cinquecolonne.it, 16 ottobre 2020
"Corto Dorico" continua a varcare le mura dei luoghi di reclusione, portando l'arte del cinema tra i detenuti. Quest'anno il progetto Oltre le Mura vedrà coinvolti tutti gli istituti penitenziari delle Marche, in un viaggio che ancora una volta scandirà un momento di riflessione sulla libertà espressiva del cinema con la proiezione, in anteprima, dei corti finalisti. Il progetto, che vede il patrocinio del Garante dei Diritti della Persona - Regione Marche, culminerà nella consegna del Premio Ristretti Oltre le mura assegnato dai detenuti che avranno il compito di premiare il miglior cortometraggio.
Le proiezioni inizieranno presso la Casa Circondariale Villa Fastiggi di Pesaro e alle 14.00 presso la Casa di Reclusione di Fossombrone alla presenza del co-direttore artistico del festival, il regista Daniele Ciprì, e del Garante dei Diritti della Persona, Andrea Nobili.
Nuovo appuntamento presso la Casa di Reclusione Barcaglione e alle 14.00 presso la Casa Circondariale Montacuto entrambe ad Ancona. Venerdì 6 dicembre alle 10.30 ultima tappa presso la Casa di Reclusione di Fermo e alle 14.00 presso la Casa Circondariale di Ascoli Piceno.
Venerdì 6 dicembre alle 17.00 "Oltre le Mura" terminerà i suoi appuntamenti con la proiezione del film di Fabio Cavalli "Viaggio in Italia: la Corte Costituzionale nelle Carceri" presso l'Auditorium della Mole Vanvitelliana di Ancona. Ne discuteranno il regista Fabio Cavalli, fondatore del Teatro Libero di Rebibbia, il Garante regionale dei diritti alla persona - Regione Marche Andrea Nobili, alla presenza dei direttori artistici di Corto Dorico Daniele Ciprì e Luca Caprara.
Nel film di Cavalli, sette giudici della Corte Costituzionale incontrano i detenuti di sette Istituti penitenziari italiani: Rebibbia a Roma, San Vittore a Milano, il carcere minorile di Nisida a Napoli, Sollicciano a Firenze, Marassi a Genova, le Case Circondariali di Terni e di Lecce sezione femminile. Ad accompagnarli, l'agente di Polizia penitenziaria Sandro Pepe. Per la prima volta dalla sua nascita, nel 1956, la Corte costituzionale decide di entrare in Carcere.
Il film è il racconto dell'incontro tra due umanità, entrambe "chiuse" dietro un muro e apparentemente agli antipodi: da un lato la legalità costituzionale, dall'altro lato l'illegalità, ma anche la marginalità sociale. Attraverso la fisicità, l'ascolto, il dialogo, il viaggio diventa occasione di uno scambio reciproco di conoscenze, esperienze e talvolta di emozioni. Ma è anche la metafora di un linguaggio che non conosce muri, e che anzi li attraversa, perché è il linguaggio della Costituzione, soprattutto di chi è più vulnerabile. "Corto Dorico", diretto da Daniele Ciprì e Luca Caprara, alla sua XVI edizione si svolgerà ad Ancona dal 30 novembre all'8 dicembre. Il Festival è co-organizzato dall'associazione Nie Wiem e dal Comune di Ancona.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 16 ottobre 2020
Nella prigione campana avrebbero agito circa 300 agenti in una spedizione punitiva puntualmente programmata e realizzata. Tutto il contrario di una reazione occasionale. Emerge, piuttosto, un disegno che non può non aver coinvolto i livelli superiori dell'amministrazione.
La scena ha una sua cupa classicità e richiama gesti ritmi sequenze di una procedura di sopraffazione che si ripete uguale nel tempo: uomini dal volto coperto si dispongono su due file, così da formare un corridoio lungo il quale sono obbligati a passare altri uomini inermi, sottoposti a ogni genere di percosse a mani nude, con i manganelli e con armi improprie. Molti vengono denudati, fatti inginocchiare, forzati a posizioni umilianti.
Ma il catalogo delle torture è vasto: prigionieri costretti a percorrere sulle ginocchia lunghi tratti, sevizie e sadismo. Tutto ciò nel carcere "Francesco Uccella" di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020. Vari esposti presentati da familiari, dal Garante regionale dei detenuti e dall'Associazione Antigone, denunciano i fatti; e così, 1'11 giugno, vengono effettuate perquisizioni a carico di 57 poliziotti penitenziari.
Nel frattempo, i media locali e, in particolare, Luigi Romano sul sito di Napoli Monitor, ricostruiscono la vicenda, le sue premesse (il panico tra i detenuti per il virus) e le sue conseguenze (la protesta e la repressione). Poi, nei giorni scorsi, un'inchiesta di Nello Trocchia sul quotidiano Domani. Ribadito che la presunzione di innocenza vale, eccome, per gli appartenenti alle forze di polizia, quanto finora appreso è davvero inquietante.
Tanto più se si considera che in appena 18 mesi sono emersi episodi di violenze a danno di reclusi, oltre che a S. M. Capua Vetere, negli istituti di San Gimignano, Monza, Torino, Palermo, Milano Opera, Melfi, Pavia e Viterbo; e almeno nei primi quattro l'ipotesi di reato è la tortura. Insomma, che cosa sta succedendo nelle carceri italiane?
Una sequenza di vicende efferate, che sembrano tracciare una mappa e diagnosticare un'ordinaria patologia della violenza istituzionale. Basti ricordare gli abusi nel carcere di Monza e quanto hanno rivelato le indagini della Procura di Torino nei confronti di 21 agenti della penitenziaria, del Comandante e del Direttore dell'istituto di quella città.
Ma ciò che è accaduto a S. M. Capua Vetere è altra cosa. Se le circostanze venissero confermate, lì è avvenuto qualcosa di simile a un atto di rappresaglia preordinato e condotto come un'operazione militare. Nel carcere campano avrebbero operato circa 300 agenti in una spedizione punitiva puntualmente programmata e realizzata. Tutto il contrario, cioè, di una reazione occasionale da parte di poliziotti esasperati e frustrati.
Emerge, piuttosto, un disegno che non può non aver coinvolto i livelli superiori dell'amministrazione, a partire dal Provveditorato regionale, responsabile di tutti gli istituti della Campania. E sembra che, lo stesso Provveditore, abbia lasciato intendere come, dell'operazione, fossero stati avvertiti i vertici centrali del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap). Viene in mente quanto accadde vent'anni fa nel vecchio carcere di Sassari: stessa tecnica, analoga modalità di azione, altrettante vittime.
Il relativo processo vide un esiguo numero di condanne e, tra esse, quella a carico del Provveditore regionale della Sardegna. E anche allora ci si chiese se non vi fossero responsabilità ancora più alte all'interno degli uffici centrali dell'amministrazione. Da qualche mese il Dap è retto da un nuovo gruppo dirigente, che si presenta come ispirato dai valori del rigore e della serietà. C'è da augurarsi che tali benemerite virtù non assumano solo la fisionomia della faccia feroce del controllo e della repressione, ma anche quella mite e sollecita di chi tutela i diritti dei cittadini, che tali restano pur se privati della libertà.
Infine, il Capo della Polizia Franco Gabrielli e il Comandante generale dei Carabinieri Giovanni Nistri hanno trovato - di fronte a vicende altrettanto scandalose - opportune parole di critica e di autocritica. Nel caso che i fatti di S. M. Capua Vetere venissero confermati, ascolteremo parole altrettanto nette magari prima della sentenza della Cassazione - da parte dei magistrati che guidano il Dap? E il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, intende dire qualcosa, almeno sul piano politico, o pensa, anch'egli, di attendere la sentenza definitiva e, nel frattempo, continuare a tacere?
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 16 ottobre 2020
Si è chiuso con cinque condanne per omicidio colposo il processo per la morte in carcere di Alfredo Liotta. Antigone, con il nostro avvocato Simona Filippi, si era costituita parte civile nel procedimento. Il processo è durato otto lunghi anni. Era infatti il 9 marzo del 2013 quando la sorella dell'uomo deceduto il 26 luglio dell'anno precedente nel letto della sua cella nel carcere Cavadonna di Siracusa scriveva ad Antigone: "Chiedo un vostro intervento nella difesa del caso di Alfredo Liotta il quale è stato lasciato morire senza alcun soccorso. L'ultima volta che io l'ho visto è stato ad aprile 2012, era già molto deperito, pesava non più di 55 kg e poi da aprile a luglio c'è stato il decadimento psicofisico che lo ha portato alla morte".
Il quarantenne Alfredo Liotta soffriva di una forte depressione e di una grave forma di anoressia. Il 5 luglio 2012, pochi giorni prima della morte, l'avvocato aveva chiesto che il suo assistito potesse essere curato al di fuori del carcere. Era arrivato a pesare 40 chili.
Ma il perito della Corte d'Appello di Catania davanti alla quale Liotta era a processo, incaricato di visitarlo, pur trovandosi di fronte un uomo orami vicino al decesso, lo indica come un simulatore e parla del suo comportamento come di quello artefatto di chi sta recitando. La perizia da lui depositata il 13 luglio 2012, ovvero 13 giorni prima della morte di Liotta, impedisce a questi di accedere a cure esterne. Nessuno dei medici e degli psichiatri del carcere che Liotta ha attorno si fa carico di quel che tuttavia è evidente: l'uomo sta malissimo.
Il 6 giugno 2013, dopo tre mesi di lavoro, Antigone deposita un esposto alla Procura di Siracusa chiedendo che vengano individuati i responsabili della morte di Alfredo Liotta. Alla fine di novembre la Procura informa che dieci persone sono state iscritte nel registro degli indagati. Si tratta del direttore dell'istituto e di nove fra medici e psichiatri che avevano visitato l'uomo, tra i quali il direttore sanitario dell'istituto e il perito di cui sopra (risultato poi assolto: capiremo dalle motivazioni della sentenza in che modo il nesso causale tra il suo comportamento e la morte di Liotta è risultato non comprovato).
Nel giugno del 2014 viene depositata una consulenza tecnica collegiale che censura duramente il comportamento dei medici nei giorni immediatamente antecedenti la morte di Liotta. Vi si legge che l'uomo è deceduto nel suo letto per collasso cardiocircolatorio "dovuto a rettorragia da verosimile lesione emorroidaria che con alto grado di probabilità non avrebbe determinato l'exitus se non si fosse innestata nel contesto dello stato anoressico/cachettico legato ad una condizione psicopatologica depressiva grave".
Nel dicembre del 2016 il pubblico ministero ha chiesto l'emissione del decreto che dispone il giudizio per omicidio colposo nei confronti dei nove medici indagati. Viene stralciata la posizione del direttore del carcere. Alla conclusione dell'udienza preliminare nel maggio 2018, i medici vengono rinviati a giudizio. La prima udienza del dibattimento è fissata per il maggio successivo, a un anno di distanza. Comincia così l'ultima parte di quel lungo percorso che ha portato alla conclusione delle scorse ore: cinque medici condannati per omicidio colposo per aver lasciato che accadesse quel che invece poteva essere evitato.
Il dibattimento ha fatto emergere che i medici, poi condannati, non hanno fatto nulla per curare Liotta. Non gli hanno misurato la pressione, non lo hanno mai pesato e soprattutto non hanno mai neanche parlato con lui per convincerlo a nutrirsi o a farsi fare una flebo. Fino al giorno prima del decesso si sono limitati a prendere atto che l'uomo non si alimentava. Non si trattava di mettere in atto interventi complessi o valutare difficili patologie. Sarebbe probabilmente bastato poco - prima di tutto il dialogo - per salvare quella vita.
Alfredo Liotta poteva essere curato. Se fosse stato condotto per tempo in ospedale oggi sarebbe vivo. Ci sono voluti otto lunghi anni per un primo tassello di giustizia. In questo caso la responsabilità è di chi avrebbe dovuto curarlo, prenderlo in carico, e non lo ha fatto. Il ruolo del medico in carcere è essenziale. Nelle sue mani è la vita delle persone, ancor più che fuori dove vi è libertà di movimento e di scelta.
Sono tante le segnalazioni che arrivano ad Antigone sulla questione della salute. La salute in carcere è tutto e i medici non devono mai girare la testa dall'altra parte. Il diritto alla salute è un diritto universale che non può dipendere dalla condizione di persona libera o detenuta. Le vite in carcere non possono valere meno che fuori. Il sistema deve sapere e volere farsi carico di intercettare le patologie di ogni persona detenuta che lo necessiti. Il segnale arrivato da Siracusa lo ha detto con nettezza.
*Coordinatrice associazione Antigone
di Viviana Lanza
Il Riformista, 16 ottobre 2020
"Da diversi anni si parla di spazi di vivibilità e affettività, il che è indicativo del fatto che è tanto tempo che si individuano delle criticità ma non si riesce a trovare un rimedio e a pensare diversamente il sistema penitenziario".
Francesca Nasti lavora come psicologa nel carcere di Secondigliano. Le misure per arginare i contagi in questo periodo di pandemia hanno sacrificato ulteriormente la sfera degli affetti per chi è dietro le sbarre, vietando qualunque contatto durante i colloqui e aumentando le distanze. "Se ci atteniamo alla regolarità del tempo pre-Covid e a quello che sarà il futuro, i colloqui sono un momento di grande caos e di assoluta deprivazione di intimità".
A comprimere i diritti si aggiungono anche gli spazi. "Qui - spiega la dottoressa Nasti - si apre un'altra questione piuttosto drammatica perché non ci sono spazi a sufficienza, in carcere c'è una dimensione di ozio forzato che obbliga il detenuto a restare in cella per tanto tempo.
Una cella non è abitabile, non prevede distinzione degli ambienti per cui si mangia nello stesso spazio dove si dorme e talvolta anche dove si fanno i bisogni. Per chi ha invalidità la condizione è ancora più drammatica. Tutto questo - aggiunge - crea un vissuto profondo di mortificazione e frustrazione che non fa altro che alimentare il circuito della rabbia, dell'ingiustizia percepita, e ciò nonostante ci sia molto spesso il riconoscimento di aver commesso un errore di cui bisogna rispondere".
Carcere come luogo di sofferenza più che di recupero. "Per il modo in cui è organizzato e strutturato il carcere è un luogo di sofferenza che genera sofferenza per cui anche persone sane, quelle che non hanno sperimentato nella loro vita da liberi alcun disagio mentale, in carcere affrontano condizioni di ansia, depressione". È una grande falla del sistema. "Si è molto lontani da un sistema che assicuri un percorso rieducativo che dovrebbe essere anche di reintegro, di istruzione di possibilità alternative, di progetti fattivi sul territorio. Servirebbe un lavoro in rete, di collegamento, invece il carcere ha le sbarre e non solo simbolicamente. È praticamente disconnesso dal resto della società".
La distanza tra il mondo fuori e quello dentro andrebbe colmata. Ci sono proposte: maggiore sinergia tra i due mondi, dentro e fuori, meno la burocrazia, più relazioni, più investimenti per educatori, formatori e psicologi per guidare i detenuti, tutti, verso percorsi positivi di cambiamento.
Oggi ai corsi di istruzione e formazione accedono in pochi, questione di mezzi e risorse a disposizione: pochi come sempre. Ma a partire da una premessa, che è poi il pilastro su cui si dovrebbe reggere tutto: "Intanto bisognerebbe garantire i diritti minimi - sottolinea la psicologa Nasti - che stanno nel rispetto di uno spazio, di un luogo che consenta di espiare la pena non improntandola sulla deprivazione grave". Poi il secondo step: "Istruzione e formazione sono l'unica arma di emancipazione che abbiamo".
Dovrebbero diventare l'opportunità offerta in carcere per invertire la tendenza di una società che tende più facilmente a recludere che a includere, a considerare il lavoro più una concessione che un diritto. "Gli educatori, gli psicologi, gli agenti di polizia penitenziaria, tutta l'equipe che conosce le persone in carcere fa fatica a ragionare su progetti individualizzati perché le risorse sono scarsissime anche per lavorare in carcere. È una battaglia - dice Nasti - è difficile, si resta in attesa per tanto tempo e si lavora per poco tempo. Il lavoro sembra una concessione, specchio anche della società esterna che di fronte a delinquenza, emarginazione, disagio pensa che la soluzione sia nel marginalizzare piuttosto che integrare".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 16 ottobre 2020
Sei mesi in attesa di una risposta da parte del Dap. Sei mesi in attesa di una risposta che non arriva ma è destinata a incidere sulla sua vita in carcere, sulla sfera più umana e personale, su quel diritto all'affettività di cui tanto si parla nella teoria ma che poco viene applicato nella pratica. La storia di questa attesa arriva dal carcere di Secondigliano.
È la storia di un ergastolano siciliano a cui da aprile sono vietate le videochiamate a causa di una leggerezza commessa durante un collegamento, non da lui ma da suo fratello. E per un detenuto con la famiglia in Sicilia, recluso in una regione che come la Campania è tra quelle più penalizzate dall'emergenza sanitaria, senza la speranza di una scarcerazione perché condannato all'ergastolo, le telefonate con i familiari sono l'unico ponte con il mondo, con la vita fuori.
"Vi chiedo di ripristinare il mio diritto alle videochiamate", scrive in una lettera inviata al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e a cui si è aggiunta anche l'istanza del suo avvocato difensore e quella dell'associazione Yairaiha, la Onlus in difesa dei diritti dei detenuti che si sta interessando a questo caso.
Tutto ha avuto inizio ad aprile, quando l'emergenza Covid era nel pieno e i timori di tutti, compresi i detenuti, erano massimi. Nel carcere di Secondigliano, il 47enne siciliano era al telefono con il fratello in una di quelle videochiamate autorizzate durante la pandemia come misura alternativa ai colloqui che erano stati sospesi per ragioni di sicurezza e per ridurre i rischi di contagio. "Non ho alcuna cognizione di come funzionano questi apparecchi elettronici visto che sono recluso da 26 anni", scrive.
E nelle sue parole emerge tutta la distanza che c'è tra lo spazio e il tempo in carcere e lo spazio e il tempo fuori, tutta la differenza tra i due mondi. Il detenuto si è trovato a maneggiare un cellulare per la prima volta durante il lockdown. "Ai miei tempi si usavano i telefoni a gettoni", aggiunge. "Il giorno in questione l'agente di servizio mi attivò la videochiamata con mio fratello al quale esternai la mia preoccupazione per il fatto che questo maledetto virus mi teneva costantemente terrorizzato sia per l'età avanzata di mia madre sia per il fatto che io stesso sono cardiopatico e potrei morire in carcere. A quel punto - racconta il detenuto nella sua lettera al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria - mio fratello mi disse: stai sereno, ora ti faccio vedere mamma e nostra sorella. E un attimo dopo mi sono apparse sullo schermo del videotelefono".
Il regolamento, però, non lo prevedeva. "Ma io, non sapendo come funzionano questi videotelefoni, non avevo capito che mia sorella era con il suo videotelefono e mia madre con un altro telefono, ognuna a casa propria per via del lockdown". A ogni modo tanto è bastato per far scattare il divieto e negare il diritto alle videochiamate.
"Ma mio fratello ha agito in buona fede non conoscendo il regolamento penitenziario e non pensando di arrecarmi un danno - chiarisce il detenuto - Quando l'ispettrice posizionata davanti alla sala videochiamate mi chiese con chi stessi parlando io spontaneamente e con tutta tranquillità le mostrai il videotelefono, certo di non aver fatto nulla di male". La realtà, però, era diversa. "L'ispettrice mi rimproverò perché mio fratello aveva attivato la connessione con persone non autorizzate e mi sospese la videochiamata".
Il Dubbio, 16 ottobre 2020
Entra nel vivo il processo contro Daniele Cestra, accusato di aver strangolato due detenuti nel carcere di Frosinone. Una vicenda inquietante, un vero e proprio giallo dietro le sbarre. Cestra, 42enne, sta attualmente scontando in carcere 18 anni di reclusione per l'omicidio dell'82enne Anna Vastola, avvenuto a San Felice Circeo durante una rapina.
La vicenda risale a quattro anni fa quando la Procura, a seguito del secondo decesso avvenuto con le stesse modalità del precedente, cominciò ad indagare. Inizialmente il decesso del compagno di cella era stato archiviato come suicidio, ma qualcosa non quadrava per cui sono state richieste indagini più approfondite.
Il pm aveva disposto la riesumazione della prima salma. In quel periodo l'imputato - ricordiamo - era ristretto a Frosinone per espiare la condanna definitiva a 18 anni per l'omicidio commesso durante una rapina. Successivamente era stata disposta un'integrazione delle operazioni peritali per valutare se vi sia stata l'asfissia meccanica ipotizzata dalla procura o se si sia trattato di un suicidio. Per l'accusa per il delitto di Mari sarebbero stati utilizzati dei ' mezzi soffici' per ostruire le vie respiratorie della vittima. Oltre a ciò, si ipotizza l'utilizzo di corpi contundenti. Il medico legale ha riscontrato la frattura dell'osso ioide e la rottura del timpano.
L'altro detenuto invece, sarebbe stato immobilizzato (riscontrata la sub- lussazione di due vertebre) e successivamente impiccato. La vittima, con problemi di deambulazione, venne ritrovata impiccata in cella nell'agosto del 2016 proprio da Daniele Cestra che aveva ricevuto il compito di assisterlo nelle attività quotidiane. Una morte subito apparsa sospetta perché sul corpo dell'uomo, così come è stato notato dai primi soccorritori, vennero trovati diversi lividi.
Durante la fase dell'udienza preliminare la difesa aveva chiesto il rito abbreviato condizionato a una perizia psichiatrica e a una medico legale sulle vittime. Richiesta, alla quale si era opposto il pubblico ministero, che il Gup aveva respinto. A quel punto si è arrivati al rinvio a giudizio e all'apertura del processo davanti alla Corte d'assise, la quale ha sciolto la riserva ammettendo la partecipazione del ministero della Giustizia come responsabile civile. L'avvocatura dello Stato, infatti, ne aveva chiesto l'estromissione dalla causa.
La difesa di Daniele Cestra, rappresentata dagli avvocati Angelo Palmieri e Sinuhe Luccone, ha avanzato alla Corte due richieste: un'ispezione all'interno della casa circondariale per verificare lo stato dei luoghi e un esperimento giudiziale in modo da simulare l'evento e sciogliere ogni dubbio circa la possibilità che l'evento possa esser riconducibile alla mano di un uomo e, in questo caso, come sostiene l'accusa a quella dell'imputato. Sulle istanze, il presidente della Corte si è riservato all'esito di quanto emergerà dall'istruttoria. Istruttoria che si aprirà a novembre con l'escussione dei primi cinque testi del pubblico ministero.
Gazzetta di Modena, 16 ottobre 2020
Rivolta e morti in carcere: procedono le indagini dei pm Francesca Graziano e Lucia De Santis sui filoni di reati commessi durante l'insurrezione a Sant'Anna dell'8 marzo e per i decessi di nove carcerati. Proprio a proposito di uno di questi decessi, quello di Sasà Piscitelli (il detenuto tossicodipendente e attore teatrale morto il 10 marzo in circostanze da chiarire ad Ascoli dopo il trasferimento), la Procura ha dato mandato di ascoltare due giornaliste, Manuela D'Alessandro dell'agenzia stampa Agi e Lorenza Plauteri del blog giustiziami.it, che hanno ricevuto le lettere di due detenuti che sostengono di avere notizie di prima mano sulla sua morte.
Ad ascoltarle come persone informate sui fatti è stato il capo della Squadra Mobile della Questura, dottor Mario Paternoster. Sono state poste domande sulle circostanze che hanno portato alla consegna delle due lettere. È stato spiegato che sono state spedite da detenuti trasferiti anche loro da Modena subito dopo la rivolta. Due detenuti che hanno riferito di presunte violenze e pestaggi immotivati da parte della polizia penitenziaria contro elementi non facinorosi. E soprattutto sul trattamento riservato a Sasà Piscitelli.
Il detenuto-attore (secondo chi lo conosceva un vero talento del palcoscenico) era già in condizioni fisiche pessime al momento della presa in carico. Era probabilmente vicino alla overdose di metadone come tanti altri, dopo l'assalto all'infermeria.
Secondo i racconti dei due detenuti - due versioni indipendenti ma concordanti su quasi tutto, considerando che non possono averla discussa tra di loro al momento della scrittura - Piscitelli è stato portato fuori dal carcere di Modena senza la visita medica obbligatoria (un aspetto controverso che riguarderebbe anche numerosi altri detenuti).
Durante il trasferimento è stato picchiato. All'arrivo al carcere di Ascoli, è stato gettato in cella "come un sacco di patate", scrive un detenuto. Le sue condizioni erano critiche. Ed è morto poco dopo in ospedale. Racconti da verificare a fondo, come sta facendo la Procura. Scrive uno dei due detenuti alla giornalista: "Allora per la storia di Salvatore, lui era con me. Nel carcere di Modena abbiamo fatto il viaggio sullo stesso autobus. Lui stava malissimo, lo hanno anche picchiato sull'autobus. Quando siamo arrivati qua lui non riusciva a camminare, pero lui non è morto durante il trasporto".
Entrambe le giornaliste non hanno voluto fornire l'identità dei due autori delle lettere. Il motivo è che non volevano esporli a ritorsioni. In attesa di conoscere l'autopsia da Ascoli sul corpo di Piscitelli, l'indagine prosegue con l'ipotesi di omicidio colposo.
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 16 ottobre 2020
Il caso dei cambi continui al vertice del carcere. Bonafede: presto l'iter per la nomina. Su Sollicciano Firenze chiama Roma. Dopo l'addio dell'ultimo direttore Fabio Prestopino - quinto avvicendamento alla guida del carcere in cinque anni - si chiede maggior stabilità per un penitenziario che presenta problemi strutturali irrisolti ormai da molti anni.
"Mi auguro che il Ministero della giustizia - afferma l'assessore alle politiche sociali Andrea Vannucci - inserisca ai primi posti della sua agenda il tema di Sollicciano mettendo in condizione il nostro carcere di avere un futuro non soltanto nel breve periodo ma anche nel lungo periodo, al fine di programmare il futuro dei detenuti e degli agenti penitenziari con più certezze e maggiore stabilità. Ci auguriamo - aggiunge - che la prossima direzione sarà stabile e duratura nel tempo". La risposta arriva dal ministro della giustizia Alfonso Bonafede che, fanno sapere da Roma, segue da vicino, anche per i suoi trascorsi fiorentini, la vicenda di Sollicciano. "È imminente - ha detto il ministro al Corriere Fiorentino - l'avvio della procedura per individuare il nuovo direttore titolare, con un incarico che avrà durata triennale". Stop insomma alle nomine provvisorie, o almeno questo sarebbe l'intento. L'attuale direttore Prestopino, dopo tre anni, lascerà ufficialmente Sollicciano tra fine ottobre e inizio novembre per andare a dirigere il carcere di Palermo. Per tre mesi come direttrice provvisoria dovrebbe arrivare Antonella Tuoni, attuale direttrice dell'adiacente carcere di Solliccianino ed ex direttrice dell'Opg di Montelupo.
Nel frattempo, oggi arriverà a Sollicciano anche il garante regionale dei detenuti Giuseppe Fanfani, secondo cui "è necessaria una maggiore stabilità ai vertici del carcere" perché "il rapporto territoriale è fondamentale e questo si consolida soltanto con il tempo". E poi anche lui si appella al ministero della giustizia affinché "nei confronti del carcere di Sollicciano ci sia una cura particolare".
Fanfani, nel corso della sua visita odierna nel penitenziario fiorentino, incontrerà il direttore uscente Prestopino e si informerà sulle misure di contrasto al Coronavirus all'interno del carcere. Prestopino è rimasto alla guida del penitenziario fiorentino per tre anni.
Tre anni difficili ma contrassegnati, spiega il direttore, da molte soddisfazioni, tra cui l'istituzione del consiglio dei detenuti, un organo consultivo formato da 34 reclusi, e dalla realizzazione della seconda cucina, una battaglia portata avanti per anni da tante persone, tra cui l'ex garante dei detenuti Franco Corleone e il cappellano di Sollicciano don Vincenzo Russo.
mentelocale.it, 16 ottobre 2020
Domenica 18 ottobre 2020 alle ore 18.00 a La Tela di Rescaldina (Milano), l'osteria sociale che ha fatto degli spazi confiscati alla 'ndrangheta un ristorante e un centro di aggregazione e di promozione sociale, culturale e civile, ospita l'evento Le ginestre: relazioni prigioniere, un dibattito-spettacolo sul teatro in carcere, nato da una serie di laboratori teatrali che si sono tenuti all'interno del carcere di Busto Arsizio per detenuti e cittadini liberi.
"Le ginestre" si ispira ai temi trattati dal libro Essere esseri umani della psicoterapeuta Marta Zighetti. Pone l'attenzione sul tema delle relazioni e dell'empatia fra esseri umani, che deve essere alla base di un nuovo e necessario stile di vita individuale e sociale che favorisca la cooperazione piuttosto che la competizione.
Lo spettacolo, nella sua versione di monologo, è seguito dalla discussione/chiacchierata con un operatore di teatro in carcere e un attore ex-detenuto della compagnia Oblò Liberi Dentro: ci si interroga sulla pena detentiva e sulle possibilità dell'esperienza artistica che supera i confini del carcere per riconnetterlo al territorio. Protagonisti dello spettacolo sono Andrea Corradi, Elisa Carnelli e un attore ex detenuto della compagnia l'Oblò. L'ingresso è gratuito, con prenotazione obbligatoria. Per info 033197604.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 16 ottobre 2020
"Per il tuo bene ti mozzerò la testa" di Luigi Manconi e Federica Graziani, per Einaudi Stile Libero. Dalla "tv giudicante" di Funari e Santoro, alla retorica della "tolleranza zero", via Travaglio.
Alla domanda "siete garantisti o giustizialisti?" nulla di più facile, in tempi come questi, che la risposta prenda una scorciatoia: "io sto con il popolo". Una trappola non solo dell'area grillina, leghista o perfino di certa sinistra: la questione è che se da un lato, ormai da quasi tre decenni, in Italia la lotta di classe è evaporata lasciando il posto all'invidia di classe, per altri versi, con uno slittamento che in parte è semantico e in parte è logico, le garanzie e lo Stato di diritto rischiano spesso l'etichetta di "lussi da élite", contrapposte ai bisogni "della gente comune, degli onesti, degli innocenti, del popolo, appunto". Mentre il populismo penale - che viene da lontano, e più che a Pontida nasce negli studi tv di certi giornalisti d'inchiesta - ormai sembra essere diventata "l'ideologia che domina nel presente", quasi lo "spirito del tempo".
La risposta perciò è tutt'altro che scontata, ed è per questo che Luigi Manconi e Federica Graziani la pongono ai lettori mettendoli alla prova con casi concreti, in un libro scritto "con una chiave paraletteraria, più vicina alla novellistica che alla saggistica". Per il tuo bene ti mozzerò la testa. Contro il giustizialismo morale (Einaudi Stile libero, pp.260, euro 17,50), è sicuramente uno di quei testi da non perdere se si cerca una bussola tra slogan demagogici, facili etichette - anche quella abusata di "populismo" - e falsi miti. Rifuggendo comunque "lo scontro stantio e astratto sul politicamente corretto".
Anche perché, come avvertono gli stessi autori citando i casi di Berlusconi e Salvini, "il garantismo è una disciplina estremamente faticosa che può risultare incompatibile con le esigenze della lotta politica". Chiunque si dichiari contro il giustizialismo morale non può non cominciare con lo studiare il fenomeno Marco Travaglio, one man band del tintinnar di manette, "visionario del reale", surfista spregiudicato dell'attuale fase emotiva collettiva, quella del "rancore" con tutte le sindromi connesse, artista assoluto della "mitologia della cronaca" che porta il "lettore consenziente" a trasformarsi in "élite giudicante".
Manconi e Graziani però vanno ancora più a fondo, tornando agli esordi mediatici italiani del populismo penale, agli anni '80, con le sperimentazioni di Gianfranco Funari e Michele Santoro che introducono "il giudizio popolare, l'emozione collettiva" come ago della bilancia su "due tematiche essenziali: la sicurezza-criminalità, la politica-corruzione". Solo più tardi, nei primi anni '90, la politica dell'antimafia si aprì un varco di consapevolezza nella coscienza civile collettiva, visse un'impennata di consensi, dando però anche risalto a "umori regressivi" e smanie di protagonismo che posero le basi alla cultura giustizialista. Travaglio si inserisce in tale contesto, quando si andava stringendo il rapporto "di dipendenza, fino alla promiscuità" tra la magistratura inquirente "e gran parte del giornalismo italiano, specie quello addetto alla cronaca nera".
Da qui alle teorie cospirazioniste che affondano le radici in "quel sentimento di accesso esclusivo a informazioni che proverebbero una macchinazione orchestrata minuziosamente dai "poteri forti", il passo è breve. Immigrati, legittima difesa, vaccini e quant'altro: tutto rientra in un magma indistinto dove a fare da reagente è l'incompatibilità tra statistiche reali e angosce collettive. La sfiducia nei politici diventa presto (complice il web) sfiducia nei corpi intermedi, nei giornalisti, nella medicina, nella scienza.
L'"uno vale uno" è lo slogan dello scetticismo nei confronti degli "esperti" assunto a principio, del disprezzo per ogni verità scientifica che viene sostituita da credenze strampalate, dietrologie, sospetti continui, di cui - per riprendere un esempio dal libro - il sottosegretario all'Interno Carlo Sibilia è un ottimo promoter. Un "principio di irrealtà" che fa il paio con "l'ideologia dell'immediatismo" (propria del M5s, in cui "passato presente e futuro si fondono in un'indistinta attualità") e che "trasforma immediatamente l'errore in reato e il peccato in crimine". È il populismo penale: quello del proibizionismo, della retorica delle "pene certe", della "tolleranza zero", delle carceri sovraffollate e dimenticate. L'attuale pandemia ha portato al pettine altri nodi nascosti, facendoci trovare a tu per tu con la serpe negazionista e cospirazionista.
Citano anche Il Manifesto, Manconi e Graziani, prendendo alcuni interventi (Agamben) ospitati da questo giornale ad esempio di un certo "ribellismo populista" che riduce "ogni misura governativa alla poltiglia indistinta della dittatura più nera", e in nome della democrazia e di una libertà "altrettanto totalizzante" insegue posizioni astratte senza sfumature né mediazioni, che sono invece "alla base della nostra civiltà giuridica". Glielo concediamo perché, come concludono gli stessi autori, "mentre in tanti ripetono che dopo questa pandemia "nulla sarà più come prima", è più facile che tutti noi "saremo più poveri, ma stronzi uguale".
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