di Luigi Manconi e Federica Graziani
Il Foglio, 20 ottobre 2020
Caro direttore, ti ringraziamo innanzitutto del generosissimo spazio che il tuo giornale ha offerto al nostro "Per il tuo bene ti mozzerò la testa. Contro il giustizialismo morale" (Einaudi). Tanta attenzione ci induce a entrare nel merito di quanto scritto da Giuliano Ferrara sabato scorso.
Dopo aver definito il nostro come "un buon libro di cui c'era bisogno", e questo basterebbe a blandire il nostro ego, Ferrara solleva, con elegante noncuranza, questioni importanti, che riguardano il funzionamento e la natura stessa dello stato di diritto. In effetti, la categoria di garantismo, come radicalmente avversa a quella di giustizialismo, rimanda a un giudizio sul nostro sistema democratico e sui princìpi, appunto, garantisti e liberali ai quali dovrebbe ispirarsi. Poi, le parole - com'è fin troppo noto - sono convenzioni e sappiamo che il termine "garantista" non piace a tanti, ma è utile a definire puntualmente le cose di cui vogliamo parlare. E non si tratta di fuffa, come sembra credere Ferrara quando scrive: "vedo nell'ipergarantismo, soprattutto di questi tempi, una chiacchiera politicamente correttissima, che non mi assomiglia e non frequento di mio", e più oltre: "La litania liberale e radicale del garantismo in sé non mi affascina [...].
La trovo un altro dei tanti modi di manipolare il discorso pubblico, uno dei più decenti, d'accordo, ma nel dizionario delle idee ricevute, dei luoghi comuni, metterei senz'altro la voce: garantismo". È qui che il nostro dissenso si fa profondo. Intanto per una ragione statistica: il garantismo, in Italia, è tuttora drammaticamente minoritario (altro che "dizionario dei luoghi comuni"). Atteggiamento culturale di pochi e opzione politica di pochissimi, se ci riferiamo a ciò che Ferrara chiama, chissà perché, "ipergarantismo": e che è invece il solo garantismo possibile. Ossia quello che va applicato ai poveri cristi gettati in galera senza uno straccio di avvocato, così come a Silvio Berlusconi. Sia all'immigrato irregolare, sia, ci vogliamo rovinare, a Matteo Salvini. Coloro che, al contrario, pretendono diritti e garanzie solo per Berlusconi e per Salvini, sono cosa diversa e poco interessante. Per questo ci permettiamo di dire che l'impostazione di Ferrara sembra tutta rinchiusa dentro una prospettiva mediatico-mondana, dove il garantismo è un'opzione tra le altre che equivale esattamente all'opzione opposta, finendo l'una con l'annullarsi nell'altra.
In questa visione che tutto azzera e livella, le parole e le opere di Marco Travaglio, proprio perché intimamente calate nel circuito propagandistico-giudiziario, vengono valutate solo per la loro efficacia (tantissima, lo sappiamo) e per la loro capacità pervasiva (rilevante anche questa) e, così, vengono ridotte a una postura stilistica, a una variante dialettica, a un genere letterario come un altro. Insomma, Travaglio - al quale il nostro libro dedica appena un 15 per cento delle sue pagine - sarebbe una semplice clausola del discorso pubblico, da accogliere con neghittosa curiosità e da apprezzare o meno in base esclusivamente al voto ottenuto nel recitare la sua parte in commedia. E, invece, il garantismo è tutt'altra cosa. Senza enfasi e senza alcuna concessione all'eroicismo delle "battaglie" e alla tentazione della "superiorità morale", il garantismo muove, secondo la lezione di Marco Pannella, dal fondo oscuro dove precipita la crisi della giustizia: la cella.
Il garantismo ha un senso perché denuncia il fatto che una norma di un governo di centrosinistra ha ridotto i gradi di giudizio per i richiedenti asilo, limitandone i diritti e introducendo una discriminazione rispetto ai cittadini italiani; e ha senso perché Giancarlo Pittelli, ex parlamentare di Forza Italia, è stato tenuto in isolamento per dieci mesi nel carcere di Nuoro. Insomma, dietro quel "dizionario delle idee ricevute" può esserci molta sofferenza.
lagazzettadilucca.it, 20 ottobre 2020
Si tiene oggi, martedì 20 ottobre alle ore 15.30 sulla piattaforma Zoom, l'evento intitolato "Fuori dal carcere. Il lavoro come opportunità di crescita per detenuti ed aziende agricole".
L'incontro, che avrebbe dovuto svolgersi il 26 febbraio scorso, rinviato a causa dell'emergenza sanitaria, è stato organizzato dalla Garante dei diritti dei detenuti Alessandra Severi, in collaborazione con Aiga, Camera penale di Lucca, Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Lucca, Mestieri Toscana e con il patrocinio del Comune di Lucca.
Per iscriversi e ricevere le credenziali di accesso per la piattaforma Zoom è necessario inviare una mail all'indirizzo
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 20 ottobre 2020
È stato firmato nei giorni scorsi da Elisabetta Zancone, dirigente scolastico dell'Istituto superiore "Petrucci - Ferraris - Maresca" di Catanzaro, e Angela Paravati, direttore della Casa Circondariale Ugo Caridi, il protocollo d'intesa che ha dato il via al La didattica per... Ri-dare un sorriso, progetto che all'esperienza formativa dell'Alternanza scuola-lavoro aggiunge il valore della solidarietà.
Gli allievi del corso di odontotecnica (classi IV e V) realizzeranno, infatti, protesi dentarie per i detenuti indigenti che ne hanno bisogno e che costituiscono una percentuale non trascurabile dei pazienti odontoiatrici negli istituti penitenziari. Un problema che riguarda soprattutto persone dipendenti dall'uso di droghe causa di serie patologie dell'arcata dentaria. La mancanza dei denti, riscontrabile anche in soggetti giovani, e la derivata difficoltà nel masticare compromette anche la dieta con conseguenti carenze nutrizionali che vanno ad incidere sul generale stato di salute.
Il Servizio sanitario nazionale assicura le cure conservative ed estrattive ma la prestazione di protesi mobili non fa parte dei Livelli Minimi di Assistenza e pertanto è a pagamento. Grazie al progetto contenuto nell'accordo tra la casa circondariale e l'Istituto superiore, i detenuti che versano in condizioni di necessità, potranno tornare non solo a mangiare ma anche a parlare e sorridere in quanto, com'è noto, la mancanza di denti può condizionare anche l'espressione fonetica e le relazioni sociali.
"La didattica per... Ri-dare un sorriso" è la risultanza di una serie di contributi che comprendono le prestazioni volontarie di oltre venti odontoiatri, materiale protesico offerto da ditte specializzate e l'inserimento del tutto, da parte dell'Azienda Sanitaria Provinciale, nel più vasto progetto di Odontoiatria sociale regionale.
oristanonoi.it, 20 ottobre 2020
Impossibile la didattica a distanza perché le attrezzature sono ancora in arrivo. La denuncia dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme". "Una dozzina di classi di detenuti iscritti alle superiori, tecnici e artistico, e ai corsi per adulti del Cpia potranno riprendere l'attività didattica soltanto a novembre, in quanto l'istituto di Massama-Oristano è attualmente in attesa che vengano forniti i kit per l'attività didattica a distanza". Lo segnala Maria Grazia Caligaris dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", che ha raccolto le testimonianze dei familiari dei detenuti che vorrebbero fruire del diritto allo studio.
"Il mancato avvio delle lezioni", sottolinea l'esponente di SDR, "ha suscitato preoccupazione tra i detenuti. Molti ergastolani rischiano di restare del tutto privi di attività, anche perché la maggior parte delle iniziative sono sospese a causa della pandemia di coronavirus, che non ha risparmiato la casa di reclusione di Oristano".
"Il nostro impegno è quello di garantire a tutte le classi programmate l'accesso alla formazione", ha precisato Pierluigi Farci, direttore del Casa di reclusione 'Salvatore Soro'. "Purtroppo, anche per limiti strutturali, in quanto non c'è nell'Istituto un numero sufficiente di aule abbastanza grandi da garantire il distanziamento tra gli studenti e gli insegnanti, non possiamo organizzare lezioni in presenza senza incorrere in gravi rischi di diffusione del virus.
Abbiamo quindi richiesto tempestivamente un finanziamento per poter disporre dei kit previsti per le lezioni a distanza nelle carceri. Riteniamo che l'istruzione, oltre che un diritto costituzionale, sia uno strumento importantissimo per la crescita civile e culturale dei detenuti e pensiamo che nell'arco di un mese saremo in grado di offrire le lezioni.
Per cercare di ridurre i disagi, e favorire un rapporto con gli insegnanti, pensiamo altresì di organizzare incontri in presenza nella sala teatro". "Non si può però fare a meno di sottolineare ancora una volta", conclude Maria Grazia Caligaris, "che la nuova struttura penitenziaria di Massama è stata pensata con criteri molto discutibili. Un teatro e due sole aule per garantire il diritto allo studio in un istituto con 263 posti. Incredibile ma vero".
telebari.it, 20 ottobre 2020
Chiude definitivamente dopo 45 anni la "Sezione Blu" del carcere di Trani, un tempo destinata ai detenuti in regime di massima sicurezza. Era "una vergogna", spiega il Garante pugliese per i diritti dei detenuti, Piero Rossi, con celle molto piccole e bagni a vista, chiamata blu dal colore di pareti e inferriate. I detenuti saranno trasferiti nel nuovo padiglione, una palazzina attigua alla struttura penitenziaria, i cui lavori sono appena conclusi, per il "definitivo allontanamento dalla dimensione di inumanità e degrado di quell'istituto", dice Rossi, giudicando indispensabile "la dignità di trattamento dei detenuti". La cosiddetta "Sezione Blu", realizzata quando fu costruita la struttura penitenziaria di Trani destinata ad essere un supercarcere di massima sicurezza, oggi non più con quella funzione, sarà svuotata e ristrutturata.
di Angelo Panebianco
Corriere della Sera, 20 ottobre 2020
In una comunità polarizzata possono emergere forze che pensano di guadagnare spazi sfruttando il caos. Nelle società polarizzate, come l'Italia (tradizionalmente) e gli Stati Uniti (da alcuni decenni), ove per molti il senso di appartenenza a una qualche "tribù" sub-nazionale è più forte del senso di appartenenza alla comunità nazionale, appare con più evidenza ciò che è sempre vero: una delle cause della pericolosità della politica è che essa è per tanta gente un mezzo per trasformare frustrazioni private in violenza pubblica e, spesso, purtroppo, non solo verbale. Solo in riferimento alla politica ti capita di imbatterti in persone, apparentemente miti e sane di mente, che dicono di "odiare" il tale leader politico. Sanno che usare la parola "odio" significa incitare alla violenza. Ma quando si tratta di politica a molti sembra lecito ciò che non riterrebbero tale se riferito ad altri ambiti della vita sociale.
Anche quando si è al di qua della linea che separa la violenza verbale dalla violenza fisica, il "lato oscuro" della politica è sempre presente. Ad esempio, i disgraziati che hanno insultato la memoria di Jole Santelli, la defunta presidente della regione Calabria, non ci ricordano solo, genericamente, di cosa siano capaci gli esseri umani. Ci ricordano anche un'altra cosa: che se la politica è il luogo in cui certe persone si sentono legittimate a trasformare le proprie frustrazioni private in aggressività, ci sono sempre anche altre persone, dotate di razionalità e capaci di freddo calcolo, pronte a sfruttare e a manovrare i suddetti frustrati. Le conseguenze possono essere assai gravi. Vale per il professore decapitato in Francia e per tanti altri tragici episodi: i killer, per lo più, sono frustrati caricati a molla. I burattinai, invece, sono freddi calcolatori.
Prendiamo il caso americano. È indubbio che esiste anche la stupidità ma appare chiaro che coloro che hanno deciso, in molte città statunitensi, di trasformare in rivolta urbana le più che legittime proteste per l'uccisione da parte della polizia di George Floyd e di altri, hanno freddamente scelto di "votare" per Donald Trump. Secondo la logica del "tanto peggio tanto meglio" che è sempre stata propria, in ogni tempo, dei rivoluzionari. Per lo meno, c'è da chiedersi se le degenerazioni violente del movimento Black Lives Matter faranno o no più danni allo sfidante Joe Biden di quanti gli estremisti di destra scesi in piazza contro quel movimento ne faranno al presidente in carica Donald Trump. Quale dei due gruppi spaventa di più l'elettorato?
Al momento, i sondaggi danno vincente Biden (ma davano vincente anche Hillary Clinton alle elezioni precedenti e finì come sappiamo). È anche chiaro che Biden è una personalità debole, priva di carisma. È favorito ma ciò sembra più l'effetto di una diffusa avversione a Trump che di un apprezzamento senza riserve nei suoi confronti.
Il vero vantaggio di Biden dipende dagli errori commessi dal presidente nella gestione dell'emergenza Covid e dai danni economici provocati dalla pandemia. Quel vantaggio potrebbe essere eroso se non si fermassero le violenze di strada che hanno spaventato molti americani nonché gli sfregi alla loro storia e alla loro identità con l'abbattimento di statue (da Colombo a Jefferson) che ne sono il simbolo. E sarebbe un guaio elettorale per Biden se i democratici dessero l'impressione di non essere abbastanza decisi nel contrapporsi a tutto ciò.
In una società polarizzata possono emergere politici estremisti che pensano di guadagnare spazi e influenza sfruttando le manifestazioni violente. All'estrema sinistra politici "rivoluzionari" cercano di farsi spazio ai danni dei democratici (all'insegna dello slogan: "aboliamo la polizia"). La stessa cosa accade o accadrà a destra (tanto in caso di sconfitta che di riconferma di Trump): sorgeranno leader, punti di riferimento dell'estremismo di destra, che si faranno strada a scapito di esponenti repubblicani. Dopo di che, il nuovo estremismo (di destra e di sinistra) condizionerà le componenti più centriste dello schieramento politico americano.
Ciò, però, non è inevitabile. Una nuova Amministrazione democratica potrebbe mostrarsi ferma e dura nei confronti di ogni forma di violenza, togliendo spazio agli estremisti e tranquillizzando così la maggioranza degli americani. Sempre ricordando però che in un sistema federale moltissimo dipende dalla disponibilità delle autorità statali e locali a cooperare con il presidente. È possibile, e forse probabile, nonostante i timori degli ultimi tempi, che le istituzioni politiche statunitensi si rivelino così forti e così radicate da poter superare, magari con qualche ammaccatura, anche un frangente come questo. Così forti da poter resistere a un presidente come Trump nonché alla pressione dell'estremismo più violento di destra e di sinistra.
Ci sono alcuni aspetti della politica che sono sempre gli stessi in ogni tempo e luogo. Ci sono però anche differenti tradizioni e istituzioni. In taluni casi, esse sono solide e capaci di tenere a bada il lato oscuro, il potenziale di violenza collettiva sempre presente (magari sottotraccia ma pronto ad attivarsi) in ogni aggregato umano. Uno degli aspetti più ammirevoli della civiltà occidentale è il fatto di avere creato istituzioni che incoraggiano la libertà personale scoraggiando al tempo stesso le diffuse vocazioni e propensioni alla violenza. Se in un prossimo futuro ciò non valesse più per gli Stati Uniti, saremmo tutti, non solo gli americani, nei guai. Ci conviene confidare nella solidità e nella tenuta delle istituzioni democratiche americane.
di Mario Di Vito
Il Manifesto, 20 ottobre 2020
Dopo quarantanove anni "A" potrebbe cessare le sue pubblicazioni, come disposto dallo storico fondatore Paolo Pinzi nel testamento. Ma il fratello è contrario e il gruppo spaccato.
La notizia, in sé, è semplice, per quanto spiacevole: dopo quarantanove anni A Rivista Anarchica cessa le sue pubblicazioni. La prima testata d'Italia "in ordine alfabetico" non arriverà più ai suoi abbonati e ai suoi diffusori, lasciando un buco là dove ogni mese era possibile leggere una rassegna piuttosto esaustiva di spunti, temi e idee dal variegato mondo libertario. La storia è nota e tinta di leggenda: il mensile preferito da Fabrizio De André (che finanziava), Piazza Fontana, la "strage di Stato", la campagna per la liberazione di Pietro Valpreda, la convinzione intima che "non esistono poteri buoni" e che dunque l'anarchia non sia una posizione estrema, ma l'unica davvero accettabile.
Era lunedì 20 luglio quando lo storico fondatore e redattore - in realtà direttore, ma odiava questa parola - Paolo Finzi ha scelto di morire lanciandosi sotto a un treno a Forlì, e non pochi si sono chiesti che fine avrebbe fatto la rivista di cui era anima, nume e cuore pulsante da decenni. La risposta è arrivata come un colpo secco alla fine della scorsa settimana: cessazione delle attività "per volontà testamentaria", dicono dalla redazione. "È evidente che per l'affetto e il rispetto che portiamo nei confronti di Paolo e della sua opera, seguiremo le sue indicazioni", si legge nella laconica lettera inviata a lettori e collaboratori.
Il sociologo Enrico Finzi, fratello comunista di Paolo, però parla di questo gesto come di "un'infamia" e, in qualità di esecutore testamentario, si dice "amareggiato, schifato, infuriato" perché "la decisione di non dare un futuro ad A è stata presa da un minuscolo gruppo di persone; non è stata condivisa da me e da tante compagne e compagni. Ribalta orientamenti sino a poco tempo fa accettati".
Da qui anche la definizione di quello che, secondo lui, sarebbe stato il futuro della Rivista Anarchica: un numero dedicato al suo fondatore - già in preparazione ma mai concluso -, l'uscita di altri numeri per arrivare alla prossima primavera, cioè al cinquantesimo anniversario, e poi "una prosecuzione a costi abbattuti, ricorrendo all'online".
In sostanza, una morte dolce: se A è sopravvissuta tutto questo tempo è solo perché Paolo Finzi, di mese in mese, per miracolo (cosa a cui non ha mai creduto) riusciva a tenere insieme tutti i pezzi, far quadrare i conti e mandare il numero chiuso in tipografia, pronto per essere spedito. Per pensare che la Rivista Anarchica possa continuare a esistere anche senza di lui serve un notevole sforzo di immaginazione.
Sostiene, con una buona dose di ottimismo della volontà, Enrico Finzi: "L'idea è sempre stata quella di impegnare la meravigliosa comunità dei libertari e di alcuni supporter in uno sforzo condiviso, anche se Paolo lo riteneva improbabile". Soprattutto negli ultimi tempi, in effetti, il redattore di A aveva espresso a più riprese pensieri molto cupi sul futuro del mensile, pur continuando a tessere rapporti e a organizzare iniziative per un domani che infine ha deciso di non raggiungere.
Quel che resta della redazione di A, comunque, non intende replicare alla sfuriata del fratello del fondatore, ma si limita a ribadire che "quello che Editrice A aveva da dire è stato scritto". Punto e basta. Non ha senso chiedersi dove sia la verità, nel lutto e nella sconfitta, in fondo, si tratta di una faccenda poco rilevante, buona giusta per far agitare notai e avvocati, categorie di persone che gli anarchici tengono alla giusta distanza. A far più male sono le parole, i pensieri e soprattutto i sospetti, con la paura del tradimento sempre in agguato a tormentare le coscienze e a mettere in dubbio anche l'assunto più importante di tutti, quello del fuorilegge Jules Bonnot: "Rimpianti sì, ma in ogni caso nessun rimorso".
Sono gli ultimi riflessi di una storia dolorosa cominciata con la morte volontaria dell'anarchico Finzi e che ora vede una schiera di orfani in atroce difficoltà a gestire un'eredità non solo ideale: la rivista e i suoi oltre cinquemila lettori mensili sono un capitale che sarebbe un peccato disperdere.
Non che manchino le idee, ad ogni buon conto. La redazione di A sta lavorando per mettere in piedi un nuovo progetto e si è già lanciata alla ricerca di una casa editrice disposta a investire qualcosa, nell'ennesima riproposizione di un grande classico delle avventure anarchiche: la lotta per la sopravvivenza economica, un momento che di solito si vive con l'acqua costantemente all'altezza della gola ma che finisce anche con il cementare i rapporti e con la scoperta che l'impegno dei militanti-lettori spesso e volentieri si traduce in una pioggia di donazioni. È successo varie volte, non si può escludere che possa accadere di nuovo.
Resta la spaccatura nella famiglia anarchica ed è qualcosa in più di un cattivo presagio. È la manifestazione di una stanchezza che ormai si avverte da anni, come se la storia fosse andata troppo avanti e avesse lasciato i libertari fermi al palo a domandarsi quale direzione prendere. Un dramma politico che scivola sul personale, tra compagne e compagni anche di vecchissima data che se ne dicono di tutti i colori, in faccia e dietro le spalle. Di certo non un bello spettacolo.
È così che anche il testamento di Paolo Finzi diventa terreno di scontro: chiudere o no? E, se anche il fondatore avesse deciso di portare via con sé A, sarebbe davvero giusto ottemperare alle sue volontà o sarebbe meglio discuterle? C'è, ad esempio, chi taccia questa decisione, vera o presunta, di "autoritarismo", attributo ben poco anarchico e, dunque, da respingere in toto, costi quel che costi.
Alla fine, forse, l'eredità di Finzi non va ricercata nella rivista che ha tirato su come se fosse una figlia, ma nelle sue stesse parole, ovvero nella volontà sempre perseguita di condurre il pensiero libertario fuori dai suoi posti canonici, oltre le sue liturgie e i suoi spazi più o meno angusti, alla ricerca continua e ostinata di quel sospiro che si avverte ovunque nel mondo. La fiaccola dell'anarchia che resta accesa anche dopo che gli anarchici, per definizione "scacciati senza colpa", sono andati via.
Corriere della Sera, 20 ottobre 2020
In 40 anni duemila detenuti bergamaschi reinseriti nel mondo del lavoro, con il tasso di recidiva sceso sotto il 20%, contro il 70% di chi sconta l'intera pena in carcere. L'interpretazione rieducativa della pena è il focus dell'associazione Carcere e territorio. I libri "Carcere e territorio 40 anni di storia bergamasca" di Olivero Arzuffi e "Abitare le biografie nell'esecuzione penale esterna" di Greta Persico e Laura Boschetti, ripercorrono storie di detenuti e volontari. "I detenuti che non recidono i contatti con la famiglia e il territorio riescono a riprendere una vita nel rispetto della convivenza civile", spiega Lucia Manenti, dell'Ufficio di esecuzione penale esterna. Mentre per il presidente di Carcere e territorio, Fausto Gritti "bisogna far sì che la sensibilità sul carcere si estenda fuori dalla città, in provincia". "Carcere e territorio è concreta - aggiunge la direttrice del carcere, Teresa Mazzotta -. Le attività esterne e le misure alternative sono fondamentali al fine della rieducazione, vedo un calo dei volontari nell'ultimo periodo".
di Agnese Pellegrini
Famiglia Cristiana, 20 ottobre 2020
Dal 22 ottobre in libreria, "Dei relitti e delle pene", il nuovo libro del giornalista Stefano Natoli sui temi dell'esecuzione penale. Si intitola "Dei relitti e delle pene. Giustizia, giustizialismo, giustiziati. La questione carceraria tra indifferenza e disinformazione" (Ed. Rubettino), il nuovo libro di Stefano Natoli, già giornalista de Il Sole 24 ore e attualmente volontario nel carcere di Milano Opera. La prefazione del volume porta la firma di Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano ora europarlamentare. Il volume che arriva in libreria il 22 ottobre è dedicato "all'umanità reclusa, che ha sognato di vivere e ora vive sognando".
Dopo le sommosse dello scorso marzo e la decisione dei magistrati di sorveglianza di mandare ai domiciliari - per ragioni di salute - prima tre condannati al 41bis (di cui due ultraottantenni e malati gravi) e successivamente altri 373 detenuti presenti nel circuito dell'Alta Sicurezza (i magistrati hanno ribadito, giustamente, che tutti i detenuti hanno il diritto di essere curati), la questione carceraria è tornata in primo piano, anche se, purtroppo, soltanto come dato di cronaca e non come ripensamento della funzione dei 190 istituti penitenziari italiani (per fare un esempio, la pandemia ha spinto il Portogallo a legiferare una grazia per i detenuti inclusi nelle categorie più vulnerabili...).
E se la Corte europea dei diritti dell'uomo ha più volte condannato l'Italia per le condizioni "disumane e degradanti" delle proprie carceri, viene da pensare che il nostro Paese non abbia compreso il messaggio di Cesare Beccaria, l'illuminista milanese autore del celeberrimo "Dei delitti e delle pene", circa il senso profondo della pena che - nel Diciottesimo secolo come adesso - deve essere certa, ma anche, e soprattutto, equa ed efficace.
I protagonisti di questo libro, come sottolinea anche Pisapia nella prefazione, sono le persone ai margini della società, "i tanti che entrati nel cerchio, spesso infernale, delle nostre carceri, si trovano spesso a vivere in condizioni disumane e degradanti". I relitti, appunto, che - come scrive Natoli - "hanno navigato nel mare in tempesta della vita e a un certo punto sono andati alla deriva".
Ed è significativo che l'autore parli di esseri umani, e non di detenuti, riconoscendo a chi vive in carcere quella dignità di uomini che Papa Francesco continua a sottolineare nei suoi interventi in tema di giustizia. Partendo da un punto di vista laico ed evitando pietismi, buonismi e qualsiasi deriva ideologica, l'autore spiega a chiare lettere l'intento del suo libro: "Il carcere ha a che fare con la sicurezza sociale. E la sicurezza è un bene collettivo, un bene di cui tutti ci dobbiamo occupare e preoccupare. Senza intenti forcaioli, ma con tutta l'umanità possibile. Facendo prevalere la forza della ragione sulla ragione della forza e tenendo sempre a mente che la persona non è - sempre, e comunque - il reato che ha commesso".
Cambiare marcia è possibile. Le soluzioni non mancano. Natoli ne ricorda alcune: misure alternative alla detenzione, anche per ridurre l'intollerabile e pericoloso sovraffollamento, fonte inesauribile si malessere e suicidi di reclusi e poliziotti penitenziari; spazi del carcere a misura d'uomo; ripensamento della sanità penitenziaria (attualmente, in media c'è un medico ogni 315 reclusi); conferma delle tecnologie introdotte durante l'emergenza Covid e loro estensione ai percorsi rieducativi e risocializzanti; sostegno convinto delle attività educative e del lavoro del volontariato: due realtà che contribuiscono a depotenziare quell'anonimia che secondo l'autore rappresenta "il rischio più grande di tutte le collettività recluse e, allo stesso tempo, garantiscono la funzione costituzionale della pena".
Quello di oggi, sottolinea ancora Natoli, "è un carcere che vìola nei fatti la Costituzione privando le persone recluse di diritti fondamentali quali quelli all'affettività, alla salute, alla sessualità, ma anche al lavoro, uno strumento - quest'ultimo - importantissimo in quanto abbatte il tasso di recidiva, ovvero di ritorno al reato". Un carcere, dunque, che va cambiato in profondità. Un compito certamente arduo in questo momento storico che vede crescere l'ottica giustizialista o pregiudizialmente securitaria di un'opinione pubblica sempre più sottoposta al bombardamento operato da costruttori di paura che seminano allarmismo per alimentare stereotipi e pregiudizi. Un compito arduo, dicevamo, ma comunque non impossibile. E, soprattutto, doveroso. Perché - sono ancora parole dell'autore - "dietro le sbarre, troviamo ancora oggi, in grandissima maggioranza, poveri ed emarginati, persone provenienti da famiglie disagiate, immigrati senza permesso di soggiorno, tossicodipendenti: una varia umanità cui hanno fatto credere, o ha voluto credere, che la furbizia vince sempre".
Un capitolo a parte merita l'ergastolo, in particolare quello cosiddetto ostativo, "alienante e disumano in quanto priva il condannato del diritto alla speranza di un possibile recupero della libertà". Una pena che lo Stato del Vaticano ha abolito nel 2013, su impulso di papa Francesco, sostituendola con la detenzione fino a un massimo di 35 anni.
In realtà, il carcere sembra essere più una "gabbia mentale", che un reale strumento rieducativo: "Quando sente parlare di carcere la gente ha istintivamente paura e, dominata da questa paura, pensa che le pene non siano mai abbastanza dure, il carcere mai abbastanza chiuso". Ma la semplice punizione ("Trattare il male col male, insomma, in una sorta di approccio omeopatico alla giustizia penale") non serve: "Se non ti prendi cura di chi entra in prigione, rischi di perderlo per sempre e di doverne, poi, subire anche le conseguenze.
Non gli puoi certamente cambiare il passato, ma puoi senz'altro dargli una seconda occasione perché possa migliorare il suo futuro". Ovvero: "La restituzione del detenuto alla società civile - opportunamente rieducato e in assoluta sicurezza - restituisce alla stessa società la sua funzione civile di punire e allo stesso tempo di rieducare". Si tratta, in definitiva, del concetto di giustizia riparativa, che spinge a "riparare per ripararsi". Il percorso non sarà certamente facile e la strada risulterà in gran parte in salita. Ma non è una buona ragione per non provare a percorrerla, tenendo presente che l'obiettivo - come ricorda Papa Francesco - è "fare giustizia alla vittima, non giustiziare l'aggressore".
di Lanfranco Caminiti
Il Dubbio, 20 ottobre 2020
In francese è "couvre-feu" e in inglese è "curfew", che suonano proprio come il nostro "coprifuoco", perché indicano proprio la stessa cosa, cioè l'ordinanza di spegnere tutti i fuochi di notte per evitare che le case di legno del tempo - siamo nell'alto Medioevo - divampassero con una scintilla come paglia e interi borghi finissero letteralmente in cenere.
Una specie di pesante coperchio in ghisa (il copri- fuoco) veniva messo sui focolari per diminuire la potenza del fuoco e il rischio di incendio. Era una misura "domestica", di cura e di servizio - non era ancora diventata, per metafora, una misura "militare". Solo i tedeschi, che hanno una lingua precisa, indicano esattamente quel che significa: "Ausgangssperre", ovvero "divieto di uscita". Perché è questo, nell'era moderna, il coprifuoco: il divieto di circolare liberamente per le strade da una data ora a un'altra.
"Il ministro Badoglio succeduto a Mussolini ha indetto per l'Italia lo stato d'assedio con la legge del coprifuoco. In tutte le città viene creato il Commissariato Militare": è il 26 luglio 1943, il fascismo è caduto, Mussolini è stato arrestato e, a memoria d'uomo, è la prima volta che in Italia si applica il coprifuoco. Tutti, dalle 20 alle 6 del mattino, dovevano restare chiusi in casa.
E l'ultima volta che è stato applicato in Italia è poco prima della Liberazione, quando il 18 marzo 1945 il Questore di Modena con un avviso pubblico diede comunicazione che il Comando Germanico aveva disposto il coprifuoco dalle ore 18.30 alle ore 6.30, e stabilì che "chiunque venisse trovato a circolare senza il permesso rilasciato dal Comando di Piazza fosse tratto in arresto e giudicato secondo le leggi di Guerra". Perché, volente o meno, capisci che c'è una militarizzazione del linguaggio in questo dannato contagio e nelle misure che progressivamente si mettono in opera.
Per farla breve, in un pugno di mesi, siamo passati dall'hashtag #iorestoacasa (con i suoi annessi di inni ai balconi e battimani ai nostri eroi in prima linea nella sanità e bandiere sventolate - e pure ce lo copiarono, nel mondo: #stayathome, #resteralamaison) - a #coprifuoco.
È proprio un rovesciamento delle cose: da una consapevolezza collettiva di sacrifici e rinunce alla propria mobilità per poter ridurre la circolazione del virus, a un comando dall'alto che obbliga e fa divieto, proprio per lo stesso obiettivo: ridurre la circolazione del virus. Certo, non c'è un Commissariato Militare, non c'è il Comando Tedesco e non ci sono le Leggi di Guerra. Ma qualcosa non sta andando per il verso giusto.
Non c'è la Legge Marziale, non dobbiamo oscurare i vetri con i fogli di giornale, spegnere la luce elettrica e accendere candele, e non dobbiamo applicare alla finestra lunghe strisce di scotch per impedire che si frantumino, per l'onda d'urto delle bombe che cadono sulle città. E non ci viene distribuita la tessera per i prodotti alimentari, mentre il burro e la carne sono razionati. E non c'è il mercato nero, dove prendere a peso d'oro qualche uovo fresco per i bambini o un pugno di farina o una pezza di stoffa, di quella "straniera".
E tutto questo, peraltro, è in buona parte "immaginario" perché solo una fetta piccola piccola della nostra popolazione può ricordare - da adolescente o da adulti già - quel tempo. Ma è un immaginario che ci sta con il fiato sul collo.
Nel 1918 - durante la Prima guerra mondiale - in Inghilterra venne applicato il coprifuoco. Non era una misura messa in vigore per il timore di blitz aerei, la guerra non aveva ancora assunto quel carattere e si moriva, a milioni, in trincea, terra terra. Era una misura di "risparmio": si spegnevano le luci, si chiudevano i pub, i ristoranti, bisognava essere frugali, che lo sforzo bellico impegnava tutte le risorse. Ma qui, ora, non si tratta di risparmiare risorse - si tratta di fermare la circolazione delle persone.
Rumore di stivali sul selciato, ordini secchi, tute mimetiche o total-body sanitarie, cingolati militari, reticolati e filo spinato, maschere antigas, armi. Armi, armi, armi. È questo immaginario che evoca il coprifuoco. Che sia storico o distopico - moderno o post- moderno. Che venga dal cinema, dalla letteratura o dalle immagini che già abbiamo visto durante questa pandemia. C'è un nemico invisibile che ci attacca e con cui siamo in guerra. Progressivamente, il nemico diventa il contagio - perciò i contagiati. Confinati, isolati, in quarantena. Il lockdown non basta più - ci vuole il coprifuoco, die Ausgangssperre.
"On doit continuer de pouvoir aller au travail dans tous les secteurs. Pour celles et ceux qui rentrent du travail ou qui y vont, il y aura une autorisation" - comunica in conferenza- stampa il presidente francese Macron.
E si vede che proprio non è una cosa che gli piace - insomma, la Francia, patria dei diritti. Si circolerà - per andare e tornare dal lavoro - solo con "une autorisation". Insomma, un lasciapassare. Perché è questo che dovrai esibire se ti ferma la polizia, l'esercito - chi? Le parole evocano scenari - c'è chi prova a limitarsi agli aspetti "tecnici": chiuderemo alle 23 o alle 24? Come se il contagio avesse, al contrario di noi, libera uscita da una cert'ora in poi, padrone delle strade di notte, e bastasse regolare i nostri orologi con il suo - e è fatta. C'è chi invece quasi se ne compiace: "Vi anticipo, che nel fine settimana di ottobre, che è Halloween, dalle 22 noi chiuderemo tutto. E sarà coprifuoco" - annuncia il governatore campano De Luca. In continuità, se così si può dire, con il suo metaforico "lanciafiamme".
I tecnicismi - consentito l'asporto, divieto di assembramento; consentite più di sei persone dentro i locali, divieto di più di sei persone fuori dei locali; tutti i congiunti nella fila di sinistra e i non congiunti nella fila di destra - che provano a trovare un equilibrio tra la virulenza e la socialità, tra il contagio e la mobilità, vengono spazzati via. Non abbiamo alcuna esperienza di coprifuoco, non sappiamo come sarà, chi lo gestirà, cosa comporterà realmente.
Riempiamo perciò questa terra incognita dell'opposizione "militare" al virus verso la quale ci incamminiamo, riempiendola del nostro immaginario. E non ci dà sollievo. Anzi. Siamo alle invasioni aliene, alle catastrofi cosmiche, alla guerra dei mondi. Come ha scritto Susan Sontag - "L'immaginario, soprattutto quello difensivo che ci tiene lontano dagli altri, l'immaginario colpevolizzante è più difficile da sconfiggere che la malattia".
- Turchia. Domani inizia il processo per l'assassinio dell'avvocato Tahir Elçi
- Per i malati mentali la giustizia italiana è quella di 90 anni fa
- Il difficile equilibrio tra riforme e sicurezza
- Stati Uniti. Lisa Montgomery, la prima donna condannata a morte dopo il via libera di Trump
- Colombia. L'autopsia propende per il "suicidio" di Paciolla. Sempre che non sia stato ucciso










