di Errico Novi
Il Dubbio, 18 ottobre 2020
Bonafede firma l'accordo con magistrati e avvocati. Dal 26 ottobre deposito facoltativo degli atti anche in digitale, sarà obbligatorio da aprile 2021. Il guardasigilli: "Passo nel futuro e risposta alla pandemia". Al primo posto del Recovery plan nella giustizia, compaiono due voci: edilizia e digitale. Le strutture materiali e quelle immateriali.
Il Tempo, 18 ottobre 2020
Gli ultimi dati forniti dall'Amministrazione Penitenziaria ci dicono che sono positivi al virus 85 poliziotti penitenziari e 54 detenuti, quasi tutti seguiti e gestiti internamente agli istituti. 5 sono i positivi tra i "civili", ossia appartenenti alle Funzioni centrali.
di Giovanni Tizian
Il Domani, 18 ottobre 2020
I clan originari della Calabria hanno conquistato le valli alpine fin dagli anni Ottanta, nel silenzio generale. Tra affari nelle cave di Porfido, complicità imprenditoriali e politiche, agganci in tribunali e procure. Poche case, le Alpi che circondano la valle dove sorge un lago, il lago Lases. Lona Lases è un paese di nemmeno 900 abitanti nella Val di Cembra, una ventina di chilometri a nord est di Trento.
È in questa pianura incastonata tra le montagne al confine con l'Alto Adige che si è radicata la 'ndrangheta calabrese, che qui ha perso la connotazione territoriale per diventare una 'ndrangheta trentina. La stessa mutazione avvenuta in Lombardia, Emilia, Piemonte, Liguria, Germania.
La mafia calabrese è maestra in questo genere di trasformazioni genetiche. Una mafia capace di attrarre imprenditori di primissimo piano, generali, cavalieri del lavoro, politici e persino magistrati con ruoli di vertice negli uffici giudiziari di Trento. Andiamo con ordine e partiamo dai soldi, che alimenta relazioni e mercanzia di favori.
La 'ndrangheta in Trentino si è insediata "negli anni Ottanta", scrive il giudice per le indagini preliminari che ha firmato l'ordinanza di arresto per 19 persone, coinvolte nella recente inchiesta condotta dalla procura antimafia di Reggio Calabria, dal Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri guidato da Pasquale Angelosanto e dalla guardia di finanza. Tra gli indagati anche ex primi cittadini ed ex parlamentari.
L'affare delle cave. Il capo del clan trentino è un calabrese: si chiama Innocenzo Macheda, detto "Cecio", espressione del potente clan Serraino, che domina in un paese di nome Cardeto a pochi chilometri da Reggio Calabria. Serraino è una famiglia che ha segnato la storia criminale della 'ndrangheta soprattutto tra gli anni Settanta e Novanta.
Erano nell'olimpo dell'organizzazione e potevano contare su agganci politici e massonici. Macheda, dunque, porta con sé nelle valli trentine una storia di tutto rispetto. "Era inevitabile che nel mirino" dei boss finisse una delle risorse più pregiate del territorio: le cave di porfido della Val di Cembra, una pietra pregiata definita oro rosso.
E in effetti, sottolineano i detective dei carabinieri del Ros, "gli inquisiti hanno acquisito il monopolio locale nei settori dell'estrazione e lavorazione del porfido". E quando si entra nel giro giusto si aprono anche le porte delle istituzioni: "Sono riusciti a conseguire cariche istituzionali sia nell'ambito amministrativo che in quello della politica locale, ricoprendo ruoli strategici nei consigli comunali condizionando elezioni e scelte delle amministrazioni".
La 'ndrangheta nelle valli alpine si è imposta non con la forza delle armi, ma realizzando "una rete di attività relazionali con esponenti delle istituzioni locali, anche di elevato livello e ha costituito un'associazione - "Magna Grecia" - destinata a darle una veste di autorevolezza e rispettabilità nel tessuto sociale".
Dalla Lombardia all'Emilia la strategia dei padrini non cambia: si presentano come imprenditori, finanziando iniziative, organizzando eventi culturali e sociali. E sono in molti a credere, per convenienza, a questa identità pulita, depurata dai crimini del passato. Porfido e voti Il sindaco di Lona Lases è stato eletto nel 2018 per una manciata di voti, appena sei, raccolti per lui dal clan, sostengono i magistrati.
Voti decisivi: alle elezioni del 2018 correva solo la sua lista e se non si fosse raggiunto il quorum non sarebbe stato eletto. In consiglio comunale è entrato anche Pietro Battaglia, uomo della cosca, che oltre a gestire le entrate delle aziende attive nelle cave di Porfido, "procacciava voti per le elezioni comunali di Lona Lases del 2018, riuscendo nell'intento di far eleggere Roberto Dalmonego a sindaco".
Il primo cittadino di Lona Lases è un cinquantenne, dipendente della federazione trentina allevatori, già sindaco da11995 al 2002 e a capo dell'Asuc di Lases. Le Asuc trentine sono nate nel'87 con l'obiettivo di rappresentare gli associati "davanti alle Autorità costituzionali ed amministrative dello Stato, della Regione, della Provincia e degli altri Enti".
Oltre e Dalmonego è indagato Mauro Ottobre, del partito autonomista trentino, deputato fino al 2018: "A novembre vota ottobre", era il suo slogan elettorale. I clan gli avrebbero promesso un pacchetto di voti per le elezioni provinciali del 2018. "Sono sereno e tranquillo e confido nel lavoro della magistratura", ha commentato. Sotto inchiesta è finito anche l'ex sindaco di Frassilongo Bruno Groff. Con gli uomini della cosca avrebbe organizzato una cena per ottenere voti. Cavalieri e magistrati Magistrati, prefetti, primari.
Per interloquire con questi mondi è necessaria una cerniera che saldi due mondi, quello istituzionale e quello criminale. Secondo i carabinieri del Ros questa cerniere corrisponde al nome di Giulio Carini, imprenditore, nominato cavaliere della Repubblica due anni fa e personaggio molto noto nella provincia di Trento. "L'associazione mafiosa calabro-trentina provvede a darsi anche una facciata di rispettabilità. Allo scopo lavorano non solo l'Associazione Magna Grecia, ma anche Giulio Carini, vero e proprio faccendiere in grado, anche per livello professionale e culturale, di attrarre nella sua ragnatela personaggi di spicco, che possono tornare utili".
Il cavalier Carini frequenta l'ex prefetto di Trento, ufficiali, politici, medici e magistrati di alto rango. Con loro imbastisce pranzi e cene a base di capra, piatto tipico della provincia di Reggio Calabria. Per dirne una: le intercettazioni rivelano che con il presidente del tribunale di Trento, Guglielmo Avolio, si chiamano "compari". Con Amelio e con un sostituto della procura generale, Giuseppe De Benedetto (prima alla procura di Trento), organizzano una cena al ristorante Clandestino. Secondo gli inquirenti, "scopo di Carini nell'imbastire il convivio è verosimilmente quello di cercare di attingere notizie, in relazione all'avviso di proroga indagini per il reato di associazione mafiosa che gli è stato erroneamente notificato".
Il giudice Avolio però non è in contatto soltanto con Carini. Un altro indagato, Domenico Morello, racconta di un secondo incontro conviviale, durante il quale avrebbe voluto chiedere al presidente alcune questioni importanti su una vicenda giudiziaria.
"Verso il 20 sarà a cena col presidente del Tribunale, con diversi amici, lo porterà da parte, e intimandogli di porre fine a questa vicenda, in quanto si è rotto i coglioni", scrivono i detective dell'Arma. Storie di un Trentino oscuro e sconosciuto.
di Alessio Ribaudo
Corriere della Sera, 18 ottobre 2020
Il metodo del giudice ispirerà la lotta alle mafie del mondo. A Vienna, nel corso della Conferenza delle Parti, approvato all'unanimità il documento italiano che pone l'eredità lasciata dal magistrato a fondamento della lotta alle mafie. È il primo atto di questo genere che valorizza il contributo di una singola personalità.
Un ponte virtuale che collega Palermo a Vienna ma attraversa 190 Paesi di tutto il mondo. Non è una infrastruttura visionaria ma è ciò che oggi in Austria è stato costruito per la lotta alle mafie di tutto il mondo: nel nome di Giovanni Falcone e delle sue straordinarie intuizioni investigative. È stata infatti approvata all'unanimità la risoluzione italiana presentata nella capitale austriaca durante la quattro giorni della Conferenza delle Parti sulla Convenzione Onu contro la criminalità transnazionale.
È il sogno che si avvera del giudice siciliano che, già negli anni Ottanta, aveva compreso il rischio che la criminalità organizzata diventasse un problema globale ma non aveva gli strumenti legislativi perché non c'era uno straccio di norma che prevedesse l'impegno corale degli Stati. La risoluzione è nota come la "Convenzione di Palermo", ratificata nel 2000, che fu il primo strumento legislativo universale contro la criminalità organizzata transnazionale.
È stato l'unico strumento legalmente vincolante a livello mondiale contro la criminalità organizzata transnazionale. Proprio Falcone aveva intuito - grazie anche al lavoro del vicequestore Boris Giuliano poi ucciso alle spalle dal boss Leoluca Bagarella - che più che le persone bisognava seguire il fiume di denaro "sporco" che generavano e il suo "follow the money" è diventata la pietra miliare di tutte le indagini in tema di malaffare nel mondo. Un "metodo" che neanche tutto il tritolo utilizzato, il 23 maggio del 1992, per ucciderlo a Capaci hanno fermato. Un attentato, voluto dalla mafia stragista del clan dei corleonesi, nel quale morirono anche la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.
Nel nome di Falcone - Del resto che il giudice Giovanni Falcone fosse un'icona della lotta alle mafie non solo in Italia ma in tutto il mondo lo testimoniano due fatti: poco dopo l'attentato di Capaci del 1992 il Senato americano approvò una risoluzione che definiva la morte di Falcone "una profonda perdita per l'Italia, per gli Stati Uniti, per il mondo".
Del resto il magistrato siciliano si era messo in luce con inchieste che avevano toccato nel vivo gli Usa come il processo "Rosario Spatola+119" oppure collaborando con la grande inchiesta denominata "Pizza Connection" che accertò l'immenso traffico di cocaina tra gli Stati Uniti e l'Italia e i milioni di dollari depositati. Il processo che riuscì a inchiodare a 45 anni di carcere il boss Gaetano Badalamenti fu possibile proprio grazie al "metodo Falcone" sulle inchieste economiche. C'è di più in Virginia alla Quantico Fbi Academy - la più famosa scuola al mondo per la formazione di investigatori d'eccellenza - due anni dopo fu posto nel Giardino della Memoria, adiacente all'ingresso, un busto in bronzo che raffigura il magistrato palermitano.
La colonna su cui sorge è spezzata, a raccontare un lavoro interrotto, e, a terra, vi è appoggiato uno scudo che sul quale è scolpita una bilancia, simbolo della Giustizia. Chissà se oggi quel lavoro invece sarà il "motore" per alzare il velo delle mafie specialmente in Paesi che sono ancora indietro nel contrasto. Fbi che, nel 2013, ha voluto ribadire l'importanza del giudice dedicandogli la "Giovanni Falcone Gallery" nel quartier generale di Washington in cui si sottolinea come la sua "inesorabile determinazione abbia ispirato milioni di persone con la speranza che la giustizia e il rispetto della legge possano prevalere un giorno contro la criminalità e il terrorismo". Tornando a Vienna, la risoluzione è stata approvata alla fine di una quattro giorni a cui hanno partecipato, in gran parte da remoto, rappresentanti diplomatici e Ong di 190 Stati che hanno discusso dello stato della lotta alle mafie nel mondo e di come migliorare e rendere più efficace la Convenzione di Palermo. La delegazione italiana era costituita dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, dall'ambasciatore italiano Alessandro Cortese, dal consigliere giuridico Antonio Balsamo, e dal primo segretario Luigi Ripamonti. Per l'Italia sono intervenuti anche il procuratore nazionale Antimafia Federico Cafiero de Raho, il procuratore generale di Roma Giovanni Salvi, il capo della Polizia Franco Gabrielli e il viceministro agli Esteri Marina Sereni. Al dibattito hanno partecipato anche Ong italiane, come la Fondazione Giovanni Falcone, il Centro Pio La Torre e Libera che hanno raccontato le loro esperienze in prima linea sul territorio.
Nella risoluzione si rende un "omaggio speciale a tutti coloro, come il giudice Giovanni Falcone, il cui lavoro e sacrificio hanno aperto la strada all'adozione della Convenzione", si sottolinea "che la loro eredità sopravvive attraverso il nostro impegno globale per la prevenzione e la lotta alla criminalità organizzata" e si esprime "seria preoccupazione per la penetrazione di gruppi criminali organizzati nell'economia lecita e, a questo proposito, per i crescenti rischi legati alle implicazioni socioeconomiche della pandemia del coronavirus (Covid-19)".
L'unanimità e le novità - Alla fine la risoluzione è stata approvata all'unanimità e contiene proposte che hanno messo - nero su bianco - l'importanza dell'eredità lasciata da Giovanni Falcone, pioniere della cooperazione giudiziaria nel contrasto ai clan, nella lotta alle mafie nel mondo.
Un vero e proprio evento storico perché è la prima volta che in una risoluzione viene valorizzato il contributo di una singola personalità. Tra i "suggerimenti" indicati nel documento italiano agli Stati: l'adozione delle misure patrimoniali - sequestri e confische - che dal 1982 in Italia si rivelano uno strumento utilissimo nella lotta ai clan, l'uso sociale dei beni tolti alle mafie, l'invito alla costituzione di corpi investigativi comuni che facciano uso delle più moderne tecnologie (importanti soprattutto nelle inchieste sui traffici di migranti), l'estensione della Convenzione di Palermo a nuove forme di criminalità come il cybercrime e i reati ambientali ancora non disciplinati da normative universali e il potenziamento della collaborazione tra gli Stati, le banche e gli internet provider per il contrasto alla criminalità transnazionale. La Convenzione inoltre, per la prima volta, dà una definizione di criminalità organizzata applicabile alle mafie di tutto il mondo, parla di assistenza giudiziaria reciproca e promuove la cooperazione tra le forze dell'ordine, prevede una serie di impegni per gli Stati firmatari.
"Seguire il denaro" - Nel documento, inoltre, si invitano gli Stati a condurre indagini economiche, a "seguire il denaro" con strumenti di indagine finanziaria e a identificare e interrompere qualsiasi legame tra criminalità organizzata transnazionale, corruzione, riciclaggio e finanziamento del terrorismo e a utilizzare la Convenzione di Palermo come base giuridica per un'efficace cooperazione internazionale finalizzata al sequestro, alla confisca dei guadagni illeciti indipendentemente dalla condanna penale.
Il celeberrimo "Follow the money" nacque anche grazie alle straordinarie qualità investigative del capo della mobile di Palermo, Boris Giuliano. Nel 1978, trovò diversi assegni nelle tasche di Giuseppe Di Cristina: erano tutti del medesimo importo ed erano intestati a dei prestanome. Poi si scoprì che lo erano di diverse cosche mafiose. Quindi, l'anno dopo, inizia a indagare su un altro fatto "singolare": nello scalo palermitano di Punta Raisi viene dimenticata sul nastro dei bagagli una valigia con oltre mezzo milione di dollari. Qualcosa inizia a non quadrare e iniziò a indagare sulla famiglia dei corleonesi che sino ad allora erano considerati "viddani", cioè gente di campagna. Nulla a che vedere con i modi più "felpati" di Stefano Bontade, "il principe di Villagrazia".
Il messinese Giuliano era uno "sbirro da strada" fiutava prima di chiunque i criminali e i loro sporchi affari ed era anche "moderno" perché capiva che bisognava specializzarsi. Non a caso aveva frequentato un master dell'Fbi. Per Riina stava diventando un vero ostacolo e, nel 1979, gli fece sparare alle spalle mentre pagava un caffè al bar. Per freddarlo diede l'incarico direttamente a suo il cognato Leoluca Bagarella, un killer spietato.
Palermo ben presto divenne un campo da battaglia per i corleonesi che fecero piazza pulita non solo della "vecchia mafia" del capoluogo siciliano ma di chiunque potesse intralciare la loro ascesa. Poco importava se fossero poliziotti, carabinieri, prefetti, magistrati o giornalisti come Mario Francese. Falcone capisce che gli assegni o la valigia su cui indagò Guliano non erano casi isolati ma che proprio dai soldi bisognava partire per inchiodarli. Nel 1980, istruì il procedimento penale contro Rosario Spatola, sino ad allora un danaroso costruttore con oltre 400 dipendenti, accusandolo di essere al centro di un grosso traffico di sostanze stupefacenti tra Palermo e New York, dove cinque "famiglie" avevano il monopolio di armi e droga.
Nacque in quegli anni la grande collaborazione con la magistratura statunitense, la Dea e l'Fbi e, ora dopo ora, Falcone capì la potenza economica della mafia che aveva superato i confini della Sicilia e dell'Italia. Capì che indagare solo a Palermo era molto limitante perché bisognava colpire i capitali riciclati, ripuliti e detenuti nei "forzieri" di banche di tutto il mondo.
Il giudice siciliano spesso diceva che se il traffico di droga non lascia quasi tracce, il denaro ottenuto non può non lasciare dietro di sé delle tracce fra chi fornisce gli stupefacenti e chi li acquista. Nacque così il "metodo Falcone" con accurate e mirate indagini bancarie che partono dalla Sicilia e si triangolano con Stati Uniti, Canada e istituti di credito che, a quei tempi, disponevano del segreto bancario considerato inviolabile.
Il "pool" e l'eredità - Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano certamente le punte di diamante del "pool antimafia" fortemente voluto da un altro grande magistrato siciliano: Nino Caponnetto. Un'intuizione - la sua - tanto semplice quanto geniale: un nucleo di magistrati che non si occupavano più di singoli procedimenti ma che condividevano tutte le informazioni perché se la mafia si muoveva sul territorio con un progetto unitario e verticistico, la risposta dello Stato non poteva essere parcellizzata.
Da questa scambio incessante di informazioni nacque un capolavoro giudiziario assoluto come il maxiprocesso di Palermo che portò alla condanna di 346 persone. "L'idea di cooperazione nasce proprio da quel "pool" - spiega Giuseppe Antoci, presidente onorario della Fondazione Caponnetto ed ex presidente del Parco dei Nebrodi, scampato ad un attentato mafioso nel maggio 2016 - se funzionava a Palermo, poteva essere replicato su vasta scala mondiale.
Era proprio il sogno di Giovanni Falcone quello di investire sulla cooperazione internazionale per la lotta alle mafie. Era anzi uno dei punti essenziali, secondo il giudice, che avrebbe consentito di attuare tutti gli accorgimenti necessari per un'operazione a più ampio raggio contro le mafie nel mondo. Adesso avanti con la cooperazione internazionale sulla lotta alle mafie che può rappresentare quel salto di qualità per consentirci di affrontare il tema come problema globale, così come di fatto sono ormai diventate le mafie".
Le reazioni - "Giovanni Falcone credeva fermamente nella necessità di creare un fronte comune, una mobilitazione mondiale contro le mafie", spiega la sorella Maria che presiede la Fondazione intitolata al magistrato. "Al centro della sua visione c'è sempre stata la necessità di investire sulla cooperazione internazionale nel contrasto al crimine organizzato - aggiunge.
Nella risoluzione approvata a Vienna, frutto del prezioso lavoro del nostro Paese, sono recepite molte delle sue idee: dalla necessità di colpire i patrimoni illegali e di seguire i flussi di denaro, al potenziamento della cooperazione giudiziaria internazionale, alla costituzione di pool investigativi comuni a più Stati che potrebbero essere decisivi nella lotta alle organizzazioni transnazionali di trafficanti di uomini. Quello raggiunto alla Conferenza delle Parti è un traguardo di cui essere orgogliosi".
Grande soddisfazione l'ha espressa anche il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: "Quale capo della delegazione italiana l'approvazione della risoluzione non può che essere per me motivo di grande orgoglio". "La lungimirante visione di Falcone - ha concluso il ministro - ha gettato le basi per questo straordinario risultato: oggi 190 Paesi del mondo hanno unito le forze e combattono insieme, in modo sempre più efficace, le mafie".
Perché per combattere le mafie - per dirla come un altro grande magistrato come Gian Carlo Caselli - non basta arrestare la struttura "militare" ma anche le cosiddette "relazioni esterne": i pezzi collusi di politica, economia e Istituzioni. Combattere davvero la mafia significa intervenire sull'uno e sull'altro versante anche perché le "relazioni esterne" sono la vera spina dorsale e, contemporaneamente, la corazza protettiva dell'organizzazione criminale.
di Giulia Merlo
Il Domani, 18 ottobre 2020
L'elezione che sceglierà la nuova Associazione nazionale magistrati non sarà come tutte le altre. Il voto che si apre oggi incrocia due eventi inediti: il primo è la pandemia, che costringerà per la prima volta a decidere a distanza; il secondo è che si tratta della prima rielezione dopo lo scandalo che ha coinvolto Luca Palamara.
Si vota dal 18 al 20 ottobre, parteciperanno 7.100 magistrati che si sono registrati sulla piattaforma che corrispondono al 77 per cento della platea degli aventi diritto. Potranno votare fino a 5 candidati, per eleggere i 36 membri del direttivo, tra i quali si formerà poi la Giunta esecutiva. Le votazioni arrivano dopo un anno travagliato e con la giunta uscente dimissionaria dal maggio scorso: l'attuale presidente di Area, Luca Poniz ha traghettato il sindacato unico delle toghe senza più esercitare i poteri politici.
La pubblicazione delle intercettazioni dal cellulare di Luca Palamara ha infatti terremotato l'Anm tanto da modificare gli equilibri nella giunta unitaria, con l'isolamento di Magistratura indipendente e le dimissioni forzate dell'allora presidente, Pasquale Grasso. All'epoca, una parte del "parlamentino" - Magistratura democratica in testa - aveva chiesto lo scioglimento dell'Anm ed elezioni anticipate nella convinzione che, alla luce dello scandalo, la parola andasse restituita agli iscritti.
La maggioranza, tuttavia, aveva scelto di proseguire fino a naturale scadenza del quadriennio. Le operazioni di voto cominciano dopo la radiazione di Palamara (già espulso anche dall'Anm) ma in concomitanza di un altro passaggio complicato per la magistratura associata: il 19 e i120, infatti, il plenum del Csm deciderà sul diritto del leader di Autonomia e Indipendenza, Piercamillo Davigo, a continuare a sedere nell'organo di autogoverno della magistratura anche dopo il pensionamento.
L'esito elettorale restituirà il quadro dei rapporti di forza tra le correnti. Unicost, il gruppo di cui Palamara era leader, scoprirà se ha ancora un sostegno sufficiente per continuare ad esiste: re autonomamente oppure se lo scandalo ne ha definitivamente scalfito la credibilità, e punta sulla ricandidatura del membro uscente della Giunta, Alfonso Scennino.
Magistratura indipendente, invece, è alla prima prova elettorale con una lista in cui sono confluiti come indipendenti i candidati di Movimento per la Costituzione, costola che si è separata da Unicost su spinta di Antonio Sangermano e Enrico Infante, entrambi candidati. Mi, orfana del capocorrente Cosimo Ferri (ora sotto procedimento disciplinare al Csm) e messa all'angolo dalla Giunta uscente, ha l'obiettivo di insidiare l'egemonia di Area.
Nelle scorse settimane era sorta anche l'ipotesi che, in caso di un risultato particolarmente positivo, le toghe moderate potessero costituire un sindacato autonomo fuori dall'Anm. Nome forte nella lista è quello del presidente del tribunale dei minorenni di Bologna, Giuseppe Spadaro. Correnti storiche e una novità Anche per Area è la prova della verità: il gruppo dei progressisti punta ad ottenere la maggioranza, ma al suo interno non mancano le tensioni con la corrente Magistratura democratica, che per ora ha scelto di non rompere l'unità.
Nella lista sono candidati tre uscenti il presidente Luca Poniz e il membro della Giunta Giovanni Tedesco, ma anche la magistrata di Md, Silvia Albano, che si era dimessa dall'Anm proprio in polemica con Poniz per le mancate elezioni anticipate. Infine, anche Autonomia e Indipendenza vuole pesarsi e punta in particolare sulla candidatura dell'ex togato del Csm, Aldo Morgigni e su quella dell'uscente Cesare Bonamartini.
Oltre alle quattro correnti storiche, questa elezione ha visto la presentazione di una nuova lista. Si chiama Articolo Centouno ed è formata dai magistrati che si definiscono indipendenti dalle correnti. L'iniziativa di lista è nata tra gli animatori del sito toghe.blogspot, capitanati dal giudice di Ragusa Andrea Reale, già in passato membro dell'Anm. I votanti potranno anche decidere di astenersi, non votando nessuno dei candidati in lista, oppure di annullare il loro voto, cuccando su "voto nullo". Anche questa scelta - insieme al numero di quanti non voteranno - misurerà la credibilità che il sindacato continua ad avere per gli iscritti.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 18 ottobre 2020
L'avvocato Giancarlo Pittelli è stato scarcerato. Torna a casa, ai domiciliari, col braccialetto. Dopo dieci mesi nei quali era stato messo alla tortura, nella prigione di Nuoro in regime di carcere duro. Le accuse, una dopo l'altra, si erano sgretolate. Era rimasta solo quella, vaga come sempre, di concorso esterno in associazione mafiosa. Però erano spariti i reati che questa associazione avrebbe commesso. Si può - a rigor di logica - partecipare, seppure esternamente, ad una associazione a delinquere che non commette né progetta delitti di alcun tipo? E la logica può o deve avere a che fare con il diritto e la legge?
Sono domande difficili. Finora nessuno ha risposto. Siamo a Catanzaro, procura di Catanzaro, regno di Gratteri, potere di Gratteri, logica e diritto di Gratteri. Non cercate di capire, è impossibile... Ieri comunque il tribunale del riesame ha preso in considerazione l'ennesimo ricorso degli avvocati di Pittelli e ha ordinato che fosse liberato dai ceppi. Comunque è una notizia molto positiva, soprattutto perché Pittelli stava parecchio male, era allo stremo. Il nostro giornale nei mesi scorsi ne ha parlato spesso, senza riuscire a farsi ascoltare da nessuno, però.
Giancarlo Pittelli è un ex parlamentare di centrodestra e un avvocato molto conosciuto in Calabria. È stato arrestato pochi giorni prima dello scorso Natale nell'ambito della famosa inchiesta Rinascita Scott. Insieme ad altre centinaia di persone. Fu una delle retate più massicce della storia della Repubblica. E il Procuratore di Catanzaro se ne vantò a lungo, accennò a un paragone tra se stesso a Falcone. È ragionevole questo paragone? Beh, lasciamo stare i giudizi soggettivi, proviamo a guardare qualche dato di fatto: Falcone in una decina d'anni di lavoro diede a Cosa Nostra dei colpi micidiali. Cosa nostra all'inizio degli anni 80 era l'organizzazione criminale più potente del mondo, e dominava la politica italiana.
Quando Falcone morì, nel 1992, Cosa Nostra era alle corde, sfibrata dal lavoro giudiziario di Falcone, e negli anni successivi fu definitivamente annientata. Gratteri invece ha iniziato a lavorare in Calabria quando la 'ndrangheta era un gruppo di piccole bande che vivevano nelle campagne del reggino. Oggi la 'ndrangheta, dopo una quindicina d'anni di lavoro faticoso delle Procure con le quali era impegnato Gratteri, è diventata l'organizzazione criminale più potente del mondo. Però l'avvocato Pittelli è stato sbattuto in galera. La 'ndrangheta spadroneggia, sì, ma almeno adesso c'è un avvocato fuorigioco. Pittelli è stato accusato di tre reati. Il primo è rivelazioni di segreti. Avrebbe informato un suo assistito di una interdittiva in arrivo, notizia ottenuta da un colonnello dei carabinieri.
La Cassazione però ha accertato - abbastanza agevolmente - che la notizia di quella interdittiva era pubblica. Niente segreto: il reato è caduto. Secondo reato: abuso d'ufficio. Pittelli avrebbe convinto sempre il solito colonnello a "lasciare decantare" un provvedimento a carico di nuovo del suo assistito. C'è una intercettazione che è la base dell'accusa. Il provvedimento fu insabbiato? No, eseguito a tempo di record sei giorni dopo la telefonata. Ma la Procura non lo sapeva. La Cassazione ha fatto decadere anche questo reato.
Resta il reato per tutte le stagioni: concorso esterno. Perché? Perché in una intercettazione risulta che Pittelli conosceva una frase pronunciata da un mafioso nel suo interrogatorio. Chi gliela aveva detta? La mafia? No: era uscita sui giornali...Ci sarebbe il reato di concorso esterno in lettura dei giornali... Comunque dieci mesi in cella di massima sicurezza li ha fatti. Credo che abbia pensato al suicidio. È stato abbandonato quasi da tutti, tranne che da Sgarbi. Ora è libero. Molto probabilmente verrà assolto anche in primo grado. Auguri. E auguri a tutti noi perché non ci capiti qualcosa di simile.
I pm hanno il potere per far passare a chiunque i guai che ha passato Pittelli. C'è da aver paura? Direi di sì. Ne sa qualcosa l'ex procuratore generale di Catanzaro, Otello Lupacchini, che espresse qualche dubbio sulla retata di Gratteri e nel giro di poche settimane fu degradato sul campo e spedito in punizione a 1.000 chilometri da casa sua a Torino.
di Roberto Ciccarelli
Il Manifesto, 18 ottobre 2020
Secondo il rapporto Caritas 2020 la pandemia ha messo in ginocchio in Italia i giovani e le famiglie senza più lavoro. Boom di richieste, prese in carico oltre 450mila persone, una su due ha chiesto aiuto per la prima volta. Ecco l'identikit della nuova povertà: colpisce donne, minori, partite Iva e precari. La denuncia il caos del Welfare nell'emergenza: il "paradosso" dei bonus categoriali che moltiplicano gli esclusi. Il "reddito di cittadinanza" va riformato in senso universalistico e senza condizioni.
La quarantena generalizzata tra l'11 marzo e il 18 maggio 2020 ha prodotto 445 mila nuovi poveri assoluti in più che si aggiungono agli oltre 4 milioni e 600 mila del 2019. Il primo effetto emerso della crisi sociale innescata dal "lockdown" per bloccare la prima ondata dei contagi del Covid ha colpito in particolare le donne escluse da un'occupazione stabile; i giovani precari tra i 18 e i 34 anni; i minori penalizzati dalla povertà materiale delle famiglie, dalla chiusura delle scuole e dal conseguente contraccolpo relazionale e cognitivo; le partite Iva che hanno subito un calo del reddito e, per più di un terzo, hanno perduto la metà del reddito familiare. Una caratteristica comune ai nuovi poveri è non avere risorse finanziarie liquide sufficienti per fare sopravvivere più di tre mesi la propria famiglia. La quota ha superato il 50% tra i disoccupati e i lavoratori dipendenti con contratto a termine. Tra le categorie più colpite c'è anche il ceto medio già impoverito nel piccolo commercio, nelle professioni e nei servizi alle persone.
Il primo censimento sugli effetti sociali della pandemia è stato realizzato sulle persone che si sono rivolte ai centri di ascolto diocesani e parrocchiali della Caritas. I risultati sono stati raccolta nel rapporto 2020 sulla povertà in Italia "Gli anticorpi della solidarietà" pubblicato ieri dalla Caritas in occasione della giornata mondiale della lotta contro la povertà. In prospettiva, i "nuovi poveri" della società virale aumenteranno a causa della perdita del lavoro e della chiusura delle attività che seguirà al blocco dei licenziamenti e alla cessazione dei contratti a termine che rappresentano l'unica forma di lavoro contrattuale in crescita anche grazie al Jobs Act di Renzi e del Pd. La proletarizzazione oggi sta aggredendo ancora di più le partite Iva, i precari e gli intermittenti che non beneficiano più di una protezione sociale voluta dal governo ma durata appena tre mesi.
Da molte parti è stato chiesto di includerli in un'annunciata riforma degli ammortizzatori sociali su base universalistica. In questa direzione vanno anche le richieste di un'estensione del cosiddetto "reddito di cittadinanza" senza vincoli né condizionalità. Giunti al settimo mese della pandemia, mentre si profila una crisi sociale pluriennale, l'esecutivo mantiene le carte coperte. L'unica intenzione emersa sembra quella di condizionare il "reddito di cittadinanza" alle politiche "attive" di un lavoro che non c'è e, se c'è, è povero. Lo prevede anche l'ambigua e pericolosa legge del 2018 che ingabbia i poveri in un vero dilemma del prigioniero.
Nei mesi successivi alla prima emergenza, si legge nel rapporto, si è aggravato il "lavoro povero" osservato nell'ultimo decennio. È cresciuta l'oscillazione tra il "dentro" (la cittadella del lavoro precario subordinato) e il "fuori" (la terra di nessuno senza tutele sociali). In un'economia dei bassi salari e della crescita senza occupazione fissa basata sulla precarietà di massa abitativa, sanitaria e relazionale l'impatto sociale della nuova crisi sta rafforzando la trappola della precarietà in cui si entra ma da cui non si esce più.
Le critiche del rapporto Caritas al Welfare emergenziale durante il primo "lockdown" sono calzanti. L'esecutivo ha creato il "paradosso di misure emergenziali che generano esclusione e favoriscono gli "affiliati" al sistema di protezione e assistenza sociale, invece di coinvolgere nella maniera più ampia e inclusiva i destinatari dei sostegni". Un simile paradosso è l'effetto della moltiplicazione dei sussidi (i bonus per le partite Iva iscritte all'Inps e ad altre categorie di lavoratori indipendenti e intermittenti) e dei sussidi (il "reddito di emergenza" che ha duplicato temporaneamente il cosiddetto "reddito di cittadinanza"). Insieme, questi elementi, hanno rafforzato una politica tradizionale in Italia, quella della segmentazione della povertà in categorie create per governare i poveri e respingere nell'invisibilità milioni di altri. Solo a Roma, la Caritas sostiene che sono stati forse il 20% dei lavoratori, in particolare gli stranieri e nel sommerso, ad essere stati estromessi da tutto. Non si contano coloro che hanno rinunciato a fare richiesta di un sussidio occasionale perché intimoriti, scoraggiati e esclusi dalla burocrazia emersa anche nella sconcertante macchinosità con la quale l'Inps ha pagato le casse integrazioni straordinarie.
Il record di richieste di aiuto alla Caritas, accompagnato da un aumento dei volontari under 34, è stato causato proprio dalla programmatica volontà politica di non fare riforme universalistiche e disperdere miliardi di euro, per di più abusando della retorica sul "nessuno resterà indietro". In questo quadro la solidarietà interpersonale è stata usata dalla politica istituzionale per rimediare all'assenza della giustizia sociale.
di Rossella Avella
interris.it, 18 ottobre 2020
Liri Longo, presidente della Cooperativa Rio Terà dei Pensieri, racconta il tempo della detenzione. Come ridare dignità alle persone che vivono dietro le sbarre, con un occhio al futuro, per uscire sempre uomini e donne migliori. La detenzione non è solo quel periodo della vita in cui bisogna scontare la pena per un reato compiuto.
I detenuti trascorrono periodi più o meno lunghi dietro le sbarre per prepararsi ad una nuova vita. Il carcere non è esclusione, il carcere deve fare da ponte tra la vita che si svolge all'interno dell'istituto e la vita fuori. Per questo anche a Venezia, come in tante altre carceri italiane dal 2009 all'interno del carcere maschile di Santa Maria Maggiore di Venezia è attiva Rio Terà dei Pensieri.
Una cooperativa che con i suoi progetti coinvolge alcuni detenuti coordinati da un educatore, in un percorso lavorativo che può portare alla loro assunzione una volta terminato il periodo di detenzione. Nel 2013, come sviluppo di questa attività e per dare continuità all'inserimento lavorativo dei detenuti, è nato anche un laboratorio di riciclo PVC esterno al carcere.
Le Malefatte di Venezia di Liri Longo - Interris.it ne ha parlato con la presidente della Cooperativa Rio Terà dei Pensieri Liri Longo: "Le malefatte è un progetto di una cooperativa sociale che si chiama Rio Terà dei pensieri, nata appunto 26 anni fa e che ha dato vita alle attività nel carcere maschile e femminile di Venezia. La scelta che è stata fatta da subito è stata quella di legarsi al territorio in cui si trova. Per questo sin da subito siamo andati a riprendere delle aree abbandonate per rivalutarle. Tra queste abbiamo scelto la zona verde intorno ad un ex convento situato sull' isola della Giudecca di Venezia che era stata abbandonata da quando era diventato carcere. La cooperativa ha rilevato la zona e l'ha trasformata in un orto ed oggi funziona come sede lavorativa per le nostre detenute".
La storia di Rio Terà dei Pensieri - La Cooperativa Sociale Rio Terà dei Pensieri è stata costituita nel 1994 e annovera tra i propri soci sia detenuti che persone libere. Le attività sono iniziate per offrire alle persone detenute un'alternativa alla cella, in un'ottica prevalente di risocializzazione e attingendo alle risorse del volontariato. L'obiettivo della Cooperativa è proprio quello della formazione professionale e del lavoro, considerandoli gli strumenti principali per avviare percorsi di responsabilizzazione ed inclusione sociale. I detenuti e le detenute quindi, anch'essi soci lavoratori della cooperativa, coadiuvati da docenti, collaboratori e volontari, producono oggi articoli serigrafati, borse e accessori in PVC riciclato, creano linee di cosmetici e coltivano ortaggi biologici. Il loro lavoro viene commercializzato sia attraverso la vendita al dettaglio che commissioni pubbliche e private.
Una vita oltre le sbarre - "Il nostro laboratorio è aperto a chiunque voglia condividere il nostro impegno sociale. Collaboriamo con il settore pubblico e privato, aziende, associazioni, in eventi e manifestazioni. Per la post detenzione abbiamo alcune opportunità. Tra queste un laboratorio di produzione di borse. Investiamo molto nella voglia di riscatto delle persone, perché ognuno merita una seconda possibilità per ricominciare".
Un percorso di "riabilitazione" alla vita - "Il percorso di rinascita deve partire dalle persone, bisogna cercare di fare di questo tempo un periodo che faccia cambiare tutti, uscendo diversi. In questo senso trovare durante la detenzione, un interlocutore come la cooperativa offre un'opportunità per queste persone per credere anche in questo cambiamento che si concretizza nel rispetto delle regole. Inoltre si acquisisce fiducia in sé stessi e poi si comincia a percepire del reddito che aiuta a riacquistare la dignità di uomini e donne. In ultimo, ma non per ultimo, forniamo assistenza sempre in quanto operatori che possiamo offrire occasione di scambio sui vari aspetti della vita".
di Donatela Di Cesare
L'Espresso, 18 ottobre 2020
"Il nostro cammino è irreversibile. E riguarda tutta Europa, minacciata dalle destre sovraniste". Una filosofa incontra il leader indipendentista in carcere da tre anni. Che dice: "Vi mentono quando vi dicono che siamo come Salvini e la Lega. È il contrario: siamo di sinistra e anti autoritari".
Oriol Junqueras, 51 anni, presidente del partito Esquerra Republicana de Catalunya, già vicepresidente della Generalitat de Catalunya, è in prigione dal 2 novembre 2017 con una condanna a 13 anni per aver contribuito a proclamare il referendum sull'indipendenza della Catalogna. Ed è da lì, nel carcere di Lledoners, un'ora di auto da Barcellona, che ha concesso questa intervista esclusiva all'Espresso.
Signor Junqueras, vorrei cominciare dalla prigione in cui lei è recluso ormai da anni. Di recente le sono stati negati persino alcuni normali permessi. Lei è insomma un prigioniero politico condannato al carcere duro, uno dei sette del "procés", quelli che in catalano vengono chiamati ovunque i "presos políticos". Come sta vivendo questa privazione completa di libertà?
"Può forse immaginare che cosa significhi subire il carcere duro, essere privati della libertà, della possibilità di incontrare altre persone. Mi mancano soprattutto i miei figli, che posso vedere 40 minuti a settimana, solo attraverso un vetro. Questa è la risposta vendicativa dello Stato spagnolo a quei politici rei di aver commesso un unico delitto: permettere democraticamente un referendum".
Nell'opinione pubblica italiana è rimasto indelebile il ricordo dei giorni del referendum in Catalogna: quelle scene inammissibili in un paese democratico europeo, quando la Guardia civil ha cercato di fermare con la violenza le cittadine e i cittadini che andavano a votare. Poi è arrivata la proclamazione della Repubblica catalana il 27 ottobre 2017 - durata poche settimane. Madrid ha quindi sciolto il parlamento catalano; alcuni membri del governo della Generalitat sono andati in esilio, altri come lei, sono stati arrestati. Infine, si è svolto il processo ed è arrivata la durissima condanna per "sedizione"...
"Mi fa piacere sapere che quegli avvenimenti restino indelebili nell'opinione pubblica italiana. Per me è importante. Soprattutto per l'amore che ho per l'Italia, un paese a cui sono profondamente legato. Ho studiato alla scuola italiana di Barcellona! Tornando al referendum, la cui legittimità è stato tanto dibattuta, per noi si è trattato di una scelta democratica. È impossibile dimenticare l'entusiasmo, la mobilitazione e il coinvolgimento della gente. Tutti i cittadini catalani - la minoranza che ha votato contro, come la maggioranza che ha votato a favore - si sono comportati pacificamente. Purtroppo, però, sono arrivate le manganellate dello Stato, e poi la repressione, la prigione, l'esilio. Quel giorno ha segnato comunque una grande vittoria della democrazia. E oggi pensiamo che il cammino dell'indipendenza è certo più lungo e difficile di quel che pensavamo, ma è irreversibile".
Dopo la prima ondata emotiva, la stampa e i media italiani non sono stati vicini alla causa catalana. E hanno dato spazio quasi esclusivamente a voci anti-indipendentiste. Si è affermata la narrazione del "tradimento" verso il governo centrale, si è lasciato trapelare lo spettro delle piccole patrie, si è avallato un singolare cortocircuito che ha avvicinato gli indipendentisti ai leghisti. Ma lei guida il partito di maggioranza Esquerra Republicana, cioè Sinistra Repubblicana di Catalogna. Non ci sono dubbi sulla parte in cui voi siete schierati - semmai avete contro una destra aggressiva come quella di Vox.
"Sa che Vox aveva chiesto 74 anni di prigione per me? Siamo un partito di sinistra e un movimento caratterizzato dalla lotta antifascista - oggi e in tutta la nostra storia. Lottiamo per la democrazia, contro qualsiasi tipo di fascismo e di populismo. I democratici europei devono sapere che i nemici degli indipendentisti, cioè l'estrema destra rappresentata da Vox, sono anche i nemici dell'Europa. E sono Salvini, Orbán, Le Pen e Abascal, il leader di Vox. Difendere la democrazia in Catalogna significa difendere l'Europa e la sua sopravvivenza. Non sprechiamo questa opportunità".
Ma in che modo lei vede nella lotta per l'indipendenza una chance per minare l'egemonia delle forze conservatrici? La concepisce anche come uno scontro tra una monarchia nazionalista e una repubblica democratica?
"Noi crediamo che l'indipendenza sia l'unico modo per costruire un paese migliore, più giusto, più libero. E repubblicano. Mi piace guardare all'indipendentismo come un movimento che cerca di sommare e di includere, senza distinzioni di origine, di etnia, di lingua. Credo che anche per questo si sia andato affermando negli ultimi anni, in particolare fra le nuove generazioni. Buona parte dell'area socialista è ora indipendentista e sostiene Esquerra Republicana. Ha certo influito l'immobilismo dello Stato spagnolo che, se per un verso ha avuto mano pesante con i propri cittadini, per l'altro si è mostrato permissivo con la monarchia corrotta".
A proposito di monarchia, anche al netto degli ultimi scandali, com'è possibile, dopo tutto quel che è avvenuto, accettare ancora una monarchia borbonica di derivazione franchista?
"È davvero paradossale! Non c'è dubbio che sia una monarchia corrotta e per di più, come lei dice, di derivazione franchista. Ciò dimostra quanto retrograde siano le politiche dello Stato spagnolo che, alla fin fine, non è riformabile. Non stupisce che ci lascino in carcere. A dominare lo Stato è un élite erede del franchismo che impedirà sempre qualsiasi cambiamento. Anche per questo siamo indipendentisti e repubblicani. Molti cittadini hanno smesso di credere e di fidarsi dello Stato e vedono nell'indipendenza anche una possibilità per costruire un paese libero dalla corruzione e dal clientelismo".
Non basta togliere i resti del Caudillo dalla Valle de los caídos, se poi il suo fantasma ispira un nazionalismo aggressivo, come quello che portò al golpe del 1936 e all'odio contro baschi e catalani. Non sono servite due dittature per imporre un'unica nazione. È difficile capire perché lo Stato spagnolo non si riconosca plurinazionale...
"Togliere il dittatore dalla Valle era necessario - anche se dopo molti anni! Più importante sarebbe, però, eliminare il franchismo dalle istituzioni, dal modo di agire di questo Stato. E riscattare così la memoria di coloro che furono assassinati da una dittatura criminale. Lo Stato ha cercato di voltare pagina come se niente fosse, mentre c'è ancora chi non sa neppure dove siano finiti i propri cari. La strada è ancora molto lunga".
Credo che l'Europa non sia rimasta a guardare, ma abbia scelto di difendere lo Stato-nazione. Ma era nata per superare gli Stati in una forma politica postnazionale e sovranazionale. È questo, in fondo, il dilemma contenuto nella questione catalana.
"L'Europa è un club di Stati che si proteggono tra loro. Sapevamo che si sarebbero comportati così; e tuttavia è un peccato. Noi siamo europeisti, ma allo stesso tempo vorremmo un'Europa più sociale, più giusta, democratica e di sinistra. Penso che non meritavamo il carcere! Questa detenzione arbitraria (come ha ricordato di recente anche l'Onu) è una grande vergogna per lo Stato spagnolo".
Come vede oggi la situazione, che sembra quella di un difficile stallo? Ha ancora fiducia nel dialogo? Soprattutto ha ancora una speranza? Quali sono le prospettive?
"Crediamo nel dialogo. Io ci ho sempre creduto - ora più che mai. Anche alla violenza dei manganelli o dei tribunali è giusto rispondere con più democrazia e più dialogo. Non ha senso lo scontro sterile. La pazienza, però, non è infinita. Di recente il Tribunale Supremo ha confermato la sentenza che interdice per 18 mesi Quim Torra dalla sua carica di Presidente della Generalitat. Il suo reato sarebbe quello di non aver rimosso gli striscioni che per le strade e nelle piazze chiedevano la libertà per i prigionieri politici. Questo vorrà dire, fra l'altro, che ci saranno nuove elezioni in Catalogna a febbraio. Resta una tensione molto forte. Lo Stato spagnolo continua sulla via giudiziaria anziché affrontare politicamente la questione. È un grave errore".
Lei ha scritto per i suoi figli un libro di favole, che peraltro ha avuto molto successo ed è stato tradotto in diverse lingue. Perché questa scelta? Sta scrivendo ancora?
"Quel libro è stato un modo di rimanere in contatto con loro. Prima di entrare in prigione raccontavo ai miei figli storie, favole, curiosità. Ho voluto scriverle perché le ascoltassero dalla voce della madre. Quel che mi pesa di più in prigione è la separazione dai miei figli; sono loro le vere vittime di tutto questo. Quasi ogni giorno mi dedico alla scrittura. Recentemente ho pubblicato un libro con Marta Rovira in cui delineiamo il progetto di Esquerra Republicana per i prossimi anni".
di Antonio Maria Mira
Avvenire, 18 ottobre 2020
Presentato il quinto rapporto "Agromafie e caporalato" realizzato dall'Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil. Gli irregolari sono 400mila. Sono circa 200mila i "vulnerabili" in agricoltura, gli "schiavi" della terra in mano a caporali e imprenditori sfruttatori. E più di 400mila gli irregolari. Immigrati e italiani. Numeri in crescita.
Basti pensare che i "vulnerabili" erano 140mila nel 2017 e 160mila nel 2018. Gli attuali 200mila sono la somma tra 136.400 unità occupate completamente al nero e circa 60mila lavoratori che, seppur registrati dall'Inps, risultano avere un contratto informale e una retribuzione inferiore a quella prevista dalle normative correnti. Al Nord come al Sud.
Più della metà delle inchieste aperte grazie alla legge 199 del 2016 e, per l'esattezza, 143, non riguardano le regioni meridionali. Tra le Regioni più colpite, oltre alla Sicilia, alla Calabria e alla Puglia, vi sono il Veneto e la Lombardia: le Procure di Mantova e Brescia stanno seguendo, ciascuna, ben 10 procedimenti per sfruttamento lavorativo. Allarmante anche la situazione dell'Emilia Romagna, in cui lo sfruttamento è diffuso in tutte le province; del Lazio e, in particolare, della provincia di Latina; e della Toscana, dove il maggior numero di procedimenti è incardinato presso il Tribunale di Prato.
Sono alcuni dei numeri scandalosi che emergono dal quinto rapporto "Agromafie e caporalato" realizzato dall'Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil e presentato oggi a Roma. Quasi cinquecento pagine di illegalità e irregolarità, di drammi, storia, impegno. Con cinque approfondimenti su Veneto, Campania (in particolare la Piana del Sele in provincia di Salerno, con alcune citazioni del reportage di Avvenire), Puglia e Sicilia.
I numeri forniti sono decisamente preoccupanti. In Veneto il lavoro irregolare nel settore agricolo raggiunge le 16.500 unità, ma potrebbe arrivare addirittura ad arrivare quasi a 22mila. In Toscana (qui il focus è il territorio di Livorno), secondo il rapporto, "è plausibile che il contingente di lavoratori fragili precari (dal punto di vista occupazionale) e pertanto soggetto a sfruttamento ammonti a circa 11.360 unità complessive". In Campania "l'irregolarità dei rapporti di lavoro agricoli raggiunge anche il 35,0%", portando l'intero ammontare a quasi 11.800 lavoratori.
In Puglia (l'approfondimento è su Brindisi e Taranto), "i gruppi che possiamo definire vulnerabili (4.700) e quelli che sono occupati in modo irregolare (e quindi oltre che vulnerabili sono da considerarsi anche altamente sfruttati) raggiungono la cifra di 47.140 unità (il 36,2% in più della cifra stimata dall'Istat un decennio addietro)".
In Sicilia (focus su Agrigento e Trapani), "i lavoratori agricoli (con contratto informale e con retribuzioni non standard, uguali a 15.678) costituiscono la componente bracciantile che seppur registrata all'Inps è da considerarsi vulnerabile e pertanto precaria e strumentalmente assoggettabile a pratiche occupazionali indecenti. A questo gruppo, occorre aggiungere quello stimato dai sindacalisti e da alcuni degli operatori sociali intervistati - sulla base del dato Istat sul lavoro non osservato (il 23,8% per il 2017 a livello nazionale), ipotizzando che sia uguale a quello regionale) - ovvero 13.096 unità. Cosicché le componenti di lavoratori stranieri giuridicamente e socialmente più fragili ammonterebbero a circa 28.774 unità".
Un intero capitolo del rapporto è poi dedicato allo sfruttamento delle donne migranti. C'è in primo luogo una forte differenza salariale. Infatti "le operaie agricole, in particolare le lavoratrici migranti, percepiscano una paga inferiore - fino alla metà - rispetto a quella dei loro colleghi uomini". C'è poi lo sfruttamento sessuale che "non è solo un fenomeno che si aggiunge allo sfruttamento lavorativo". Infatti "come diverse inchieste e testimonianze rivelano, molte donne migranti vengono sfruttate come prostitute nelle campagne e nei ghetti".
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