di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 20 ottobre 2020
Voto a maggioranza: "Un pensionato non può rappresentare le toghe". Nelle chat attacchi al vicepresidente Ermini. La trama è scespiriana. Mentre testimonia a Perugia, convocato dallo stesso Luca Palamara che ha appena contribuito a espellere dalla magistratura, Piercamillo Davigo va in pensione e viene giubilato dal Consiglio superiore della magistratura dove era entrato due anni fa, plebiscitato dai colleghi per dare l'assalto alle correnti.
Chi gli aveva parlato negli ultimi giorni aveva percepito, oltre la proverbiale corazza da ufficiale di cavalleria nella battaglia di Guastalla, la percezione di un esito infausto. La questione della permanenza nel Csm anche da pensionato s'era ingarbugliata. Troppe variabili ostili: un lontano precedente del Consiglio di Stato, il parere dell'Avvocatura dello Stato, la campagna dei penalisti (tre sono nel Csm), lo schieramento dei vertici della Cassazione e del vicepresidente Ermini, i regolamenti di conti nella sinistra giudiziaria.
Infine ieri, in apertura del dibattito, la sentenza di Nino Di Matteo, pm antimafia eletto un anno fa con il sostegno della corrente di Davigo (che però aveva sconsigliato la candidatura). "Dobbiamo volare alto - ha detto Di Matteo - la permanenza di Davigo violerebbe lo spirito della Costituzione", compromettendo "autonomia e indipendenza della magistratura" perché il Csm è per magistrati in servizio, non ex. Argomenti analoghi a quelli, attesi, dei vertici della Cassazione (presidente Pietro Curzio e procuratore Giovanni Salvi). E a quelli, meno attesi, del vicepresidente David Ermini, che ha letto l'intervento in coda al dibattito. Gioco, partita, incontro. Tutto il resto - dal pallottoliere dei voti, alla fine 13 su 24, alle 5 astensioni tattiche, alle punzecchiature personali, ai silenzi imbarazzati - è noia.
Era stato lo stesso Davigo a porre la questione a settembre. Sia formalmente con una lettera alla commissione titoli del Csm che ha avviato l'ordalia. Sia informalmente, con una visita riservata al capo dello Stato, presidente di diritto del Csm. Il Quirinale ha avuto un ruolo, perché i vertici del Csm non decidono tirando i dadi. Ma solo nel senso di autorizzare una presa di posizione di Ermini e dei capi della Cassazione, poi orientata verso la soluzione più adeguata a rinsaldare il Csm, anche nel rapporto con le altre istituzioni e in un'ottica di sistema.
Certo non sfuggono le implicazioni della decisione. Simboliche, in primis. Far fuori Davigo è come sostituire Cristiano Ronaldo a partita in corso (ne sa qualcosa Sarri, uno dei migliori amici di Ermini). E infatti sui social esultano i suoi nemici politici, togati e mediatici. Ma, quel che più conta, cambiano gli equilibri nel Csm. L'asse Davigo-Area, un compromesso storico destra-sinistra che ha retto il post Palamara in nome della "questione morale", è piegato. Quanto, si misurerà sulle nomine e sui collegi dei processi disciplinari in calendario (Palamara non si dilettava in solitari all'hotel Champagne).
Rialzano la testa, basta leggere i comunicati serali, Magistratura Indipendente e Unicost, le correnti di centrodestra che nel 2018 si erano impadronite del Csm grazie al patto Ferri-Palamara. E, complice Lotti, avevano eletto Ermini vicepresidente, contro tutto e tutti (da Forza Italia a Magistratura Democratica). Ermini che, superati i patemi per le chat e le allusioni di Palamara, esce rafforzato in un ruolo non più meramente notarile.
Non a caso Ilaria Pepe, consigliera della corrente Autonomia & Indipendenza fondata da Davigo, parla di "gravissima perdita della residua credibilità del Csm". E nelle chat della corrente si grida alla "restaurazione" (ri)mettendo Ermini nel mirino in quanto "amico di Renzi" (non come un tempo, peraltro). Renzi che venerdì si era pronunciato pubblicamente sul caso Davigo, e si può immaginare come. A proposito di chi dice che è stata solo una contesa giuridica.
In attesa di giocarsi l'ultima carta al Tar Lazio, Davigo oggi tornerà un ultimo giorno al Csm. Per salutare e fare gli scatoloni. Comunque la si pensi, è stato un consigliere autorevole e ascoltato. Anche da insospettabili colleghi che a orari antelucani (arrivava prima dei custodi) bussavano al suo ufficio. Pure ieri non ha fatto una piega. Al punto da rifiutare il rinvio che Raffaele Cantone, procuratore di Perugia, gli aveva prospettato per la deposizione a Perugia nell'ambito del caso Palamara. Testimonianza di un'ora chiesta dagli avvocati dell'indagato, sugli incontri tra magistrati nella stagione delle nomine e degli esposti incrociati.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 20 ottobre 2020
È finita l'esperienza di Piercamillo Davigo al Csm. Al termine di un dibattito durato diverse ore, ieri pomeriggio il plenum ha votato la decadenza da consigliere superiore dell'ex pm di Mani pulite.
È finita l'esperienza di Piercamillo Davigo al Csm. Al termine di un dibattito durato diverse ore, ieri pomeriggio il plenum ha votato la decadenza da consigliere superiore dell'ex pm di Mani pulite. A favore dell'uscita di scena si sono pronunciati i componenti del comitato di presidenza di Palazzo dei Marescialli, vale a dire il vicepresidente del Csm David Ermini, il primo presidente e il pg della Cassazione, Pietro Curzio e Giovanni Salvi.
No al prosieguo del mandato, con una certa sorpresa, anche da parte dell'"indipendente" (ma eletto col sostegno del gruppo davighiano) Nino Di Matteo, dai 3 di Magistratura indipendente Loredana Micciché, Paola Braggion e Antonio D'Amato, dai 2 di Unicost Conchita Grillo e Michele Ciambellini, e dai laici Filippo Donati (indicato dal M5S), Emanuele Basile (Lega), Alessio Lanzi e Michele Cerabona (FI).
Alla fine si sono schierati, senza successo, per la permanenza di Davigo solo 2 dei 5 consiglieri di Area, Alessandra Dal Moro ed Elisabetta Chinaglia, uniche altre togate oltre ai 3 rappresentanti della davighiana Autonomia e indipendenza, ovvero Sebastiano Ardita, Ilaria Pepe e Giuseppe Marra. Tra i laici, il solo che abbia votato perché Davigo restasse in plenum è stato Fulvio Gigliotti (indicato dal M5S). Si sono invece astenuti Stefano Cavanna (Lega) e Alberto Maria Benedetti (M5S), così come gli altri 3 togati di Area Giuseppe Cascini, Giovanni Zaccaro e Mario Suriano.
Un esito che nessuno si aspettava, alla luce della forte campagna d'opinione portata avanti in questi mesi a favore della permanenza di Davigo al Csm anche dopo la sua entrata in quiescenza, formalizzata ieri dalla delibera approvata pochi minuti prima del dibattito sul prosieguo del mandato. Chissà perché fino all'ora fatidica del plenum non era balenata in modo così nitido la volontà di attenersi alla Costituzione.
Difficile spiegarlo se non con il peso che hanno avuto, prima e durante la discussione consiliare, i vertici dello stesso organo di autogoverno. Saranno risuonate anche nella testa di possibili "indecisi" parole come quelle del presidente della Suprema corte, Curzio: "Il pensionamento fa venire meno lo status di magistrato, quindi anche le funzioni di componente del Csm. Ne ho parlato anche in comitato di presidenza", ha spiegato in modo molto trasparente Curzio, "e ho trovato conferma in questa mia conclusione.
Ne ho parlato anche con Davigo, per la chiarezza che ha sempre contraddistinto i nostri rapporti. È stato un onore essere suo collega, aver lavorato con lui, ma gli argomenti per la decadenza sono più convincenti". Anche il pg Salvi ha parlato di una "necessità derivante da principi costituzionali: a far parte del Csm non possono che essere magistrati in servizio". Fino all'intervento di Ermini, secondo il quale "la Costituzione ci impone di rinunciare all'apporto che Piercamillo Davigo, magistrato eccezionale, potrebbe ancora dare al Consiglio superiore". Va dato atto al vicepresidente del Csm di aver speso parole forti per l'ex pm del Pool, a proposito delle sue "qualità", della "intransigente onestà intellettuale", dell'"assoluta indipendenza di giudizio" e "inattaccabile libertà morale", che "hanno connotato il percorso di un magistrato eccezionale" e la sua "esemplare carriera".
A Davigo, ha aggiunto Ermini, "mi lega ora un'amicizia per me preziosa e irrinunciabile", ma "tuttavia, nella vita, ci sono momenti in cui chi è chiamato a compiti di responsabilità istituzionale deve assumere decisioni dolorose".
Del no pronunciato da Di Matteo al prosieguo del mandato, resterà tra l'altro un'osservazione non sentita spesso, nel dibattito degli ultimi giorni: "L'appartenenza all'ordine giudiziario è condizione imprescindibile per l'organo di autogoverno", che è "per due terzi composto da magistrati: il rapporto predeterminato tra laici e togati è una regola sancita dalla Costituzione", ha detto Di Matteo. La permanenza di Davigo al Csm dopo il suo collocamento in pensione violerebbe dunque, ha sostenuto il pm antimafia, "la ratio e lo spirito delle norme costituzionali". Di Matteo ha comunque parlato di una decisione "presa con grande dolore" per la stima nei confronti del collega che "lascerà un segno nella storia recente della magistratura italiana".
Con l'uscita di Davigo cambiano i rapporti di forza al Csm, contraddistinti finora da una maggioranza imperniata sull'alleanza fra Area e davighiani. Il posto dell'ex pm di Mani pulite (che compie oggi 70 anni) sarà preso dal giudice di Cassazione Carmelo Celentano, di Unicost. Difficile dire, almeno per questo, che l'uscita di Davigo dal Csm non produca conseguenze politiche.
di Chiara Viti
Il Riformista, 20 ottobre 2020
È quello che emerge da un recente sondaggio di Swg. Tre anni fa la percentuale era del 35%, nel 2015 del 25%. Oggi quasi quattro connazionali su dieci sarebbero favorevoli all'iniezione letale.
La pena di morte è stata ufficialmente abolita nel 1947 e definitivamente cancellata dalla nostra Costituzione nel 2007, eppure gli italiani non sembrano essere così contrari.
I dati che emergono da un recente sondaggio elaborato da Swg (e offerto all'Huffington Post) raccontano un Paese pronto a somministrare, senza pietà, iniezioni letali. Il 37% degli intervistati si è dichiarato favorevole, tre anni fa la percentuale era del 35%. Nel 2010 eravamo al 25%. Il dato cresce di più di un punto all'anno e se questo trend forcaiolo continuerà, con questi ritmi, chissà se fra meno di dieci anni saremo pronti a organizzare esecuzioni in diretta streaming. Basta con la pietà e con il buonismo, sì alle sedie elettriche, magari di ultima generazione. Ma di chi è la colpa? Degli immigrati! Qualcuno è già pronto a twittare.
L'Italia è uno dei paesi europei più sicuri, ma fra i casi di cronaca nera raccontati sui giornali, le opinioni di improvvisati opinionisti nei salotti tv, ecco che gli italiani sono pronti a invocare punizioni esemplari e a improvvisarsi criminologi, mentre si diffonde un sentimento collettivo di paura e sospetto che altera la realtà. Eccolo qua il punto di partenza di un legislatore pigro che inasprisce le pene, acconsente a uno scellerato uso dei trojan e sospende la prescrizione.
Ma non saranno allora i ritardi e le disfunzioni del sistema giustizia il problema? Tra innocenti in carcere e colpevoli a piede libero, restiamo tutti sotterrati sotto agli enormi faldoni stipati, da anni, nelle procure. Mentre più di qualcuno è pronto a mettere in piedi veri e propri plotoni d'esecuzione, nel mondo sono ben 142 gli stati che hanno abolito la pena di morte o che comunque non eseguono condanne da molti anni.
L'Oceania è l'unico continente libero dalla pena di morte. Lo sarebbero anche l'Europa e le Americhe, se non fosse per la Bielorussia e gli Stati Uniti d'America dove dopo 17 anni "grazie" al presidente Donald Trump sono ripartite le esecuzioni. Discorso a parte va fatto per la Cina che continua a considerare i dati sulla pena di morte un segreto di stato.
Secondo l'ultimo rapporto di Amnesty International in Medio Oriente Iran, Iraq e Arabia Saudita sono poi tra i primi cinque stati per numero di esecuzioni. Qualche passo avanti lo ha fatto l'Africa sub-sahariana, dove alla fine dell'anno scorso la Corte africana dei diritti e dei popoli si è pronunciata contro l'obbligatorietà della pena capitale e dunque in favore del principio della discrezionalità del giudice. Lo scorso anno nel mondo sono state però almeno 657 esecuzioni.
Per fortuna l'orientamento delle nostre istituzioni non sembra allinearsi con la sempre più invocata "pancia del paese".
Qualche giorno fa la vice ministra degli Esteri Marina Sereni, intervenendo in video conferenza in occasione del decennale della nascita della Commissione internazionale contro la pena di morte ha dichiarato: "Nel corso degli anni abbiamo contribuito attivamente a diverse iniziative per sensibilizzare le opinioni pubbliche sull'applicazione della pena di morte a persone vulnerabili, ma anche sulle tantissime altre ragioni che devono spingerci a fermare le esecuzioni".
Ma i dati ci sono e parlano chiaro. Forse invece di sperare inerti di non regredire alla legge del taglione dovremmo ripensare seriamente il sistema giustizia. Rendere più agile il lavoro dei tribunali, senza rinunciare però al diritto di un processo giusto. È tempo di smetterla di accettare, a prescindere, discorsi del tipo "chiudiamolo dentro e buttiamo la chiave, deve marcire in carcere" o peggio "si merita la morte". Non è la soluzione. Per invertire la tendenza c'è bisogno di riformare il sistema giustizia e migliorare il sistema carcerario, così che i discorsi sulla pena di morte restino chiacchiere da bar e che non si possano tramutare in una spaventosa realtà.
di Gian Domenico Caiazza* e Eriberto Rosso**
Il Riformista, 20 ottobre 2020
L'Unione delle Camere Penali protesta: "Lavoriamo esposti al contagio da Covid. Troppe ora in fila per depositare gli atti". Perdura il disinteresse del governo verso la pur evidente necessità della adozione di un provvedimento normativo che dia finalmente copertura legale al deposito a mezzo pec degli atti processuali (impugnazioni, memorie, istanze, documenti) da parte degli avvocati difensori.
Una norma necessaria già a prescindere dalla emergenza sanitaria, per i benefici che essa comporterebbe. Si tratta di una grave disattenzione nei confronti degli avvocati che svolgono la essenziale funzione di rappresentanza e di concreto esercizio del diritto di difesa dei cittadini.
Per il governo la tutela della salute dei protagonisti della vita giudiziaria si concentra doverosamente sui pubblici dipendenti, ma non anche sugli avvocati, patrocinatori dei cittadini utenti della giustizia, trattati da un lato come fastidiosi intrusi che importunano il lavoro degli uffici, mettendo per di più a rischio - novelli untori - la salute dei padroni di casa, dall'altro esposti a rischi di contagio (evidentemente questi privi di rilevanza e di allarme sociale) perché costretti a file e ore di attesa con relativi assembramenti solo per depositare gli atti.
Questo spettacolo indecoroso può e deve essere in gran parte risolto adottando il governo, con decreto-legge, un provvedimento normativo di copertura del deposito atti e della richiesta di copie la cui assoluta necessità ed urgenza non è più oltre rinviabile. Di seguito la lettera dell'Unione al Ministro della Giustizia.
Signor Ministro, abbiamo come tutti appreso da notizie di stampa del recente incontro che lei ha avuto con i rappresentanti sindacali dei pubblici dipendenti del comparto giustizia, nel corso del quale sarebbero state adottate o comunque concordate misure per organizzare e favorire lo smart working, nel caso di recrudescenza dell'epidemia da Covid.
Ferma restando ogni valutazione circa un accordo del quale non conosciamo l'esatto contenuto, dobbiamo rappresentarle il disappunto dei penalisti italiani per il perdurante disinteresse verso la pur evidente necessità della adozione di un provvedimento normativo che dia finalmente copertura legale al deposito a mezzo pec degli atti processuali (impugnazioni, memorie, istanze, documenti) da parte degli avvocati difensori. Si tratta di una misura che tutti sentiremmo necessaria già a prescindere dalla emergenza sanitaria, per i benefici che essa comporterebbe, e che non mette conto nemmeno di dover illustrare attesa la loro ovvia evidenza.
Ma il fatto che essa non venga adottata in tempi di pandemia dal governo, con i caratteri della necessità e urgenza che nessuno potrebbe seriamente confutare, appare a noi un segno inequivocabile di grave disattenzione nei confronti di chi, come noi avvocati, svolge la essenziale funzione di rappresentanza e di concreto esercizio del diritto di difesa dei cittadini.
Saremmo lieti di comprendere, signor Ministro, per quale ragione la giusta attenzione alle esigenze di tutela della salute dei protagonisti della vita giudiziaria si concentri doverosamente sui pubblici dipendenti, ma non anche sugli avvocati, patrocinatori dei cittadini utenti della giustizia. Assistiamo da mesi a uno spettacolo quotidiano indecoroso, che mortifica la dignità stessa del nostro lavoro. Siamo per un verso, come è ovvio, costretti ad accedere alle cancellerie dei magistrati e agli uffici giudiziari per depositare atti, prendere visione dei fascicoli, richiedere copie, interloquire con giudici e pubblici ministeri.
Ma, al tempo stesso, ci troviamo a farlo in una condizione inaccettabile, come fossimo fastidiosi intrusi che importunano il lavoro degli uffici, mettendo per di più a rischio la salute dei padroni di casa. Siamo costretti a districarci tra divieti, cancellerie chiuse senza spiegazioni, prenotazioni cervellotiche per l'accesso, file e ore di attesa con relativi assembramenti, che ci espongono a rischi di contagio evidentemente, questi, privi di rilevanza e di allarme sociale.
Questo spettacolo indecoroso, lo ripetiamo, può e deve essere in gran parte risolto adottando il governo, con decreto-legge, un provvedimento normativo di copertura del deposito atti e della richiesta di copie la cui assoluta necessità e urgenza non è più oltre rinviabile. Chiediamo dunque di poterla con urgenza incontrare per rappresentarle, anche nel dettaglio, questa impellente esigenza della avvocatura penalistica italiana. Confidando in un Suo cortese riscontro, cogliamo l'occasione per rivolgerle i saluti più cordiali.
*Presidente Unione Camere Penali
**Segretario Unione Camere Penali
di Errico Novi
Il Dubbio, 20 ottobre 2020
Si rinuncia al simbolo del rigore con le urne del dopo-Palamara aperte. Si è spesso sostenuto negli ultimi anni, e soprattutto dal trauma dell'hotel Champagne in poi, che Piercamillo Davigo fosse una coscienza critica trapiantata nel cuore della magistratura, pronta a far sentire tutto il peso della propria irreprensibile vicenda professionale, della propria immagine di nemico dell'illegalità.
Ieri la magistratura ha deciso, piuttosto uniformemente, di rinunciare a quella specie di tutela. Anche se i dirigenti del gruppo davighiano, "Autonomia e indipendenza", hanno dichiarato fino all'ultimo che le ragioni a sostegno della permanenza in plenum del loro leader fossero "tecnico- giuridiche e non di opportunità, men che meno politica", la verità è che a frenare il Csm sulla decadenza era proprio il timore di perdere uno scudo. Come se la magistratura, almeno una sua parte, paventasse un'onda di discredito popolare legata alla rimozione del più inflessibile fra i colleghi proprio nel mezzo dell'uragano Palamara.
È andata in modo diverso dal previsto. Magistratura indipendente e Unicost hanno votato contro la tesi che Davigo potesse restare in carica al Csm anche dopo il congedo. Persino Area, data per favorevole al prosieguo del mandato, si è spaccata, col capodelegazione Cascini e i consiglieri Suriano e Zaccaro non andati oltre l'astensione. Mentre il comitato di presidenza, formato oltre che da Ermini anche dai due vertici della Cassazione, non ha esitato a pronunciarsi per l'uscita di scena.
Il tutto mentre l'Anm consuma la propria tre giorni elettorale (alle 13 di ieri l'affluenza aveva già toccato il 54,7 per cento, tasso elevato se si considera che c'è ancora tempo fino alle 13 di oggi).
Adesso è come se la magistratura associata fosse ancor più costretta ad affrontare la crisi con maturità. Non ha più scudi, non ha più in Davigo la suggestiva personificazione del contraltare al correntismo. Non c'è più l'estremo rigore a bilanciare le immagini degradate. Chissà se proprio ora - certo troppo tardi per assicurare a Palamara il giusto processo disciplinare - si riuscirà ad analizzare la crisi della magistratura con più freddezza e meno riflessi pavloviani.
di Giorgio Mannino
Il Riformista, 20 ottobre 2020
A Palermo la manifestazione in difesa del questore condannato per il caso Shalabayeva: "Perché non coinvolgono i pm che decisero l'espulsione?". L'affondo di Fava: "Chi ha mentito resta libero".
"Una sentenza di imbarazzante e manifesta ingiustizia: chi volle quell'espulsione, fornendo informazioni false, la fa franca; chi si trovò a dover applicare la legge, in galera. L'umiliazione per Renato Cortese, per gli altri condannati e per questo paese in cui, sul palcoscenico dell'antimafia da operetta, si esibiscono ogni giorno eserciti di narcisi petulanti e inoffensivi, resta intatta. Ci sarà un processo d'appello, è vero. Pur rispettosi di ogni sentenza penso che occorra far sentire lo stupore e l'imbarazzo per la condanna di chi applicò le disposizioni ricevute e per la graziosa immunità riconosciuta a chi quelle disposizioni le impartì".
Claudio Fava, presidente della Commissione regionale Antimafia all'Ars, commenta così la sentenza di condanna a cinque anni emessa dal tribunale di Perugia nei confronti - tra gli altri - di Renato Cortese, questore di Palermo, per il sequestro (avvenuto nel 2013) e l'estradizione di Alma Shalabayeva, moglie di un dissidente kazako ricercato in patria per motivi politici. Un pronunciamento, quello della corte perugina, che ha sconvolto parte del mondo della politica e della società civile. Ieri pomeriggio, infatti, a Palermo, davanti il Teatro Massimo, si sono riunite associazioni, rappresentanti dell'amministrazione comunale e molti poliziotti "per solidarizzare col questore Cortese che ha contribuito, con grande impegno, a combattere la criminalità organizzata e a onorare lo Stato".
L'uomo che ha infranto la latitanza record del boss Bernardo Provenzano sarà sostituito, nei prossimi giorni, da Leopoldo Laricchia. Una disposizione che arriva dal ministero dell'Interno e dai vertici della Polizia: "Con la decisione presa si riafferma il principio che la polizia osserva e si attiene a quanto dalle sentenze", ha detto Franco Gabrielli. Ma l'indignazione, in piazza, si tocca con mano.
C'è persino Vincenzo Agostino, padre del poliziotto Nino ucciso in circostanze tutte da chiarire il 5 agosto 1989, che agitando il cellulare mostra una foto che immortala il momento della cattura di Provenzano con un giovanissimo Cortese al suo fianco: "È ingiusto che abbia pagato soltanto lui. Ha pagato il pesce più piccolo, l'ultimo anello di una lunga catena di comando rimasta impunita. La sentenza non ha fatto giustizia", ha detto Agostino. Ed è proprio contro la sentenza, ritenuta ingiusta, che molti poliziotti si scagliano.
"Sono convinto - ha detto Carmine Mancuna, so, ex politico e figlio di Lenin Mancuso, ucciso da Cosa nostra insieme al giudice Cesare Terranova il 25 settembre 1979 - che la sentenza sia iniqua. A pagare non possono essere soltanto quanti hanno eseguito gli ordini. Quindi credo sia importante che i giudici accertino le responsabilità ai vertici".
Mancuso, infine, giudica "ingiusto il trasferimento, perché, intanto, si tratta di una sentenza di primo grado e Cortese ha servito con grande onore lo Stato". Un'idea condivisa dai tanti presenti che affollano piazza Verdi. Restii a credere che per Cortese possa esserci una forma di riabilitazione: "Era destinato a diventare capo della Polizia. La sua carriera, ai vertici, ormai è finita", sussurra qualcuno.
E rimbalzano tante domande senza risposta: "Perché Angelino Alfano (allora ministro degli Interni, ndr) tace? Perché le sue dimissioni, allora chieste a gran voce, furono respinte? Chi aveva deciso quell'operazione? Perché Eugenio Albamonte e Giuseppe Pignatone che diedero il via all'espulsione non sono stati coinvolti nell'inchiesta?", si chiede un poliziotto che preferisce rimanere anonimo. Mentre Palermo si appresta a dare il benvenuto al nuovo questore: "Siamo qui anche per Laricchia, per augurargli buon lavoro", dicono gli organizzatori del raduno. Parole che mal nascondono la grande amarezza.
di Simone Marani
altalex.com, 20 ottobre 2020
Per la Cassazione il termine ex art. 304 c.p.p., non è dilatato dalla mancata richiesta di trattazione del processo a carico dell'imputato detenuto (sentenza n. 27989/2020). È da escludere che il termine ex art. 304, comma 7, c.p.p., sia dilatato dalla mancata richiesta di trattazione del processo a carico dell'imputato detenuto. Questo è quanto emerge dalla sentenza 21 settembre-7 ottobre 2020, n. 27989 (testo in calce) della Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione.
Il D.L. 8 marzo 2020, n. 11, art. 1, prevedeva che a decorrere dal giorno successivo alla entrata in vigore del decreto, ovvero dal 9 marzo 2020, e sino al 22 marzo 2020, le udienze dei procedimenti civili e penali pendenti presso tutti gli uffici giudiziari, con le eccezioni di cui all'art. 2, comma 2, lett. g), dovessero essere rinviate d'ufficio a data successiva al 22 marzo 2020. Il D.L. n. 18 del 17 marzo 2020, art. 83, comma 1, prevedeva poi che la sospensione generale andasse sino al 15 aprile 2020, termine infine prolungato al 11 maggio 2020 dal D.L. 8 aprile 2020, n. 23, art. 36.
Si sottraevano a detto rinvio in particolare le udienze dei procedimenti nei quali nel periodo di sospensione scadessero i termini di cui all'art. 304 c.p.p., e, quando gli imputati o i loro difensori espressamente richiedessero che si procedesse, anche le udienze nei procedimenti in cui fossero state applicate misure cautelari.
Quando, come nella fattispecie, la scadenza del termine massimo ex art. 304 c.p.p., comma 6, non fosse caduta nel periodo di sospensione suddetto, né vi fosse stata istanza degli imputati sottoposti a misura cautelare o dei loro difensori e, quindi, i processi avessero subito il rinvio d'ufficio, il D.L. n. 11 prevedeva, quanto al riverbero del rinvio sul versante dei termini cautelari, la sospensione di quelli ex art. 303 e il D.L. n. 18 anche dell'art. 308 c.p.p., nulla disponendo quanto al termine di cui all'art. 304, comma 6, c.p.p.
L'art. 304, comma 1, c.p.p., prevede, tra le altre, due cause di sospensione dei termini della misura cautelare legate al rinvio o alla sospensione del giudizio, definite obbligatorie nel senso che il Giudice, una volta verificata la sussistenza dei presupposti per concedere il rinvio, deve necessariamente disporre la sospensione della decorrenza del termine della misura cautelare in esecuzione nei confronti dell'imputato (Cass. pen., Sez. I, 25 gennaio 2018, n. 22289).
La lett. b) della disposizione ora richiamata contempla un caso di sospensione del termine cautelare nella fase del giudizio, che si verifica durante il tempo in cui il dibattimento è sospeso o rinviato a causa della mancata presentazione, dell'allontanamento o della mancata partecipazione di uno o più difensori che rendano privo di assistenza uno o più imputati; si tratta di situazioni di oggettiva assenza del difensore dell'udienza tale da rendere l'imputato privo di assistenza, sì da determinare l'impossibilità di svolgere attività processuale.
Gli ermellini ritengono che la mancata richiesta di trattazione del processo a carico di imputato detenuto, ovvero la richiesta di rinvio del difensore, ovvero ancora la mancata presentazione di quest'ultimo in udienza non siano comportamenti processuali idonei a dilatare il termine massimo di cui all'art. 304, comma 7, c.p.p., in quanto detti comportamenti non equivalgono all'ipotesi prevista dall'art. 304, comma 1, lett. b), c.p.p.
Non si verte, infatti, in un caso di mancata partecipazione del difensore che rende privo di assistenza l'imputato e che lo legittima ad ottenere un rinvio, ma ci si trova al cospetto dell'ipotesi, diversa, dell'omesso esercizio di una facoltà processualmente riconosciuta dalla normativa emergenziale, vale a dire quella di richiedere la trattazione, evenienza, quella dell'omesso esercizio della suddetta facoltà, che ha incluso il processo in quelli da rinviare obbligatoriamente in virtù della fissazione delle udienze nel periodo emergenziale; in altre parole, il rinvio derivava dall'applicazione della disposizione emergenziale e non poteva certamente ascriversi a mancata presentazione, allontanamento o mancata partecipazione del difensore.
di Anna Larussa
altalex.com, 20 ottobre 2020
Occorre valutare le misure per garantire la distanza di sicurezza e la possibilità di trasferimento di detenuti a rischio in altri istituti o strutture più adeguate (Cass. 27917/2020). L'incompatibilità tra le condizioni di salute e lo stato di detenzione di soggetti a rischio, in caso di contrazione del virus Covid-19, deve essere valutata con riguardo alla situazione in concreto esistente nella casa circondariale, all'adozione, da parte di questa, di misure di precauzione per garantire la distanza di sicurezza, nonché alla possibilità che i reclusi in condizioni di salute precarie, che ivi si trovino, possano godere del trasferimento presso altri istituti o strutture sanitarie più adeguate del circuito penitenziario.
È quanto stabilito dalla Sesta Sezione Penale della Corte di cassazione con la sentenza depositata in data 7 ottobre 2020, n. 27917 nel dichiarare inammissibile il ricorso avverso l'ordinanza con cui il Tribunale, in sede di appello cautelare, aveva confermato il rigetto della richiesta di sostituzione della custodia in carcere con gli arresti domiciliari a un detenuto affetto da pancreatite.
Il fatto - Il ricorrente, detenuto in regime custodiale per il reato di ricettazione nonché per reati in materia di stupefacenti e di armi, aveva proposto appello cautelare avverso il rigetto dell'istanza difensiva di sostituzione della misura custodiale con quella degli arresti domiciliari, avanzata in ragione dell'incompatibilità dello stato di salute precario con la detenzione in carcere: ed invero, lo stesso risultava affetto da una grave forma di pancreatite e, per ciò stesso, esposto ad un maggiore rischio di conseguenze infauste nel caso di contrazione del virus Covid-19.
A seguito del rigetto anche dell'appello, la difesa del ricorrente aveva interposto ricorso per cassazione denunciando violazione di legge e vizio di motivazione per non avere il Tribunale tenuto conto della storia clinica del detenuto, degli esami strumentali cui era stato sottoposto in carcere, delle specifiche indicazioni sanitarie evidenziate dalla difesa e, in particolare, del fatto che la direzione sanitaria dell'istituto avesse concluso nel senso che la pancreatite fosse un concreto fattore di aumento del rischio quoad vitam in caso di infezione da Covid-19; infine, per avere omesso di considerare che i coimputati, in una posizione processuale sostanzialmente parificabile, avevano beneficiato degli arresti domiciliari.
La sentenza - La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per aspecificità del motivo dedotto. Ha, in particolare, rilevato che il Tribunale dell'appello cautelare aveva spiegato che le condizioni di salute non potessero considerarsi particolarmente gravi tenuto conto delle relazioni con cui la direzione della casa circondariale aveva escluso la presenza di particolari criticità sanitarie, e aveva affermato inoltre - lo stesso Tribunale - come, sulla base di tutta la documentazione a disposizione, fosse risultato evidente che non era necessario trasferire il detenuto presso altro istituto, in quanto l'incompatibilità delle sue condizioni di salute con il regime carcerario, in ragione di un rischio di contrarre una infezione da Covid-19, era in quel momento solo ipotetica.
La Corte ha pertanto condiviso le conclusioni del Tribunale secondo cui, ancorché il tipo di patologia del detenuto rappresentasse un fattore di aumentato del rischio quoad vitam nel caso di infezione da Covid-19, al momento non vi fossero ragioni per reputare la concreta esistenza di quel rischio, non avendo la difesa dedotto l'esistenza di quel tipo di infezioni nella casa circondariale in questione, nè essendo desumibili dati di segno contrario dalle relazioni trasmesse dalla direzione sanitaria di quell'istituto.
Ha quindi concluso che "se è vero che la detenzione in carcere costituisce obiettivamente un contesto nel quale è più facile la diffusione del virus, in quanto i detenuti vivono in ambienti nei quali è tendenzialmente più difficile il mantenimento delle distanze di sicurezza ed in cui sono ben possibili fenomeni di assembramento o di sovraffollamento" tuttavia occorre valuatare l'incompatibilità tra le condizioni di salute e lo stato di detenzione di soggetti a rischio in caso di contrazione del virus Covid-19 con riguardo alla situazione effettivamente esistente nella casa circondariale, all'adozione, da parte di questa, di misure preventive e precauzionali nonché alla possibilità che i reclusi in condizioni di salute precarie, che ivi si trovino, possano godere del trasferimento presso altri istituti o strutture sanitarie più adeguate del circuito penitenziario.
Rispetto alla mancanza di equità nella valutazione della posizione processuale del ricorrente i giudici di legittimità hanno ribadito l' orientamento interpretativo secondo cui può risultare giustificata l'adozione di regimi difformi, pur a fronte della contestazione di un medesimo fatto di reato, in quanto la valutazione da esprimere in tema di esigenze cautelari di ciascun coindagato o coimputato si fonda, oltre che sulla diversa entità del contributo individuale alla realizzazione dell'illecito, anche su profili strettamente attinenti alla personalità del singolo.
di Claudia Osmetti
Libero, 20 ottobre 2020
Accusato di un omicidio mai commesso per un'intercettazione mal interpretata. Sarà risarcito con 188mila euro. Si è fatto ottocento giorni di carcere per un'intercettazione ambientale interpretata male. Ottocento, ed era innocente! Lui, Girolamo, un imprenditore napoletano, con l'omicidio di Luigi Borzacchiello non c'entrava nulla. Non ha mai nemmeno pensato d'ammazzarlo.
Eppure è finito negli incagli di un processo per delitto premeditato e pure aggravato dal fine camorristico, con l'unica colpa (diciamo così) di avere legami di parentela con alcuni soggetti che la magistratura campana ritiene coinvolti nella vicenda. Diciamocelo subito: oggi (quattordici anni dopo l'omicidio e otto dopo l'errore giudiziario) il protagonista di quest'assurda storia di malagiustizia si è visto riconoscere un risarcimento di 188.656 euro. E diciamoci subito anche questo: la cifra può sembrare alta, ma non basta. Ché non c'è cifra che possa davvero risarcire le profonde ferite che restano dopo oltre due anni di celle e sbarre e privazione.
Andiamo per gradi. Borzacchiello viene ucciso il 9 dicembre del 2006 ad Afragola, cittadina dell'area metropolitana di Napoli: è un costruttore edile di 47 anni, ha precedenti penali ed è legato al clan dei Mariniello. Che si tratti di criminalità organizzata è pacifico fin dal principio, infatti le indagini incastrano il clan rivale dei De Falco-Fiore. Sfortuna vuole, però, che Girolamo ci si trovi nel mezzo. Questione di sangue (è il fratello di uno dei boss) e ci sarebbero due elementi che, secondo i pm, lo metterebbero al muro: la prima è l'accusa di Pasquale Di Fiore, un "collaboratore di giustizia"; la seconda è per l'appunto un'intercettazione ambientale. Sulla base di ciò, in primo grado, Girolamo busca trent'anni di reclusione.
Però c'è di più, perché quando l'avvocata partenopea Marianna Febbraio riesce a portare il faldone in Appello, si sgretola tutto come un fortino di sabbia. Dichiarazioni contraddittorie, valutazioni e perizie che ribaltano quanto messo agli atti. Perché sì, un'intercettazione c'era. Ma non provava per nulla la presenza di Girolamo alla "riunione" che avrebbe deciso la morte di Borzacchiello. Le voci, in quella registrazione, si sovrappongono, sono confuse, cozzano.
E sicuramente non rendono possibile attribuire a Girolamo anche solo una delle frasi di morte che si sentono. Insomma: lo sbaglio è evidente. E viene alla luce solo per la caparbietà del legale, altrimenti campacavallo. A questo punto, per Girolamo, si apre un altro filone, quello del risarcimento. Perché non è mica detto gli spetti: c'è un cavillo, nella norma del 1989, che impedisce di rimborsare chi, all'ingiusta detenzione, abbia "dato causa per dolo o colpa grave". Magari (anche qui, da strabuzzare gli occhi) frequentando cattive compagnie: che è un po' come dire che lo sbaglio l'ha fatto il tribunale, ma è stato tratto in inganno dal colui che ne ha pagato le conseguenze.
Ma le "compagnie sbagliate" Girolamo pare le avesse in famiglia: per lui era difficile eluderle. Il difensore Febbraio lo dice subito. Sulla sua posizione si esprime l'ottava sezione penale: "L'eventuale colposo comportamento è escluso proprio dall'esistenza dei rapporti di parentela tra gli imputati". Fine della storia e risarcimento concesso. Girolamo deve pure sentirsi fortunato: lo Stato italiano, nel 2019, ha risarcito solo un migliaio di persone detenute ingiustamente e, mediamente, ha concesso loro appena 43mila euro: le richieste accolte sono state 465, gli altri aspettano.
Il Fatto Quotidiano, 20 ottobre 2020
La parlamentare, secondo l'accusa, consentì ad Antonello Nicosia, poi fermato per mafia, di entrare con lei nelle carceri senza autorizzazione e di avere incontri con i boss. Solo in un secondo momento, dopo tre ispezioni in istituti di pena siciliani, i due avrebbero formalizzato il rapporto di collaborazione.
Sarà processato per falso la deputata di Italia viva Giusy Occhionero. Il giudice per l'udienza preliminare di Palermo l'ha rinviata a giudizio nell'ambito dell'inchiesta scaturita dopo il fermo per mafia di Antonello Nicosia, l'attivista radicale poi diventato suo collaboratore dopo un colloquio telefonico. La parlamentare, secondo l'accusa, gli consentì di entrare con lei nelle carceri senza autorizzazione e di avere incontri con i boss.
Solo in un secondo momento, dopo tre ispezioni in istituti di pena siciliani, i due avrebbero formalizzato il rapporto di collaborazione. Nicosia, coimputato della Occhionero accusato di falso aggravato e associazione mafiosa, ha scelto il rito abbreviato, come il boss di Sciacca Accursio Dimino e Paolo e Luigi Ciaccio, che rispondono di favoreggiamento. Rinviato a giudizio, come Occhionero, Massimiliano Mandracchia, anche lui imputato di favoreggiamento.
Dall'inchiesta è emerso che, oltre a progettare estorsioni e omicidi, Nicosia, sedicente docente universitario, da anni impegnato in battaglie a difesa dei detenuti, era riuscito a incontrare anche capimafia al 41 bis. Il 21 dicembre 2018, dopo aver avuto con Nicosia solo contatti telefonici, la deputata è arrivata a Palermo e ha incontrato Nicosia con cui è andata immediatamente a fare un'ispezione al carcere Pagliarelli.
All'ingresso ha dichiarato che era un suo collaboratore: circostanza, hanno accertato i pm anche attraverso indagini alla Camera, falsa. All'epoca, infatti nessun rapporto di lavoro era stato formalizzato. Il giorno successivo i due hanno fatto, con le stesse modalità, visite nelle carceri di Agrigento e Sciacca. Ai pm che in principio l'hanno sentita come persona informata sui fatti, la donna ha detto di non aver avuto contezza della doppia personalità di Nicosia, formalmente paladino dei diritti dei carcerati, di fatto uomo d'onore che portava all'esterno i messaggi dei boss.
La deputata era stata interrogata e aveva spiegato di aver conosciuto Nicosia ramite i Radicali Italiani che, non avendo un proprio un deputato alla Camera, le avevano suggerito di assumerlo per avere la possibilità di fare ispezioni nelle carceri. Una prerogativa legittima che, però, il collaboratore aveva usato per i suoi scopi: avere contatti, secondo l'ipotesi della Dda, coi capimafia e portare all'esterno informazioni. L'uomo veniva retribuito con 50 euro al mese. Una cifra simbolica perché, come era emerso dalle intercettazioni, lo scopo della collaborazione, per Nicosia, che definiva il boss Matteo Messina Denaro "il nostro primo ministro", per entrare in contatto con i mafiosi. Ai pm che ieri le chiedevano come mai avesse assunto l'indagato, nonostante i suoi precedenti penali - una condanna per traffico di droga, tre per ricettazione e una per appropriazione indebita - Occhionero aveva risposto sostenendo che alla Camera nessuno fa controlli sui collaboratori. Nonostante il contratto fosse scaduto a maggio perché la deputata, insospettita dal singolare curriculum del collaboratore ne aveva accertato la falsità, il tesserino era rimasto nella disponibilità di Nicosia.
- No alla sostituzione della misura cautelare senza contraddittorio? Violato il diritto di difesa
- Torino. Il Covid torna anche nelle carceri, due casi all'Icam e all'Ipm
- Azienda sequestrata per mafia, ricorribile la cessazione dell'attività
- Medici, falso ideologico per chi prescrive farmaci al buio
- Bergamo. "Due detenuti positivi. Processi da remoto per tutti"










