di Guido Neppi Modona*
Il Dubbio, 22 ottobre 2020
Da alcune settimane le risposte alla pandemia sono purtroppo caratterizzate da un crescente clima di incertezza e di confusione, che ormai coinvolge tutti i protagonisti istituzionali chiamati direttamente in causa, dal Presidente del consiglio dei ministri alle Regioni e ai sindaci. Il Presidente Mattarella aveva tempestivamente colto questo deterioramento e il 10 ottobre aveva rivolto un appello alla solidarietà e alle responsabilità individuali e delle istituzioni per fronteggiare l'ondata autunnale del contagio. Martedì ha avvertito l'esigenza di indirizzare un nuovo forte richiamo alla "collaborazione e al coordinamento", ribadendo che prevalente su tutto "è l'interesse generale di sconfiggere la pandemia", a cui deve esser sacrificato ogni altro interesse, sia esso individuale, collettivo, comunale, regionale o di qualsiasi altra natura. In altre parole, la pandemia può essere validamente contrastata solo se a livello individuale, sociale e istituzionale si affermerà un clima di "responsabilità diffuse".
Sembra invece che ciascuno tenda a muoversi per conto suo, a cominciare dal Presidente del consiglio. Ci si aspetterebbe che chi ricopre la carica di capo del governo diffonda fiducia e, nei limiti del possibile, qualche certezza. Purtroppo dal Presidente del Consiglio riceviamo quotidianamente un profluvio di parole, mentre vorremmo la comunicazione di fatti. Direttamente o attraverso fonti ministeriali siamo martellati da anticipazioni sui contenuti del prossimo o dei prossimi decreti anti-Coronavirus, veniamo a conoscenza che si stanno studiando misure per mettere al bando parrucchieri piuttosto che estetisti, che sono in corso estenuanti discussioni circa l'ora di chiusura di esercizi pubblici quali bar e ristoranti, suscitando evidentemente le indignate proteste delle categorie che si ritengono ingiustamente colpite dai provvedimenti restrittivi.
Nel clima di paura e insicurezza che stiamo vivendo sarebbe più corretto emanare i certamente impopolari ma necessari provvedimenti di contrasto alla pandemia senza sbandierarli e anticiparli a pezzi e bocconi, limitandosi poi a comunicare i contenuti definitivi e a spiegare le ragioni per cui è stato indispensabile assumere quelle misure. A questa discutibile strategia della comunicazione da parte del governo si è affiancata una gran baraonda di provvedimenti regionali e comunali, tra cui ad esempio la chiusura dei centri commerciali durante il week- end. Ricorre con sempre maggior frequenza il termine militaresco "coprifuoco", che i più anziani ricollegano ai tempi della Seconda guerra mondiale e dei bombardamenti sulle città italiane. Si parla di iniziative volte a mettere in isolamento quartieri cittadini, di chiusura di parti di questa o quella Regione, come se la tutela della salute, solennemente proclamata dall'art. 32 della Costituzione quale "fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività", fosse una faccenda locale e non invece una questione che coinvolge l'intera Nazione.
Come se la limitazione di fondamentali diritti di libertà che consegue a questi provvedimenti possa dipendere solo dalla volontà di un presidente di Regione o di un sindaco. Si deve poi tenere presente che ad assumere provvedimenti impopolari saranno chiamati anche sindaci di comuni e presidenti di Regioni ove l'anno prossimo si svolgeranno le elezioni amministrative, cioè soggetti che potrebbero trovarsi in situazioni di contrasto di interessi tra l'immediata esigenza di tutela della salute e i futuri appuntamenti elettorali.
Per evitare questa grande confusione, ed anche le violazioni del principio costituzionale di eguaglianza tra i cittadini dei diversi comuni e regioni, una Commissione governativa istituita presso la presidenza del consiglio dovrebbe assumersi il compito - puntualmente segnalato dal Presidente Mattarella - di "collaborazione, coordinamento e raccordo positivo" tra le varie iniziative e attività di contrasto alla pandemia. Della commissione, presieduta dal Presidente del Consiglio, dovrebbero necessariamente fare parte esponenti del Comitato tecnico scientifico per il Coronavirus e dell'Istituto superiore della sanità, nonché rappresentanti dei ministeri di volta in volta interessati. La Commissione verrebbe chiamata a esaminare e valutare le iniziative nazionali e locali di contrasto alla pandemia, verificandone la conformità all'interesse nazionale della tutela della salute e la proporzionalità- adeguatezza a fronte delle limitazioni ai diritti costituzionali di libertà che quelle misure necessariamente comportano.
Penso che l'esistenza e il funzionamento di un organo di questo genere potrebbe restituire un po' di fiducia e tranquillità a una popolazione che ormai quotidianamente vede sacrificata o comunque limitata la propria libertà, a partire dai diritti di circolazione e di riunione in qualsiasi parte del territorio nazionale. Sino ai durissimi mesi di isolamento nella propria abitazione, che ha violato il diritto alla "socializzazione", non scritto nella Costituzione ma profondamente radicato nell'esistenza e nella coscienza di ciascuno di noi.
*Professore, ex giudice costituzionale
di Errico Novi
Il Dubbio, 22 ottobre 2020
Un sondaggio condotto tra gli over 65 mette in luce difficoltà e abitudini dovute al coronavirus. Sanno di essere quelli che rischiano di più in caso di Covid-19, e ormai sono terrorizzati al punto da aver praticamente azzerato la propria vita sociale.
Hanno paura di finire in ospedale, di essere intubati e di non avere nessuno accanto al momento del trapasso, ma la prima preoccupazione è per i propri cari che hanno paura di poter infettare. È la fotografia che emerge dal sondaggio condotto da Senior Italia FederAnziani su un campione di 645 over 65, per analizzare le paure e le difficoltà che la popolazione "senior" del Belpaese sta incontrando in questo lungo periodo di pandemia, e il livello di fiducia nei decisori politici.
Così scopriamo che, nonostante le difficoltà, gli over 65 hanno imparato a usare tutte le tecnologie disponibili per restare in contatto con familiari e amici. Hanno avuto gravi difficoltà ad effettuare le visite specialistiche in itinere, gli esami diagnostici, gli interventi già programmati, i controlli oncologici e in un caso su tre sono stati costretti a ricorrere a strutture private pagando di tasca propria. Nonostante tutto, poi, si fidano delle istituzioni e tendenzialmente giudicano corrette e utili le azioni e le strategie messe in atto negli ultimi mesi dal governo centrale e dalle Regioni. In dettaglio, più dell'80% del campione è terrorizzato dal Covid, e un intervistato su quattro teme di poter morire (19,8%).
La paura più diffusa è quella di infettare le persone care o essere infettati dai propri familiari (38,6% del campione), seguita da quella di essere intubato (36,4%), di finire in ospedale (34,7%), mentre la possibilità di morire da solo senza i propri familiari accanto spaventa un terzo degli intervistati (30,1%). Uno su cinque soffre una generica incertezza riguardo il proprio futuro (21,9%), teme lo sconvolgimento delle abitudini di vita (21,4%), e per la stessa percentuale lo spettro peggiore è quello della solitudine.
La vita degli over 65 è drasticamente cambiata dall'inizio della pandemia: il 57% del campione ha finito col vivere questi mesi in un lockdown permanente, vedendo ridotta o completamente azzerata la propria vita sociale nella quotidianità; per il 47,4% una delle più pesanti limitazioni è rappresentata dal non poter più viaggiare, per il 36,3% ha pesato soprattutto la difficoltà a contattare i medici e specialisti. Il 28,4% lamenta la difficoltà a incontrare i propri cari, il 19,7% ha sofferto per la mancanza di attività fisica, incluso il ballo all'interno del proprio centro anziani, il 19,4% avuto difficoltà a comunicare con gli uffici pubblici, mentre solo il 12,9% ha dichiarato di non aver riscontrato grandi cambiamenti nella propria vita quotidiana.
Nonostante le limitazioni gli over 65 non hanno rinunciato a comunicare con familiari e amici, e lo hanno fatto prevalentemente attraverso il telefono, fisso e cellulare (70,5%), via WhatsApp (63,4%), di persona anche se con le necessarie accortezze (47,9%), tramite video chiamata (44,3%) attraverso i social network (11,2%) e via mail (10%). Un intervistato su quattro ha qualcuno che si è ammalato di Covid tra i suoi familiari, parenti o amici (25,27%) e tra questi uno su cinque ha dichiarato che questo qualcuno è venuto a mancare a causa del coronavirus.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 22 ottobre 2020
I giudici costituzionalisti invitano il legislatore ad intervenire "tenendo conto degli orientamenti più diffusi nel tessuto sociale in un determinato momento storico".
È di nuovo un richiamo all'intervento del legislatore, quello pronunciato ieri dalla Consulta riguardo il caso sollevato dal Tribunale di Venezia di due donne unite civilmente che si sono viste negare l'iscrizione all'anagrafe di entrambe come madri del bambino nato da una di loro, nel 2018 a Mestre, con la procreazione medicalmente assistita praticata all'estero. Per la Corte costituzionale - relatore lo stesso presidente Mario Morelli - spetta al legislatore "su temi così eticamente sensibili, ponderare gli interessi e i valori in gioco, tenendo conto degli orientamenti maggiormente diffusi nel tessuto sociale in un determinato momento storico".
Infatti, spiega l'ufficio stampa in attesa delle motivazioni della sentenza che saranno depositate nelle prossime settimane, "il riconoscimento dello status di genitore alla cosiddetta "madre intenzionale" non risponde a un precetto costituzionale ma comporta una scelta di così alta discrezionalità da essere per ciò stesso riservata al legislatore, quale interprete del sentire della collettività nazionale". Non è una questione da affrontare con le sentenze, dunque, ma con la politica. Tanto più vero - rilevano ancora i giudici, pur dichiarando inammissibili le questioni di costituzionalità - se si pensa che il legislatore potrebbe già da subito individuare, nell'"attuale disciplina sull'adozione in casi particolari", "varie soluzioni, tutte compatibili con la Costituzione", al fine di assicurare la "protezione del miglior interesse del minore in simili situazioni".
Perché è proprio questo il punto più "caldo" della questione riguardante le coppie omosessuali (soprattutto dal punto di vista del Vaticano): i figli. Quelli negati dalla legge 40/2004 che vieta la maternità surrogata e, alle coppie omosessuali, l'accesso alla fecondazione assistita. E quelli negati ai genitori dello stesso sesso con figli avuti all'estero che, malgrado il riconoscimento di un giudice estero non possono ottenere la trascrizione di genitorialità nei registri dello stato civile italiano (come ha stabilito la Corte di Cassazione, a Sezioni civili unite, nella sentenza 8 maggio 2019).
A fine gennaio però la Consulta dovrà pronunciarsi su un nuovo caso "di discriminazione, ancora più grave perché a danno di minori", spiega la segretaria dell'Associazione Luca Coscioni, Filomena Gallo, l'avvocata che è riuscita a smontare pezzo per pezzo nelle aule di tribunale quasi tutta la legge 40. Gallo si riferisce al caso sollevato lo scorso 29 aprile dalla stessa Cassazione riguardo due uomini, coniugati in Canada e uniti civilmente in Italia, riconosciuti entrambi dalla Suprema corte canadese genitori legittimi del bimbo concepito tramite fecondazione eterologa e maternità surrogata, che non hanno però ottenuto dal Comune di Verona "l'inserimento, nell'atto dello stato civile di un minore, della indicazione del "padre d'intenzione", che non è quello biologico".
Anche le questioni di legittimità su cui si è espressa ieri la Corte Costituzionale riguardano la legge sulle Unioni civili e il decreto sugli atti dello stato civile. Secondo il Tribunale di Venezia che ha sollevato il dubbio, "la disciplina vigente, nell'escludere la registrazione nell'atto di nascita del bambino come figlio di entrambe le donne, violerebbe i dritti della cosiddetta madre intenzionale e quelli del minore, e determinerebbe una irragionevole discriminazione per motivi di orientamento sessuale".
Ora la Consulta chiama in campo nuovamente il legislatore che, "pur riconoscendo - spiega ancora Gallo - diritti alle coppie dello stesso sesso con la legge sulle Unioni civili, non ha previsto la possibilità piena di fare famiglia a tante coppie con figli che nel nostro Paese non hanno le medesime tutele e diritti di altri bambini nati da coppie di sesso diverso. Questa è una discriminazione che dovrà essere rimossa dal legislatore. O, in assenza di volontà politica, dalle Corti. Perché vale il principio di uguaglianza dei bambini, nati grazie all'amore dei propri genitori indipendentemente dal sesso degli stessi. La legge 40, infatti, prevede che "I nati a seguito dell'applicazione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita hanno lo stato di figli legittimi o di figli riconosciuti della coppia che ha espresso la volontà di ricorrere alle tecniche medesime". Eppure, tutto ciò non vale per le coppie dello stesso sesso".
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 22 ottobre 2020
Dossier statistico immigrazione 2020. I numeri contenuti nel rapporto mostrano come l'impianto legislativo in vigore sia "ancorato più al passato dell'Italia, quale "grande paese di emigrazione", che al suo presente di "importante paese di immigrazione". "Uno straniero che possa vantare avi della penisola persino precedenti all'Unità d'Italia può acquisire la cittadinanza italiana più facilmente di uno straniero che, pur nato e cresciuto in Italia, non possa dimostrare tali ascendenze". I paradossi della legge italiana sulla cittadinanza, ancorata al principio dello ius sanguinis, sono noti da tempo, ma parole e numeri del Dossier statistico immigrazione 2020 aiutano a vederne concretamente gli effetti.
Qualche giorno fa è stata diffusa l'anticipazione del rapporto relativa al numero di migranti non comunitari regolarmente presenti in Italia: tra il 2018 e il 2019 sono diminuiti di 106.000 unità. Molti di loro sono scivolati in una condizione di irregolarità a causa dei due "decreti sicurezza". Oggi, invece, sono stati resi pubblici i numeri dello studio che riguardano le acquisizioni di cittadinanza. Lo scorso anno 227mila persone hanno conquistato il passaporto tricolore. 100mila sono nate e/o vivono all'estero: 9mila possono vantare un avo del bel paese, 91mila sono figli di concittadini residenti oltreconfine. La comunità di connazionali che non vivono in Italia raggiunge così quota 2,3 milioni.
127.001, invece, sono i residenti nello stivale che da stranieri sono diventati italiani nel corso del 2019. Un numero più alto del 2018 (+112.523), ma più basso del 2017 (+146.605) e soprattutto dell'anno record 2016 (+201.591). Migranti, o meglio ex migranti, che fanno meno rumore di quelli arrivati via mare, ma sono molto più numerosi: nel 2019 è sbarcato 1 straniero per ogni 11 che hanno acquisito la cittadinanza, nel 2018 il rapporto è stato di 1 a 5.
In totale negli ultimi 10 anni sono quasi 1 milione e 250 mila i cittadini di paesi non comunitari che sono riusciti a diventare italiani, superando un percorso a ostacoli più volte messo sotto accusa dalle associazioni che sostengono una riforma della legge nella direzione dello ius soli. Questa farebbe rientrare tra i nuovi cittadini i circa due terzi di studenti stranieri iscritti nelle scuole italiane e nati in questo paese (570mila tra il 2012 e il 2019, di cui 63mila nell'ultimo anno: il 15% del totale).
Anche per questo gli estensori del rapporto, i centri studi Idos e Confronti, affermano che: "Il quadro descritto dai dati rispecchia un impianto legislativo ancorato più al passato dell'Italia, quale "grande paese di emigrazione", che al suo presente di "importante paese di immigrazione". Il Dossier statistico immigrazione 2020 sarà presentato il 28 ottobre in una conferenza stampa telematica.
di Arturo Di Corinto
Il Manifesto, 22 ottobre 2020
Che si tratti di giornalisti, cittadini, oppositori, attivisti, sono innumerevoli gli esempi della censura ai tempi del Coronavirus. Dall'Egitto al Sudan passando per il Kenya, gli attivisti del web sono bersaglio di governi autoritari. Lo stesso accade coi giornalisti in Cina, Vietnam e nelle Filippine. La denuncia di Reporter senza frontiere, Global Voices e Articolo 19. L'emergenza coronavirus sta accelerando il drastico declino della libertà globale di Internet. Oggi che tutte le attività umane, dal commercio all'istruzione alla sanità, si stanno spostando online, attori statali e non statali usano la pandemia per modellare le narrazioni globali, censurare le voci dissidenti e costruire nuovi sistemi di controllo sociale basati sulla rete.
In Egitto, ad esempio, il governo di Al Sisi - dove è ancora imprigionato Patrick Zaki a causa di alcuni post su Facebook - ha imposto una serie di restrizioni ai social media in risposta alle proteste pubbliche che si sono svolte al Cairo e in altre città egiziane nel mese di settembre. Diverse testimonianze riferiscono che Twitter e Messenger sono stati inaccessibili per chi usava i servizi internet di Telecom Egitto, Raya e Vodafone. Stessa sorta per il sito d'informazione BBC Arabic. Il 26 settembre attivisti locali hanno riportato che le pagine principali di Wickr e Signal erano state bloccate. Secondo Articolo 19, Ong focalizzata sulla libertà di espressione, da marzo ad oggi in Kenya si sono registrati più di 47 casi di arresti illegali, aggressioni e molestie contro blogger, attivisti online e difensori dei diritti umani.
In Sudan accade di peggio. Le molestie online, secondo un rapporto di Human Rights Watch, qui sono opera di militari. In passato le attiviste donne sono state prese di mira dalla pagina Facebook di "Donne sudanesi contro l'Hijab", che ha pubblicato le loro foto private senza consenso insieme ad affermazioni inventate sull'essere contro il velo religioso. Le donne sudanesi hanno però risposto con una tattica di controguerriglia social: hanno creato un gruppo Facebook chiamato "Inboxat", dove hanno riprodotto i messaggi che i molestatori gli avevano inviato. Poi hanno creato degli hashtag per denunciare le molestie online. Ad esempio, l'hashtag "Esponi un molestatore" è ancora utilizzato attivamente dalle donne per condividere le loro storie personali. Oggi le applicazioni di messaggistica istantanea e i social media sono uno spazio cruciale per comunicare e stringersi assieme per superare la pandemia. Nonostante questo, i soggetti più attivi sono proprio quelli presi di mira da autorità e polizia. A farne le spese sono sovente le attiviste per i diritti umani e civili che ricevono minacce di morte e attacchi informatici: doxxing, cyberbullismo ed hate speech sono all'ordine del giorno.
Le molestie online possono portare a importanti conseguenze psicologiche come ansia e depressione, ma accade anche di peggio.
Racconta Global Voices che l'attivista e giornalista vietnamita Pham Doan Trang è stata arrestata dalla polizia il 6 ottobre con l'accusa di condurre "propaganda contro la Repubblica socialista del Vietnam" e della "produzione, archiviazione, diffusione di informazioni e articoli allo scopo di opporsi allo Stato della Repubblica socialista del Vietnam". Rischia fino a 20 anni di carcere. Doan Trang ha co-fondato la Vietnam Legal Initiative, una Ong che promuove i diritti umani in Vietnam e la rivista legale online Luat Khoa ma i suoi libri sulla democrazia sono stati confiscati dalle autorità. In Cina, secondo Reporter senza frontiere, oltre 100 giornalisti e blogger sono attualmente incarcerati e almeno sei tra giornalisti e commentatori sono stati arrestati in relazione alla pandemia, mentre nelle Filippine due giornalisti sono stati reclusi per aver diffuso "fake news" sulla crisi del Covid-19.
di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 22 ottobre 2020
Bergoglio aveva ricordato per la prima volta il caso dei diciotto marinai sequestrati il 1° settembre al largo della Cirenaica domenica scorsa in piazza San Pietro. Ma le autorità dell'Est della Libia hanno fatto sapere che i pescatori non verranno rilasciati se non in cambio di quattro calciatori libici condannati in Italia
Papa Francesco ieri mattina alle 7 ha accolto i familiari dei pescatori di Mazara del Vallo che dal 1° settembre sono stati arrestati in Libia dalla milizia del generale Khalifa Haftar. Il papa aveva ricordato per la prima volta il caso dei diciotto marittimi italiani, tunisini, senegalesi e indonesiani nell'Angelus di domenica scorsa in piazza San Pietro. E oggi di buon mattino le sei donne e i due uomini di Mazara che da ben 30 giorni hanno montato le loro tende in piazza Montecitorio - ogni notte, quattro di loro dormono in strada - sono stati accolti in Vaticano.
"Aspettiamo una buona notizia. Abbiamo ringraziato il Papa per la sua preghiera di domenica, per noi e per i nostri pescatori. Purtroppo, a causa del Covid, non ci siamo potuti avvicinare a Sua Santità ma le sue parole ci hanno dato speranza". Sono i due armatori dei due pescherecci sequestrati in Libia, Leonardo Gancitano e Marco Marrone, assieme a 4 familiari ad essere entrato sono entrati a Santa Marta. L'incontro ha dato speranza ai familiari: "Aspettiamo una buona notizia e la nostra sensazione è che possa arrivare da un momento all'altro. Finché non vediamo tornare le nostre barche siamo con il cuore spezzato, e rimarremo a Roma. Oggi sono 31 giorni che siamo davanti a Montecitorio, aspettiamo questa settimana per vedere se ci saranno novità. Sicuramente noi non andremo via da Roma fin quando i nostri pescatori e i nostri pescherecci non saranno liberati".
"Siamo entusiasti dell'incontro con il pontefice, è una grandissima emozione e soprattutto ci dà un'incredibile speranza", dicevano ieri notte in piazza la moglie e la madre dei pescatori. Sui due pescherecci "Medinea" e "Antartide" bloccati il 1° settembre c'erano otto cittadini italiani, sei tunisini, due senegalesi e due indonesiani. Erano tutti impegnati nella pesca del gambero rosso al largo delle coste di Bengasi, nella Libia orientale, la Cirenaica. In un primo momento tutti i pescatori sono stati trasferiti in un edificio nel carcere di El Kuefia, a 15 km a sud est da Bengasi. Poi gli italiani erano rimasti soli, mentre gli altri erano stati fatti entrare nelle celle con i criminali comuni libici. Dopo alcuni giorni, i capi della milizia di Haftar hanno riunito ancora una volta italiani e stranieri.
In questi giorni le autorità dell'Est della Libia hanno fatto sapere che i pescatori non verranno rilasciati se non in cambio della liberazione di quattro calciatori libici, condannati in Italia a 30 anni di carcere. I quattro sono detenuti in Sicilia in quanto condannati per essere stati tra gli scafisti della cosiddetta "Strage di Ferragosto" in cui morirono 49 migranti, asfissiati nella stiva di un'imbarcazione. Uno scambio impossibile, fra carcerati condannati da un sistema giudiziario e pescatori bloccati da una milizia non riconosciuta dalla comunità internazionale.
di Antonello Guerrera
La Repubblica, 22 ottobre 2020
L'annuncio del governo. La misura riguarda anche reati minori e scatterà dal 1° gennaio. I cittadini dell'Ue che avranno subito condanne penali potranno essere espulsi o respinti dal Regno Unito, anche in caso di reati minori accumulati e/o ripetuti, in questo caso a discrezione del ministero dell'Interno britannico. È l'annuncio che, come appreso da "Repubblica", farà questa mattina Priti Patel, a capo del dicastero dell'Home Office, brexiter ed euroscettica di ferro: "Per troppo tempo, le leggi dell'Unione europea hanno permesso di far entrare nel nostro Paese criminali stranieri, che abusano dei nostri valori e minacciano il nostro modo di vivere. Dal 1° gennaio 2021 finirà la libertà di movimento Ue per noi e il Regno Unito sarà un Paese molto più sicuro, grazie ai nostri controlli ai confini: i criminali europei saranno trattati come tutti quelli degli altri Paesi".
A oggi invece, in base alle leggi Ue che Londra rispetterà fino al 31 dicembre (periodo di transizione), i cittadini europei possono essere espulsi dal Regno Unito solo se rappresentano una minaccia conclamata e non su un'eventuale condanna passata, anche per reati gravi come stupro o omicidio.
Adesso invece cambierà tutto. Tuttavia, ci sono delle zone d'ombra. Di certo, ai cittadini europei che hanno avuto condanne superiori a un anno di carcere non sarà permesso di entrare in Regno Unito o, se sono già nel Paese, dal 1° gennaio prossimo potrebbero essere espulsi senza tanti complimenti. Per coloro che invece hanno ricevuto condanne minori a 12 mesi di galera, questi saranno valutati caso per caso e si considererà anche se avranno legami familiari in Uk.
Non solo. A discrezione del ministero dell'Interno britannico sarà deciso il destino e l'eventuale espulsione anche di quei cittadini europei che hanno avuto condanne minori, magari sospese e che non hanno mai comportato l'incarcerazione. Oppure, ciò si verificherà ugualmente se per esempio i reati, seppur minori e commessi in qualsiasi Stato, sono persistenti o anche se la presenza del cittadino dell'Ue in questione è considerata "non favorevole al bene comune": per esempio riguardo "il mantenimento dell'ordine pubblico" o la "protezione dei diritti altrui". Insomma, in questo caso i parametri che potrebbero innescare l'espulsione del cittadino europeo non sono ancora molto chiari, in taluni casi sono piuttosto vaghi, e, nella peggiore delle ipotesi secondo i critici, potrebbero anche generare espulsioni improprie o abusi di ufficio. Queste nuove leggi del governo Johnson non si applicheranno agli eventuali reati pregressi dei cittadini europei che negli ultimi mesi hanno ottenuto almeno il permesso di soggiorno di 5 anni (nell'ambito del programma cosiddetto "Settlement Scheme" conseguente alla Brexit). Tuttavia, questo potrebbe essere revocato se si commetteranno reati dal 1° gennaio in poi che comporteranno una condanna di un anno di carcere.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 22 ottobre 2020
Dilaga nelle piazze il movimento di protesta contro gli squadroni paramilitari chiamati "Sars". Sars, nome tristemente noto, la malattia comparsa qualche anno fa in Cina con un alto tasso di letalità. Lo stesso ceppo virale del Covid 19. In Nigeria però la Sars è sinonimo di pericolo per un'altra ragione. Si tratta della squadra di polizia antirapina protagonista di numerosi episodi di violenza negli ultimi anni, un vero e proprio squadrone della morte accusato di detenzioni illegali, aggressioni e uso ingiustificato delle armi.
Contro questa unità della polizia è iniziata da due settimana una protesta spontanea della popolazione, talmente determinata da costringere le autorità a sciogliere la Sars l'11 ottobre scorso. Ma i manifestanti non hanno intenzione di lasciare il campo e ogni giorno si susseguono cortei e iniziative nelle strade della città più grande della Nigeria, Lagos.
Appena due giorni fa un episodio gravissimo ha scosso il paese, 12 persone sono rimaste uccise per mano dell'esercito mentre si erano radunate pacificamente al casello di Lekki, un quartiere residenziale. La protesta era in realtà una vera e propria sfida al coprifuoco di 24 ore a tempo indeterminato voluto dal presidente Bhouari, il confronto di strada non si è però ancora interrotto, anche ieri infatti in molti si sono recati sul luogo dell'eccidio.
La strage è stata confermata anche da Amnesty International che ritiene credibili le testimonianze raccolte. L'esercito invece nega mentre il governo ha promesso un'indagine sulla quale vengono risposte ben poche speranze. Il motivo della sfiducia sta nella descrizione delle violenze veicolate anche sui social. facendo diventare la protesta un fenomeno mondiale.
Il movimento è stato ribattezzato # EndSars, a sostegno di esso stanno prendendo posizione in particolar modo atleti (calciatori in maggior misura) che si trovano all'estero. Come nel caso di Odion Jude Ighalo, in forza al Manchester United, che ha accusato pubblicamente il governo nigeriano di "aver ucciso i propri cittadini".
I testimoni oculari sono concordi nel confermare che i soldati hanno barricato il sito della protesta creando una gabbia impossibile da superare anche per le ambulanze. Poi sono avanzati sparando. I video, alcuni visibili anche in diretta danno il senso della carneficina. Il tutto è durato circa un'ora e mezza. Alla fine i soldati sono stati visti raccogliere cadaveri.
In segno di protesta verso presidente nigeriano è intervenuto anche l'ex segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, ma le reazioni ufficiali sono tutte tese a minimizzare l'accaduto. Per il governatore dello stato di Lagos, Babajide Sanwo- Olu, si è trattato solo di "uno sfortunato incidente di tiro". Ha rigettato le accuse contro fantomatici criminali che avrebbero fatto deragliare le proteste pacifiche violando il coprifuoco (in vigore in 36 stati della Nigeria). Ma un clima di calma sarebbe stato impossibile visto che contro il movimento #EndSars il capo il capo della polizia nazionale ha ordinato l'immediato dispiegamento di forze antisommossa a livello nazionale.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 22 ottobre 2020
Mentre il G20 affida a Riyadh la gestione del Women20 Summit, Hatice Cengiz, la fidanzata del giornalista Khashoggi, denuncia Mohammed bin Salman a una corte di Washington. E un'associazione in Europa svela la mancata applicazione del decreto che vieta la pena capitale per i minorenni.
Nella grande distopia che è l'Arabia saudita e il suo riconoscimento nel consesso internazionale come interlocutore plausibile su temi quali i diritti umani, succede che il G20 gli affidi il Women20Summit, enorme spazio di dibattito (quest'anno virtuale) per oltre 80 esperti di diritti delle donne, membri di organizzazioni no profit, compagnie private e università.
Il summit è iniziato martedì e si concluderà oggi con l'obiettivo dichiarato di "incoraggiare l'eguaglianza di genere e l'empowerment economico delle donne". Sembrerebbe una barzelletta se la situazione delle donne saudite non fosse drammatica, tra il sistema del guardiano che impedisce una vita libera e scelte indipendenti, la discriminazione strutturale sul piano politico, sociale ed economico e la detenzione delle attiviste più note ed esposte della monarchia.
E martedì è stata un'altra donna a scuotere Riyadh. Hatice Cengiz, la fidanzata del giornalista Jamal Khashoggi ucciso nel consolato saudita di Istanbul nell'ottobre 2018, martedì ha denunciato - insieme alla Democracy for the Arab World Now - a una corte distrettuale di Washington il principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS) per l'omicidio. Lo accusano di aver ordinato il rapimento, la tortura, l'uccisione e lo smembramento del corpo di Khashoggi: "Gli accusati vedevano nelle azioni di Khashoggi negli Stati uniti (lavorava per il Washington Post, ndr) - si legge nella denuncia - una minaccia esistenziale ai loro interessi".
Una teoria ben diversa da quella spacciata dalla petromonarchia che ha sempre negato un coinvolgimento sebbene gli esecutori fossero uomini della ristretta cerchia di MbS. A completare l'insabbiamento è stato un processo farsa che a inizio settembre ha condannato otto cittadini sauditi (senza nome) a pene tra 10 e 20 anni. Sembra bastare all'amministrazione Trump che non ha mai messo in discussione i rapporti con Riyadh e ha sempre bloccato con il veto i tentativi del Congresso di sospendere le forniture di armi agli alleati sauditi, nonostante i rapporti della Cia abbiano indicato nei vertici della monarchia i mandati dell'omicidio.
È, infine, di lunedì scorso la denuncia della European Saudi Organization for Human Rights, stavolta intorno al destino di almeno 13 minorenni (ora o al momento dell'arresto) nel braccio della morte nonostante il decreto reale dello scorso aprile, firmato da re Salman, cancelli la pena di morte per bambini e adolescenti e limiti a dieci anni il periodo di detenzione nelle carceri minorili. Secondo l'avvocato di uno di loro, Ali al-Nimr, 17enne al momento dell'arresto nel 2012 con l'accusa di terrorismo per aver preso parte a proteste anti-governative (come altri ragazzini condannati alla pena capitale), "il decreto non è mai stato pubblicato". Solo firmato, a beneficio degli alleati che cercano di far passare Mohammed bin Salman, reggente de facto, come governante illuminato e riformatore.
di Victor Castaldi
Il Dubbio, 22 ottobre 2020
L'avvocata è ora nel famigerato carcere di Qarchak. Nasrin Sotoudeh, l'avvocata iraniana per i diritti umani, è stata trasferita nella prigione di Qarchak, nota per i maltrattamenti sui prigionieri politici. A comunicarlo il marito Reza Khandan, che denuncia l'ennesimo abuso ai danni della moglie.
Ieri "le guardie della prigione di Evin hanno chiamato Nasrin e le hanno detto di essere pronta per il trasferimento in ospedale. Invece è stata trasferita direttamente alla prigione di Qarchak - ha scritto sul proprio profilo Facebook - Tre settimane fa, dopo essere stata ricoverata in ospedale, è stata riportata in prigione prima di completare l'intero trattamento.
Secondo gli esperti, avrebbe dovuto essere nuovamente trasferita in ospedale per un esame cardiaco urgente e angiografia, ma invece le autorità di Evin l'hanno trasferita nel carcere di Qarchak, dove le condizioni sanitarie e di detenzione sono anche peggiori del carcere di Evin". Sotoudeh soffre di una serie di problemi di salute cronici.
Accusata di "propaganda sovversiva", l'attivista è stata condannata nel 2018 a 148 frustate e 33 anni e mezzo di carcere, di cui dovrà scontarne almeno 12. Sotoudeh, che assieme al marito è fra i principali attivisti iraniani per i diritti umani, si è sempre detta innocente, dicendo di aver soltanto manifestato pacificamente per i diritti delle donne e contro la pena di morte.
La prigione di Qarchak è una struttura per sole donne in una fabbrica di polli inutilizzata a sud di Teheran, nota per le condizioni antigeniche e il maltrattamento dei prigionieri politici. Nella stessa prigione si trova anche la ricercatrice dell'Università di Melbourne Kylie Moore- Gilbert, condannata nel 2018 a dieci anni di carcere per presunto spionaggio, un'accusa spesso intentata contro cittadini stranieri e con doppia cittadinanza.










