di Giuseppe Pignatone*
La Stampa, 13 ottobre 2020
Quasi ogni giorno gli organi di informazione riferiscono di fatti di violenza - a volte culminati in un omicidio a volte con esiti meno gravi, ma sempre preoccupanti - e delle reazioni esacerbate che tali fatti suscitano. Reazioni di riprovazione e di condanna, ma anche di consenso e di esaltazione delle azioni criminose, in nome di pretesi ideali di razza, di clan o anche solo di pura affermazione individuale. La combinazione di questi fattori, amplificati dai social media, porta a una dilatazione dell'allarme sociale.
torinoggi.it, 13 ottobre 2020
La denuncia del Garante regionale dei detenuti Mellano: "Occorrerebbe sollecitare l'Amministrazione penitenziaria centrale a prevedere concorsi o chiamate di personale su base territoriale, se non regionale".
"Sono solo 7 i direttori operativi dei 14 Istituti penitenziari piemontesi e diversi di loro sono responsabili di due carceri. A ciò, si aggiunga la carenza strutturale dei ruoli intermedi della Polizia penitenziaria e la cronica mancanza di educatori. Urgono soluzioni che restituiscano al sistema penitenziario le professionalità necessarie". Lo denuncia il garante regionale delle persone detenute Bruno Mellano all'indomani della Conferenza nazionale svoltasi a Napoli.
"L'ultimo concorso per dirigenti - ricorda Mellano - risale al 1997, mentre quello indetto lo scorso anno per 45 posti da direttore è stato rinviato al prossimo gennaio per l'elevato numero di candidati e si prevede che i tempi per reclutare i nuovi direttori si allunghino di almeno due anni. Una situazione obiettivamente insostenibile, che ho sottoposto ancora ieri al capo dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria Bernardo Petralia, e che si va cronicizzando sempre più". I problemi non sono solo di vertice. Per quanto riguarda la Polizia, sottolinea Mellano, "oltre alla cronica carenza di comandanti, entro marzo 2021 dovrebbero concludersi i tre scaglioni del corso-concorso interno per sovrintendenti e solo allora, forse, ogni Istituto piemontese avrà nuovi sottoufficiali con esperienza e formazione specifiche".
Su base nazionale, poi, alcune sedi penitenziarie saranno coinvolte dallo scorrimento della graduatoria per 80 posti di vicecomandante. A tal proposito il dipartimento per l'Amministrazione penitenziaria ha deciso, soddisfatte le assegnazioni previste, di attingere da tale graduatoria per coprire le necessità di altri 11 Istituti, tra cui quelli di Saluzzo, Ivrea, Alessandria San Michele, Alessandria don Soria, Biella e Cuneo. "A tali iniziative - aggiunge Mellano - se ne affiancano altre, quali i concorsi per 18 dirigenti per l'esecuzione penale esterna e per 95 educatori. Rimedi necessari ma non sufficienti".
A questo proposito, conclude, "occorrerebbe sollecitare l'Amministrazione penitenziaria centrale a prevedere concorsi o chiamate di personale su base territoriale, se non regionale almeno distrettuale, e vincolare l'assunzione a un periodo di servizio significativo ed effettivo nella sede per cui si è presentata la candidatura per evitare inconvenienti come la cronica difficoltà del nostro territorio a reperire le professionalità necessarie".
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 13 ottobre 2020
Nuovo provvedimento della Corte europea dei diritti dell'uomo. Si aprono spiragli, forse porte e portoni per Marcello Dell'Utri e i tanti che come lui sono stati condannati sulla base del reato che non c'è, il concorso esterno in associazione mafiosa. Quello inventato dalla giurisprudenza, ma che non ha mai conquistato la dignità di esistere nel codice penale come reato autonomo, invece che come cucitura arbitraria di due norme ben distinte tra loro, il concorso e l'associazione mafiosa.
Dopo Bruno Contrada, anche l'ex senatore democristiano di Palermo Vincenzo Inzerillo ha avuto il suo primo riconoscimento dalla Corte Europea dei diritti dell'uomo, che ha ritenuto ricevibile il ricorso presentato dal suo legale, l'avvocato Stefano Giordano, lo stesso che aveva già portato a casa non solo la sentenza Cedu su Contrada ma anche il suo risarcimento per ingiusta detenzione da parte della corte d'appello di Palermo.
La decisione sull'ammissibilità del ricorso del senatore Inzerillo (cui seguirà una prevedibile sentenza favorevole) da parte della Cedu è particolarmente importante perché sconfessa una decisione discriminatoria assunta dalla corte di cassazione a sezioni riunite del 24 ottobre 2019, che considerava quello di Contrada non come sentenza-pilota, ma come (disdicevole) caso unico, non applicabile a nessun altro.
Nel respingere ogni altro ricorso, la cassazione italiana stabiliva un paradosso. E cioè che, se con la condanna di Contrada si era violato l'articolo 7 della Commissione europea dei diritti dell'uomo, ciò non riguardava tutte le altre condanne, anche se relative a fatti precedenti il 1994, cioè l'anno in cui la giurisprudenza creò dal nulla il reato che non c'è. In tutti gli altri casi non si era violato alcun principio, quindi erano state sentenze giuste. Un pezzetto per volta la Cedu sta pareggiando i conti, spezzando la discriminazione tra casi di serie A e casi di serie B.
Saranno in parecchi a vestire a lutto in questi giorni, oltre agli imbarazzati giudici che, nell'affermare che ogni condannato è un caso a sé, non avevano previsto che la Cedu, sentenziando su ciascuno di loro, avrebbe nei fatti attribuito alla sentenza Contrada il valore di pronunciamento erga omnes. Aspettiamo a breve (magari anche oggi stesso) che il Fatto quotidiano replichi l'articolo dell'11aprile scorso che, sotto il titolo "La verità dei fatti nello strano caso di Bruno Contrada", portava due firme prestigiose, quelle di Giancarlo Caselli e di Antonio Ingroia.
Era accaduto proprio in quei giorni che l'ex capo della squadra mobile di Palermo avesse ricevuto la liquidazione di 667.000 euro dalla corte d'appello di Palermo per ingiusta detenzione. Una piccola tardiva soddisfazione, dopo ventitré anni di torture, con l'arresto infamante nella notte di natale del 1992, mentre era al culmine di una brillante carriere, e poi il carcere militare e infine il rincorrersi di opposte sentenze, condanna assoluzione condanna. Poi, ormai in età avanzata, il primo riconoscimento, ma non da un tribunale italiano, dalla Corte europea che ha detto a chiare lettere che lui non doveva essere condannato. E infine, ma questo arriva sempre dopo purtroppo, il risarcimento per l'ingiusta detenzione.
Caselli e Ingroia erano furibondi, quel giorno, e scrissero senza pudore che il caso Contrada era come l'araba fenice, che risorgeva sempre, nel senso che loro non riuscivano a liberarsene mai, a seppellire una volta per tutte la storia infame di un'ingiustizia. Contestavano apertamente la decisione della Cedu. Secondo loro il reato di concorso esterno in associazione mafiosa esiste eccome, nel codice penale. Non è solo prodotto di giurisprudenza. Infatti basta mettere insieme l'articolo 110 (concorso) e il 416 bis e il gioco è fatto: prendi due e paghi uno. E poiché, ragionano i due ex magistrati, quei due reati esistevano da ben prima che Contrada tenesse i comportamenti che loro ritengono illegali (l'art. 110 fin dal 1930, codice Rocco, l'altro dal 1982, dopo l'assassinio del generale Dalla Chiesa), il gioco è fatto. Il reato che non c'è diventa improvvisamente il reato che c'è.
Giornata luttuosa per chi preferisce arrampicarsi sui vetri piuttosto che accettare una sconfitta di politica giudiziaria. Sì, proprio politica giudiziaria, anche se a certi magistrati non piace sentirselo dire. Prima di tutto perché il caso Contrada è stato in quegli anni al centro di vere battaglie sulla politica antimafia, e la sua uccisione professionale con l'arresto ha aperto la strada ad altre brillanti carriere e a una diversa gestione dei "pentiti", preferiti agli informatori, di cui lui preferiva fare uso.
E anche perché l'invenzione del reato che non c'era, applicato a persone che rivestivano ruoli istituzionali, ha consentito di colpire, attraverso le incriminazioni e gli arresti, in chiave politica il famoso terzo livello nel quale per esempio Giovanni Falcone non aveva mai creduto. La decisione della Cedu di considerare ricevibile il ricorso del senatore Inzerillo è un altro colpo di piccone alla politica antimafia degli anni novanta e a qualche nostalgico dei "bei tempi".
di Giacomo Cavoli
Il Messaggero, 13 ottobre 2020
L'arrivo di nuovi reclusi è già iniziato da diversi giorni, testimoniato dal continuo via vai di pattuglie di tutte le forze dell'ordine che a via Maestri del lavoro trasferiscono nella casa circondariale di Vazia detenuti appena arrestati e assegnati in altre carceri laziali.
Ma se la loro destinazione sono le Case circondariali del resto della Regione, cosa c'entra Rieti? Semplice, perché al terzo piano, nel braccio G1, il 6 ottobre scorso è stato inaugurato (con un giorno d'anticipo rispetto alla data ufficiale del 7) l'ampliamento della sezione destinato alla quarantena Covid, cioè uno spazio dove far confluire tutti i nuovi detenuti provenienti dall'intero bacino laziale e che a Rieti (come in altre sezioni inaugurate nelle carceri nazionali) effettueranno i 14 giorni di isolamento precauzionale, prima di tornare al carcere originariamente loro assegnato.
Una scelta che però, dopo anche la rivolta e le devastazioni del 9 marzo scorso (che causò il decesso di quattro detenuti) si è rivelata la goccia che ha fatto traboccare la pazienza degli agenti penitenziari i quali, dopo marzo, continuano a denunciare anche il rischio di contagio in altri settori della struttura di Vazia.
A Vazia, la nuova sezione adibita a quarantena è stata aperta nel primo braccio del terzo piano, ancora sottoposto a ristrutturazione dopo la rivolta di marzo, dove furono devastati anche il primo e secondo piano, entrambi però tornati in funzione (e già oltre il massimo della loro capienza).
Ogni piano include a sua volta tre bracci, e ogni braccio 12 celle: ne consegue che, al momento, gli spazi adibiti a quarantena al terzo piano siano 12, cioè una cella per detenuto. Questo naturalmente sulla carta, escludendo quindi arresti ben più massicci, che costringerebbero alla quarantena in un'unica cella ben più d'un detenuto.
"Nonostante l'annuncio dell'apertura della nuova sezione, al personale di polizia penitenziaria non è stata data alcuna indicazione sulla nuova organizzazione e, con sorpresa di tutti, la sezione è stata aperta con un giorno di anticipo sulla data prefissata - denunciano gli agenti penitenziari attraverso le organizzazioni sindacali (Sappe, Osapp, Sinappe, Fsa-Cnpp, Cgil, Cisl e Uil) - Questo senza considerare le risorse dell'effettivo organico presente, chiedendo ai poliziotti penitenziari di protrarre il turno di lavoro fino alle 20, in modo da rendere operativa l'apertura della sezione".
Insomma, non bastasse lo stress di un lavoro umanamente difficile, la nuova sezione adibita a quarantena ha finito per esasperare la tolleranza del carico di ore da svolgere: "La cronica carenza di personale ha portato anche alla chiusura degli uffici interni all'istituto, per permettere alle unità operanti di fruire dei diritti spettanti per legge, ma questo a prezzo di gravi disagi", proseguono gli agenti, che "operano con la paura di essere contagiati" e chiedono "l'immediato invio di unità di polizia penitenziaria". Così, alla fine, l'appuntamento è fissato per il 20 ottobre, quando gli agenti manifesteranno davanti alla casa circondariale di Vazia e, il 21 ottobre, davanti alla Prefettura di Rieti.
di Angela Stella
Il Riformista, 13 ottobre 2020
Nel 2017 gli è stato negato il risarcimento per ingiusta detenzione perché sarebbe stato lui a indurre in errore gli investigatori. Ha poi deciso di fare causa ad alcuni magistrati che lo hanno indagato e condannato, richiesta respinta: "Seguono la credenza popolare che se sei accusato, qualcosa hai fatto".
Raffaele Sollecito aveva 23 anni quando per lui si sono aperte le porte del carcere: era il 6 novembre 2007 e vi è rimasto fino al 3 ottobre 2011. Mancava una settimana alla laurea e invece la sua vita fu stravolta in un attimo: sbattuto in prima pagina insieme alla sua fidanzatina dell'epoca, Amanda Knox, venne dipinto come il mostro che aveva sgozzato la studentessa inglese Meredith Kercher per un gioco erotico finito male.
Sei mesi di isolamento, quattro anni di carcere, cinque gradi di giudizio per determinare la sua completa estraneità ai fatti. Il 27 marzo 2015 la Corte di Cassazione lo assolve definitivamente "per non aver commesso il fatto". Nonostante questo molti lo credono ancora colpevole e su di lui si è posato uno stigma sociale che fa fatica a scomparire. Persino tra noi giornalisti l'assoluzione non è bastata a riabilitare Raffaele: basti leggere l'articolo di Marco Travaglio, pubblicato il 29 marzo 2015, che continuava a sostenere che la "verità sostanziale" non è quella "processuale".
Nel 2017, incredibilmente, a Sollecito è stato negato il risarcimento per ingiusta detenzione perché secondo i giudici sarebbe stato lui ad indurre in errore gli investigatori; successivamente ha deciso di fare causa ad alcuni magistrati che lo hanno accusato e condannato chiedendo oltre tre milioni di euro in virtù della legge sulla responsabilità civile dei togati che prevede cause "per dolo o colpa grave". Anche questa richiesta è stata respinta qualche settimana fa dal Tribunale di Genova.
Raffaele ancora una volta lo Stato le ha voltato le spalle...
Gli avvocati che mi seguono in questo procedimento, Antonio e Valerio Ciccariello, faranno appello contro questa decisione del Tribunale di Genova. Lo Stato sta semplicemente seguendo la scia della credenza popolare: nella nostra cultura c'è purtroppo sempre l'idea che se vieni accusato qualcosa sicuramente hai fatto, anche se poi vieni assolto. Se non trovano le prove è solo perché sei stato bravo a nasconderle. Questo pregiudizio è alimentato sicuramente dai media che pubblicizzano le prove dell'accusa in maniera tendenziosa a favore di chi sta conducendo le indagini. Però spero che alla fine vengano fuori le responsabilità di chi si è macchiato di gravissime colpe come quella di aver distrutto per sempre la mia vita. Io non cerco vendetta, vorrei soltanto che le persone che hanno sbagliato si assumano le proprie responsabilità pubblicamente per onore della verità.
Vuole condividere con noi qualche punto che avete evidenziato nella vostra richiesta?
Ce ne sono tantissimi, ma faccio qualche esempio in riferimento alla fase preliminare: dal momento in cui entrai in Questura mi fu impedito, da persona indagata del reato, di usare il cellulare per chiamare mio padre o un avvocato. Vi fu una errata interpretazione dei miei tabulati telefonici, così come dell'impronta della mia scarpa Nike che una errata perizia aveva dichiarato compatibile con una impronta trovata sulla scena del delitto; uno dei due computer che mi furono sequestrati e che avrebbe consentito una puntuale verifica del mio alibi fu, come dice la Cassazione, "incredibilmente bruciato da improvvide manovre degli inquirenti che ne causarono shock elettrico". Inoltre la mia difesa non ebbe a disposizione, al momento della conclusione delle indagini preliminari, tutti gli atti investigativi come previsto dalla legge, e ciò si protrasse almeno per tutta la fase dell'udienza preliminare; le modalità con cui furono analizzati il gancetto del reggiseno e il coltello da cucina, come anche sul punto stigmatizzato dalla Corte di Cassazione, rappresentarono totale e palese "violazione delle regole consacrate dai protocolli internazionali". E questo sarebbe un modo serio di condurre una indagine?
Negli ultimi giorni alcuni giornali, a partire da "Repubblica", hanno sollevato la polemica relativa alle esose parcelle degli avvocati, Bongiorno e Maori, che la hanno assistito nei processi precedenti...
La parcella era chiara, gli avvocati mi hanno seguito per moltissimi anni e si sono spesi molto per me. Il problema non è il quantum della parcella, ma semmai il fatto che io non mi sono andato a cercare tutto il danno che ho subito. In questo lo Stato è stato totalmente assente.
La Cassazione quando vi ha assolti ha scritto che ci si è trovati davanti ad "un iter obiettivamente ondivago, le cui oscillazioni sono, però, la risultante anche di clamorose défaillance o "amnesie" investigative e di colpevoli omissioni di attività di indagine". Nonostante questo il vostro grande accusatore Giuliano Mignini, in un documentario Netflix, ha detto che "se Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono colpevoli e la giustizia terrena non li ha raggiunti" riconoscano "le proprie colpe perché da credente so che la vita finisce in un processo senza appelli, ricorsi per Cassazione né revisioni". Come risponde?
La giustizia divina farà il suo corso anche per lui. È lui quello convinto di essere al di sopra degli esseri umani e che crede di giudicare persone senza conoscerle. Si fa in questo caso portavoce del padre eterno e ciò lo trovo esagerato se non ridicolo. Ricordo che il Csm lo sanzionò con la censura per come mi aveva negato di parlare con il mio avvocato, oralmente e non per iscritto come previsto dalla norma.
Lo Stato le ha anche negato il risarcimento per ingiusta detenzione perché in fondo è anche un po' colpa sua se è finito in carcere, poteva difendersi meglio e non tentennare durante i primi interrogatori...
Si tratta di un altro paradosso assurdo delle nostre leggi. Addirittura sul risarcimento per ingiusta detenzione viene chiamata a decidere la stessa Corte di Appello, anche se una sezione diversa, che mi aveva precedentemente condannato. Quei giudici tra le righe arrivano a dire che io non sarei dovuto essere assolto. Tutto questo non ha senso. Non è possibile che in questo Paese non importi a nessuno se alcuni giudici sbagliano e ti rovinano l'esistenza sbattendoti in carcere per quattro lunghi anni da innocente.
Raffaele, come è trascorsa la sua vita dopo la sentenza della Cassazione?
Oggi (ieri, ndr) parlando con dei miei amici dicevo proprio questo: in Italia si discriminano gli immigrati, gli omosessuali, quelli dell'Europa dell'Est senza alcuna giustificazione, ma a causa del pregiudizio e delle generalizzazioni. Nella loro sfortuna queste persone possono però aggregarsi e combattere l'ingiustizia che stanno subendo. Io invece sono stato discriminato in perfetta solitudine e in silenzio. Due aziende mi hanno fatto firmare un contratto di assunzione salvo poi mandarmi via dicendomi di non poter gestire l'esposizione mediatica e di non poter associare il nome della società alla mia persona. Io non mi sono abbattuto e alla fine una azienda milanese che si occupa di welfare mi ha assunto. Ma la discriminazione è anche a livello sociale: sa quante persone alzano un muro verso di me per diffidenza o per non avere problemi collaterali a causa della mia vicinanza? E sa perché tutto questo?
Mi dica..
Perché lo Stato italiano prima mi ha assolto ma poi ha detto "alla fine te la sei andata un po' a cercare" e ha lasciato dei dubbi sulla mia persona che poi, amplificati dai media, hanno fatto presa nell'opinione pubblica. Io questo non lo posso accettare perché io non mi sono andato a cercare proprio nulla: è una scusa che trovano per continuare ad umiliarmi come hanno fatto in questi anni, quasi una rivalsa, una ultima parola sulla mia vita. Forse sono antipatico a qualcuno o mi ritengono un personaggio scomodo.
Qualcuno ancora pensa che sull'assoluzione ha pesato la pressione degli Stati Uniti...
Ricordiamoci che dopo l'assoluzione di secondo grado Amanda è tornata negli Usa: quindi quale pressione avrebbero dovuto fare sulla Cassazione visto che la loro concittadina ormai era su suolo americano? E poi queste pressioni sono provate da qualcuno? Il fatto è che gli Usa hanno difeso Amanda perché avevano capito che non c'erano prove contro di lei, al contrario lo Stato italiano continua a punirmi.
Anche la vita dei suoi familiari è stata profondamente stravolta da questa vicenda...
Purtroppo è così. Mia sorella Vanessa, quando fui arrestato, era un ufficiale dell'Arma dei Carabinieri e stava aspettando il passaggio automatico al servizio permanente. Dopo il mio arresto, intorno a lei si creò un clima strano, fu stigmatizzata e alla fine congedata. Dopo tanti anni ancora non riesce a trovare un lavoro. Spero che qualcuno possa darle una possibilità, così come è stata data a me.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 ottobre 2020
Vengono rispettati i protocolli di prevenzione da Covid 19 nel carcere calabrese di Rossano? È quello che si chiede l'associazione Yairaiha Onlus dopo aver appreso, il 2 ottobre scorso, che un detenuto è risultato positivo al rientro da un permesso e posto in isolamento nel carcere.
"Nei mesi scorsi - scrive l'associazione in una lettera inviata alle autorità, dal Dap al ministero della Giustizia e quello della Salute - avevamo inviato a tutte le direzioni penitenziarie, compresa questa, formale richiesta per conoscere quali misure di prevenzione erano state adottate per prevenire il rischio contagio all'interno delle sezioni nel caso in cui si sarebbe verificato qualche contagio, richiesta rimasta senza nessuna risposta".
L'associazione Yairaiha ha appreso, con molta preoccupazione, che il detenuto risultato positivo al Covid 19 fino alla giornata del 7 ottobre "è posto in isolamento - si legge sempre nella missiva - non in una area attrezzata e separata dal resto della popolazione detenuta, bensì nella normale sezione di isolamento trattamentale dove si trovano collocati altri detenuti in isolamento volontario e/o disciplinare, oltre che lavoranti ed agenti che hanno continuato ad avere contatti con tutti i detenuti della sezione di isolamento e non solo".
L'associazione ritiene che tale sistemazione "confligge apertamente con le disposizioni sanitarie indicate dalle autorità nazionali e internazionali richiamate nei Dpcm varati per tutelare la popolazione detenuta dal rischio contagio Covid 19". Viene fatto presente che le indicazioni fornite dalle organizzazioni e dalle convenzioni internazionali sono vincolanti per tutti gli stati membri ai sensi dell'art. 117 della Costituzione e che tutti i Dpcm varati in ambito penitenziario richiamavano espressamente le disposizioni dettate dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, dal Centers for disease control and prevention CDC 24/ 7 Saving lives, protecting people e dal Cpt del Consiglio d'Europa che prevedevano l'istituzione di specifiche zone di isolamento sanitario separate dalle normali sezioni detentive qual è, appunto, la sezione di isolamento.
L'associazione ricorda inoltre che la tutela della salute dei cittadini, detenuti compresi, a prescindere dalla classificazione e dal circuito di assegnazione, è l'unico diritto fondamentale tra quelli contenuti nella nostra Costituzione. "Quanto sta avvenendo nell'istituto di Rossano - denuncia l'associazione Yairaiha - viola le norme costituzionali e ordinamentali mettendo a serio rischio la salute e l'incolumità dei detenuti e del personale".
Diversi sono i casi registrati in altre carceri, ma secondo l'associazione non si può pensare di contrastare la diffusione del virus nelle carceri lasciando che le persone contagiate vengano "isolate" nello stesso ambiente degli altri detenuti e il rischio che avvenga nelle carceri quanto avvenuto nelle Rsa è, purtroppo, ancora altissimo.
"Riteniamo - si legge nella lettera inviata alle autorità - che la gestione del caso specifico di Rossano sia di una gravità tale che non può essere imputata ad una generica impreparazione all'emergenza sanitaria in atto, atteso che ormai siamo al 7° mese di emergenza Covid 19, né tanto meno si può ricondurre alle emergenze e carenze croniche delle carceri italiane". Yairaiha Onlus chiede, pertanto, "quali iniziative urgenti si intendono mettere in atto affinché la popolazione detenuta possa essere adeguatamente tutelata dal rischio contrazione Covid 19?".
redattoresociale.it, 13 ottobre 2020
Nel carcere di Sollicciano di Firenze, esiste un gruppo di detenuti che fa musica, un complesso dal nome Orkestra Ristretta: l'idea nasce in origine come laboratorio musicale, "Musica Terra Comune", nel 2007: dal 2014 ha assunto il nome attuale, grazie al sodalizio con Tempo Reale e alla collaborazione con Regione Toscana, Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze, Ministero di Giustizia e Casa Circondariale di Sollicciano. I detenuti cantano e altri suonano, con stili diversi tra loro: le lingue in cui si canta e si scrive sono infinite, incentrate sul genere rap, il canto dell'anima e forma poetica della marginalità urbana. È un linguaggio che parla e valica confini linguistici, sociali e nazionali: la musica per i detenuti è un modo per far sentire la propria voce e non essere dimenticati.
Nel 2016 l'Orkestra Ristretta è entrata nel mondo discografico con il CD Otto: per celebrare questi incontri musicali che i detenuti hanno avuto con i musicisti che hanno partecipato ad alcuni laboratori, il Centro di Ricerca Produzione e Didattica Musicale di Firenze ha promosso la realizzazione del nuovo disco In/Out.
Su Produzioni dal Basso - prima piattaforma italiana di crowdfunding e social innovation - è stata lanciata una raccolta fondi per permettere ai detenuti del carcere di realizzare il loro disco, un progetto musicale con parti realizzate dentro al carcere e alcune all'esterno. Le donazioni serviranno prima di tutto a coprire i costi artistici ma anche per i costi di editing studio e mastering, la stampa delle copie del CD, la grafica e la comunicazione.
Per tutti coloro che decideranno di contribuire con una donazione sono previste delle ricompense, come il download digitale del disco, una copia del CD e l'invito ad un concerto oppure il pacchetto All Inclusive comprensivo della maglia dell'Orkestra Ristretta. Per maggiori informazioni: https://www.produzionidalbasso.com/project/in-out-il-nuovo-disco-dell-orkestra-ristretta-del-carcere-di-sollicciano
nuovosud.it, 13 ottobre 2020
Nell'ambito dell'attività di Garante per le persone private della libertà, Giovanni Villari, insieme ad un collaboratore, ha effettuato presso la Casa Circondariale di Cavadonna a Siracusa, una visita di controllo a carattere conoscitivo in alcune aree interne al penitenziario, allo scopo di constatarne le condizioni ambientali, strutturali e di esercizio, in rapporto al trattamento dei reclusi.
La visita ha avuto come oggetto la cucina del Blocco 50, quella interessata in particolare dalla devastazione dell'ultima rivolta dei detenuti dello scorso 9 marzo. Sono state valutate nel loro complesso, le condizioni igieniche e di gestione nelle varie fasi di conservazione e preparazione dei cibi. Si è inoltre assistito alla fase conclusiva di preparazione del cibo al fine di valutarne qualità e quantità. Con la presente relazione si dà dunque conto delle condizioni igieniche della cucina e del processo di preparazione dei pasti.
Quanto all'attrezzatura in dotazione sono stati individuati: 2 forni di cui uno solo funzionante, 2 bollitori entrambi funzionanti, una bistecchiera con quattro fuochi, funzionante, 2 banconi refrigeranti, una affettatrice, un'impastatrice, un pelapatate, fuori uso, una cella frigorifera, in funzione.
Le condizioni degli apparecchi sopra elencati sono giudicate idonee dal punto di vista igienico, anche tenuto conto che al momento della visita era in ultimazione la preparazione dei pasti. Erano presenti anche utensili di lavoro per la cucina di vario numero e dimensioni, quali: pentole; padelle, teglie, mestoli, taglieri. I detenuti lavoranti che cucinano e assistono alla preparazione e alla pulizia e riassetto indossano grembiuli e stivali bianchi e qualcuno il copricapo, quali dispositivi idonei all'espletamento di questo servizio. Non è stato chiesto in questa occasione, per nessuno di loro, la presenza di documentazione sanitaria idonea.
Anche i vari piani di lavoro sono stati rinvenuti in buone condizioni.
Per quanto riguarda i pasti, si rileva che il menù giornaliero per il pranzo prevedeva un primo costituito da pasta con salsa di pomodoro e funghi, regolarmente servito a tutti i detenuti. Come secondo, invece, gli addetti alla cucina hanno comunicato che sarebbe stata servite una mozzarella con contorno di patate al forno per tutti. Ciononostante, al momento della visita in sezione al Blocco 50, al secondo piano, non è stato trovato riscontro di tali pietanze. Diversamente, ai detenuti è stato servito un secondo costituito da pomodori tagliati a metà e non conditi, peraltro ritenuti da una larga maggioranza dei detenuti di livello inqualificabile (di terza scelta). Da un semplice esame visivo e olfattivo però non sono risultati di così pessima qualità. Erano comunque già maturi e presentavano, in qualche caso, lievi tracce di deterioramento.
Quanto al pasto serale può riferirsi solo che, alla luce di quanto riferito, erano previste delle cotolette di pesce surgelate con contorno di piselli, le quali sono state visionate dal sottoscritto all'interno della cella frigorifera presso cui sono conservate e mantenute in buone condizioni igieniche.
È stata inoltre visionata la dispensa, anch'essa in buone condizioni igieniche, contenente pasta, latte, passata di pomodoro e riso in sacchi, temporaneamente appoggiati a terra.
Nel complesso, la preparazione e la qualità del cibo può dirsi discreta, tenuto conto che è stato assaggiato soltanto il primo piatto del giorno, e quindi nulla può dirsi in merito alla qualità del secondo e della frutta.
Quanto alla quantità delle portate può invece sollevarsi qualche criticità, infatti i detenuti hanno lamentato la scarsa quantità di ciascuna delle portate.
Ciononostante ci è stato comunicato dal responsabile della cucina, un assistente della polizia penitenziaria presente al momento della visita, che le quantità vengono stabilite al momento della preparazione, pesando la quantità totale della pasta in proporzione al numero dei pasti da preparare. È dunque al momento dello sporzionamento, eseguito all'interno del blocco che probabilmente si verificano dei problemi di equa spartizione. Ciò è dovuto in parte al fatto che le porzioni vengono divise tra le singole celle in ciotole uniche, tramite un mestolo che funge da misura. In seguito è compito degli stessi detenuti dividersi le porzioni spettanti a ciascuno dei membri della cella. Tale metodo può diventare fonte di discriminazioni tra i vari soggetti presenti all'interno del carcere, in particolare, con riguardo agli extracomunitari.
La fase di sporzionamento non è stata visionata durante lo svolgimento, poiché si è potuto entrare in sezione soltanto quando questa era già conclusa.
La visita è stata svolta a partire dalle 11.40 circa, dato che per motivi di sicurezza non è stato concesso l'ingresso immediato all'interno della sezione da parte dell'agente incaricato al controllo al piano, trattandosi di sezione aperta. Per tale ragione si è reso necessario attendere l'intervento dell'ispettore responsabile della sorveglianza, il quale ci ha cortesemente accompagnati all'interno della sezione, assistendoci per l'intera durata della visita.
Nella stessa giornata sono stati visitati: il piano terra, l'area d'ingresso nonché l'area passeggio del blocco 20 (circuito alta sicurezza).
In relazione a tale blocco può generalmente sottolinearsi la scarsa condizione igienica e scarsa pulizia, già rinvenibile presso l'ingresso, il quale era particolarmente sporco, con visibili macchie di unto a terra e sulle pareti nonché una elevata quantità di guano di uccelli.
In seguito alle numerose segnalazioni giunteci da parte dei detenuti, sono state inoltre visionate le varie aree passeggio pertinenti tale blocco. Essi lamentano le pessime condizioni igienico-sanitarie delle aree di passeggio, tali da ingenerare il timore di contrarre infezioni e dunque indurre a privarsi del diritto all'ora d'aria.
Le aree passeggio del blocco sono quattro, tutte in cattive condizioni igienico-sanitarie. In particolare, l'area passeggio numero 1 è stata trovata in condizioni inqualificabili, tali da poterla definire la più sporca tra le 4. Si è rinvenuto l'unico lavello presente non funzionante, lo scarico dei servizi sanitari probabilmente otturato ed il pavimento impantanato d'acqua sporca e guano d'uccello. Sul soffitto, ed in particolare nelle travi nonché nei fari di illuminazione, possono notarsi diversi nidi di piccione, anche in ragione del fatto che le reti presenti a copertura del cortile hanno maglie talmente larghe da permettere il passaggio degli uccelli.
L'area di passeggio numero 2 può definirsi anch'essa particolarmente sporca, con problemi analoghi a quelli menzionati per l'area numero 1. L'area wc, anche in tal caso, è ricoperta da escrementi di uccelli, e, inoltre, vi sono alcune mattonelle rotte, tra queste una particolarmente pericolosa in quanto spigolosa e tagliente.
L'area di passeggio 3, analogamente alle altre, è piena di guano d'uccello, anche per la presenza di diversi nidi di colombo nelle travi.
Da ultimo, l'area numero 4 presenta condizioni di poco migliori rispetto all'area 1, ma anche qui si rinvengono guano d'uccello, nidi di piccioni nei fari di illuminazione, e un faro non funzionante.
Problematiche sollevate da alcuni detenuti durante la visita del garante in blocco 50.
Nel corso della visita è stata ricevuta una rimostranza comune a tutti i detenuti incontrati, relativa al prelievo forzato del peculio, in seguito al pignoramento relativo al risarcimento dei danni arrecati dall'insurrezione verificatasi il 9 marzo scorso, che ha provocato danni per una cifra complessiva di circa 300.000,00 euro.
In particolare, i detenuti, venendo privati del denaro necessario per provvedere alle rispettive necessità, chiedono la possibilità di essere forniti di beni di prima necessità, di fatto carenti o del tutto mancanti, quali carta igienica, bagno schiuma e shampoo, sapone per indumenti, dentifricio, acqua da bere in bottiglia e altri simili accessori. Chiedono inoltre di essere messi a conoscenza dell'entità reale dei danni provocati, nonché delle somme dovute dai singoli al fine di essere consapevoli delle trattenute presenti e future. Al momento della visita le suddette informazioni risultano essere mancanti o comunque non fornite ai detenuti.
Il problema su esposto è stato segnalato alla direzione e al comando della polizia penitenziaria affinché comunichi anche sinteticamente, modi, natura e termini del prelievo coatto.
Inoltre, un detenuto non vedente, durante la visita, ha segnalato legittimamente al garante una propria difficoltà, richiedendo la sostituzione del letto a castello con un letto singolo, in quanto, in ragione della sua condizione, urta molto frequentemente la testa contro il letto superiore. Il problema sembra essere di difficile soluzione, non essendo possibile al momento né il cambio della cella né la sostituzione del letto, sebbene esistano alcune stanze di detenzione con letti singoli e non sovrastati da altri letti.
di Angela Stella
Il Riformista, 13 ottobre 2020
La denuncia della legale che è andata a trovarlo dopo il ritorno in carcere. L'uomo ha un tumore alla vescica. Domani l'udienza al tribunale di sorveglianza, che dovrà decidere se le sue condizioni siano compatibili con la detenzione.
Pasquale Zagaria è assistito adeguatamente nel Centro clinico del carcere milanese di Opera? A suo dire "no", come ci riferisce uno dei suoi legali, l'avvocato Lisa Vaira che sabato è andata a trovarlo e alla quale ha chiesto di denunciare pubblicamente la situazione proprio dalle pagine del Riformista, che da tempo si occupa delle vicende relative alla sua espiazione della pena: "Ho visto Zagaria e l'ho trovato molto provato".
Ma facciamo un passo indietro. Domani ci sarà l'udienza presso il Tribunale di Sorveglianza di Brescia che dovrà decidere se le condizioni dell'uomo, affetto da un tumore alla vescica, sono compatibili con il carcere. Il 22 settembre Zagaria, in detenzione domiciliare da cinque mesi per motivi di salute presso Pontevico, era stato trasferito nel carcere di Opera a seguito di una decisione del magistrato di sorveglianza di Brescia.
Da quel momento qualcosa forse è iniziato ad andare storto. Il detenuto ovviamente non può avere comunicazioni con l'esterno, ma raccogliamo il suo racconto attraverso il legale Lisa Vaira che lo assiste insieme ad Andrea Imperato.
"Appena è giunto ad Opera - ci dice Vaira - il nostro assistito è stato ricoverato nel centro clinico insieme agli altri detenuti di Alta Sicurezza. Ma poi è stato subito trasferito nel piano clinico del 41bis, perché il Ministro Bonafede ha immediatamente ripristinato il regime di carcere duro che era scaduto a fine luglio". Secondo Zagaria, sempre come riferito al legale, "si tratta di un reparto fatiscente, dove non c'è un medico a disposizione tutto il tempo, ci sono i secchi per raccogliere l'acqua che cola dai soffitti, gli sono state date lenzuola usate mai cambiate". Inoltre, e questa è la cosa più grave a suo dire, "quando il 2 ottobre si è recato all'Ospedale San Paolo per effettuare l'immunoterapia, i medici non avevano a disposizione la cartella clinica.
Appena è arrivato nessuno conosceva la sua patologia, non è stato visitato da un urologo, nonostante sia affetto da un carcinoma alla vescica. Zagaria mostra loro dei referti che aveva con sé, li fotocopiano e somministrano la terapia". L'avvocato Vaira ci dice che "probabilmente la cartella clinica è rimasta a Sassari e l'amministrazione penitenziaria non ha provveduto a farla arrivare aggiornata al carcere di Opera".
L'episodio che però più preoccupa è che "la notte tra il 2 e il 3 ottobre, dopo aver ricevuto la terapia ed essere tornato nel centro clinico, Zagaria è svenuto e nessuno se ne sarebbe accorto. La terapia prevede che venga monitorato subito dopo ma questo non sarebbe successo. Mi ha raccontato che è svenuto e nonostante le telecamere presenti nella stanza nessuno sia corso a prestargli soccorso. Lui si sarebbe ripreso dopo un po', avrebbe chiamato l'agente penitenziario e solo dopo una mezz'oretta sarebbe arrivato un medico".
Facciamo presente all'avvocato che sollevare queste problematiche a poche ore dall'udienza dinanzi al Tribunale di Sorveglianza potrebbe essere una strategia: "Zagaria sostiene che contro di lui ci sia un accanimento, che non gli abbiano fatto terminare la terapia per mettere a tacere tutte le polemiche sul suo caso. Io ho scritto subito al Dap per avere notizie certe sia della cartella clinica sia delle immagini della video sorveglianza.
Al carcere di Opera ho chiesto se permetteranno a Zagaria di fare una visita specialistica che si dovrebbe tenere a breve per alcuni fibropolimi di cui soffre da anni. In tutti questi casi nessuno mi ha ancora risposto. Quanta fretta da parte dell'amministrazione penitenziaria di rincarcerare un malato oncologico, con un residuo di pena di neanche 2 anni, ritenuto non pericoloso; invece a neanche un mese dal suo ingresso in carcere ci troviamo già in questa situazione, in cui i medici di Milano Opera nulla sanno delle sue patologie, non hanno la cartella clinica e manca del tutto l'assistenza. Altro che centri clinici di eccellenza come vogliono far credere".
di Bruno Montesano
Il Manifesto, 13 ottobre 2020
Ius soli (e non solo). L'unico modello che si può contrapporre al razzismo è quello di una democrazia cosmopolitica, aperta e conflittuale, dove la cittadinanza non circoscriva una comunità predefinita ma divenga la posta in gioco nella lotta per l'espansione dei diritti.
L'idea che sia naturale negare e limitare i diritti di chi non è considerato membro della comunità nazionale - e che la sua esistenza vada normata in relazione alle esigenze di sicurezza - rimane l'assunto della riforma dei Decreti Sicurezza. Alla base c'è una valutazione differenziale del valore di alcune vite rispetto ad altre. Con la riforma, ci sono alcuni miglioramenti relativi ma molte norme rimangono comunque peggiori rispetto alla normativa precedente al governo Conte I, ad esempio per i tempi necessari al rilascio della cittadinanza a chi sia nato in Italia da genitori stranieri. D'altronde, la lotta contro le migrazioni si è sviluppata all'interno di uno stato nazione dove il meccanismo della cittadinanza come sistema di gerarchizzazione resta solido.
Cittadinanza nazionale e "razza" spesso vengono confuse, perché minacciosità e arretratezza diventano caratteristiche naturali proprie delle minoranze e di chi migra da alcuni paesi. E mentre la differenza nazionale si fa differenza razziale, la bianchezza emerge come elemento che qualifica la cittadinanza. Per bianchezza si intende non solo la pigmentazione ma un sistema di gerarchizzazione in cui la cultura diviene "razza", stratificando le popolazioni anche al di qua della linea del colore. D'altra parte, la cittadinanza è da sempre al centro del conflitto tra istanze universalistiche e particolaristiche, tra quanti cercano di espandere i diritti di chi risiede e transita in un luogo e chi vuole difendere i veri cittadini, preservando la subordinazione dei migranti e accentuandone lo sfruttamento economico. La cittadinanza moderna pone fine ai privilegi di censo e progressivamente assicura diritti civili, politici e sociali ai membri della comunità nazionale.
Se da un lato la cittadinanza limita e contiene le diseguaglianze dell'economia di mercato per alcuni, dall'altro garantisce delle gerarchie basate sul genere, la classe e la bianchezza. La cittadinanza infatti, pur se compressa e trasformata all'interno del regime neoliberale, a sua volta va vista come un titolo ereditario e come un privilegio. Le vie per accedere alla cittadinanza nazionale dipendono da legami di sangue e suolo, del tutto contingenti e non dalla scelta di aderire ad una comunità. Pertanto, per quanto lo ius soli segnerebbe un notevole avanzamento per chi è nato qui, la cittadinanza continuerebbe ad essere un privilegio di status. Il modello della cittadinanza civica, dove si aderisce per scelta, e non per i rapporti di sangue o con il territorio (cittadinanza etnica), non è mai stato realizzato. E quando si dice di volerlo realizzare, nelle procedure per il rilascio della cittadinanza, le discriminazioni riappaiono. Infatti, gli unici soggetti di cui si verifica l'adeguatezza alla comunità sono gli stranieri per sangue. Chi nasce - o discende - da genitori italiani non è chiamato a dimostrare nulla per ottenere o mantenere la propria cittadinanza.
La cittadinanza permette di accedere ad una quota della ricchezza nazionale, la cui concentrazione si intreccia con la lunga durata dei processi coloniali e di scambio ineguale. Al di là degli effetti reali delle migrazioni su welfare e mercato del lavoro, la difesa dei confini della cittadinanza viene percepita come una difesa del proprio interesse. Dal momento che la cittadinanza si regge sul senso di solidarietà tra i suoi membri, per indagare le radici dell'attuale razzismo bisogna risalire al soggetto della nazione - il popolo -, con tutte le idealizzazioni e astrazioni selettive atte a configurarlo. Le origini di un popolo non esistono ma possono venir create ex post, facendo della contingenza un destino, la cui coerenza dipende dall'esclusione di chi non è membro della comunità così immaginata.
Il razzismo si situa pertanto all'interno di ogni costruzione dell'identità nazionale. I caratteri e le istituzioni - che vengono rappresentate come esito necessario dello spirito nazionale - di un popolo servono a legittimare l'assenza di una sostanza comune. Ed è facendo appello a questi tratti identitari, riprodotti dal nazionalismo banale delle istituzioni, che il razzismo riemerge come accentuazione della distribuzione discriminatoria delle risorse. Così, l'interesse a difendere prospettive che si sentono minacciate si lega all'identità nazionale vissuta dai cittadini come un elemento naturale. L'unico modello che si può contrapporre è quello di una democrazia cosmopolitica, aperta e conflittuale, dove la cittadinanza non circoscriva una comunità predefinita ma divenga la posta in gioco nella lotta per l'espansione dei diritti. La comunità emergerebbe così dal riconoscimento della reciproca vulnerabilità, al di là delle appartenenze preesistenti, aprendo la strada a delle forme di coesistenza non identitarie.
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