di Errico Novi
Il Dubbio, 17 ottobre 2020
Una relazione diretta fra il pensiero cristiano "profondissimo" di Carlo Maria Martini, non solo "teologico" ma anche "civile", non "pragmatico" ma così radicato "nell'esperienza", e le "sentenze particolarmente audaci" della Corte costituzionale sulla pena. La traccia Marta Cartabia, presidente emerita della Consulta, nella sua monumentale lettura su "Riconoscimento e riconciliazione" di ieri mattina all'università Milano Bicocca.
di Alessandro Parrotta*
Il Dubbio, 17 ottobre 2020
Nella sentenza della terza sezione penale della Suprema corte si legge che la consulenza dell'Ufficio di Procura è "assistita da una sostanziale priorità" rispetto alla consulenza della difesa, "anche se costituisce il prodotto di un'indagine di parte".
L'affermazione della Cassazione ha immediatamente spinto la mente dei giuristi a recuperare il testo della legge costituzionale 23 novembre 1999, numero 2, relativa all'inserimento dei principi del giusto processo nell'articolo 111 della Costituzione, e con questa i lavori preparatori in seno a quella che fu la Tredicesima Legislatura.
di Nello Trocchia
Il Domani, 17 ottobre 2020
Il sottosegretario alla Giustizia Ferraresi trasforma la spedizione del 6 aprile in un'azione legittima. Ma la ricostruzione ufficiale contraddice le testimonianze e le riprese video. Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, non rilascia dichiarazioni alla stampa sulle violenze in carcere, ma il governo ha dovuto rispondere alla Camera sui pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, avvenuti il 6 aprile scorso.
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 17 ottobre 2020
L'attacco del Garante dei detenuti Fanfani: "Condizioni oltre ogni immaginazione". Il neo Garante regionale dei detenuti Giuseppe Fanfani ieri ha visitato il carcere di Sollicciano e il suo giudizio è stato impietoso: "Un pollaio è più decoroso. Sollicciano è un postribolo".
Parole dure, certo non usuali per un rappresentante istituzionale quale Fanfani, ma che l'ex componente del Consiglio Superiore della magistratura ha scelto dopo aver toccato con mano la situazione. "La struttura fa letteralmente acqua da tutte le parti – spiega. Le infiltrazioni sono tante e tali che per tentare di arginarle sono addirittura stati piazzati secchi sulle scale, mentre è usata una copertura di nylon a protezione di parti di vetrocemento esplose, e molte strutture e pareti sono infiltrate di acqua.
La situazione è incompatibile con una società che si vuole definire civile". Poi il richiamo al ministro della giustizia: "Esorto il ministro a non parlare di tre metri quadri a detenuto, ma a venire a vedere in che condizioni versa questo carcere e spieghi anche ai bambini detenuti con le madri, che ho incontrato, come sia possibile e ammissibile che la prima esperienza di vita possa essere all'interno di un carcere deprimente".
Secondo Fanfani, "le condizioni del carcere superano ogni immaginazione possibile". Così parla di una "esperienza traumatica" soprattutto nell'incontro con due bambini molto piccoli "Unico loro conforto sono i numerosi volontari che tentano di assisterli nel migliore dei modi pur in una situazione tanto drammatica". Poi l'annuncio di una nuova visita: "Tornerò e chiederò il permesso di scattare delle foto. Forse anche il direttore del Dap, che invito a venire, riuscirà a commuoversi".
di Angela Stella
Il Riformista, 17 ottobre 2020
Ieri alla Camera la risposta all'interpellanza di Riccardo Magi (+Europa). Il sottosegretario Ferraresi: "A oggi nessuna iniziativa disciplinare, il Dap aspetta il fascicolo dalla procura". Gli agenti coinvolti restano al proprio posto. Finalmente nella seduta di ieri mattina della Camera è arrivata la prima parziale risposta ufficiale del Governo sugli episodi di inaudita violenza che si sono verificati lo scorso 6 aprile nel carcere Francesco Uccella di Santa Maria Capua Vetere.
Il sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi del Movimento Cinque Stelle ha risposto infatti ad una interpellanza urgente presentata lo scorso 12 ottobre da Riccardo Magi (Radicali Italiani, +Europa). L'onorevole Magi ha interrogato il Ministro Bonadefe per sapere se fosse informato, insieme al Dap, della perquisizione che si è svolta quel giorno nel carcere campano e se siano in corso indagini interne.
Secondo quanto riportato, infatti, da alcuni articoli del Domani e del Riformista, si sarebbero consumati, scrive Magi, "episodi di inaudita violenza; calci, pugni, manganellate e abusi di ogni tipo, perfino su un detenuto disabile; le testimonianze e le denunce dei detenuti sarebbero ora confermate dai video agli atti dell'inchiesta, che mostrerebbero immagini di reclusi inginocchiati, trascinati e picchiati da più poliziotti contemporaneamente; la "spedizione punitiva" seguiva le proteste per la gestione dell'emergenza Covid-19 scoppiate all'inizio di marzo 2020, contestualmente in numerosi istituti penitenziari in tutta Italia, e il 5 aprile 2020, alla notizia del primo detenuto positivo nel carcere campano, ha coinvolto circa 150 detenuti; il 6 aprile 2020 i detenuti ottengono un colloquio con il magistrato di sorveglianza Marco Puglia; il pomeriggio stesso, arriva un contingente di 300 agenti penitenziari provenienti dall'esterno per una "perquisizione straordinaria" che darà luogo agli episodi di violenza riportati sopra; molti degli agenti avevano il volto coperto dal casco, da foulard o mascherine, rendendone difficile l'identificazione dai video".
L'onorevole Ferraresi ha fornito una ricostruzione ovviamente parziale dei fatti, in quanto c'è in corso una inchiesta penale aperta dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere. Diversi sono gli aspetti a nostro avviso di rilievo della risposta di Ferraresi: il primo riguarda una possibile mancanza di interlocuzione tra il Ministero e la Procura, perché il sottosegretario scrive: "Con nota dell'8 luglio, la componente direzione generale del personale e delle risorse del Dap ha chiesto alla direzione dell'istituto di acquisire presso la competente A.G. copia integrale degli avvisi di garanzia a carico del personale di polizia penitenziaria coinvolto, al fine di conoscere le contestazioni.
In assenza di riscontro, con nota del 28 settembre 2020, la competente direzione generale del personale e delle risorse ha chiesto direttamente alla Procura della Repubblica copia integrale degli avvisi di garanzia, evidenziando che la richiesta costituisce elemento indispensabile ai fini di ogni determinazione da parte di questa amministrazione. Anche per tale ragione, allo stato, non risulta intrapresa alcuna iniziativa sia di natura cautelare sia disciplinare a carico del personale coinvolto". Quindi dobbiamo aspettare la Procura affinché il Ministero e il Dap possano intraprendere un'azione ispettiva?
Intanto da quello che abbiamo appreso, gli agenti coinvolti restano al loro posto. Sempre nella risposta c'è scritto che "unitamente al Capo Dipartimento anche il Ministro ha avuto cura di telefonare ad altri operatori del Corpo rimasti feriti". Non ci risultano però messaggi di solidarietà o di vicinanza ai detenuti feriti. L'altro punto degno di attenzione è che Ferraresi scrive che il giorno seguente al 5 aprile, quando cioè "i detenuti allocati presso il reparto Nilo inscenavano una violenta manifestazione di protesta" dopo aver saputo dei contagi nel padiglione Tamigi, il 6 aprile, a "protesta rientrata" nella tarda serata del 5, "è stata disposta l'esecuzione di una perquisizione straordinaria all'interno del reparto Nilo. Si è trattato di una doverosa azione di ripristino della legalità e agibilità dell'intero reparto, alla quale ha concorso, oltre che il personale dell'istituto, anche un'aliquota di personale del gruppo di supporto agli interventi".
E allora sorgono altre due domande: perché nella ricostruzione ministeriale non viene citato il colloquio avuto la mattina del 6 aprile tra i detenuti e il magistrato di sorveglianza Puglia che, da quanto sappiamo, ha girato senza essere scortato, quindi in una situazione possiamo pensare di tranquillità? E poi, se la manifestazione di protesta era rientrata progressivamente nella tarda serata del 5, qual è il senso di una perquisizione con centinaia di agenti anche esterni? Raccontata così la vicenda, si rafforzano i dubbi che il 'ripristino della legalità' si sia davvero trasformato in una spedizione punitiva. Ma questo ce lo dirà l'eventuale processo.
di Rossella Avella
interris.it, 17 ottobre 2020
Un mondo di dolcezze arriva dal carcere di Siracusa. Un progetto che favorisce il reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti. Chiara Pota presenta ad Interris.it la cooperativa dell'Arcolaio. La detenzione è una fase della vita per chi commette delitti e contravvenzioni.
La durata del periodo di detenzione cambia a seconda del delitto commesso, ma ad ogni modo il carcere rimane un luogo dal quale ripartire. Dietro le sbarre si nasconde un mondo che ti prepara a riaffrontare la società, un mondo fatto di persone che aiutano i detenuti a reinserirsi nel tessuto sociale attraverso vari progetti.
Tra questi c'è l'Arcolaio, una Cooperativa sociale fondata nel 2003 per favorire l'inserimento lavorativo dei detenuti attraverso la gestione di un'attività produttiva all'interno del carcere di Siracusa di cui cura e avvia lo sviluppo commerciale. "Inizialmente la cooperativa produceva pane biologico, ma ha incontrato parecchie difficoltà commerciali così questa scelta fu abbandonata privilegiando la realizzazione biologica, senza glutine e solidale di paste di mandorla e di altri dolci tipici della tradizione siciliana" racconta Chiara Pota, responsabile della comunicazione della Cooperativa.
"La cooperativa nasce con l'obiettivo di offrire percorsi di inserimento socio-lavorativo ai detenuti della Casa Circondariale di Siracusa, dove già esisteva un grande spazio adibito a laboratorio per la produzione di pane biologico. Dopo aver preso in gestione il panificio, ben presto la Cooperativa decise di convertire il laboratorio in biscottificio senza glutine, puntando all'utilizzo di materie prime del territorio e del commercio equo-solidale per la produzione di dolciumi tipici della tradizione siciliana. Nascono così le nostre Dolci Evasioni. Il nostro nome si ispira all'insegnamento di Gandhi, che fece dell'arcolaio un simbolo di libertà, invitando alla riscoperta dei mestieri tradizionali e all'utilizzo coerente delle ricchezze della propria terra".
La valorizzazione della diversità - "Sin dall'inizio uno dei tratti distintivi dei nostri prodotti è stato l'impiego di materia prima biologica, proveniente da reti collaborative di piccoli agricoltori locali e dal commercio equo e solidale (lo zucchero di canna, ad esempio), come segnale della dimensione planetaria della solidarietà.
Ci impegniamo a prediligere ingredienti che provengono da filiere controllate che salvaguardano gli equilibri dell'ambiente e tutelano i diritti dei lavoratori. Il rispetto per la terra passa anche attraverso la valorizzazione della diversità naturale e culturale del territorio, che ci porta a prediligere la mandorla. Crediamo che le esperienze di economia sociale rappresentino un fattore evolutivo per riequilibrare i meccanismi del mercato e miriamo a sensibilizzare il pubblico verso il consumo critico e consapevole. In questo modo continuiamo a dare il nostro contributo all'evoluzione del sistema penitenziario verso una vera funzione rieducativa e decliniamo quotidianamente lo spirito di accoglienza in concreti progetti di inserimento lavorativo.
L'idea di sociale - "Il nostro concetto di "sociale" va oltre i detenuti e il carcere, abbraccia la comunità intesa come abitanti del nostro pianeta, e il pianeta stesso. Le nostre Dolci Evasioni sono il frutto di un modello di sostenibilità che rispetta e valorizza la nostra terra, le tradizioni e la crescita delle persone. Questi valori si traducono in tutti i passaggi del nostro operato, dalla selezione di fornitori "etici" allo studio del nuovo packaging, dai rapporti con i dipendenti alla relazione con la comunità locale".
Cosa rappresenta Dolci Evasioni nel mondo del Made in Italy? Quali sono i vostri progetti odierni e quelli futuri?
"I nostri prodotti valorizzano l'artigianalità, la qualità e le tradizioni e rappresentano un esempio di eccellenza produttiva italiana. Ma si distinguono per i valori di solidarietà di cui sono ambasciatori. Come tutti i prodotti frutto di imprese sociali, il business non è speculativo, non mira al profitto di pochi, ma al benessere di molti".
Cosa significa aderire a questo progetto?
"Dare un'opportunità a chi non ce l'ha, per le tante storture del nostro sistema. Restituire dignità a chi si sente messo in un angolo. Costruire percorsi di inserimento, di riscatto, di rivincita. Contribuire alla costruzione di un nuovo sistema di welfare, alternativo, più sostenibile e inclusivo rispetto al modello di sviluppo che, nonostante i tanti proclami e le debolezze messe in evidenza dagli ultimi accadimenti, continua a imperare".
Quanto è importante essere inseriti in questa realtà per i detenuti?
"I detenuti acquisiscono una professionalità e ritrovano la piena dignità di lavoratori, nel rispetto del contratto nazionale di lavoro delle cooperative sociali. Oltre a consentire loro di avere uno stipendio con il quale potersi pagare le spese legate alla detenzione, questo permette loro di sperimentarsi come "lavoratore". Per loro nella fase iniziale dell'assunzione la difficoltà maggiore è quella di distinguere il luogo di lavoro dal carcere, ciò perché il biscottificio è interno al carcere.
Quando arrivano in cooperativa vengono trattati da lavoratori (svantaggiati e con problematiche su cui lavorare, ma da lavoratori) e non da detenuti/operai. Per noi non sono il "loro reato" ma delle persone a cui dare una possibilità di riscatto e ciò per loro è molto importante e li aiuta a riappropriarsi della loro dignità e lavorare sulla loro autostima e le loro risorse. Tutto questo si traduce in una drastica riduzione del rischio che il detenuto, una volta fuori dal carcere, ritorni a delinquere, come dimostrato da diversi studi in Italia".
Storie o aneddoti particolari che si possono raccontare?
"Una storia di successo che ci piace sempre raccontare è quella di Max, il nostro uomo "copertina". Entrato in cooperativa come dipendente presso il biscottificio anni fa, ha trovato nel lavoro e nel rapporto con la cooperativa una vera chiave di volta nella sua vita. E pensare, come racconta lui, che quando iniziò a lavorare nel laboratorio non sapesse nemmeno cosa fosse il latte di mandorla, chiedendosi quale animale potesse produrre tale bevanda! Di strada ne ha fatta tanta. E L'Arcolaio è diventata la sua "famiglia", come dice sempre. Nel progetto ha creduto così tanto da diventare socio lavoratore. Una volta passato in regime di semi-libertà, quasi due anni fa, è stato possibile offrirgli un incarico fuori dal carcere, ed essere inserito nel nostro progetto di agricoltura sociale Frutti degli Iblei. Ora Max è responsabile del laboratorio di essiccazione annesso al progetto e non perde occasione di testimoniare, con le parole e con il suo operato, l'importanza del percorso che gli è stato offerto dalla nostra cooperativa".
Il Giorno, 17 ottobre 2020
"Sul parco di Rogoredo scelta sbagliata". "Abbiamo appreso della volontà di attivare un progetto di manutenzione di un'area del parco di Rogoredo, dai prossimi giorni in concessione al Comune di Milano, da realizzarsi attraverso un programma di lavori di pubblica utilità svolto da detenuti della Casa di Reclusione di Milano Opera. Riteniamo questa scelta profondamente sbagliata", a dirlo in una nota è la Cgil di Milano.
"Il lavoro è principio fondante la nostra società, architrave della Costituzione che lo tutela in tutte le sue forme. Il lavoro dei detenuti è strumento fondamentale per dare piena attuazione ai dettami costituzionali e dell'ordinamento penitenziario sulla funziona rieducativa della pena. Lo è però nel momento in cui il lavoro è riconosciuto, è tutelato ed è retribuito dignitosamente.
Crediamo che il lavoro di pubblica utilità non si muova in questa direzione. Al contrario lo riteniamo essere figlio di una visione e di un pensiero che deve essere superato e che vede nel lavoro penitenziario un carattere espiatorio e risarcitorio. Produce inoltre l'enorme rischio che sostituisca il lavoro che molte volte viene realizzato dalle cooperative sociali, soggetti che svolgono un ruolo fondamentale nell'inserimento lavorativo delle persone ristrette.
Una "guerra" tra soggetti fragili che non è oggettivamente tollerabile. Se quindi è assolutamente positiva l'idea di coinvolgere lavoratori detenuti nella manutenzione e della pulizia di un luogo di tutti, come un parco, siamo altrettanto convinti che questo non possa che passare da un pieno rispetto dei diritti del lavoro. Da Milano pensiamo debba partire un messaggio chiaro.
Un messaggio che dica a tutto il Paese che sul lavoro penitenziario è necessario investire, che è fondamentale garantire percorsi di orientamento al lavoro e di formazione a tutti i detenuti, che bisogna dare piena attuazione alla legge Smuraglia, che serve un grande lavoro culturale, che racconti di come i percorsi lavorativi che garantiscono dignità, diritti e autonomia sono un valore per la persona detenuta e hanno un valore per tutta la collettività", conclude la Cgil.
di Giuliano Ferrara
Il Foglio, 17 ottobre 2020
Questa è la lettera che Giuliano Ferrara ha inviato a Luigi Manconi e Federica Graziani, autori di "Per il tuo bene ti mozzerò la testa. Contro il giustizialismo morale" (Einaudi), e agli organizzatori della presentazione del libro che si è svolta ieri al Maxxi di Roma.
Cari amici, per paura dell'influenza me ne sto a casa. Ne chiedo scusa a Luigi Manconi, Federica Graziani, al carissimo Mattia Feltri, all'editore e al pubblico. Su richiesta cortese, invio note sparse e brevi di consenso e di dissenso, senza mascherina.
Era ora che qualcun altro, di buona cultura e di buon mestiere, attaccasse Marco Travaglio e il populismo penale. Io con pochi altri mi ero stufato, ci eravamo stufati. Il problema di Travaglio è che vede il mondo come un borghese dell'Ottocento, della razza ripudiata con orrore da Flaubert, di qui Javert, certo, grati alla maschera di Hugo, ma potevate scegliere il farmacista Homais. Per Travaglio i buoni sono buoni e i cattivi cattivi, gli onesti onesti e i disonesti disonesti.
Il suo vasto programma positivista è sradicare la corruzione, è lui il vaccino. Ma sappiamo tutti che un mondo senza corruzione e senza imbrogli sarebbe sommamente noioso, privo di carattere, un mondo abbrutito da una patina di perbenismo funesta, un paesaggio senza letteratura, senza passioni, senza sane pratiche di reato, insomma censura pura e legge e ordine libidinali.
Infatti anche Travaglio è un imbroglione, come mostra il saggio a lui dedicato alle voci Massimo Ciancimino o Antonio Ingroia o altre. Ma qui emerge una contraddizione di cui non sono sicuro gli Autori siano del tutto consapevoli. Il suo imbroglio vale né più né meno dei nostri, la sua capacità di manipolazione è particolarmente urtante, perché mette capo alla ripetitività e alla noia, ma non particolarmente colpevole. In quanto corsivista, poi, Travaglio sa essere brillante, e vi ricordo che anche Pietro Nenni era un famoso storpiatore di nomi degli avversari, per di più fingeva di non ricordarli, con estremo godimento. Tutti giocano, perché lui no?
Quelli che non giocano, gli spettatori e guardoni del suo e del nostro gioco, sono i potentati che hanno costruito il fenomeno: la Rizzoli, il mio caro e cinico amico Paolo Mieli, la televisione del presidente del Torino calcio, derrate di imbonitori, commentatori, intervistatori, emuli, epigoni e compagni di strada del populismo penale di Marco Travaglio. Travaglio adora le manette e il carcere, si augura che nel carcere si viva e si muoia, addirittura, in nome della certezza della pena.
Il libro nota come gli siano sconosciuti equilibrio, prudenza, aderenza alle regole, e misericordia. Buona parte dell'establishment italiano ha sfiorato il carcere o assaggiato le manette, si capisce che avesse bisogno di uno del mestiere per evitare ulteriori offese. La gente poi tiene alla reputazione, alla cosiddetta "mia persona" spesso evocata nei comunicati, e in questo somiglia all'opposto simmetrico del potenziale censore: lui sputtana, loro fanno la parte delle sgualdrine timorate. Bisognava sgravare partiti, politica, eletti del peso di coscienza dell'onestà, spiegare che i ladri della Repubblica la Repubblica l'hanno fatta, come accennò a suggerire Craxi nel momento della disperazione, invece è stata una corsa a dissociarsi dalla casta, tutti bravi farmacisti e notai quando è noto che in politica e nelle relazioni sociali servono come il pane anche i farabutti. Così alla fine Travaglio è venuto utile.
Ho i titoli di garantista per via della mia praticaccia giornalistica. Vedo però nell'ipergarantismo, sopra tutto di questi tempi, una chiacchiera politicamente correttissima, come direbbe Luigi, che non mi assomiglia e non frequento di mio.
Il Resto del Carlino, 17 ottobre 2020
È ripartito dal carcere di Montacuto di Ancona il tour del Garante regionale dei diritti Andrea Nobili per verificare la piena attuazione delle disposizioni previste per fronteggiare l'emergenza Coronavirus.
"Ad oggi - sottolinea in una nota Nobili - non si registrano criticità in questa direzione, ma l'attenzione deve restare alta per garantire la massima sicurezza dal punto di vista sanitario anche alla luce di un trend generale caratterizzato da un aumento significativo dei casi.
Vanno attentamente monitorati i nuovi ingressi e tutte le relazioni che presuppongono un intervento esterno. Dobbiamo avere una fotografia precisa della situazione e attivare tutte le azioni possibili sul fronte della prevenzione". Dopo Montacuto il nuovo ciclo di visite negli istituti penitenziari marchigiani del Garante, proseguirà nella casa circondariale di Villa Fastiggi di Pesaro. Nel nuovo percorso di monitoraggio Nobili affronterà anche altre criticità prevedendo colloqui con i responsabili dei diversi settori. In agenda anche quelli con i rappresentanti della Polizia penitenziaria. "La carenza cronica degli organici- conclude Nobili - è resa ancor più problematica in situazioni di sovraffollamento come nel caso di Montacuto".
di Lucia Landoni
La Repubblica, 17 ottobre 2020
Don Riboldi: "Così si dà lavoro a cento detenuti". L'iniziativa parte dal cappellano della casa circondariale di Busto Arsizio. "Non si tratta di fare la carità, ma di offrire a queste persone l'opportunità di riscattarsi grazie al proprio lavoro".
La birra è prodotta dai detenuti di Bollate, San Vittore e Opera e la pasta arriva dall'Ucciardone di Palermo, mentre i dolci sono della Banda Biscotti del carcere di Verbania o della pasticceria Giotto del carcere di Padova. Ma ci sono anche i vini della cooperativa Il Gabbiano del carcere di Sondrio e il caffè delle detenute di Pozzuoli. Sono alcuni dei prodotti che andranno a comporre i cesti natalizi realizzati dalla cooperativa La Valle di Ezechiele, fondata da don David Maria Riboldi, cappellano della casa circondariale di Busto Arsizio in provincia di Varese.
"Molte persone sono restie ad aiutare i detenuti perché ritengono che chi ha sbagliato debba pagare, senza accampare pretese. Proprio per questo abbiamo deciso di ribaltare la prospettiva - spiega il sacerdote - Qui non si tratta di fare la carità, ma di offrire a queste persone l'opportunità di riscattarsi grazie al proprio lavoro". I prodotti confluiranno a Busto Arsizio dalle carceri di tutta Italia e i volontari de La Valle di Ezechiele si occuperanno dell'assemblaggio dei cesti.
Don David ha calcolato che acquistandone uno - si può scegliere tra l'opzione da 25, 50 o 75 euro - si dà lavoro a cento detenuti: "Sul catalogo dei cesti abbiamo scritto accanto a ogni prodotto il nome della cooperativa carceraria che li produce e il numero di persone che impiega - continua il cappellano - In Italia la recidiva è di circa il 70 per cento, il che significa che su 10 persone che escono dal carcere, sette vi rientrano. Se però si danno loro opportunità di lavoro, come succede per esempio a Bollate, si scende al 20 per cento".
L'invito ad acquistare i cesti è rivolto ai privati cittadini, ma anche alle aziende: "Mi rivolgo agli imprenditori, che sanno cosa vuol dire dare lavoro - conclude don David - Noi non vogliamo la carità, ma abbiamo bisogno di persone che credano, come noi e con noi, nel lavoro come strumento di resurrezione di persone arrivate al capolinea della galera". I cesti sono prenotabili entro il 30 ottobre scrivendo a
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