di Fabio Albanese
La Stampa, 15 ottobre 2020
È considerato dall'Onu e dalla Corte internazionale dell'Aja uno dei maggiori organizzatori del traffico di migranti. Uno dei trafficanti di uomini più pericolosi e feroci, e finora impuniti, è stato arrestato oggi in Libia: Abd al-Rahman al-Milad, noto come Bija, è stato bloccato da una milizia del governo di Tripoli poco fuori la capitale.
Lo hanno annunciato alcuni media libici e la notizia è stata poi confermata da altre fonti indipendenti. Bija, o anche Bidja, è considerato dall'Onu e dalla Corte internazionale dell'Aja uno dei maggiori organizzatori del traffico di migranti, prima ridotti in schiavitù in Libia e poi ammassati su fatiscenti imbarcazioni per far loro attraversare la rotta del Mediterraneo centrale. O per farli annegare durante la traversata Per questo, è accusato di crimini contro i diritti umani ma finora aveva continuato, indisturbato, a svolgere la sua lucrosa e spregiudicata attività, in un primo momento addirittura come ufficiale di una delle sezioni locali della cosiddetta Guardia costiera libica. Il trafficante, secondo l'Onu che aveva spiccato un mandato di cattura nei suoi confronti, per anni ha potuto gestire e decidere vita, e anche morte, di migliaia di migranti detenuti nelle terribili connection house libiche, soprattutto della zona di Zawiya, a ovest di Tripoli, uno dei principali "porti" libici da cui partono i migranti.
Lo scorso anno il quotidiano Avvenire aveva svelato un incontro in Italia di una delegazione libica, organizzato dall'Oim (l'Organizzazione per le migrazioni delle Nazioni Unite) e finanziato dall'Unione europea, al quale aveva partecipato pure Bija. Era il 2017, la visita partì dal Cara di Mineo, poi la delegazione si spostò a Roma, alla Guardia costiera, alla Croce Rossa, al ministero della Giustizia e perfino a quello dell'Interno, stando a quanto poi raccontato dallo stesso Bija.
C'è chi sostiene che questo fosse avvenuto sotto falso nome ma la reale identità del trafficante libico era nota a molti e a quanto pare non solo alla delegazione libica che veniva in Italia per apprendere nozioni e tecniche di assistenza ai migranti. Bija si fece poi "sentire" direttamente con l'autore dell'articolo, e con altri giornalisti italiani che da anni si occupavano di lui, con alcuni minacciosi messaggi di morte sui social.
Secondo le poche informazioni disponibili al momento, Abd al-Rahman al-Milad è stato arrestato questo pomeriggio a Janzour, poco fuori Tripoli, su richiesta del ministero dell'Interno libico. Difficile dire se questo arresto cambierà ora la situazione del traffico di esseri umani nel martoriato paese nordafricano, ma certamente l'arresto di Bija può considerarsi un punto di svolta. Quanto decisivo, lo dirà il tempo.
di Raimondo Bultrini
La Repubblica, 15 ottobre 2020
La polizia ha fermato 21 attivisti durante una manifestazione a Bangkok, alla vigilia della grande protesta di domani in cui il movimento ribadirà le sue richieste per lo scioglimento del Parlamento, la caduta del governo di Prayuth Chan-Ocha e una nuova Costituzione. Almeno una ventina di persone sono state arrestate stasera dalla polizia thailandese che ha interrotto una piccola manifestazione organizzata in preparazione della più ampia protesta antigovernativa prevista per domani. La polizia è giunta al raduno di fronte al Monumento alla Democrazia su Ratchadamnoen Avenue mentre parlava al microfono l'attivista Jatupat "Pai" Boonpattararaksa, un'ora prima del passaggio di un corteo reale lungo la stessa strada.
C'è stata una colluttazione tra i manifestanti e gli agenti, che hanno lanciato vernice blu prima di arrestare Jatupat e gli altri attivisti. Da qui la decisione del movimento degli studenti, ribattezzato recentemente Partito del Popolo, di protestare davanti alla stazione centrale di polizia per chiedere il rilascio dei loro compagni e alcune centinaia di persone sono rimaste in strada sotto la pioggia scrosciante a gridare slogan. A guidarli c'è un altro leader delle proteste, Parit Chiwarak detto Pinguino.
Secondo il portavoce della polizia Kissana Phattanacharoen i detenuti hanno violato la legge sulle assemblee pubbliche non avendo informato le autorità delle loro intenzioni. "Non importa dove si svolge un raduno, la polizia ha il dovere di fornire sicurezza e ordine", ha detto il colonnello. "Se qualcuno intende fare qualcosa di illegale, gli altri dovrebbero scoraggiarlo".
Gli incidenti potrebbero influenzare gli eventi di domani se gli scontri dovessero ripetersi con i giovani ribelli che hanno previsto di concentrarsi in massa nelle stesse strade a non troppa distanza dal palazzo reale dove si svolse la protesta del 19 settembre con 100 mila partecipanti. Un numero che domani potrebbe moltiplicarsi secondo gli organizzatori, che da mesi chiedono lo scioglimento del Parlamento, la fine degli abusi governativi contro i dissidenti e una nuova Costituzione che comprenda anche sostanziali riforme della stessa monarchia.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 15 ottobre 2020
La bambina aveva tre mesi ed era stata allontanata alla nascita. A nulla sono serviti gli appelli: l'ha stroncata una polmonite. Le Filippine sono scosse da un avvenimento che sta provocando rabbia nell'opinione pubblica e sollevando feroci polemiche per come sono trattate le detenute madri.
È la triste vicenda che riguarda Reina Mae Nasino, un attivista per i diritti umani, che lavorava per il gruppo contro la povertà urbana Kadamay. Arrestata nel novembre 2019 insieme a due compagni, è stata accusata di possesso illegale di armi da fuoco ed esplosivi, reati che tutti e tre hanno sempre negato attribuendoli alla campagna di persecuzione contro gli attivisti di sinistra da parte del regime del discusso presidente Duterte.
Reina, che ha 23 anni, ha scoperto di essere incinta solo dopo la sua incarcerazione nel corso di una visita medica. Il 1 luglio di quest'anno è nata la sua bambina, River. Il peso della neonata era basso ma nonostante ciò madre e figlia sono tornate nel carcere di Manila dove sono rimasti in una stanza riservata, allestita in fretta e furia.
Secondo la legge filippina un bambino nato in custodia può rimanere con la madre solo per il primo mese di vita, anche se si possono fare eccezioni. Una situazione ben diversa rispetto ad altri paesi dove è possibile per le detenute rimanere con i figli molto più a lungo. Inoltre la Convenzione di Bangkok dell'Onu prevede che a prevalere debba essere l'interesse del bambino.
È iniziata dunque una campagna di protesta per fare in modo che madre e neonata fossero liberate per farle stare insieme. Lo stesso ospedale di Manila dove era avvenuto il parto aveva raccomandato che non avvenisse la separazione per ragioni di allattamento.
Tutte le richieste sono state però respinte dalla direzione della prigione con varie motivazioni, alcune poco plausibili. Neanche quando si è assistito ad una crescita dei contagi da Covid in carcere la donna è stata liberata, e invano il National Union of Peoples Lawyers, un gruppo di assistenza legale che rappresenta la sig.ra Nasino, ha presentato una serie di mozioni chiedendo il suo rilascio.
A questo punto è stato chiesto al Tribunale di consentire che almeno la bambina potesse rimanere insieme alla madre sebbene in una cella. Niente da fare in presenza con i detenuti, gli avvocati sono stati in grado di tenersi in contatto con la signora Nasino solo per telefono.
La salute della neonata è però rapidamente peggiorata, le richieste per la scarcerazione sono aumentate senza alcuna possibilità di successo, il 24 settembre River è stata ricoverata ma la settimana scorsa è morta a causa di una polmonite. Martedì scorso il tribunale ha concesso alla detenuta una licenza di tre giorni per partecipare alla veglia e al funerale. Ma la ferocia dei funzionari della prigione ha mostrato ancora una volta il suo volto e il rilascio è stato ridotto a sole tre ore per venerdì, il giorno della sepoltura di River.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 ottobre 2020
Al 30 settembre il sovraffollamento effettivo è del 115%, i contagiati sono: 50 detenuti e 77 personale penitenziario. Il garante di Parma denuncia: "Il virus è arrivato anche qui". Confermato il trend di ripresa del sovraffollamento e della crescita del contagio da Covid-19 nelle carceri. Secondo i dati del Dap aggiornati al 30 settembre, il tasso del sovraffollamento è del 107,3%, considerando i 50.570 posti letto conteggiati.
Il Dubbio, 14 ottobre 2020
Bonafede: "Fatti passi in avanti, ma c'è ancora molto da fare". "Passi in avanti ne sono stati fatti ma sappiamo che c'è ancora molto da fare". Con queste parole il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede si è rivolto ai rappresentanti delle sigle sindacali della Polizia Penitenziaria che hanno partecipato ieri mattina all'incontro al ministero di via Arenula.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 14 ottobre 2020
Affettività e carcere: il binomio è possibile? "Quando l'articolo 28 dell'ordinamento penitenziario prevede che l'amministrazione penitenziaria deve dedicare particolare cura a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni dei detenuti e degli internati con le famiglie, significa che il legislatore considera gli affetti imprescindibili nel percorso di reinserimento sociale previsto dalla Costituzione.
di Mario Giordano
Panorama, 14 ottobre 2020
In carcere averne uno è il segno del comando. Ai detenuti italiani ne sono stati sequestrati 1.761. E l'anno non è finito. Aprile scorso. Su Rtc, web tv della Campania, va in onda uno dei programmi più seguiti del palinsesto, Casa Bonavolta. Gli ascoltatori mandano foto e saluti in diretta.
di Denise Armerini*
collettiva.it, 14 ottobre 2020
Ancora una volta si è scelto di dare risposte di facciata, che inseguono e fomentano il giustizialismo dei troppi che vogliono carcere più duro e "buttar via la chiave", invece di avere il coraggio di affrontare seriamente i problemi.
di Errico Novi
Il Dubbio, 14 ottobre 2020
Nella valutazione preliminare, si schierano per la decadenza due togate di "Mi", astenuto un laico indicato dai 5S. Ora tra le correnti è guerra aperta.
Se non altro la materia è degna di una trasposizione cinematografica. Il plenum del Csm deciderà sulla permanenza di Piercamillo Davigo lunedì prossimo 19 ottobre, cioè nel secondo dei tre giorni in cui i magistrati voteranno per l'Anm, e nel giorno precedente a quello in cui l'ex pm di Mani pulite compirà 70 anni. Un film, davvero, di cui ieri si è proiettato il prequel: la Commissione verifica titoli del Consiglio superiore ha approvato, a maggioranza, una proposta sfavorevole alla permanenza di Davigo, che martedì 20, appunto, si congederà dalla magistratura per raggiunto limite d'età.
Si sono espresse per la decadenza Paola Braggion e Loredana Micciché, entrambe togate di "Magistratura indipendente", unico gruppo che pare chiaramente schierato per l'uscita del consigliere; si è astenuto il terzo componente della commissione, il laico Alberto Maria Benedetti. "La questione merita approfondimenti", ha commentato il consigliere eletto su indicazione del M5S, "alle ragioni giuridiche se ne devono aggiungere altre relative al funzionamento del Csm e alla messa in sicurezza dei suoi provvedimenti. In plenum potrei decidere di esprimermi in un senso o nell'altro". Sembra un preannuncio di voto favorevole a Davigo. Certo è in arrivo la tempesta perfetta che scatenerà una tensione ancora più violenta tra le correnti.
La posizione sfavorevole a Davigo da parte di "Mi" era nota e trasparente. Erano state sempre Micciché e Braggion a decidere a maggioranza, contro il voto sfavorevole di Benedetti, per la richiesta di un parere all'Avvocatura dello Stato. Parere impietoso per l'ex pm del Pool: è inevitabile la decadenza di un consigliere magistrato che, come nel caso in questione, entri in quiescenza. Il riferimento è a una sentenza del Consiglio di Stato emessa nel 2011.
L'Avvocatura ha ripreso anche il concetto esposto da Giovanni Maria Flick in un'intervista a questo giornale: se davvero i costituenti, all'articolo 104, avessero voluto riferirsi alla durata dei 4 anni per ciascun singolo componente del Csm, lo avrebbero esplicitato esattamente come avviene all'articolo 135, che riguarda i giudici costituzionali e in cui si sancisce che la durata del mandato è di 9 anni per ciascuno di essi. L'argomento di Flick è recepito dal parere dell'Avvocatura ed è fatto ora proprio dalla proposta che la Commissione verifica titoli sottoporrà lunedì al plenum. È un argomento difficilmente superabile. Poi c'è pur sempre la politica.
Come riportato su queste colonne ieri, la partita non è chiusa, e anzi vede ancora Davigo lievemente in vantaggio. Intanto la decisione di calendarizzare il plenum sul caso non per oggi, come ipotizzato all'inizio, ma per lunedì ha un suo peso.
Il vicepresidente David Ermini l'ha assunta dopo una consultazione all'interno del comitato di presidenza del Csm, che oltre a lui annovera i due componenti di diritto, ossia il presidente della Cassazione Pietro Curzio e il pg Giovanni Salvi. Calendarizzare ad horas il dibattito su Davigo avrebbe imposto di dichiarare la straordinarietà della questione, come prevede il regolamento del Csm. In via ordinaria, serve un preavviso di 5 giorni.
Forse e per "Mi" sarebbe stato interessante presentarsi alle urne dell'Anm, che si aprono domenica e si chiudono martedì 20, con in tasca la vittoria sulla decadenza di Davigo. Ma c'è l'orientamento di Area (5 consiglieri), dato per favorevole alla permanenza del consigliere, cosi come lo sarebbe quello dei 3 togati della davighiana "Autonomia e indipendenza" (il diretto interessato non vota) e del laico Fulvio Gigliotti (indicato dal M5S). Se Benedetti sembra tendere alla permanenza, Filippo Donati sarebbe quanto meno per l'astensione.
In tutto i voti abbastanza sicuri per Davigo, fra i consiglieri non di diritto (escluso Ermini che non dovrebbe votare), sarebbero 10 su 23. Incerti Nino Di Matteo, i vertici della Cassazione, che sono culturalmente vicini ad "Area", e gli stessi due togati di Unicost, Michele Ciambellini e Conchita Grillo. Se Davigo uscisse, subentrerebbe un giudice della corrente centrista, Carmelo Celentano. Il punto è che Unicost si è trova spesso a votare con Area e "Aei", ed è perciò nella posizione più delicata.
L'acme della contraddizione si coglie se si pensa che l'Avvocatura dello Stato potrebbe trovarsi a difendere il Csm nell'eventuale ricorso di Celentano, qualora Davigo restasse e il suo potenziale subentrante impugnasse davanti al Tar la delibera del plenum. È il paradosso alla "Ritorno al futuro" che aveva spinto Benedetti a votare contro la richiesta del parere. Ora potrebbe essere un motivo in più a favore della decadenza, unica scorciatoia per evitare l'ennesimo cortocircuito istituzionale.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 14 ottobre 2020
Il caso Palamara conferma un sistema marcio: quelle che comandano sono cosche giudiziarie armate della minaccia del carcere, con quasi tutti i giornali alleati. E i partiti non reagiscono.
Si è detto giustamente che lo sapevano anche i sassi: non c'era bisogno della rivelazione delle sessantamila chat di Palamara per scoprire ciò che appunto conoscevano già tutti e cioè l'immondezzaio delle nomine, dei traffici, delle cospirazioni nel sistema di governo della magistratura corporata.
Ma il fatto che quel dispositivo di potere corrotto funzionasse risaputamente in modo incensurato denuncia una responsabilità ulteriore, e se possibile anche più grave: la responsabilità della classe politica che, pur sapendo, ha taciuto. E soprattutto: che, pur potendo intervenire, nulla ha fatto per ricondurre a legalità i comportamenti della magistratura deviata.
Bisogna concedere che la classe politica (non c'è destra, non c'è sinistra, non c'è centro: tutta la classe politica) potesse aver timore di denunciare e intervenire: perché quelli ti fanno a pezzi, ti sbattono in galera, mentre il giornalismo alleato (anche qui: praticamente tutto) fa il suo sporco lavoro di demolizione con tre mesi di prime pagine alla notizia dell'arresto e col trafiletto non si sa dove alla notizia dell'assoluzione.
Ma una classe politica finalmente compatta nel reclamare il ripristino dello Stato di diritto, e capace di qualche convinzione sulla necessità di non sottomettersi alla prepotenza intimidatoria del mostro togato, avrebbe ben potuto almeno provare a interrompere il dominio della malavita giudiziaria. Che cosa faceva la piovra delle manette: li arrestava tutti?
Anche perché se la classe politica avesse reagito come di dovere c'è da star sicuri che la parte non corrotta della magistratura, che è ampia per quanto senza voce, avrebbe condiviso quell'opera di richiamo all'ordine costituzionale. Tanti bravi magistrati sono a loro volta i soggetti passivi dello strapotere delle cosche giudiziarie, e vi si sottomettono esattamente come
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