stati individuati dal ministero 17 istituti dove sono attivi laboratori di lettura o scrittura creativi: oltre a Modena, ci sono la casa circondariale di Torino Lorusso e Cotugno, le case di reclusione Milano Opera, e Pisa, Brindisi, Trapani, Verona, Cosenza, Saluzzo, Pescara, Napoli Poggioreale, Sassari, Paola, Ravenna e Castelfranco Emilia, quelle femminili di Roma Rebibbia e Pozzuoli.
Il Giorno, 22 ottobre 2020
"I classici a fumetti. Pensieri a colori dal carcere": la mostra curata dall'associazione Bottega Volante, si inaugura venerdì 23 ottobre alle 19 a Villa Olmo, e resterà allestita fino al 1° novembre. "Dalle parole alle emozioni. Dai pensieri alle immagini. - spiegano i curatori - Il tema dell'edizione 2020 di Parolario è il coraggio".
Parole tratte da libri che, una volta al mese, nel 2018 e 2019, hanno superato le sbarre per arrivare nelle mani di un gruppo di detenuti del carcere del Bassone di Como. Le pagine di quei romanzi hanno fatto nascere emozioni e pensieri trascritti sulla carta da alcuni di quei detenuti, arrivando nelle mani di un gruppo di ventisei disegnatori che collaborano con l'associazione Slowcomix che hanno immaginato e donato la loro copertina per quel classico. La mostra si può visitare da lunedì a venerdì dalle 15 alle 23, sabato e domenica dalle 10 alle 22, con ingresso libero.
mentelocale.it, 22 ottobre 2020
Giovedì 22 ottobre 2020, alle ore 18.00, il Teatro Menotti di Milano ospita la presentazione del libro Di cuore e di coraggio di Giacinto Siciliano (per info e prenotazioni 02.36592538). Il senso dello Stato è uno dei pilastri essenziali di qualsiasi società civile.
Proprio a recuperare e consolidare il senso dello Stato in chi lo ha perduto, dedica da sempre la propria vita Giacinto Siciliano, una lunga carriera condotta interamente nella amministrazione penitenziaria italiana che lo ha portato a confrontarsi con detenuti di ogni provenienza, dagli stranieri che affollano oggi i bracci di San Vittore ai mafiosi più irriducibili del reparto 41bis nel carcere di Opera, tra cui lo stesso Totò Riina.
Leggendo i ricordi raccolti in questo libro profondo ed emozionante, si squarciano davanti agli occhi dei lettori le realtà più delicate e dolorose come le rivolte - anche quella scoppiata a San Vittore nel marzo 2020 a seguito della diffusione del Coronavirus - e dei suicidi in carcere.
Al tempo stesso si comprende cosa voglia dire gestire e tentare sempre, anche nei casi estremi, di avviare un percorso di recupero. Perché quello del direttore penitenziario - come lo interpreta Giacinto Siciliano - è un lavoro di cuore e di coraggio: non si tratta certo di fare sconti, anzi al contrario occorre impegnarsi quotidianamente per dare fiducia a ogni detenuto e aprire un dialogo che lo porti a comprendere i propri errori e a riappropriarsi del valore delle regole e, appunto, del senso dello Stato. Ogni uomo è una storia, ma è anche un futuro, dice Siciliano. Il suo dovere è indicargli la via per costruirsi un futuro solido e libero.
di Massimiliano Minervini
gnewsonline.it, 22 ottobre 2020
Raccontare il mondo dei detenuti attraverso la fotografia: questo è l'ambizioso progetto che da anni impegna Clara Vannucci. Fra Italia e Stati Uniti, l'artista ha descritto, attraverso il suo obiettivo, la vita negli istituti di pena. Nel carcere di Volterra, a stimolare la sua fantasia sono stati i partecipanti alla Compagnia della Fortezza, reclusi e teatranti, immortalati in un reportage dal titolo "Crimine e redenzione". "Ero molto giovane quando ho iniziato a occuparmi di teatro all'interno del carcere - sostiene Clara Vannucci. Successivamente alla prima esperienza in un istituto minorile, ho iniziato a documentare numerose realtà carcerarie toscane, fra cui Volterra. Mi colpì il fatto che in quel penitenziario la recitazione permettesse al detenuto di entrare anche in contatto con il mondo del lavoro. Così iniziai a fotografare ogni anno le manifestazioni teatrali che lì si svolgevano. La raccolta che ho realizzato è il riassunto in immagini di oltre dieci anni di lavoro. Grazie al carcere ho potuto trasformare una passione in una professione".
Immancabili i ricordi di volti e di storie che l'hanno accompagnata in questo cammino: "Ho tanti ricordi a Volterra - sottolinea la fotografa - e con alcuni detenuti avevamo costruito un rapporto intenso, umano. Alcuni, una volta usciti dalla struttura, avendo estinto la pena o scontandola con modalità diverse, vi rientravano per continuare a recitare. Altri, partendo dalla compagnia della Fortezza, sono riusciti a ritagliarsi ruoli da attori professionisti".
"Tante soddisfazioni - conclude Clara Vannucci - le ho raccolte anche nel carcere di Opera, dove ho lavorato per circa 2 anni, in cui ho potuto immortalare dei momenti di grande intimità come durante le partite di calcio fra detenuti e figli. Un lavoro che ho avuto il piacere di ripetere anche a Secondigliano".
di Guido Vitiello
Il Foglio, 22 ottobre 2020
In coda a "Dei relitti e delle pene", utilissima radiografia della questione carceraria in Italia appena pubblicata da Rubbettino, Stefano Natoli ricorre alle parole di un romanzo di José Saramago, "Cecità", per dire che rispetto alle patrie galere siamo come "ciechi che, pur vedendo, non vedono". Mi sembra una metafora ben più accurata di quella del carcere come discarica in cui la società nasconde le sue vergogne.
È evidente infatti che il sentimento della vergogna non ci sfiora neppure; anzi, sono sempre più numerose le avvisaglie che le miserie del sistema carcerario stiano conquistando una nuova e perversa visibilità. La sfrontatezza cerimoniale e organizzata dei pestaggi di Santa Maria Capua Vetere, svelati dalla benemerita inchiesta di Nello Trocchia su Domani, o, per altro verso, le aggressioni ostentatorie di esponenti politici nazionali e di talk-show maramaldi contro quelli che oggi sono detenuti inermi nella custodia dello stato - si tratti di Cesare Battisti o di qualche boss moribondo - sembrano definire un nuovo ruolo del carcere nell'economia psicopolitica nazionale: un luogo chiuso ma non più invisibile, anzi continuamente e trionfalmente esibito, su cui riversare i nostri bisogni di umiliazione simbolica. Ci godiamo lo spettacolo con occhi avidi, e l'unico punto cieco riguarda l'umanità dei detenuti. Dopo tutto, le metafore che usiamo con distratta ferocia la sanno più lunga di noi; e non ci voleva un genio per capire che, quando butti la chiave, ti si spalanca il buco della serratura.
di Andrea Conti
Il Fatto Quotidiano, 22 ottobre 2020
La serie tv di Rai Due che accende la speranza contro la Camorra. Intervista all'attore 24enne Massimiliano Caiazzo, che nella serie interpreta il personaggio chiave Carmine. Figlio di una nota famiglia di camorristi di Napoli, Carmine cerca di fuggire dalle grinfie della famiglia con l'aiuto del comandante dell'Istituto di Pena Minorile di Napoli. La serie tv è ben scritta con attori di alto livello ma è purtroppo spesso rimasta schiacciata dai dati Auditel (ha totalizzato 6.8% di share mercoledì scorso) della concorrenza "in casa" di Rai Uno e Rai Tre
"Il Mare Fuori è l'attimo in cui si spalanca una finestra e lo sguardo spazia fino a orizzonti infiniti, dove, come miraggi, i sogni imprigionati danzano vividi". Quegli "orizzonti infiniti" sono appunto i sogni di libertà e speranza. È iniziata così, lo scorso 23 settembre, la bella serie tv di Rai Due "Mare Fuori". La storia, diretta da Carmine Elia con Carolina Crescentini e Carmine Recano, racconta le vicende degli adolescenti rinchiusi nell'Istituto di Pena Minorile di Napoli. Storie difficili contrassegnate dalla violenza, dalle quali c'è sempre qualcuno che prova a scappare e salvarsi. L'Istituto Minorile è realmente sul mare e ospita settanta detenuti: 50 maschi e 20 femmine. Quando entrano i ragazzi hanno sempre meno di 18 anni.
FQMagazine ha incontrato Massimiliano Caiazzo, che interpreta Carmine, il personaggio chiave di "Mare Fuori". "Scappare dalla Camorra si può - spiega Massimiliano -, bisogna avere punti di riferimento positivi". Carmine proviene da una nota famiglia di camorristi ma cerca in tutti i modi di fuggire dalle grinfie della famiglia, lavorando come parrucchiere e sognando di costruire un futuro con la sua ragazza. Un tragico evento lo costringe ad entrare in carcere e nonostante le forti pressioni interne ed esterne, riesce a non cadere nella tentazione di entrare nel circolo malavitoso. La serie tv è ben girata con un cast di attori giovanissimi di alto livello, tra questi si segnalano Nicolas Maupas, Giacomo Giorgio e Valentina Romani. Il messaggio sociale è importante. Nonostante queste ottime premesse "Mare Fuori" si è fermato a uno zoccolo duro di 1.550.000 spettatori pari al 6.8% di share, dati Auditel della scorsa puntata. Un ottimo prodotto schiacciato al mercoledì dalla forte concorrenza, anche in casa Rai, di "Chi l'ha visto", le partite su Rai Uno o gli speciali di Alberto Angela.
Carmine è il personaggio chiave della serie. Fugge dalla Camorra, secondo te è possibile fuggire dalla malavita?
Sì, è possibile. Non mi riferisco solo al contesto di una famiglia malavitosa, ma ai tanti tipi di violenza psicologica e fisica che questi ragazzi subiscono. Secondo me è sempre possibile evadere attraverso la scelta di una alternativa. In qualche modo è quello che si cerca di fare anche negli istituti penitenziari, ossia affiancare questi ragazzi a persone che diventino loro punti di riferimento. Un percorso importante soprattutto per questi adolescenti che ancora non sanno distinguere il bene dal male. Nel caso di 'Mare Fuori' è il comandante che cerca di aiutare Carmine.
Sei entrato in contatto con i ragazzi dell'Istituto di Pena Minorile di Napoli, quali sono state le tue impressioni?
Nel momento in cui varchi la porta dell'Istituto cambia l'energia che si respira nell'aria. C'è un carico di tensione allucinante. Mi ha colpito l'attenzione delle guardie nei nostri confronti, che eravamo lì come visitatori. Ho provato una immensa tenerezza nei confronti di alcuni dei detenuti. Giovanissimi con uno sguardo dolce. Mai e poi mai avrei detto che ragazzi così potessero finire poi rinchiusi in cella. C'è stato anche chi, mentre noi visitatori giravamo, stava in disparte oppure si assentava come assorto nei propri pensieri. Ho preso questo spunto per cercare di dare credibilità al mio personaggio che spesso si defila, come per cercare dentro di sé alcune risposte irrisolte della vita.
Come mai l'età dei detenuti si abbassa sempre di più con il passare degli anni?
Più sono piccoli e meno strumenti hanno per scindere il bene dal male. Si segue l'unica strada che si conosce. Nessuno nasce buono, cattivo, criminale, serial killer o avvocato. Ognuno di noi diventa 'qualcuno' in seguito al contesto sociale dove è cresciuto.
Quali storie si celano dietro tutta la violenza di questi ragazzi?
Tutto ha una origine. C'è sempre un motivo per cui si agisce in un determinato modo. Spesso queste azioni sono mosse da un tentativo di farsi accettare o ingraziarsi una persona a cui si vuole bene. Alla base quello che spinge all'azione una persona è sempre un groviglio di emozioni.
Ti sei mai ritrovato in mezzo a situazioni borderline?
Ho visto amici prendere brutte strade e con qualcuno ho avuto possibilità di parlare per confrontarmi, prima di iniziare le riprese. L'ho fatto per capire perché si sceglie di intraprendere una vita così. La cosa che mi ha colpito di queste persone è che stanno sempre " ull'attenti", si guardano attorno come se dovesse sempre succedere qualcosa da un momento all'altro. Nel parlare con loro, confesso che in qualche modo mi sono sentito 'in colpa' perché sono stato fortunato: ho scelto la recitazione.
Cos'ha rappresentato per te la recitazione?
Io, come molte persone, ho attraversato un periodo della vita in cui mi vergognavo di mostrare chi ero. Con la recitazione mi sono 'liberato' e mi sono sentito molto più leggero. Non avrei mai pensato qualche anno fa di intraprendere questa carriera.
Se non avesse recitato chi sarebbe oggi Massimiliano?
Ero iscritto all'Università in Biotecnologie, andavo a lezione ma al posto di seguire studiavo i copioni. Ho provato a fare altro, ma la strada del cinema era la più forte di tutte.
Il messaggio di speranza di 'Mare Fuori' è arrivato a destinazione?
Mi sono arrivati un sacco di messaggi. Oltre a chi ti fa i complimenti per l'aspetto fisico, mi hanno colpito molto alcune storie. Una ragazza era indecisa se entrare a lavorare all'Istituto di Pena Minorile e alla fine si è convinta, dopo aver visto la serie. Un ex detenuto mi ha scritto dicendo che le storie erano pazzesche e corrispondenti alla realtà. Insomma anche solo aver regalato un granellino di speranza a qualcuno per me è un gran successo.
di Pier Luigi Portaluri*
Corriere della Sera, 22 ottobre 2020
Vi è un rischio legato alla pandemia che non riguarda la vita o la libertà dei cittadini, ma l'assetto futuro delle democrazie europee. Lo rende più insidioso l'esser nascosto e il non essere immediato. Un passo indietro. Durante la prima ondata del virus i giuristi hanno cercato di teorizzare l'autorità che i governi esercitavano negli Stati colpiti dall'attacco. Due i filoni del dibattito. Il primo. Se la situazione avesse comportato il passaggio, di fatto, a uno stato di eccezione. Il secondo. Se fosse opportuna una riforma costituzionale che regolasse competenze e poteri di gestione della crisi.
Il primo filone sembra per fortuna esaurito: a differenza dello stato di emergenza, lo stato di eccezione è una insidiosa sospensione dell'ordinamento vigente in vista di un assetto nuovo, di una cesura col passato. Come diceva Benjamin, l'eccezione diventa norma e si crea un vuoto di diritto. Il nazismo è l'esempio tragico: una "legittima" eccezione lunga dodici anni, dove tutto era retoricamente kampf, cioè lotta per raggiungere mete imprecisate. Del secondo c'è stata anche da noi qualche eco, soprattutto dopo il fallito tentativo francese di inserire nella Costituzione norme che disciplinassero questi momenti particolari. Ma a spianare la strada di Hitler fu l'abuso sistematico del famigerato articolo 48 della Costituzione di Weimar, il quale consentiva di congelare i diritti fondamentali se l'ordine pubblico fosse stato significativamente in pericolo.
Questi dibattiti, pur se sfociati nel nulla di fatto, hanno comunque un effetto in sé negativo. Lo ha evidenziato giorni fa Anne Simonin su Le Monde: anche solo discutendone, lo stato di eccezione conduce a riattivare le condizioni tumultuose delle sue origini. Crea una pericolosa e diffusa dimestichezza con l'idea di una negoziabilità politica estesa sino alle basi della convivenza civile. Nasce qui il rischio duplice - perché nascosto e non immediato - di cui dicevo all'inizio. Anche il solo evocare questo fantasma, e il dargli poi parvenza di vita con la continua normazione anti-Covid, scuote i pilastri dell'ordinamento. Anzitutto, i diritti fondamentali (alla vita, alla dignità, alla libertà) divengono nel sentire comune oggetto di un bilanciamento i cui criteri tendono a evitare - in nome dell'emergenza - un effettivo sindacato parlamentare: l'uso eccessivo della decretazione d'urgenza con l'immancabile maxi-emendamento governativo (accompagnato dall'altrettale fiducia) e il ricorso alle fonti secondarie (i molteplici dpcm) ne sono un paradigma vistoso.
Esautorato di fatto il Parlamento, il modello decisionale si sta assestando su un piano che si connota per il confronto fra esecutivo e giudiziario, nel quale la parola finale spetta oramai al secondo. Il cui prevalere è fenomeno non nuovo: "il diritto dei giudici appartiene al nostro destino", diceva più di mezzo secolo fa un giurista tedesco, Franz Gamillscheg.
L'esecutivo produce regole generali la cui vaghezza spesso non incide nella realtà: ne deriva una delega al potere giurisdizionale, vero arbitro del bilanciamento fra diritti fondamentali. Con una novità. Immettere nell'ordinamento nebbiose "sostanze normative" che sono non soltanto giustificate in nome della pandemia, ma anche disegnate a maglie larghe, significa accrescere lo spazio lasciato al giudice, che avrà come bussola interpretativa la tutela di esigenze per principio prevalenti, perché soggettivamente ritenute - a torto o a ragione - collegate all'emergenza.
Questi sono, in fondo, tempi politicamente abbastanza tranquilli: le istituzioni non sembrano in pericolo. Quindi affidare il bilanciamento fra diritti fondamentali a norme vaghe, e rilette dal giudiziario sotto la luce incerta dell'emergenza, non desta troppa preoccupazione. Oggi. Ma nel sistema si inocula così un altro virus: la menomazione di quei diritti è regolata dall'esecutivo solo genericamente, e l'interpretazione giurisdizionale avviene nel segno dell'emergenza. Il che potrebbe per esempio condurre ogni cittadino - lo ha sostenuto il Comitato etico tedesco - a dover accettare, in nome delle superiori esigenze del popolo, un "generale rischio di morte". Tempi tranquilli. Ma se il vento aumentasse, quel virus si attiverebbe. Pulsioni autoritarie, dittature presidenziali in stile weimariano disporrebbero di un complessivo modello istituzionale formalmente legittimo, ma pronto nella realtà a sospendere di nuovo i diritti fondamentali: compressi da una pseudo-democrazia governamentale che il giudiziario - assuefatto all'interpretazione in chiave permanentemente emergenziale - non potrebbe contrastare.
Una lezione non lontana. Ernst Forsthoff, allievo di Schmitt e nazista convinto, nel 1959 - dopo l'Ora Zero - recitò il suo pater peccavi. Riconobbe che chi si affida a logiche incerte come quelle emergenziali sigla una cambiale della quale non si conosce però il presentatore: se sfortuna vorrà che essa, un domani, sia presentata all'incasso.
*Docente di diritto amministrativo dell'Università del Salento
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