di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 12 ottobre 2020
Il presidente del Centro italiano per la promozione della mediazione, cooperativa sociale fondata 25 anni fa: "Cerchiamo di capire cosa produce un atto lesivo e come lavorare con chi lo commette".
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 12 ottobre 2020
Il parere segreto dell'Avvocatura dello Stato finisce sui giornali. Il tanto atteso parere dell'Avvocatura dello Stato sulla permanenza di Piercamillo Davigo al Consiglio superiore della magistratura anche quando sarà andato in pensione è, dunque, negativo. La notizia, non smentita, è stata data questa settimana dal quotidiano La Stampa. Il parere era arrivato a Palazzo dei Marescialli nella giornata di venerdì scorso ed era stato immediatamente "secretato" dal vice presidente del Csm David Ermini. Il parere, desecreatato, verrà discusso lunedì prossimo dalla Commissione verifica titoli. Successivamente sarà la volta del Plenum.
di Paolo Comi
Il Riformista, 12 ottobre 2020
"Mi iscrivo al Partito Radicale". La nuova vita di Luca Palamara, da ieri ex magistrato, inizia nella sede del Partito Radicale. Terminato il processo disciplinare al Csm che ha sancito la sua rimozione dall'ordine giudiziario, Palamara si è recato ieri pomeriggio nella storica sede di piazza Argentina a Roma per rispondere in una conferenza stampa improvvisata alle domande dei giornalisti e per mandare dei segnali ai tanti colleghi che fino al giorno prima gli chiedevano favori ed ora fanno finta di non conoscerlo.
di Mauro Leonardi
ilsussidiario.net, 12 ottobre 2020
In una intervista Felice maniero rivendica un'attività criminale tutta d'uno pezzo. Ma il male è sempre male e non si tratta. Parola di Felice Maniero dal carcere di Pescara. "Faccia d'angelo", capo della Mala del Brenta, è tornato dietro le sbarre esattamente un anno fa con l'accusa di maltrattamenti ai danni della compagna. Allo stesso tempo però reclama una sorta di "galateo" che avrebbe contraddistinto la malavita dei suoi tempi.
Il criminale protagonista di rapine, traffico d'armi, omicidi e tanto altro dice: "Noi non abbiamo mai permesso estorsioni, pizzi o reati simili in tutto il Veneto. Soprattutto mai abbiamo ucciso appartenenti alle forze dell'ordine. Un esempio su tutti: quando siamo fuggiti dal carcere di Padova avevamo legati mani e piedi una trentina di agenti penitenziari. Essendo tutti ex carcerati, c'era chi qualche sassolino dalle scarpe se lo sarebbe tolto volentieri ma io non l'ho permesso. E premetto che abbiamo commesso 7 omicidi tra bande rivali venete e moltissimi reati gravi nell'arco di trent'anni".
Io penso però che il male sia male e che sia oltremodo pericoloso cercare di ammantare di nobiltà la corruzione: la violenza "di una volta" è sempre violenza, la mafia "di una volta" è sempre mafia. Anzi proprio la mafia, la corruzione, spesso hanno fatto breccia nei cuori di alcuni di noi o non sono state combattute con la dovuta decisione perché si sono presentate come "rimedi" a malfunzionamenti dello Stato, ad ingiustizie vere o presunte che venivano dal "sistema".
Troppo spesso, fino a un attimo prima dello smascheramento finale, il male ha mostrato proprio la "faccia d'angelo" di uno come Felice Maniero ed ha avuto la spavalderia di parlare di sé come se fosse una cosa assolutamente normale. Invece il male è male. Non bisogna anestetizzarsi, relativizzare: proprio chi come me vuole ribadire tutti i giorni la necessità di rispettare le opinioni legittime altrui diverse dalle proprie, anzi a volte antagoniste, è chiamato ad affermare con forza che con il male non bisogna trattare. È uno dei pochi casi in cui bisogna dividere nettamente il bianco dal nero, il sì dal no.
Gesù lo insegna nel vangelo quando afferma che con il demonio non si parla mai, neppure quando, per irretire, dice la verità. Come l'indemoniato di Cafarnao: "So bene chi sei, il Santo di Dio!". Ma Gesù gli intimò: "Taci, esci da costui!" (cfr Lc 4,34-35). Non credo che i parenti delle vittime fatte da Maniero si consolino pensando ai suoi modi cortesi ed educati: potrebbero anzi esserne vieppiù offesi intendendoli come una sorta di ambigua ipocrisia.
di Fabrizio Cicchitto
Il Riformista, 12 ottobre 2020
Ha distrutto Cosentino e colpito Renzi e Salvini. Caro direttore, il suo è stato l'unico quotidiano che ha dato risalto nei titoli, nelle foto, negli articoli all'assoluzione di Nicola Cosentino. I grandi quotidiani hanno relegato la notizia in uno spazio che era visibile solo per chi la conosceva già e l'andava a cercare. Il Fatto Quotidiano ha balbettato. Saviano non pervenuto. Guai, però, se trattiamo questi episodi e altri (la richiesta di condanna a 8 anni per Nunzia De Girolamo e anche i guai giudiziari di Renzi e di Salvini) come una serie di singoli episodi. No, essi e molti altri rientrano nel fatto che dal 1992-1994 i Pm e il circo mediatico ad essi collegato hanno conquistato il potere in questo paese.
quotidianogiuridico.it, 12 ottobre 2020
Cassazione penale, sezione II, sentenza 21 settembre 2020, n. 26343. Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la ordinanza con cui il Tribunale per il riesame aveva rigettato l'appello proposto nei confronti dell'ordinanza che aveva applicato ad un indagato la misura cautelare della custodia in carcere, ritenendo tempestivo l'avviso dell'interrogatorio di garanzia notificato al difensore il giorno prima del compimento dell'atto, la Corte di Cassazione (sentenza 21 settembre 2020, n. 26343) - nel rigettare la tesi difensiva, secondo cui l'avviso dell'interrogatorio di garanzia notificato al difensore 24 ore prima del compimento dell'atto non aveva consentito l'esercizio del diritto di difesa, tenuto conto che l'interrogatorio si svolgeva a 600 km di distanza dal luogo in cui il difensore aveva lo studio - ha invece affermato che dovendosi valutare la effettività delle garanzie difensive esercitabili attraverso l'interrogatorio di garanzia con riguardo alla particolare funzione dell'atto (che è quella di consentire un immediato contatto tra la persona privata della libertà ed il giudice che ha emesso la misura sulla base di atti (di regola) non formati in contraddittorio) e non essendovi una disciplina specifica in ordine al termine che deve intercorrere tra l'avviso dell'atto ed il suo compimento, la effettività delle predette garanzie difensive deve essere valutata con riguardo alle circostanze del caso concreto, che devono essere apprezzate con l'obiettivo di verificare se il difensore abbia avuto possibilità di esercitare il suo mandato.
di Silvia Mancinelli
adnkronos.com, 12 ottobre 2020
"Quarant'anni fa vigeva un ordine imperativo: mai creare allarme sociale". "Non perché fossimo virtuosi, ma perché lo ritenevamo sconveniente: sarebbero arrivate più forze dell'ordine, più magistrati e la lotta contro di noi sarebbe stata molto più intensa".
di Ciro Cuozzo
Il Riformista, 12 ottobre 2020
"Aiutatemi o ingerisco pillole". Denudato e picchiato al suo arrivo nel carcere di Vibo Valentia, perché reduce da un trasferimento dovuto alle rivolte andate in scena durante il lockdown nel penitenziario salernitano di Fuorni. È la denuncia del detenuto Gabriele De Biase, 31enne napoletano (originario di Scampia), momentaneamente trasferito nel carcere di Secondigliano per un processo.
Una lunga lettera indirizzata al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria a Roma nella quale viene raccontato l'incubo vissuto nel carcere di Vibo Valentia dove è stato "ospite" per pochi mesi. Una missiva segnalata dal garante del Comune di Napoli Pietro Ioia ai colleghi di Campania (Samuele Ciambriello) e Calabria (Agostino Siviglia) e al garante nazionale Mauro Palma che in questi giorni ha presenziato l'Assemblea nazionale a Napoli.
È raccapricciante il racconto di De Biase che ora teme di ritornare nuovamente nel carcere calabrese. Un grido d'aiuto che ha messo in apprensione i suoi familiari preoccupati da possibili gesti di autolesionismo del loro caro. Già il 3 ottobre scorso il 31enne è stato portato d'urgenza al pronto soccorso dell'ospedale Cardarelli di Napoli dopo aver ingerito, nel cuore della notte, alcune pillole.
Gabriele e i suoi familiari chiedono solo di non tornare in quel carcere di Vibo Valentia dove al suo arrivo il 'comitato di benvenuto' è stato tutt'altro che umano. "Mi hanno messo nelle camere di sicurezza e neanche dopo 30 minuti sono entrati in 5, con manganelli, mi hanno detto di spogliarmi e appena ho eseguito l'ordine mi hanno dato addosso senza nessuna pietà" si legge nella missiva.
Insulti e aggressioni perché reduce da una rivolta. Poi lettere inviate ai familiari, dove denunciava quanto accaduto, che sarebbero state aperte dalla direzione del carcere e strappate dopo aver letto il contenuto. E ancora: "mi hanno costretto a bere l'acqua della fontana che non era potabile".
Un inferno durato, per fortuna, pochi mesi. "Gabriele è uno che il carcere se l'è sempre fatto, da quando era minorenne" raccontano i suoi familiari. "Non è la galera il problema, lui andrebbe anche in Africa basta che non lo fanno tornare a Vibo Valentia" aggiungono. "Abbiamo paura perché dopo aver ingerito tre pillole una settimana fa, Gabriele minaccia di fare altrettanto quando gli comunicheranno di tornare in quell'inferno".
Questo il testo della lettera indirizzata al Dap
Io sottoscritto Gabriele De Biase, nato a Napoli, attualmente ristretto presso la c/c di Secondigliano dichiaro l'intenzione di denunciare l'Istituto di Vibo Valentia per i motivi sotto scritti:
Dichiaro che fino al giugno 2020 mi trovavo nel carcere di Vibo ed ora sono a Secondigliano per motivo di "cause" ma poiché in quell'Istituto ho subito violenze fisiche e mentali, sono stato picchiato per giorni interi, poiché io ero stato trasferito là (Vibo) a seguito delle rivolte negli Istituti e appena sono arrivato lì all'ingresso c'era il Comandante con degli agenti ad aspettarci.
Una volta che siamo arrivati mi hanno messe nelle camere di sicurezza e neanche dopo 30 minuti sono entrati in 5, con manganelli, mi hanno detto di spogliarmi e appena ho eseguito l'ordine mi hanno dato addosso senza nessuna pietà.
Mi insultavano e mi picchiavano ed altri agenti ridevano delle botte che stavo prendendo. Mi hanno tenuto nudo per due ore e questo è andato avanti (si è ripetuto) per giorni interi.
Io ad un certo punto ho chiesto il divieto di incontro con tutto l'istituto ma, alla mia richiesta, mi hanno solo picchiato, dicendomi che dovevo soffrire come un cane.
Ho provato anche a parlare con l'area educativa, spiegando i motivi, ma mi hanno detto che gli agenti mi trattavano così perché venivo da una rivolta e mi dissero che poi, man mano, si sarebbero calmati.
In quell'Istituto me la sono vista brutta, ad un certo punto ho pensato anche che potevo essere ammazzato sotto una loro mazzata; io chiedevo di andare a visita medica ma non mi mandavano e mi dissero che il dirigente sanitario stava dalla loro parte perché parente di uno della Dia. Poi io gli riferii che li denunciavo e loro trovarono una mia denuncia in una lettera, mi chiamarono giù, me la strapparono e mi gettarono il foglio in faccia. L'8 settembre 2020 mi hanno portato in isolamento, mi hanno trattato come un animale, mi hanno fatto bere l'acqua della fontana che non è potabile e me ne sono sentito di tutti i colori. Ed adesso che mi trovo qui (Secondigliano) ho trovato il coraggio di denunciare, ma la mia preoccupazione è quella che mi riportino lì (Vibo) dove sono stato picchiato senza motivo.
di Giovanbattista Tona
Il Sole 24 Ore, 12 ottobre 2020
Non si può presentare a mezzo Pec il ricorso per Cassazione contro una decisione del Tribunale del riesame per la scarcerazione di un indagato. Nemmeno durante il lockdown. Lo ha affermato la prima sezione penale della Corte di cassazione con la sentenza 27127 del 29 settembre scorso. Di norma, nel processo penale non è consentito ai difensori e alle parti private l'uso della posta elettronica certificata per la trasmissione dei propri atti alle altre parti né per il deposito presso gli uffici.
L'articolo 16, comma 4, del decreto legge 179 del 2012 riserva l'uso di questo mezzo informatico alla sola cancelleria per le comunicazioni richieste dal pubblico ministero e per le notificazioni ai difensori disposte dall'autorità giudiziaria. Un'impugnazione è un atto di parte e non una comunicazione del giudice; non rientra quindi tra quelli per i quali è ammessa la Pec.
E, finché non sarà operativo il processo penale telematico, non potranno nemmeno operare le regole del Codice digitale (il Dpr 68 del 2005). Peraltro, per le impugnazioni la giurisprudenza già da tempo richiamava il principio della tipicità delle forme di presentazione, fissate nell'articolo 583 del Codice di procedura penale, che non ammettono equipollenti. L'inoltro con Pec non rientrava tra le forme tipizzate e quindi rendeva il ricorso inammissibile. Questo vale anche quando il difensore deve proporre ricorso al Tribunale della libertà contro le misure cautelari applicate a un suo assistito e quando voglia ricorrere dinanzi alla Cassazione contro un provvedimento del Tribunale della libertà. Infatti, l'articolo 309 del Codice di procedura penale richiama espressamente il principio generale fissato nell'articolo 583 dello stesso Codice.
Tuttavia, durante il lockdown, l'articolo 83 del decreto legge 18 del 2020 ha disposto la sospensione delle attività giudiziarie e dei termini processuali, prevedendo ai commi 14 e 15 che le comunicazioni e le notificazioni alle parti fossero effettuate mediante invio all'indirizzo Pec del difensore di fiducia. Al comma 11 ha poi previsto che il ricorso per cassazione nei giudizi civili possa essere inoltrato via Pec.
Queste disposizioni e il contesto emergenziale nel quale sono state emanate avevano indotto il difensore di un indagato sottoposto a custodia cautelare, confermata dal Tribunale della libertà, a presentare il ricorso per cassazione contro questa decisione a mezzo Pec. Per il procedimento dinanzi al tribunale al riesame, infatti, non valeva la sospensione delle udienze e dei termini e il difensore ritenne di potersi avvalere delle modalità di comunicazione eccezionalmente introdotte per ridurre i contatti tra gli operatori.
Ma la Cassazione ha spiegato che anche le disposizioni contenute nell'articolo 83 del decreto legge 18 del 2020 contengono una deroga insuscettibile di estensione e, poiché nulla è stato disposto per le impugnazioni nei procedimenti penali, la presentazione del ricorso a mezzo Pec deve considerarsi preclusa anche in tempi di Covid.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 12 ottobre 2020
Più di 400 detenuti in più nelle carceri campane. È l'ultimo dato sul sovraffollamento nei quindici istituti di pena della Campania, la fotografia più aggiornata del sistema penitenziario che pone la nostra regione in cima alla classifica, seconda solo alla Lombardia, per numero di detenuti. Cosa fare? Se ne è discusso alla conferenza nazionale dei garanti che quest'anno, su iniziativa del garante regionale Samuele Ciambriello, si svolge a Napoli.
Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha inviato una lettera promettendo grandi investimenti e "l'impegno ad ampliare progressivamente le opportunità lavorative e di inclusione sociale a beneficio dei detenuti".
Il sottosegretario Andrea Giorgis ha spiegato l'intenzione del governo di puntare a "investimenti nell'assunzione e nella formazione di personale", "investimenti nelle strutture perché non si possono offrire percorsi trattamentali efficaci se non ci sono strutture adeguate" e "investimenti in presidi sanitari per il diritto alla salute dei detenuti, anche quelli al 41bis". La speranza di chi ha a cuore le tematiche del carcere è che dalle parole si passi ai fatti senza dover attendere tempi biblici.
Intanto in carcere si continua a morire: dall'inizio dell'anno si sono verificati 44 suicidi nelle celle italiane, otto dei quali in Campania. "Con il primato negativo riguardante il sovraffollamento - commenta Ciambriello - si continua a parlare da Nord a Sud del piano incompiuto per il carcere di Nola, pensato nel 2015 e ancora in una fase di progettazione preliminare. Dunque - aggiunge il garante campano - a coloro che ritengono che la risposta alla questione della detenzione sia rappresentata dalla costruzione di nuove carceri e non da un maggiore accesso alle pene alternative, ricordo che occorre fare i conti con la lentezza burocratica delle procedure, anche per evitare lo scandalo delle cosiddette carceri d'oro".
Dici carcere e pensi alle mille contraddizioni dei luoghi di pena, che in Campania si sommano a quelle di un territorio sempre in bilico tra grandi emergenze ed esperienze di eccellenza. La popolazione attualmente presente in Campania è di 6.475 detenuti, di cui 308 donne e 134 stranieri, mentre la capienza regolamentare delle strutture sarebbe in totale di 6.062 persone. Il carcere militare di Santa Maria Capua Vetere ospita 58 detenuti, l'istituto penale per minori di Nisida conta 30 ragazzi reclusi, 25 quello di Airola. Quanto all'esecuzione penale esterna, secondo i dati aggiornati a pochi giorni fa, l'ufficio ha in carico 6.440 persone. Non è tutto. Le quattro strutture Rems presenti in Campania (sono strutture sanitarie che accolgono autori di reati affetti da disturbi mentali e socialmente pericolosi) hanno una capacità di accoglienza di circa 68 posti.
In questa realtà trova spazio da tre anni il polo universitario penitenziario regionale, una luce nel buio. Il polo ha sede nel carcere di Secondigliano e tra i 57 già immatricolati e i 54 nuovi iscritti è arrivato quest'anno a 106 studenti detenuti. Nel corso del 2019 sono stati attivati 23 corsi di formazione professionale che hanno coinvolto 236 iscritti nei vari istituti della regione, esempio di investimento in formazione in un'ottica di reinserimento sociale dei detenuti. Ma non basta. Le criticità continuano a essere tante e l'ha ribadito Stefano Anastasia, garante dei detenuti di Lazio e Umbria aprendo i lavori della conferenza che si chiuderà oggi. "La pandemia ha fatto cadere il tabù della tecnologia nelle carceri", afferma. Ora tocca abbattere gli altri
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