di Nadia Ferrigo
La Stampa, 16 ottobre 2020
Le scorte scarseggiano e sono appena una ventina i laboratori galenici che preparano i farmaci. Le associazioni a tutela dei malati: "Speranza risponda". Non tutte le farmacie hanno un laboratorio galenico, meno ancora lavorano la cannabis medica.
Sono una ventina, non di più, prese d'assalto da migliaia di pazienti che potevano sceglierne anche distante centinaia di chilometri: una volta pronto il farmaco, bastava inviare un corriere per il ritiro e per la consegna a domicilio. Bisogna usare il passato, perché dopo una controversa circolare del ministero della Salute guidato da Roberto Speranza non si può più.
Con una comunicazione datata inizio ottobre, il Ministero ha comunicato che "la dispensazione del medicinale, ai sensi dell'articolo 45 del Dpr 309/90, deve essere effettuata in farmacia, dietro prestazione di ricetta medica, direttamente al paziente o a persona delegata". Per i pazienti che devono seguire una terapia che prevede la cannabis, un altro inconcepibile ostacolo che si somma alla cronica difficoltà di reperire il medicinale: nonostante gli annunci e le promesse, le scorte italiane di cannabis terapeutica prodotte dall'Istituto farmaceutico di Firenze non bastano. Così ancora una volta il Ministero della Salute ha dovuto acquistarne un carico da 600 chili dall'Olanda, come accaduto lo scorso anno. Anche se la ratio della norma è quella di incentivare la produzione dei farmaci a base di cannabis da parte di una platea più ampia di farmacie, l'unico effetto al momento ottenuto è quello di creare insormontabili difficoltà ai malati.
"Questa vicenda sta assumendo, sempre più, caratteristiche kafkiane e riguarda Il Ministero della Salute che ha deciso di esprimersi anche sulle modalità di spedizione della cannabis medica al paziente. O meglio, ha deciso di esprimersi sulle modalità per impedire la spedizione della cannabis medica al paziente - commenta Paolo Poli, presidente Sirca, Società Italiana Ricerca Cannabis e pioniere nell'uso della cannabis nelle terapie del dolore.
Cosa accade se la farmacia Galenica si trova a 200 km di distanza? Se il paziente, per problemi di salute, non può ritirarla? Se il delegato dal paziente non può permettersi di prendere un giorno di permesso per andare a ritirare il farmaco? Quando il Ministero della Salute ha deciso, tra le tante cose importantissime alle quali pensare, di esprimersi in tal senso, ha pensato alle ricadute nella vita reale? Colui o Coloro che hanno normato, si sono messi, anche solo per pochi minuti minuti, nei panni dei nostri pazienti, dei parenti, della famiglia?".
Forum Droghe, Associazione Luca Coscioni, Società della Ragione, Cgil, Cnca, Lila, Meglio Legale, Fatti Segreti, La Casa di Canapa, Radicali Italiani hanno scritto una lettera aperta al ministro Speranza, per denunciare inoltre il passaggio della circolare firmata dal nuovo direttore generale dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico Achille Iachino, nel passaggio in cui sono "consentite solo le forme farmaceutico del decotto e della vaporizzazione e esplicitamente negare la possibilità di prescrivere resine e oli".
"Alla vigilia del voto sulla raccomandazione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità che chiede il riconoscimento formale, all'interno delle Convenzioni internazionali, dell'uso terapeutico della cannabis riteniamo che l'Italia non possa fare passi indietro rispetto a quanto conquistato dal 2007 - si legge nella nota. Anche alla luce del Commento Generale sulla Scienza adottato dalla Nazioni Unite a maggio scorso, saremmo felici di poterLe presentare di persona ulteriori argomenti a bilanciamento delle gravi limitazioni sopra ricordate che, se confermate, comporterebbero un attacco al pieno godimento del diritto alla salute nel nostro paese".
di Sarita Fratini
Il Manifesto, 16 ottobre 2020
Violenze ed estorsioni sui migranti disperati ma anche "buona pubblicità": così crescono gli affari degli scafisti libici. I rifugiati raccontano del sistema della "lotteria": il trafficante arriva con i biglietti da estrarre. Sono le ricevute dei trasferimenti di 1.500 dollari arrivati al suo conto. Chi ha pagato parte.
Agosto 2020, mar Mediterraneo, 30 miglia a nord di Zuwara. Una piccola imbarcazione gremita all'inverosimile viene avvicinata da un motoscafo libico. A bordo uomini armati. Negli occhi dei rifugiati, l'amara consapevolezza: "Sono poliziotti. Ci cattureranno". Accade il peggio: gli uomini misteriosi sparano sulla gente terrorizzata e sulle taniche di carburante. Almeno 40 i morti, tantissimi gli ustionati. La chiamano "la strage di Ferragosto".
Non è la prima volta che forze dell'ordine libiche non ben identificate sparano sui migranti in fuga, ma questo episodio impatta in modo significativo sulla competizione di mercato tra i vari scafisti della costa. Anche perché la barca attaccata pare essere del "boss di Zuwara", l'uomo che negli ultimi mesi ha acquisito una incontrastata posizione dominante sulla concorrenza. All'indomani della strage, lo stesso boss diffonde un suo comunicato tra i migranti: è costernato per l'incidente e bloccherà tutte le sue barche a tempo indeterminato, gli attacchi armati potrebbero ripetersi e lui ci tiene alla sicurezza. Uno scafista etico? "No - sostengono i rifugiati - Non esistono scafisti buoni. Il suo è solo marketing".
Il marketing è fondamentale nel business delle organizzazioni criminali. In tutto il mondo, da Casal di Principe a Ciudad Juarez, i criminali lo sanno. La fortuna del boss di Zuwara deriva dall'immagine di successo da lui propagandata e da un dato statistico: sei viaggi riusciti su sei. Musa (nome di fantasia) dal nord Europa oggi racconta i mesi trascorsi nelle case dello scafista di Zuwara. Ricorda soprattutto il buio. "Non potevamo accendere luci né parlare a voce alta. Vivevamo stipati, anche in duecento, il bagno era uno, il cibo poco e certi giorni non arrivava. Aspettavamo".
Un trattamento non dissimile da quello subito in lager libici come il terribile Triq al Sikka (finanziato dall'Italia) da dove molti rifugiati provenivano. "Vi sentivate clienti?", chiedo. Musa scuote la testa, con un sorriso amaro. Con il suo numero identificativo Unhcr sempre in tasca, ha atteso l'evacuazione per tre anni sul pavimento di diversi lager libici. Ma non è mai arrivata. Così ha deciso di pagare un riscatto alle guardie libiche e di affidarsi agli scafisti. "Ero un prigioniero a tutti gli effetti - spiega - e la cosa più terribile è che lo avevo deciso io". La differenza tra lager e scafisti è la speranza. Il boss lo sa bene e per tenerla sempre viva usa il sistema della "lotteria". Accade di sera: entra nel buio di una delle sue case e reca biglietti da estrarre. Sono le ricevute dei trasferimenti bancari di 1.500 dollari arrivati al suo conto bancario.
È un momento drammatico. I prescelti non esultano, salutano in fretta gli amici, consci della possibilità di non rivederli mai più, e vengono trasferiti in un luogo privo di connessione internet, da dove è impossibile consultare un qualsivoglia bollettino meteo. Si parte al buio, in tutti i sensi. "È possibile tirarsi indietro all'ultimo momento?". Ci sono molti racconti di scafisti che caricano a forza migranti sui gommoni. A Zuwara non è così, mi racconta Musa. Una volta un'amica di un rifugiato è riuscita ad avvisarlo che era in arrivo una tempesta. Il ragazzo ha rifiutato di imbarcarsi e ha convinto tutti gli altri a restare a terra. Il boss si è adirato, ma non ha costretto nessuno. Però il giorno dopo ha fatto sparire la barca e sentenziato che avevano perso la loro occasione. Sono passati mesi prima che si ripresentasse in quella casa. Ha anche minacciato di "sciogliere lì il contratto": i 1.500 dollari li avrebbe trattenuti per vitto e alloggio. Poi, in qualche modo, la situazione si è risolta.
La lucrosa ditta, forte dei suoi successi, si espande nei primi mesi dell'estate 2020. Entra in un grosso affare: aerei di linea dal Bangladesh e dal Pakistan scaricano in Libia centinaia di migranti che hanno acquistato dalle organizzazioni criminali un pacchetto volo + visto libico + barca per l'Italia (ci si chiede se il Governo libico sia coinvolto nel rilascio dei visti). Costo del pacchetto: diecimila euro. Imbarco prioritario a Zuwara, senza lotteria.
Questo, ormai, è l'unico flusso migratorio attivo che passa per la Libia. Nel 2019 la guerra ha invece interrotto bruscamente gli arrivi dei migranti africani. La florida azienda di Zuara apre anche una succursale che vende intere barche, in genere gommoni. I rifugiati che li acquistano possono decidere quante persone far salire. Ma il boss ci tiene a escludere questi viaggi dalle statistiche, perché sono viaggi faidate, privi della sua pianificazione e assistenza. Eppure qualcuno va a buon fine lo stesso.
"Cosa intende per assistenza?". Durante la traversata il boss è in contatto costante con il telefono Thuraya della barca. I suoi gregari trasmettono continui bollettini ai rifugiati rimasti a terra: "Sono arrivati in Sar libica, tengono la velocità di 7 nodi...". Ci tengono a sbandierare competenze che non hanno. "E le ong?". Il boss di Zuwara le ignora. Le sue barche sono in grado di compiere la traversata in autonomia. Ma troppe volte, per imbarcare più persone, il boss non carica acqua a sufficienza. Ciò che conta per lui è il risultato e se qualcuno muore di sete e non affogato, va bene. Le foto e i video dei migranti esausti e disidratati sbarcati su territorio europeo sono la migliore pubblicità. E non mancano gli emulatori.
Come l'uomo di Khoms. Il successo di Zuwara svuota gli altri porti, soprattutto quello di Khoms, che ha già dei problemi. Nonostante la guerra e il diradarsi - fino a zero - dell'evacuazione dell'Unhcr, le partenze da Khoms sono già al minimo, perché i gommoni che partono da lì si afflosciano poche miglia a largo della costa. "L'uomo di Khoms" è uno dei tanti scafisti della zona. Tenta di risolvere la crisi abbassando i prezzi. Ma non funziona, perché nel frattempo uno dei suoi gommoni è rimasto cinque giorni in mare poco a largo di Khoms e una bambina di quattro anni è morta di sete. Così ricorre alla pubblicità ingannevole.
Solomon (nome di fantasia) ha trascorso alcune settimane presso "l'uomo di Khoms". Oggi è in Europa, ma non grazie a lui. Ricorda gli annunci trionfanti dello scafista: "Il gommone che abbiamo mandato ieri è ora a Malta. Ce l'hanno fatta". Poi gli applausi di tutti. Non c'è invidia tra i rifugiati, il successo di uno dimostra che c'è una speranza per tutti. Pochi giorni dopo, un altro gommone e un nuovo annuncio: "Sono a Malta!", con lettura ad alta voce di sms di ringraziamento in stile feedback di Tripadvisor.
Gli affari si riprendono un po', i rifugiati riacquistano la speranza, i prezzi salgono. Ma tutto ciò dura poco perché... non è vero. I due gommoni non sono mai arrivati a Malta e gli sms sono falsi. L'inganno si scopre quando tornano alcuni dei passeggeri, con segni di torture sul corpo e 400 dollari in meno, pagati alle guardie del lager di Khoms (finanziato dall'Italia) in cambio della scarcerazione. Tornano anche i gommoni, perché la cosiddetta guardia costiera libica li ha prontamente rivenduti proprio all'uomo di Khoms. I più disperati ripartono con lo stesso gommone della prima volta. Solomon se ne va a Zuwara.
Il nuovo scafista di Zuwara è un poliziotto. Guardia costiera, polizia e milizie libiche sono coinvolti da sempre nel business degli imbarchi dalla Libia verso le coste europee. Mercoledì Bija, ufficiale della cosiddetta Guardia costiera libica e noto trafficante di esseri umani, è stato arrestato dalla Rada Special Forces, milizia attualmente accusata di riduzione in schiavitù di migranti catturati in mare.
Nessuno si stupisce troppo quando, all'inizio dell'estate, un poliziotto di Zara avvia il suo business. Applica gli stessi prezzi del boss di Zuwara. Ma i suoi gommoni sono sgonfi e pericolosi. Se ci fosse un Tripadvisor degli scafisti, otterrebbero zero pallini. Via Whatsapp, i rifugiati fanno circolare appelli a evitarlo. Gli affari vanno male. Poi avviene la strage di Ferragosto. I cinque misteriosi uomini armati. Gli spari. I morti. Gli ustionati. Il boss di Zuwara che ferma i suoi viaggi. La paura. L'incertezza.
Come in ogni business gestito da organizzazioni criminali, la posizione dominante si conquista con il kalashnikov, con la paura. Se sia stato o meno il poliziotto di Zuwara a organizzare l'attacco, non lo sapremo mai. Ma, di certo, il marketing della paura funziona. Il messaggio passa: per uscire dalla Libia bisogna rivolgersi a uomini delle forze dell'ordine libiche.
"Come fermare il business criminale degli scafisti?". Secondo Musa, i migranti salgono sui gommoni perché l'Onuli ha abbandonati in Libia. I corridoi umanitari, sicuri e legali, possono annientare in un lampo un traffico illegale che provoca migliaia di morti l'anno e che arricchisce i criminali da due lati: quello illegale del pizzo pagato dai gommoni alle guardie costiere libiche e quello legale dei finanziamenti europei.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 16 ottobre 2020
L'atteggiamento dell'"ex uomo forte della Cirenaica" rende ancora più complesso il lavoro del governo italiano impegnato a cercare di liberare i 18 marinai (di cui 10 italiani) fermati il primo settembre a circa 40 miglia dalla costa di Bengasi. Non è un mistero che Khalifa Haftar stia strumentalizzando il sequestro dei due pescherecci italiani per motivi di politica interna.
L'ex "uomo forte della Cirenaica" naviga da tempo in acque tempestose. Tanti libici lo vedono ormai come un perdente, che non è riuscito a impadronirsi manu militari della Tripolitania, infliggendo gravi sofferenze ai suoi sostenitori nel Paese. E la sua fragilità è aumentata dal fatto che anche i vecchi alleati militari russi ed egiziani mirano a marginalizzarlo.
Ma tutto ciò rende ancora più complesso il lavoro del governo italiano impegnato a cercare di liberare i 18 marinai (di cui 10 italiani) fermati il primo settembre a circa 40 miglia dalla costa di Bengasi mentre pescavano il raro, quanto pregiato, "gambero rosso".
Haftar replica a muso duro. Si rilancia come garante della sovranità libica. E guadagna facili consensi tra la sua gente pretendendo (anche se ancora non c'è alcun passo formale) che l'Italia rilasci 4 giovani calciatori libici, condannati nel 2016 a 30 anni di carcere con l'accusa di lavorare per gli scafisti e di aver causato l'annegamento di 48 migranti. L'opinione pubblica libica li considera però vittime innocenti del risentimento dei migranti. Il contenzioso è antico.
Sin dai tempi di Gheddafi il braccio sull'estensione unilaterale libica delle acque territoriali ha spesso visto il sequestro dei pescherecci italiani. Adesso, tuttavia, non è affatto un caso che Haftar abbia mandato i suoi guardiacoste a bloccare gli italiani soltanto poche ore dopo l'incontro tra Luigi Di Maio e Aguila Saleh.
Era la prima volta che un ministro degli Esteri italiano andava a parlare con il presidente della Camera dei Rappresentanti a Tobruk (di fatto il parlamento della Cirenaica) ignorando Haftar. Presto Saleh potrebbe diventare capo del prossimo governo unificato. Così, l'odissea dei marinai s'ingolfa nei meandri della politica interna libica. Un puzzle levantino, davvero complicato.
di Niccolò Zancan
La Stampa, 16 ottobre 2020
L'odissea dei pescatori spariti in Libia. I familiari: "Abbandonati dallo Stato". I parenti dei 18 marittimi sequestrati dal generale Haftar occupano il Comune di Mazara del Vallo: "Qualcuno ci aiuti". Sono figli perduti: "Fabio ha trent'anni e una bambina appena nata, si chiama Aurora, l'ha vista solo quattro giorni prima di imbarcarsi come motorista sull'Antartide".
Sono gesti di coraggio che nessuno conosce: "Bernardo era a bordo del Natalino quando i libici hanno chiesto ai capitani di scendere sulla loro motovedetta con i documenti, ma visto che il suo comandante non stava bene si è fatto avanti lui". Sono marinai senza più barca né mare, pescatori di gamberoni rossi rinchiusi da 45 giorni una caserma di Bengasi. Da quella sera, erano le 21 del primo di settembre, nulla è cambiato tranne una cosa: nessuno crede più alla versione ufficiale.
"Questo non è la detenzione di 18 marinai italiani per il presunto sconfinamento nelle acque territoriali libiche, ma una partita molto più grande in cui i poveri pescatori di Mazara del Vallo sono usati come delle pedine", dice il sindaco Salvatore Quinci. "È un sequestro, non ci sono altri modi per chiamarlo. Il generale Khalifa Haftar sta usando i nostri pescatori per rimettersi al centro della scena politica internazionale, li usa per trattare, per chiedere soldi e soprattutto per tornare a contare. Ma l'Italia in Libia non c'è più, non esiste. Non abbiamo notizie. E neppure i russi e i turchi, che potrebbero aiutarci, si stanno muovendo. Così siamo rimasti soli. Noi di Mazara del Vallo. I pescatori e le loro mogli, le loro madri piene di dignità e di coraggio. Siamo soli. E questa attesa sta diventando molto frustrante: ho paura che possa sfociare in gesti di rabbia".
La sala del Consiglio comunale di Mazara del Vallo ha sedie rosse come quelle di un cinema. È lì che li trovi, ogni mattina e ogni pomeriggio, sempre. I parenti dei pescatori hanno occupato l'aula, mentre altri famigliari da 25 giorni dormono a Roma dentro una tenda piazzata davanti a Palazzo Chigi. Ma per quanto cerchino di rendersi visibili, nessuno li vede.
"Non dormo più. Sono angosciata. Sono troppo nervosa, tesa, scatto per niente", dice la madre del motorista Fabio Giacalone. "Anche mia nuora è molto giù, piange. La bambina non vede il padre, noi non abbiamo notizie e non sappiamo cosa pensare. Fabio ha preso il mestiere di marittimo per passione, se n'è proprio innamorato. Ha iniziato a 16 anni, lasciando la scuola da geometra anche se era bravissimo. Ama tanto il mare, ma adesso il mare ci separa".
Hanno striscioni preparati a casa e bottiglie d'acqua, hanno una diretta sul sito web del giornale "Prima Pagina Mazara". Sperano in qualche novità. Perché fino ad adesso l'unica telefonata dalla Libia è arrivata il 16 settembre. Era la voce di Piero Marrone, il capitano della Medinea.
"Ma per quanto si sforzasse, si capiva che non era sereno anche se cercava di rassicurare tutti", dice Ignazio Bonomo, il fratello di un pescatore prigioniero. "Sì, ci serve un video o una fotografia, un'immagine in cui si capisca che stanno tutti bene, almeno questo", aggiunge Gaspare Salvo anche lui sulle sedie rosse ad aspettare. "Non sapere niente è la cosa peggiore", concordano tutti. Forse ci sarà un processo nei prossimi giorni, ma nessuno lo sa con certezza. A rassicurarli prova il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio: "Sono in buone condizioni, non sono in carcere, stanno bene, lavoriamo per riportarli a casa", dice.
Ecco la diretta. C'è un collegamento con la tenda di Roma. I parenti si salutano, senza buone notizie. L'armatore della motobarca Antartide si chiama Leonardo Gancitano, è stato il primo a chiamare i soccorsi quella sera: "Dal centro di coordinamento di Roma mi avevano rassicurato sul fatto che stavano mandando un elicottero in zona. Ma non è andato nessuno e le nostre imbarcazioni sono state prese, con tutte quelle persone. L'Italia ci ha abbandonati, ecco la verità. Dopo le rassicurazioni iniziali del ministro Di Maio e del premier Conte, è calato il silenzio. Eppure noi abbiamo fonti attendibili in Libia, che ci dicono chiaramente che se solo il nostro ministro degli Esteri tornasse per parlare con Haftar, i pescatori verrebbero rilasciati immediatamente".
A nessuno è sfuggita la coincidenza opposta. E cioè: che il sequestro dei marittimi è avvenuto poche ore dopo il viaggio del ministro degli Esteri Di Maio per incontrare Fayez al-Serraj, il leader libico riconosciuto dall'Onu. Ecco qual è la partita più grande. E adesso, i pescatori sono usati come armi di ricatto, così come lo sono sempre stati i migranti.
Al molo Garibaldi i marinai dicono che verso Sud non si naviga più. Non è sicuro. "Noi punteremo al tratto di pesca fra la Tunisia e la Sardegna", dice Michele Cangitano, capitano della "Gemma Prima". Delle duecento imbarcazioni della flotta di Mazara di vent'anni fa, ne sono rimaste ottanta. Il pescatore è un mestiere duro. Si sta fuori anche trenta giorni consecutivamente. Solo le barche grandi con almeno 7 persone a bordo possono andare in alto mare.
La pezzatura più pregiata del gambero rosso vale 42 euro al chilo. Sull'Antartica, al momento del sequestro, c'erano a bordo 70 mila euro di pescato. I diciotto marinai sono stati spogliati di tutto, dei telefoni e dei loro diritti.
Leggere in sequenza i loro nomi svela, ancora una volta, che ogni equipaggio è sempre un piccolo pezzo di mondo: Michele Trinca, Fabio Giacalone, Indra Gunawan, Vito Barraco, Farhat Jemmali, Giovanni Bonomo, Mohammed Karoui, Baveiux Daffe.
"Riportateli a casa! Ci siamo appellati a tutti, non ci resta che appellarci a Dio", dice l'armatore Gancitano. A Mazara tira vento di scirocco, mare forza 5. Tutti i pescherecci sono in porto, e la Libia non è mai stata più lontana di così.
di Riccardo Burigana
L'Osservatore Romano, 16 ottobre 2020
Non sei solo: queste parole guidano l'annuale Settimana di preghiera per coloro che sono in carcere. Si tratta di un'iniziativa ecumenica che raccoglie Chiese e organizzazioni cristiane della Gran Bretagna impegnate direttamente nell'assistenza dei carcerati e delle loro famiglie.
Da oltre 40 anni questo appuntamento costituisce un momento particolarmente forte dell'attenzione verso gli ultimi da parte di tanti cristiani che hanno scoperto nella testimonianza in carcere una profonda unità al di là delle appartenenze confessionali. La dimensione ecumenica della Settimana è stata rafforzata quando l'organismo "Churches Together in England", che raccoglie il maggior numero di Chiese in Inghilterra, ha deciso di partecipare e di sostenere questa iniziativa. È un'occasione per i volontari per condividere le loro storie, che nascono dal desiderio di dare tempo al "mondo del carcere", mostrando le ricchezze spirituali di queste esperienze tanto più quando si realizzano in una dimensione ecumenica, aiutando così a scoprire l'universalità del messaggio evangelico, che va oltre i confini ecclesiali, coinvolgendo anche i carcerati di altre religioni.
L'evento che, per una tradizione ormai consolidata, inizia con la seconda domenica di ottobre e si concluderà sabato prossimo, coinvolge migliaia di cristiani, non solo coloro che, anche saltuariamente, operano negli istituti di pena. Secondo uno schema preparato ecumenicamente vengono indicati testi per la preghiera quotidiana, senza che questo sia vincolante, anche se, come viene sempre ricordato, la stessa preparazione del sussidio aiuta ad approfondire la comunione tra i cristiani guidandoli in questo tempo specifico di preghiera per il "mondo del carcere", che va ben oltre coloro che sono stati condannati.
Per questo durante la Settimana le preghiere quotidiane, che sono profondamente radicate sulle Sacre Scritture, aprendosi con la recita del Padre Nostro, sono rivolte ai carcerati, alle loro vittime, alle loro famiglie, alle comunità, a quanti lavorano in carcere e a coloro che vi svolgono un servizio di volontariato e, infine, al sistema giudiziario per far comprendere a tutti il "mondo del carcere".
Accanto al momento della preghiera ne sono previsti altri di approfondimento sulla condizione dei carcerati, con una particolare attenzione al reinserimento nella società e alla condizione della "famiglia" del carcerato tanto più se questo è un migrante che aggiunge solitudine a solitudine. In alcuni casi sono state pensate anche iniziative per raccogliere aiuti materiali per i carcerati e loro famiglie.
In sede di presentazione è stato detto che quest'anno la Settimana assume un valore particolare a causa della pandemia che, non solo nel Regno Unito, ha determinato nuove regole per le visite nelle carceri, limitando fortemente l'attività dei volontari e, di fatto, alzando ancora di più il muro tra chi è dentro e chi è fuori, con delle conseguenze anche per l'assistenza sanitaria dei carcerati.
Per "Churches Together of England" la Settimana è un tempo privilegiato per rinnovare la richiesta al Signore a vivere misericordia e riconciliazione ogni giorno con la convinzione che i cristiani, se vivono questo tempo insieme, possono rendere più efficace la loro testimonianza nell'accoglienza di chi è nella sofferenza.
di Davide Frattini
Corriere della Sera, 16 ottobre 2020
Prima della devastante esplosione al porto, dei duecento morti, dell'epidemia di Covid-19, il Libano sta già sprofondando. La lira, la moneta locale, ha perso il 60 per cento del valore e la maggior parte delle famiglie non riesce più a comprare quel che serve perché i prezzi sono aumentati del 367 per cento in un anno, ormai quasi un quarto dei libanesi sopravvive in estrema povertà, sotto quella soglia di un dollaro e 90 centesimi al giorno fissata dalla burocrazia della disperazione. Per mesi i manifestanti sono scesi in strada a protestare contro la corruzione, la crisi politica senza fine, le disparità economiche (il 10 per cento delle famiglie più facoltose possiede il 70 per cento della ricchezza), il sistema di spartizione dei poteri che ha cercato di chiudere le ferite dei 15 anni di guerra civile distribuendo punti di sutura tra maroniti, sciiti, sunniti.
Emmanuel Macron, il presidente francese, ha proposto un piano perché il Libano provi a uscire dall'emergenza, ma un primo tentativo di formare un nuovo governo è saltato per le pressioni di Hezbollah e degli altri gruppi sciiti. L'organizzazione ha ribadito di non essere pronta a trasformarsi solo in forza politica e a rinunciare agli armamenti: "Servono per combattere Israele", ribadisce la propaganda del movimento, eppure i gruppi paramilitari fanno anche da deterrente contro le proteste interne. Così i libanesi ancora una volta restano in mezzo alle lotte tra le fazioni (da cui spesso dipendono per ottenere un lavoro e aiuti), alle sfide tra potenze (gli Stati Uniti alzano la pressione sull'Iran che a sua volta mobilita Hezbollah), alle intromissioni straniere (l'intervento francese nei territori che ha amministrato per oltre 40 anni).
di Raimondo Bultrini
La Repubblica, 16 ottobre 2020
Nel centro commerciale della capitale la polizia è stata circondata e costretta di nuovo ad andarsene, lasciando in mano ad almeno 20 mila persone l'incrocio più trafficato della metropoli. Ma si teme che arrivi l'ordine di risolvere la situazione prima che degeneri.
Dopo la giornata del trionfo che mercoledì ha portato 100mila studenti e attivisti davanti alle porte del Palazzo governativo, travolgendo blocchi e pullman della polizia thailandese, oggi la sfida al primo ministro Prayut Chan Ocha e al re è stata rilanciata nel cuore commerciale della capitale Bangkok. La nuova vittoria - ancora una volta più o meno pacifica - ha reso nulle le leggi dello stato d'emergenza che vietavano raduni con più di 4 persone dall'alba.
La polizia è stata perfino circondata e costretta di nuovo ad andarsene, lasciando in mano ad almeno 20 mila persone, tra ragazzi e gente comune, le strade e l'incrocio più trafficato della metropoli, tra Sukhumvit e Ratchaprasong. Come il giorno prima era successo tra il Monumento alla Democrazia e Phitsanulok. Unica sconfitta i quasi quaranta arresti di leader e manifestanti avvenuti negli ultimi tre giorni. Ne è stata chiesta la liberazione a squarciagola, e ben pochi tra gli irriducibili della "Gioventù libera" - che comprende universitari e ragazzi delle scuole secondarie - smetteranno di farlo presto. Anche a costo di finire a loro volta in cella.
Il tam tam di un movimento che si snoda con tempismo e mobilità incredibili attraverso la metropoli passa dai vari social, aggiornati quasi 24 ore su 24 sull'andamento delle proteste. La frequenza dei messaggi e degli hashtag con parole chiave spesso offensive verso i "nemici della democrazia - il governo e sempre più apertamente il potente monarca - è così elevata che sono risultate inefficaci anche le norme dell'emergenza che vietano informazioni che "potrebbero creare paura" o "incidere sulla sicurezza nazionale" online. Ovvero potenzialmente gran parte dei messaggini e delle dirette web in cui, da palchi improvvisati, gli oratori invitano ad abbattere un intero sistema di privilegi. A partire da quelli della famiglia reale fino a burocrati, parlamentari e ministri, i tycoon e tutti i corrotti.
Per questi giovani la nuova democrazia comincia anche dalle università, dove impera il bullismo dei "senior", e dai banchi di scuola tra cui si insegna che la storia ruota attorno agli antichi sovrani del Siam, si indossano uniformi e non sono ammesse acconciature stravaganti. C'è inoltre l'obbligo di prostrarsi di fronte al corpo insegnante durante le numerose cerimonie - e talvolta anche in giorni normali.
A tenere sotto estrema pressione il premier Prayut Chan Ocha, del quale sono state chieste le dimissioni fin dal primo giorno delle proteste a luglio, è la difficoltà di intervenire con la forza contro ragazzi e ragazze che hanno l'età delle sue figlie. Ma anche la sua delicata posizione di difensore allo stesso tempo della "Nazione" e dell'autorità suprema della Monarchia - i due dei pilastri della Thailandia, assieme alla religione. Ieri Prayut è stato costretto addirittura a ricevere il ministro degli esteri cinese nella sede del ministero della Difesa invece che nel suo ufficio, assediato.
Voci non verificabili riferiscono delle pressioni che dal Palazzo reale giungono all'ex generale per trovare una soluzione prima che la situazione possa degenerare. A creare seria irritazione a corte è stato uno dei rari anche se significativi incidenti che si sono verificati durante il grande corteo di mercoledì, quando la Regina Sudhita, quarta moglie di Rama X, si è trovata letteralmente - e forse per un errore già costato il posto a tre capi della polizia - in mezzo a un'ala di dimostranti che le mostravano le tre dita, simbolo della ribellione nella serie Hunger Games. Costringendola a far finta di niente e rispondere salutando con la mano da dietro ai vetri. Per giunta al suo fianco era seduto il principe 15enne Dipangkorn, unico riconosciuto di cinque figli maschi e potenziale erede al trono.
Evidentemente le immagini dell'"incidente" trasmesse ovunque non hanno fatto piacere a una famiglia protetta da ogni offesa con la severa legge di lesa maestà. Se finora questa non era stata mai applicata nonostante i numerosi riferimenti agli eccessivi privilegi dei reali, ieri due leader della protesta che si trovavano tra la folla attorno all'auto dorata della Regina sono stati arrestati e denunciati per questo reato, che prevede fino a 15 anni di carcere. O, nei casi più gravi, l'ergastolo.
Anche uno dei principali capi del movimento, un ex studente oggi celebre avvocato dei diritti umani di nome Anom Nampa, potrebbe ricevere le stesse imputazioni dopo essere stato trasferito in elicottero da Bangkok alle carceri di Chiang Mai - città dove ha tenuto un mese fa il discorso più duro contro la monarchia, considerata "la radice di tutti i problemi della Thailandia".
Gli altri 37 circa sono per ora accusati di "sedizione", di aver violato le norme dell'ordine pubblico e - nell'ultima retata dell'alba - la legge d'emergenza contro i raduni. Due degli arrestati sono dei personaggi ormai popolarissimi per aver letto ad agosto i celebri 10 punti con i quali si chiede la riforma dello Stato e della monarchia: Parit Chiwarak, detto Pinguino, entrato e uscito 4 volte dal carcere, e Panusaya Sithijirawattanakul, nota come Rung, al suo primo arresto.
Difficile immaginare che i loro compagni lasceranno le strade senza gridare ancora "Liberate i nostri amici", come hanno fatto ieri fino a tarda notte gli occupanti del centro di Bangkok - svuotato dei turisti per via del Covid ma non dai cittadini, che affollano le immense shopping mall di Ratchaprasong o il popolare tempietto di Erawan. Sono luoghi di svago, ma serbano anche ricordi inquietanti: l'altare dedicato alla divinità Brahma venne colpito nel 2015 da un attacco suicida che fece strage di visitatori e pellegrini, soprattutto cinesi. Il grande magazzino fu dato invece completamente alle fiamme nel 2010 durante la ritirata delle "Camicie rosse" fedeli all'ex premier esule Thaksin Shinawatra, che occuparono per settimane Ratchaprasong prima dell'intervento militare che li sgomberò.
Molti tra i giovani che affollano la stessa strada non hanno certamente memoria dei fatti passati. Ma con la determinazione dimostrata finora mettono in conto anche la possibilità che, come temono i loro genitori, l'attuale patto di tolleranza possa interrompersi.
di Alessandro Ursic
La Stampa, 16 ottobre 2020
Il "Paese dei sorrisi" è spaccato: da una parte i giovani in piazza, dall'altra genitori cresciuti nel mito della monarchia. I manifestanti hanno sfilato nonostante i divieti e hanno contestato il corteo del re: scena simbolo della fine di un'epoca. Zainetto, grembiule, e fiocco nei capelli raccolti come ci si aspetta dalle docili studentesse thailandesi, Ying e Noey sono venute dritte da scuola per l'unico compito che conta ora: insultare il primo ministro e pure il re che dovrebbero adorare, e rifare la Thailandia daccapo. Il "Paese dei sorrisi" è spaccato: figli pro-democrazia contro genitori e nonni cresciuti col mito della monarchia. E semi piantati da anni stanno sbocciando ora tutti assieme, creando una minaccia esistenziale per un sistema di potere incapace di rinnovarsi. "Non abbiamo paura. Questo è il nostro momento", dice Ying, 16 anni, riunita ieri sera con altre migliaia di giovani di fronte al centro commerciale Central World.
In un sabato qualsiasi sarebbe lì a fare shopping e postare selfie su Instagram, ma ora rischia l'arresto sfidando lo stato di emergenza proclamato dal governo del generale Prayuch Chan-ocha dieci ore prima. Decapitando la protesta con l'arresto di 20 leader ieri mattina, il regime contava di aver spento il rogo anti-governativo divampato negli ultimi mesi. Ma i ragazzi non hanno recepito il messaggio, e continuano a gridare "Abbasso la dittatura!".
In Thailandia tira un vento rivoluzionario senza precedenti. Dagli anni Settanta, di sollevamenti popolari contro governi militari a Bangkok ce ne sono stati diversi. Ma nessuno aveva tra le proposte quella che c'è ora: togliere poteri al re, controllare le sue spese, recidere il legame tra la monarchia e un esercito che si vanta di essere il suo primo difensore. Per la Thailandia è un muro che crolla, uno choc che manda in cortocircuito la stessa identità nazionale, che la propaganda statale ha sovrapposto per decenni all'adorazione incondizionata del sovrano.
La scena simbolo della fine di un'epoca è il passaggio della limousine di re Vajiralongkorn tra i manifestanti vicino alla sede del governo, due giorni fa. La folla si stringe attorno all'auto, da dietro il finestrino la regina Suthida sorride e saluta timidamente. Poi parte il coro, ripetuto: "Le nostre fottute tasse!". Il grido di giovani che per la retorica monarchica sono fieri di essere "polvere sotto i piedi" di un sovrano discendente del Buddha, ma che invece vedono solo un uomo di 68 anni giunto al quarto matrimonio, che passa undici mesi all'anno nel suo auto-esilio dorato in Germania, anche ora che l'economia del Paese è in ginocchio per il coronavirus.
Tra due visioni di Thailandia così inconciliabili, non ci può essere dialogo. E qualsiasi speranza che ci fosse è morta lo scorso febbraio, quando la magistratura ha sciolto il partito "Nuovo Futuro", quello che votavano i giovani. Uno schiaffo per gli oltre sei milioni che l'avevano votato: la prova che il sistema è pronto a tutto per difendere l'indifendibile. Tra i manifestanti gira una maglietta con la scritta "Quando l'ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere". Sono andati a scuola di rivoluzione assorbendo referenze pop dell'ultimo decennio: le tre dita alzate contro la dittatura in "The Hunger Games", il mantra "Che i bastardi non ti schiaccino" de Il racconto dell'ancella. Sui social media, sfidando la legge sui reati informatici, pullulano hashtag anti-militari e anti-monarchia sempre più baldanzosi.
È in sostanza un risveglio delle coscienze senza precedenti, anche per la sua rapidità. Per decenni, in una Bangkok dove regna il consumismo, i giovani erano apatici. Essere interessati alla politica era un biglietto diretto verso l'emarginazione sociale; in un paio d'anni è diventato "cool". E non è solo la richiesta di tornare al voto con una nuova Costituzione. È l'intera organizzazione gerarchica dalla società thailandese a essere sotto accusa, a partire da un sistema educativo che insegna obbedienza e omologazione, spegnendo i cervelli invece di accendere la curiosità. Non a caso, il collettivo che vuole una scuola nuova si chiama "Bad Student". Ormai, all'inno nazionale prima delle lezioni, persino i quindicenni alzano le tre dita simbolo della protesta.
In questo clima da "se non ora, quando?", la coscienza politica e storica si sta diffondendo in fretta. Con le proteste di Hong Kong c'è una sorta di gemellaggio anti-dittatura. Ma ancora più destabilizzante per il regime è il parallelo con il "Partito del popolo" che nel 1932 costrinse l'allora re a porre fine alla monarchia assoluta. Le magliette con la targa commemorativa di quella rivoluzione, simbolo di un tempo di speranza poi tradito, sono tra le più vendute.
Impossibile capire ora come finirà questo spirito rivoluzionario. Gli ostacoli politici, istituzionali ed economici sono enormi. Il sistema di militari e grandi famiglie che comandano il Paese, lucidando le loro credenziali di monarchici modello, ha troppo da perdere. Nessuno adora Vajiralongkorn come venerava il padre Bhumibol, il "re dei re" che ha guidato la Thailandia per sette decenni; ma rimane il sovrano a capo di una piramide da cui discendono cascate di potere di cui beneficiano in tanti, e per questo i conservatori lo difendono come se si trattasse della loro sopravvivenza. E vedendo le immagini degli insulti al re, gli sale la rabbia.
Il regime finora ha tollerato con le buone, ma già i 41 arrestati in neanche 48 ore fanno capire che la pazienza si sta esaurendo. Altri giovani leader, agli albori di questa ondata di dissenso, sono stati picchiati da scagnozzi in pieno giorno e da allora sono rimasti defilati: trovare balordi a pagamento che diano una lezione a chi insulta il re non è difficile. La storia thailandese è piena di ex attivisti pro-democrazia che alla fine emigrano sconfitti, umanamente a pezzi, a volte uccisi all'estero.
Ma a lungo termine, c'è aria di inizio della fine. Da una parte un re senza rapporto con la popolazione e un governo di impresentabili dinosauri. Dall'altra, una generazione di giovani che sognano una nuova Thailandia: democratica, tollerante, moderna. E che non credono più alla favola che hanno raccontato alle generazioni precedenti. Per Ying, Noey e i loro figli, chiudere gli occhi e tornare a essere sudditi obbedienti non sarà più possibile.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 ottobre 2020
Arriva in Parlamento la vicenda rivelata da Il Dubbio sulla circolare sul 41 bis riguardante le sentenze della Corte costituzionale e della Cassazione da applicare in ambito penitenziario ai detenuti sottoposti a quel regime speciale. Una circolare, a firma del direttore generale Turrini Vita, clamorosamente revocato dopo appena due giorni dal capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) Bernardo Petralia e dal vice-capo Roberto Tartaglia.
di Benedetta Piola Caselli*
Il Dubbio, 15 ottobre 2020
Quando Valerio Guerrieri si è impiccato, avevamo giurato che non sarebbe successo mai più che un paziente psichiatrico restasse a morire in carcere. Il ragazzo, poco più che ventenne, in cura da anni, aspettava il trasferimento in Rems - un trasferimento già ordinato, ma mai arrivato per la mancanza dei posti in struttura.
Aveva scritto su un biglietto: "non ce la faccio più, spero che un giorno ci rivedremo". A chi la colpa? La sua vicenda pesa come un macigno, oggi più che mai, perché un caso analogo rischia di riproporsi. È un altro ragazzo, di qualche anno più vecchio, anche lui con malattia mentale importante, curata nel corso degli anni con alterni successi.
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