di Guido Liguori
Il Manifesto, 17 ottobre 2020
Antonio Gramsci. Una nuova edizione Einaudi a cura di Francesco Giasi. Inediti, apparati fotografici e correzioni di inesattezze grazie al rigoroso confronto con gli originali. Per definizione un "work in progress", decine di altre missive sono state scritte dal comunista sardo negli anni 1926 - 1937. Molte non saranno mai recuperate. Come opera a sé sembravano destinate a passare in secondo piano, a fronte dei carteggi. Invece hanno una loro importanza autonoma.
Le lettere di Gramsci tornano in libreria, in una nuova edizione nella collana I millenni (Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, a cura e con introduzione di Francesco Giasi, Einaudi, pp. CXIV+1257, euro 90). Una edizione pregevole per un "capolavoro della letteratura epistolare" - scrive il curatore - che i carteggi dell'autore "e l'intera sua corrispondenza non paiono destinate a eclissare". È l'affermazione fondamentale da cui partire per comprendere l'importanza dell'evento. Sembrava, pochi lustri orsono, che le Lettere dal carcere come opera a sé fossero destinate a passare in secondo piano, a fronte dei carteggi dell'autore - di cui si era iniziata la pubblicazione con quello con la cognata Tatiana, curato da Natoli e Daniele nel 1997.
Previsione fallace: perché se i carteggi rappresentano indubbiamente un passaggio fondamentale per gli studiosi di Gramsci, la raccolta delle lettere del comunista sardo dopo l'arresto, avvenuto l'8 novembre 1926, conservano, e credo conserveranno sempre, la loro autonoma importanza: quella di un grande classico del Novecento, letterario ed etico-politico a un tempo.
Come è abbastanza noto, le Lettere uscirono in volume per la prima volta nel 1947 e servirono da apripista per l'affermarsi del loro autore nella cultura italiana, anche al di là delle file comuniste. A tale esito concorse l'attribuzione del Premio Viareggio, istituito dall'ex-ordinovista Leonida Rèpaci e con in giuria due intellettuali di grande prestigio, organici al Pci: Concetto Marchesi e Giacomo Debenedetti (non De Benedetti, come purtroppo si legge, con involontario omaggio all'attualità). Questa edizione, dichiaratamente una "scelta", comprendeva 218 missive. Molte ancora non erano state ritrovate, altre non furono pubblicate per motivi di riservatezza, contenendo affermazioni delicate su familiari e conoscenti ancora in vita. Alcuni passi vennero anche omessi per opportunità politica, visto il difficile tentativo togliattiano di mettere in circuito Gramsci senza rompere immediatamente con il marxismo-leninismo sovietico, dotando però il partito comunista di una cultura politica ben diversa da quella dell'ortodossia stalinista.
Dopo la prima edizione del 1947, molte altre lettere furono ritrovate e molte ragioni di prudenza umana e politica vennero meno. Nelle 2000 pagine di Gramsci, apparse nel 1964 per Il Saggiatore, fortemente volute dal direttore editoriale Debenedetti (ancora lui) e curate da Ferrata e Gallo con il supporto attivo di Togliatti, furono pubblicate 77 lettere inedite. L'anno successivo fu la volta del volume einaudiano delle Lettere curato da Caprioglio e Fubini: 428 missive, di cui 65 inedite, e con il ripristino dei passi (pochi, in realtà) in precedenza cassati. L'opera usciva l'anno dopo la morte di Togliatti, ma era stata varata (come l'edizione critica dei Quaderni, del resto) ancora vivente il segretario del Pci: non è vero dunque, come ancora capita di leggere, che solo la morte di quest'ultimo avrebbe permesso la pubblicazione di tutti i testi gramsciani. Togliatti fu il principale artefice della conoscenza e della diffusione dell'opera di Gramsci, sia pure con un occhio rivolto alla contingenza politica e pagando lo scotto dei tempi del lavoro necessario su un corpus letterario complicatissimo.
Solo per limitarci alle edizioni principali, lasciando da parte le pubblicazioni su riviste e quotidiani, le raccolte a tema (lettere a Giulia, lettere ai figli, lettere a Sraffa ...) e le antologie minori di missive che venivano presentate periodicamente, con sempre nuove introduzioni, sotto il titolo generico di Lettere dal carcere, va segnalata una edizione riservata ai lettori dell'Unità uscita in due volumi nel 1988, che riproduceva l'edizione Caprioglio-Fubini senza note ma con l'aggiunta di 28 lettere inedite e di altre prima pubblicate qui e là in ordine sparso. Per arrivare quindi alla bella edizione Sellerio del 1996, curata da Antonio A. Santucci: 478 lettere, cinquanta in più rispetto al '65. Prima di essa, l'edizione più ampia (con 17 inediti), e pregevole, era addirittura... in lingua inglese, curata da Frank Rosengarten per la Columbia University Press nel 1994. Un paradosso evidente, di cui porta colpa anche la ritrosia dell'Einaudi a mettere in cantiere il necessario, corposo aggiornamento. Negli anni '90 del resto Gramsci era quasi considerato un "cane morto", in una situazione di liberalismo trionfante, anche nella sinistra italiana.
A questa "pigrizia" la casa editrice torinese pone ora rimedio (sia pure a un prezzo di copertina non a tutti accessibile, purtroppo) con un'edizione destinata a durare. Non un'edizione "definitiva", perché questo libro è per definizione un work in progress: decine di altre lettere, spiega lo stesso Giasi, sono state sicuramente scritte da Gramsci, negli anni 1926 - 1937: molte non saranno mai recuperate, ma quasi certamente altre prima o poi troveranno la strada per giungere fino a noi, per essere rese pubbliche: bisognerà approntare una nuova edizione. Intanto, però, l'attuale è destinata a rappresentare un punto fermo e costituisce, rispetto alle pur meritorie edizioni precedenti, un sicuro passo in avanti.
Quali i pregi maggiori dell'edizione Giasi, a parte i nuovi inediti (nove su 489 lettere, più tre dei 22 documenti dell'Appendice, con istanze e richieste alle autorità)? La correzione di numerose inesattezze, grazie all'accurato controllo sugli originali; la datazione per la prima volta di missive scritte senza data, resa possibile incrociandole con le lettere di Tatiana ai famigliari russi. Senza dimenticare l'inserto fotografico del volume, con foto poco note, come quella della stessa Tania nel 1938 al Cimitero di Testaccio, emblematicamente in secondo piano rispetto alla tomba di Nino, sullo sfondo, come a lungo venne visto il suo ruolo, invece fondamentale: forse un addio, prima del ritorno in Urss, dove morirà di tifo nel 1943. E, ancora, l'accurata cronobiografia curata da Luisa Righi, autrice anche delle notizie preziose della sezione sui Corrispondenti e famigliari.
Ma soprattutto è rilevante e in gran parte nuovo l'apparato delle note di cui ogni lettera è fornita. Rispetto alle precedenti edizioni, molto di più oggi sappiamo sulle vicende di Gramsci negli anni successivi all'arresto, grazie ai ritrovamenti effettuati negli Archivi di Mosca, allo scandaglio negli archivi italiani (con la collaborazione di Eleonora Lattanzi e Delia Miceli) e nelle carte Sraffa (con il competente ausilio di Nerio Naldi), alle molte notizie ora disponibili sulla famiglia russa e su quella sarda (per cui è valsa la consulenza di Antonio Gramsci jr. e di Luca Paulesu), all'approfondimento delle vicende interne al Pci e all'Internazionale, nonché dei tentativi di liberazione per via diplomatica, ecc. A cui si aggiunge l'uso utilissimo che Giasi fa - sempre in nota - di brani di lettere scritte a Gramsci dai suoi corrispondenti, che aiutano a comprenderne le affermazioni e le risposte.
Tutto ciò, insieme all'accuratezza dell'impaginazione del testo e dell'apparato critico, rende il volume godibile per il lettore e prezioso per lo studioso.
Le lettere scritte a Gramsci sono tanto più utili in quanto egli è - come amava ricordare Giorgio Baratta - un autore "dialogico", che per sua stessa ammissione aveva bisogno di interlocutori, anche e forse soprattutto polemici. Le lettere sono per lui il surrogato del compagno, dell'amico, del familiare con cui dialogare, anche se "in remoto", si direbbe oggi. Ma sono anche lettere spesso da decifrare, con messaggi nascosti destinati al suo partito. Non resta che tornare a leggerle, le Lettere di Gramsci, in questa nuova e pregevole edizione, con ammirazione immutata per il comunista sardo e come nuovo sprone alla conoscenza della sua storia e del suo pensiero.
fieracavalli.it, 17 ottobre 2020
Prosegue con successo il progetto dell'Associazione Horse Valley con il carcere di Montorio. Nato nel 2013, si rinnova e si arricchisce di anno in anno il progetto dell'Associazione Sportiva Dilettantistica Horse Valley in collaborazione con la Casa Circondariale di Montorio.
Un percorso formativo in tecnico di scuderia, che ogni anno indirizza un gruppo di detenuti verso la professione. La formazione prevede: lezioni frontali teoriche e pratiche sulla gestione di una scuderia, etologia del cavallo, alimentazione e tecnica equestre e gli interventi di alcune figure professionali, quali veterinario e maniscalco. Inoltre, da alcuni anni è stato introdotto anche uno speciale corso di kundalini yoga per migliorare lo stato emotivo e la respirazione dei partecipanti, in modo che possano avvicinarsi al cavallo senza portare con loro la negatività emotiva della condizione di privazione che vivono.
Il progetto, sostenuto fortemente da Fieracavalli, continua a riscuotere particolare successo all'interno del carcere e le richieste di adesione al corso sono sempre numerosissime. Alcuni detenuti, che hanno la possibilità di usufruire dell'art.21 e possono quindi svolgere attività all'esterno del penitenziario, si recano inoltre presso Corte Molon, svolgono attività di volontariato e collaborano con lo staff del maneggio nella gestione dei cavalli.
Coloro invece che non possono recarsi all'esterno, si prendono cura degli animali e della scuderia all'interno della casa circondariale. Inaugurata durante Fieracavalli 2015, la scuderia all'interno del carcere ospita 3 cavalli ed è un luogo di lavoro ma soprattutto di benessere, per tutti i detenuti che possono beneficiare del contatto con gli animali e del particolare rapporto uomo-cavallo.
La scuderia interna è stata preziosa anche durante il recente periodo di lockdown a causa dell'emergenza sanitaria. Quando infatti tutte le attività sono state sospese, per mantenere il benessere animale, la scuderia non si è fermata e ha dato la possibilità ad alcuni detenuti di sopportare meglio quel particolare momento.
di Marco Belli
gnewsonline.it, 17 ottobre 2020
È stato dato questa mattina, nel carcere romano di Rebibbia Nuovo Complesso, il primo ciak al film documentario Rebibbia Lockdown del regista Fabio Cavalli. Il lungometraggio narra le paure e le inquietudini portate dalla pandemia da Covid-19 all'interno dell'universo penitenziario e l'impatto sulle persone detenute e sul personale di Polizia Penitenziaria. La pellicola nasce da un progetto sulla legalità promosso dalla Vice Presidente della Luiss Guido Carli ed ex Guardasigilli Paola Severino ed è prodotta da Clipper Media con Rai Cinema e in collaborazione con Ateneo Luiss e Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria.
E proprio il Capo del DAP, Bernardo Petralia, e la professoressa Severino sono stati i protagonisti delle prime riprese del film: prima l'incontro, poi il percorso verso il reparto G12, l'ingresso nel reparto detentivo con il saluto agli agenti, l'incontro con i detenuti nell'aula universitaria, in sala pittura, in biblioteca e in sala telelavoro, e per finire la visita al reparto e nelle camere di alcuni detenuti attori del docu-film. Con loro, il Provveditore dell'Amministrazione penitenziaria per il Lazio l'Abruzzo e il Molise, Carmelo Cantone, e la Direttrice dell'istituto romano, Rosella Santoro.
"Se il destino si presentasse a me nella forma di un virus sconosciuto, sarei ancora in tempo a chiudere il cerchio della mia vita?". È la domanda con la quale l'autore e regista Fabio Cavalli ci spiega il senso di Rebibbia Lockdown. Dopo i riconoscimenti internazionali come autore di Cesare deve morire, diretto dai fratelli Taviani, e il successo dell'ultimo docu-film Viaggio in Italia - La Corte Costituzionale nelle carceri, Cavalli rinnova con questo film il suo impegno con il mondo penitenziario con il quale collabora dal 2003.
Con il virus abbiamo dovuto fare i conti tutti, in Italia e nel mondo. A maggior ragione le venti persone detenute protagoniste del film, insieme ai quattro giovani laureati della Luiss che nella vita reale sono i tutor della loro formazione universitaria: tutti sottoposti alla chiusura imposta dal virus e tutti impegnati a riflettere sui temi fondamentali dell'esistenza, raccontati in forma di diario epistolare durante i mesi del lockdown e, in piccola parte, con i tratti del graphic novel grazie ai disegni di un detenuto artista.
I detenuti coinvolti sono gli attori della Compagnia del Teatro Libero di Rebibbia, già vincitori dell'Orso d'Oro a Berlino nel 2012 per l'opera dei Taviani e nel 2016 meritevoli della Menzione speciale da parte della giuria della Mostra del Cinema di Venezia e, infine, protagonisti in prima serata su RaiUno del Viaggio in Italia. Nella vicenda è centrale il ruolo del personale di Polizia Penitenziaria e dell'Amministrazione. Una decina saranno gli agenti chiamati ad interpretare se stessi nel ricordo dei momenti più difficili: dal quotidiano saluto nel lasciare la famiglia per raggiungere il luogo del loro difficile lavoro, fra mille incognite e paure, fino alle difficoltà pratiche legate alla necessità di stendere e far passare i cavi in fibra che sarebbero serviti ad assicurare ai detenuti la possibilità di continuare a incontrare, seppur in video, i loro familiari dopo la chiusura dei colloqui in presenza. Le riprese all'interno dell'istituto impegneranno per una decina di giorni lavorativi una troupe Rai molto snella di operatori, fonici e assistenti tecnici, che quotidianamente saranno sottoposti ai dovuti controlli precauzionali di carattere sanitario.
di Arianna Finos
La Repubblica, 17 ottobre 2020
Sarà nelle sale il 22 ottobre, dopo la presentazione a Alice nella città, il film di Chiara Bellosi con Daphne Scoccia e Andrea Lattanzi. "La frase che mi è restata dentro la ripetono i magistrati, anche più esperti: nei tribunali si applica la legge, se a volte riusciamo anche a fare un po' di giustizia siamo felici, ma non è sempre così".
La regista Chiara Bellosi ha passato un anno dentro il Palazzo di giustizia di Milano, "l'idea era di girare un documentario alla Robert Wiseman, indagando le persone che lo abitavano nel corso di una giornata, concentrandomi sugli aspetti della vita che nel tribunale vengono condensati: casa, violenza, famiglia". Ne è uscito Palazzo di giustizia che dopo l'esordio alla Berlinale e il passaggio alla Festa di Roma - sezione parallela Alice nella città - arriva al cinema il 22 ottobre prodotto da Tempesta, distribuito dall'Istituto Luce.
Nei sei piani dell'edificio architettonicamente austero, Bellosi ha esplorato ogni stanza, corridoio, bar, cortile, scala, tabaccheria, biblioteca, "sono stata in mezzo alle storie che si muovevano intorno, sentendo che c'era un carico umano forte". Sono sedute una di fronte all'altra, sulle panche del corridoio della Corte D'Assise dove si consuma un processo per eccesso di legittima difesa. Una, adolescente, è la figlia di un benzinaio che ha sparato alle spalle a un rapinatore in fuga, l'altra, bambina, del complice sopravvissuto.
Ha trovato quella da raccontare "in uno dei posti più spaventosi, nell'atrio dove si aspetta il verdetto della Corte D'Assise. Da un lato c'era una cattedra con avvocati e magistrati, dall'altro su una sedia abbandonata una bimba rom che giocava con la giovane madre, i parenti fumavano in balcone. Ho capito che quella bambina, spettinata e in tuta di ciniglia, era lo sguardo che cercavo". Perché: "Una bambina ha una forza primitiva e concreta che si impone su quello che c'è intorno: vuole giocare, mangiare, dormire, togliersi le scarpe che fanno male. La storia l'ho costruita attraverso i suoi occhi, sui bisogni che emergevano in quella giornata".
La mamma della bimba (Bianca Leonardi) è l'ottima Daphne Scoccia, già apprezzata in Fiore, "sento di migliorare ad ogni film, ho tanti progetti" l'ha voluta in un piccolo ruolo anche Terrence Malick nel film che ha girato in Italia. La figlia del benzinaio, l'adolescente dallo sguardo serio è Sarah Short. All'inizio, le due giovani si ignorano, poi tra loro nasce un rapporto, scambi e piccole avventure in cui coinvolgono anche il giovane tecnico che lavora in quel corridoio.
"L'attesa è lunga e sfiancante, le due figlie non sanno come e se si ricomporrà la loro famiglia. Ma alla fine di questa giornata usciranno dal Palazzo più forti, cresciute". Le immagini più potenti che la regista ha memorizzato nell'anno trascorso al Palazzo di Giustizia sono "la sala d'attesa nella sezione civile, le lotte per l'affidamento dei bambini, le cause di mobbing sul lavoro delle donne. E un'udienza per femminicidio, con un avvocato così bravo da trasformare la vittima in colpevole per non aver permesso al suo omicida di essere padre".
di Chiara Viti
Il Riformista, 17 ottobre 2020
Antonio Russo moriva esattamente vent'anni fa. Era il 16 ottobre del 2000 quando il giornalista di Radio Radicale venne assassinato e il suo cadavere rinvenuto a circa trenta chilometri da Tbilisi, in Georgia. Antonio era lì per raccontare la guerra fra Russia e Cecenia. I mandanti e gli esecutori dell'omicidio non sono mai stati individuati. Radio Radicale ha voluto ricordarlo con una programmazione speciale e alle 14 di oggi, presso la sala stampa di Montecitorio, verrà presentata l'importante opera di restauro dell'archivio della radio, realizzato proprio in occasione dell'anniversario.
"Restaurare l'intero archivio con tutte le corrispondenze di Antonio (disponibile in digitale da oggi, ndr) - spiega Alessio Falconio, direttore di Radio Radicale - permetterà, a chi ne avrà voglia, di conoscerlo attraverso la sua voce. Il miglior modo per conoscere qualcuno è lasciarlo parlare, ecco noi attraverso questo progetto vogliamo lasciare che Antonio si racconti".
Ha perso la vita sul campo, in mezzo alla gente, là dove la tragedia della guerra è viva. Era stato in Bosnia, durante l'assedio finale di Sarajevo, poi era stato a Cipro nel 1996 e ancora in Africa per documentare le condizioni tragiche dei profughi dopo il genocidio in Ruanda. Verso la fine degli anni Novanta raccontò poi la guerra in Kosovo. Il suo lavoro si rivelò fondamentale e decisivo anche per l'incriminazione di Milosevic e di altri gerarchi serbi di fronte al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia.
Non a caso Marco Pannella lo definì "radicale giornalista" proprio per la passione che metteva nel suo lavoro, senza mai risparmiarsi. Costantemente dalla parte della verità, ma soprattutto dalla parte degli ultimi. Pochi giorni prima dell'attentato Antonio aveva dichiarato pubblicamente che la Cecenia avrebbe fatto uso di proiettili all'uranio impoverito, accusando direttamente il presidente Georgiano Shevarnadze di legami con il terrorismo.
Antonio aveva inoltre comunicato a Olivier Dupuis, allora segretario del Partito Radicale, di avere raccolto materiale contro la Federazione Russa, ma quei documenti, trafugati da casa sua la notte del suo omicidio, non sono mai più stati rinvenuti. Antonio non c'è più, ma continua a vivere nelle sue corrispondenze dai teatri di guerra di tutto il mondo, con quel suo stile semplice e diretto. Senza mai autocompiacersi, senza mai un filo di narcisismo.
di Giuliano Santoro
Il Manifesto, 17 ottobre 2020
Saranno "destinati ad altre funzioni" Renato Cortese, questore di Palermo, e Maurizio Improta, capo della polizia ferroviaria. Il capo della polizia Franco Gabrielli non manca di confidare nell'innocenza degli alti funzionari della polizia condannati per il sequestro di persona di Alma Shalabayeva ma li rimuove dai loro incarichi.
Dunque, come si dice in questi casi, saranno "destinati ad altre funzioni" Renato Cortese, questore di Palermo, e Maurizio Improta, capo della polizia ferroviaria. I due mercoledì scorso figuravano tra gli agenti di polizia condannati in primo grado dal tribunale di Perugia a cinque anni e all'interdizione perpetua dai pubblici uffici per il sequestro e l'estradizione della moglie del dissidente kazako Muktar Ablyazov, e di sua figlia Aula. Dalle parole di Gabrielli, si evince che si tratta di poliziotti blasonati. Nel 2013, all'epoca dei fatti contestati sui quali ancora restano zone oscure a partire dalla catena di comando che gestì l'operazione, operavano nella capitale. Maurizio Improta era il responsabile dell'ufficio immigrazione della questura di Roma. Renato Cortese sette anni fa dirigeva la Squadra mobile di Roma. Poi, dopo anni di lavoro in Calabria, aveva operato in Sicilia.
Da molti è considerato il poliziotto che da agente del Servizio centrale operativo nel 2006 ha contribuito alla cattura del boss Bernardo Provenzano. Dalla quale spiccò il volo verso la questura di Palermo.
"Pur ribadendo la profonda amarezza e il pieno convincimento dell'estraneità dei poliziotti ai fatti", Gabrielli si dice fedele al principio secondo cui "la polizia, il cui motto non a caso è 'sub lege libertas': osserva e si attiene a quanto pronunciato dalle sentenze, quand'anche non definitive". Dai vertici della polizia, per di più, si fa notare che la rimozione non è proprio un atto dovuto, visto che la sentenza non è definitiva. Piuttosto si parla di "questioni di opportunità".
di Alex Zanotelli
Il Manifesto, 17 ottobre 2020
Dalla "patria dei diritti" nessuna volontà politica di salvare vite umane nel Mediterraneo. È il vero volto dell'Ue: ricca, potente, ma sempre più egoista, e intenta a costruire muri. La politica migratoria dell'Unione Europea può essere espressa con una sola parola: "esternalizzare" le frontiere per bloccare sia la "rotta asiatica" che la "rotta africana". Per bloccare la 'rotta asiatica'(Siria, Iraq, Afghanistan), l'Unione europea ha siglato infatti un accordo con il dittatore Erdogan, regalandogli sei miliari di euro, perché trattenesse in Turchia quattro milioni di profughi in fuga dai loro paesi per guerre che noi abbiamo scatenate.
Sempre in questo contesto, Bruxelles finanzia anche la Grecia perché trattenga nelle sue isole migliaia di profughi asiatici stipati in orribili campi come quello di Moria a Lesbo, spazzato via recentemente dal fuoco. Altrettanta crudeltà l'Europa la sta usando con quei migranti siriani e afghani che stanno tentando di entrare tramite la "rotta balcanica". (Gravi anche la responsabilità del governo italiano che ributta in Slovenia i migranti che passano il nostro confine orientale) Per bloccare la "rotta africana", la Ue esternalizza le sue frontiere, spingendole sempre più a sud tramite il processo di Rabat per l'Africa occidentale e il processo di Khartoum per l'Africa Orientale.
La Ue, tramite l'Italia, continua a sostenere e a finanziare in Libia il governo di al-Serraj, uomo forte di Tripoli perché trattenga gli oltre mezzo milione di profughi africani, stipati in orribili lager dove gli uomini sono torturati e le donne stuprate (Onu e Amnesty). Tutto questo l'Italia lo sta facendo grazie al Memorandum Italia-Libia, vergognosamente rinnovato dall'attuale governo, ma soprattutto grazie alla Guardia costiera libica, composta in buona parte da criminali e trafficanti di esseri umani. La Commissione Europea afferma che per il 2020 sono stati stanziati 65 milioni per l'addestramento della Guardia costiera libica. Difatti il nostro paese tra il 2017/18 ha sostenuto la Guardia Costiera libica con 1.8 miliardi di euro.
È così che la Guardia Costiera libica ha catturato e riportato nell'inferno libico migliaia e migliaia di rifugiati che hanno tentato la fuga attraverso il Mediterraneo. È stata Bruxelles a stroncare l'operazione dell'Italia, Mare Nostrum, nata per salvare vite umane (ne sono state salvate oltre centomila), ma questo l'Europa non poteva accettarlo. Infatti Mare Nostrum è stato sostituito dall'operazione Sofia ed è stata rimpiazzata dall'operazione Irini, che può operare solo nell'Egeo per bloccare le armi alla Libia, ma non può salvare vite umane. (È stata fortemente voluta così dal nostro ministro degli esteri, Luigi Di Maio insieme ai Paesi di Visegrad).
Inoltre Bruxelles ha rafforzato Frontex con aerei e navi, non certo per salvare vite umane, anzi Frontex e EunavforMed cooperano con la Guardia costiera libica per segnalare i barconi dei migarnti in mare. Nessuna volontà politica di salvare vite umane nel Mediterraneo. Questo è il vero volto della nostra Europa: ricca e potente, ma sempre più egoista, chiusa su se stessa e intenta a costruire muri.
Lo ha rivelato anche la discussione sulla proposta della Presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen, di abrogare il Regolamento di Dublino. Ma Ursula ha dovuto arrendersi all'ideologia di Visegrad e alle destre xenofobe, rinunciando a costruire un meccanismo di condivisione dell'accoglienza. "Sono deluso, amareggiato - ha reagito il deputato europeo Pietro Bartolo, già medico di Lampedusa - così è inaccettabile". La politica migratoria poi del nostro paese è sempre più funzionale a quella europea.
Molti speravano in un cambio di passo con il governo giallorosso, dato che Zingaretti aveva promesso una "discontinuità" con il precedente governo: con l'abrogazione dei Decreti Sicurezza di Salvini. Il nuovo Decreto abolisce le clausole più odiose dei Decreti Sicurezza e prevede un nuovo sistema di accoglienza per i profughi gestito dai comuni. Ma lascia ancora le multe, dai 10 ai 50mila ero, per le navi salvavite cioè criminalizza i salvataggi di persone in mare."Questo decreto - ha reagito Domenico "Mimmo" Lucano, già sindaco di Riace - è un palliativo, non una vera svolta. Si continua a ritenere l'immigrazione un problema di ordine pubblico e non invece una risorsa".
La vera politica migratoria di questo paese la si vede nella chiusura dei porti e nel trattenere nei porti per futili ragioni le navi delle Ong. Per esempio nel periodo dal il 15 al 24 settembre tutte le navi salva-vite erano bloccate nei porti, mentre nel Mediterraneo morivano 200 persone per i vari naufragi. Se ci sarà una vera Norimberga, i nostri paesi verranno portati davanti ai tribunali internazionali.
Nella sua ultima enciclica Fratelli Tutti, papa Francesco sottolinea di nuovo come la politica migratoria europea giudica i migranti come esseri "meno umani" e come "tanti cristiani condividono questa mentalità". E continua: "È inaccettabile che i cristiani condividano questa mentalità e questi atteggiamenti, facendo a volte prevalere certe preferenze politiche, piuttosto che le profonde convinzioni della propria fede: l'inalienabile dignità di ogni persona al di là dell'origine, del colore e della religione e la legge suprema dell'amore fraterno". È questa la grande sfida che ha davanti a sé l'Europa, se vuole essere davvero "la patria dei diritti umani".
di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 17 ottobre 2020
Rapporto Caritas 2020: "Così la pandemia ha messo in ginocchio i giovani e le famiglie". Così tanti che sarà sempre più difficile contarli e aiutarli. Anzi aiutarle, perché la nuova povertà, nel nostro paese, ha oggi il volto di una donna, italiana, con 2 figli, un'età media intorno ai 40 anni. Una donna che per la prima volta, durante la pandemia, ha chiesto cibo e sostegno alla Caritas italiana per la propria famiglia. Fotografa una società che è già dentro una crisi peggiore di quella del 2008, il nuovo rapporto Caritas sulla povertà, in cui non aumentano le "grandi marginalità" ma quel mondo di famiglie italiane, già in bilico prima del Covid, poi messe in ginocchio dalla pandemia. La percentuale di "nuovi poveri" presi in carico dalla rete delle Caritas diocesane, è passato dal 31% nei mesi da maggio a settembre del 2019, al 45% dello stesso periodo del 2020. In pratica, nel 2020, su 44.858 persone accolte da circa 680 centri di ascolto (da maggio a settembre), circa ventimila si affacciavano per la prima volta in cerca di aiuto. Donne, uomini, bambini, anziani, "salvati" dalla disperazione grazie agli "Anticorpi della solidarietà", questo il titolo del rapporto, nella Giornata mondiale di contrasto alla povertà.
"Aumenta in particolare il peso delle famiglie con minori, delle donne, dei giovani, dei nuclei italiani e delle persone in età lavorativa, cala invece la grande marginalità. Si intravede dunque l'ipotesi di una nuova fase di "normalizzazione" della povertà". Così come accadde dopo lo shock finanziario del 2008. Tuttavia. scrivono i ricercatori del centro studi Caritas "a fare la differenza, rispetto a 12 anni fa, è il punto da cui si parte: nell'Italia pre-pandemia il numero dei poveri assoluti è il doppio rispetto al 2007, alla vigilia del crollo di Lehman Brothers". In generale l'utenza delle Caritas diocesane è aumentato del 12% nel 2020 rispetto al 2019, dunque pre-pandemia.
Al di là dei dati, comunque, è l'identikit della povertà la parte più interessante del rapporto Caritas 2020. Il numero delle donne che hanno chiesto aiuto da maggio a settembre, subito dopo il lockdown, sono state il 54,4% contro il 50,5% del 2019. Il numero dei giovani tra 18 e 34 anni è passato dal 20% al 22,7%, gli italiani sono oggi il 52% dei poveri, contro il 47,9% del 2019, hanno dunque superato gli stranieri. Il numero di famiglie impoverite con parenti a carico, poi, genitori anziani, infermi è passata dal 52,3% del 2019 al 58,3% di questi ultimi mesi. Tra i motivi principali di caduta del reddito la perdita del lavoro.
Uno scenario che fa paura. La Caritas offre uno spicchio di società italiana che di certo indica la tendenza, ma, così si legge anche nel rapporto, c'è un pezzo di mondo disagiato che da questi dati resta fuori. Rispetto alle misure prese dal Governo per fronteggiare la crisi, nei mesi di giugno e luglio 2020, il Rem è risultata la misura più richiesta (26,3%), ma il numero delle domande accettate è stato più basso rispetto all'accettazione delle domande per il bonus lavoratori domestici (61,9%), all'indennità per i lavoratori stagionali (58,3%), e al bonus per i lavoratori flessibili (53,8%). Troppo difficile presentare le domande di "Rem" e infatti il numero di quelle accettate, si legge nel rapporto, aumenta per chi si è fatto aiutare a compilarle dai volontari dei centri di ascolto.
Perché la solidarietà esiste. E se molte famiglie hanno potuto evitare il tracollo è stato grazie ai 196mila pasti delle mense, ai fondi diocesani che hanno aiutato 92mila nuclei singoli, ai 418mila cui sono stati consegnati mascherine e kit igienizzanti distribuiti da 62mila volontari. Una macchina potente ed efficace. Purtroppo però la seconda fase della pandemia è già iniziata e così il rischio di nuove emergenze economiche.
Corriere della Sera, 17 ottobre 2020
Esce oggi il Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia: aumentano le richieste di aiuto delle famiglie con minori, delle donne e dei giovani. Quasi una persona su due che va in un centro di aiuto lo fa per la prima volta. Per la prima volta gli italiani sono le persone che si rivolgono in maggioranza alla Caritas: nel periodo tra maggio e settembre di quest'anno, i nuclei familiari del nostro Paese che hanno avuto bisogno di aiuto sono stati il 52 per cento, un anno prima erano il 47,9 per cento. Il sorpasso sugli stranieri emerge dal Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia pubblicato dalla Caritas Italiana oggi, in occasione della Giornata mondiale di contrasto alla povertà.
Il report, intitolato "Gli anticorpi della solidarietà", cerca di restituire una fotografia dei gravi effetti economici e sociali dell'attuale crisi sanitaria legata alla pandemia da Covid-19. Il rapporto fa luce sul fenomeno dei "nuovi poveri", che salgono dal 31 al 45 per cento: quasi una persona su due che si rivolge alla Caritas in questi mesi lo fa per la prima volta. I centri Caritas si devono fare carico di una domanda di bisogno aumentata del 12,7% rispetto all'anno scorso. Aumenta in particolare il peso delle famiglie con minori, delle donne, dei giovani.
Per cercare di descrivere l'impatto economico e sociale della pandemia, Caritas ha realizzato tre monitoraggi nazionali: uno ad aprile in pieno lockdown, il secondo a giugno, dopo la riapertura dei confini regionali e il terzo a settembre dopo il periodo estivo. "I dati raccolti - si legge nel Rapporto - testimoniano due grandi fasi attraversate finora, che corrispondono in parte ai diversi step di avvio delle misure e dei provvedimenti governativi: la prima, della "dura emergenza" coincidente con il blocco totale delle attività e con i 69 giorni nei quali gli italiani sono rimasti a casa, durante la quale si è pagato il prezzo più alto in termini di vite umane, sul fronte dei contagi e dell'impatto economico. La seconda, vissuta nei mesi estivi, nella quale si è avviata una lenta ripartenza, dai contorni e confini incerti".
Caritas non ha mai smesso di prestare aiuto. Ha riaperto i centri di ascolto "in presenza", per lo più su appuntamento o ad accesso libero e ha offerto un'attività inedita, di accompagnamento e orientamento rispetto alle misure previste dal Decreto "Cura Italia" e dal Decreto Rilancio. E ha aiutato anche sul fronte della crisi del lavoro, sperimentato da tanti piccoli commercianti e lavoratori autonomi: rispetto a questo fronte le Caritas diocesane hanno erogato sostegni economici specifici, in 136 diocesi sono stati attivati fondi dedicati, utili a sostenere le spese più urgenti (affitto degli immobili, rate del mutuo, utenze, acquisti utili alla ripartenza dell'attività). Complessivamente sono stati 2.073 i piccoli commercianti/lavoratori autonomi accompagnati in questo tempo.
Caritas Italiana ha anche esaminato il funzionamento delle misure emergenziali disposte dal governo, in particolare di quelle volte a sostenere i redditi di famiglie e lavoratori, anche per individuare i difetti e le criticità da evitare in futuro. Da una rilevazione ad hoc condotta su un campione di 756 nuclei beneficiari dei servizi Caritas nei mesi di giugno-luglio 2020, il Reddito di Emergenza è risultata la misura più richiesta (26,3%) ma con un tasso di accettazione delle domande più basso (30,2%) rispetto alla indennità per lavoratori domestici (61,9%), al bonus per i lavoratori stagionali (58,3%) e al bonus per i lavoratori flessibili (53,8%).
Il Rem è stato fruito prevalentemente da nuclei composti da adulti over 50, soprattutto single e mono-genitori con figli maggiorenni, con un reddito fino a 800 euro e bassi tassi di attività lavorativa. Si tratta di un profilo del tutto sovrapponibile a quello di coloro che percepiscono il Reddito di cittadinanza (32,5%) all'interno dello stesso campione intervistato: nuclei a reddito molto basso (49,7%), single (45,3%) e coppie senza figli (43,7%), prevalentemente anziani (42,2%). Questo dice che tra le due misure, rispetto alle caratteristiche dei beneficiari, vi sia sovrapposizione piuttosto che compensazione.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 17 ottobre 2020
Dpcm e Covid. Il contrasto alla diffusione del virus può avvenire attraverso due strategie: la prima è fondata su regole rigide e sanzioni a protezione delle prescrizioni; la seconda è invece diretta a costruire meccanismi di immedesimazione e responsabilità.
Afflitti da sindrome punitivista, da manie iper-regolatorie, da infantilismo di massa, opinionisti improvvisati ed esperti di vario tipo, a destra e manca, hanno mescolato, pericolosamente e confusamente, argomenti tra loro molto diversi - ma tendenzialmente monchi, superficiali e stereotipati - per contestare, contrastare, o addirittura ridicolizzare, alcune norme presenti nell'ultimo Dpcm del Presidente Giuseppe Conte dirette a contenere l'epidemia in corso. Mi riferisco specificatamente - ma anche paradigmaticamente - alla parte relativa a ciò che nel Dpcm si auspica non accada nei domicili privati.
Si tratta delle indicazioni governative che più hanno animato i salotti televisivi.
Nel Dpcm si legge testualmente: "Con riguardo alle abitazioni private, è fortemente raccomandato di evitare feste, nonché di evitare di ricevere persone non conviventi di numero non superiore a sei". E giù commenti, risa, ironia da parte degli ospiti fissi (vista la noiosa ripetitività delle loro presenze, più che fissi, sarebbe meglio dire fissati alle sedie) della melassa radio-televisiva.
Veniamo dunque alla norma tanto contestata e alla cultura punitiva di deresponsabilizzazione individuale e sociale sottesa. Il contrasto alla diffusione del virus può avvenire attraverso due strategie: la prima è fondata su regole rigide e sanzioni a protezione delle prescrizioni; la seconda è invece diretta a costruire meccanismi di immedesimazione e responsabilità.
La norma del Dpcm presa ad esame è in sintonia con la seconda strategia. Una società sana, empatica, nonché solidale tra generazioni, classi sociali, e condizioni personali (comprese quelle di salute) non si costruisce imponendo azioni o inerzie, ma favorendo la spontaneità dei comportamenti.
Si contesta che nella norma si scriva il numero di sei persone, che si usi il verbo raccomandare e che, infine, manchi una sanzione per renderla cogente. In primo luogo si ironizza sul numero prescelto, ossia perché sei, e non sette oppure cinque? E lì risate e finte domande: nel numero di sei dovrò contare anche gli zii, i nonni, i soli conviventi, i sub-affittuari etc etc? Il diritto, però, non può che essere un tantino manicheo. Un numero va messo per orientare chi dovrà attenersi a quella raccomandazione. In altro campo, ad esempio, la legge ha scelto che il diritto di voto spetti a diciotto anni compiuti. Chi mai direbbe che un ragazzo diventi politicamente maturo precisamente nel giorno del suo compleanno e non un giorno prima?
Il diritto in alcuni casi è costretto a scegliere affinché possa funzionare quale regolatore sociale. In secondo luogo viene contestato l'uso del verbo raccomandare in alternativa a verbi quali prescrivere o dovere. Il miglior diritto, però, è proprio quello che crea coscienza e non obbedienza. È quello che alimenta culture solidali. Il miglior diritto è quello soft. La Dichiarazione Universale dei diritti umani del 1948 è considerata una sorta di grundnorm pur avendo un valore esclusivamente politico e morale.
Infine si contesta nel testo la mancanza di una sanzione, che renderebbe la norma ineseguibile. Meno male che manca la sanzione. Se ci fosse stata avremmo trasformato la nostra democrazia in uno Stato di Polizia. Viviamo in una società dove la passione per le punizioni è ossessiva, dove vi sono decine di migliaia di norme penali inconoscibili e stracolme di minacce di carcere; dove si criminalizza finanche chi decide di salire su una nave per salvare vite umane. Ben venga, dunque, una singola norma, che non si affida al mito della punizione per costruire un a società più coesa. La missione dei giuristi deve essere quella di non assecondare le pulsioni aggressive e populiste.
È questo quel senso di fraternità di cui parla papa Francesco nella sua ultima Enciclica, e che ci può aiutare a riconsiderare benevolmente l'assunto kelseniano secondo cui una norma può definirsi giuridica soltanto se munita di sanzione. La solidarietà ha bisogno di empatia e non si impone con il carcere e le punizioni. Specularmente è demagogica e stereotipata, tutta quella legislazione (anche molto recente, si pensi alle norme che prevedono anni di detenzione per chi traffica cellulari nelle carceri) che devolve fideisticamente al diritto penale e alle prigioni l'obiettivo di una società migliore.
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