di Delia Morea
ilmondodisuk.com, 13 ottobre 2020
Il libro a cura di Adolfo Ferraro. Spesso si dice che la letteratura abbia un potere salvifico e molto spesso questo assunto è vero, nel caso del libro di recente pubblicazione "Seizeronove. Galeoni e Galeotti" (Homo Scrivens) a cura di Adolfo Ferraro, la letteratura fa di più, poiché diventa mezzo terapeutico.
Essa sperimenta, confrontandosi con forme di devianza complesse nella rosa dei reati: i "sex offenders", cioè i reati a scopo sessuale, regolati dall'articolo artt. 609 bis ss. del Codice Penale, le origini dei disadattamenti e la divisione del bene dal male. L'idea dello psichiatra Adolfo Ferraro e di un gruppo di operatori volontari è stata quella di attuare il laboratorio "Lupus in fabula", tenuto dal mese di ottobre 2018 al giugno 2019 presso la casa circondariale di Napoli Secondigliano.
Al laboratorio, programmato e organizzato dalla sifpp (Società Italiana Formazione Psichiatria Penitenziaria e Forense) con le autorizzazioni della Direzione del carcere, del Provveditorato Regionale Campania Amministrazione Penitenziaria e del Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Napoli) hanno partecipato venti detenuti responsabili di reati sessuali.
L'originalità dell'idea ha consistito nella lettura collettiva del romanzo "Il Visconte dimezzato" di Italo Calvino, come metafora della scissione tra il bene e il male e lo stimolo a ricomporre, attraverso la lettura, le parti di se stessi, anche quelle più profonde.
Il protagonista del romanzo di Calvino va in guerra ma viene dimezzato da una palla di cannone dividendo le due parti del suo corpo nel bene e nel male, il laboratorio esamina, appunto, il contenuto metaforico del romanzo attraverso tre fasi: la prima riguarda la lettura collettiva, nella seconda si è lavorato sui personaggi, sviluppando ogni detenuto una storia autonoma dal testo, utilizzando meccanismi di creatività personale, creando, appunto, una storia ex novo, cosi è giunti a raccontare se stessi, la propria attuale condizione: "nell'idea di acquisire una consapevolezza che non nega e non giustifica, ma aiuta a comprendere".
Infine, la terza fase che ha portato alla elaborazione di un testo completo dove ogni partecipante al gruppo ha portato il suo contributo, un testo rappresentativo di un lavoro comune e nel contempo delle varie individualità. Come si vede un percorso molto interessante e complesso che ha avuto il fine di fare acquisire ad ognuno consapevolezza, in relazione al proprio reato, utilizzando i linguaggi della letteratura e della scrittura.
Il tutto si concretizza con un progetto di fantasia molto significativo: una nave, un immaginario galeone (di quelli che solcavano i mari ai tempi dei pirati) sulla quale sono accolti i detenuti (galeotti) e che li porta a solcare gli immaginari mari della mente.
Sulla nave di fantasia ci si imbarca con la parte di sopra (quella inerente il bene) ma clandestina arriva anche la parte di sotto (il male). Perché la nave, perché il galeone? I manufatti di passatempo dei detenuti (fatti con i stuzzicadenti e cartoni, ad esempio) spesso raffigurano navi e vengono chiamati "Seizeronove" come l'articolo del codice che li tiene in carcere, da questi l'ispirazione.
All'interno del libro sono, dunque, raccolte le storie di questi uomini, scrive uno di loro: "Un ultimo appuntamento con la speranza. Da alcuni mesi partecipo, insieme ad altri compagni, a un interessante programma di terapia di gruppo, non per guarire da qualcosa come droga, alcol, violenza in tutte le forme possibili, bensì per conoscere noi stessi, il nostro animo, il proprio cuore".
Un progetto particolare, che tenta di mettere a nudo personalità complesse, spesso con disturbi della personalità e che di certo rientrano in una categoria sociale ai margini per le loro azioni, un progetto dove si sono spesi nella totalità i detenuti e i volontari che attraverso un'idea vincente hanno traghettato su una nave immaginaria un gruppo di "anime" alla ricerca della loro parte buona non tralasciando quella cattiva.
Scrive Adolfo Ferraro, curatore di questo lavoro egregio, di questa pubblicazione che interessa per le tante verità che sottende: "Può la Letteratura cambiare le persone? E può quindi, potendo produrre cambiamenti, diventare cura per disturbi caratteriali difficilmente curabili? Una cura che non prevede necessariamente la guarigione, perché forse non c'è nulla da guarire, ma piuttosto cambiamenti profondi che possano incidere su devianze sociali e culturali che producono danno e comportamenti illeciti e a volte delittuosi".
È da questa premessa interrogativa che prende inizio un viaggio di scoperta che non prevede una guida turistica - intesa come la conferma di verità già note - ma piuttosto di affrontare il fardello interiore e profondo di chi non sempre è consapevole del proprio malessere, sia usando la negazione volontaria sia semplicemente rifiutando (più o meno consciamente) consapevolezze imbarazzanti e responsabilizzanti". Il libro si completa con scritti di Giulio Balbi, professore Ordinario di Diritto Penale, Amalia Fanelli, operatrice penitenziaria volontaria, Luigi Romano, presidente Antigone Campania, Maria Pia Daniele, autrice e regista, Davide Iodice, regista e pedagogo. Un libro da leggere.
Adolfo Ferraro
Seizeronove. Galeoni e galeotti. Homo Scrivens 2020, Napoli. p. 176, euro 19,70
di Valentina Stella
Il Dubbio, 13 ottobre 2020
Ha iniziato con "La Drola", la squadra dei detenuti di Torino. La storia di Serghei Vitali incarna pienamente quanto previsto dall'articolo 27 della nostra Costituzione per cui la pena deve tendere alla rieducazione del condannato: dopo 16 anni di carcere Serghei è un giocatore del Rugby Colorno, "top-12", la serie A del rugby.
A rendere nota la storia è il quotidiano del ministero della Giustizia, gNews. Moldavo di Falesti, ai confini con la Romania, Serghei comincia la sua disavventura italiana nel 2000: "Ero finito in un giro di recupero crediti - racconta a Raul Leoni - e sono rimasto coinvolto in una brutta vicenda". Da quel momento inizia a frequentare prima i tribunali e poi gli istituti di pena fin quando nel 2015 non arriva alla casa circondariale "Lorusso e Cutugno" di Torino dove milita La Drola, la squadra di rugby formata da detenuti che ha fatto la storia dello sport in carcere: "Li ho visti giocare la prima volta - continua nel suo racconto a Leoni - e ho pensato che erano pazzi, una cosa senza senso".
Poi la catarsi e l'entrata in squadra: "Non ho mai avuto una famiglia, ero abituato dalla vita a combattere solo per me stesso. Ho capito per la prima volta cosa significavano l'amicizia e il sacrificio, il piacere di lottare anche per gli altri, i miei compagni, il rispetto per le regole".
Quasi 150 partite con La Drola, fino a quando Serghei paga totalmente i conti con la giustizia italiana. Da un mese il 36enne è un uomo libero: "Il primo aiuto l'ho avuto dall'Associazione San Cristoforo di Parma, dove mi ha accolto don Umberto Cocconi".
Poi anche la nuova passione sportiva fa la sua parte: a dargli una mano il consigliere federale Stefano Cantoni, presidente di "Sostegno Ovale". "Sono arrivato a Colorno, una squadra importante: mi hanno accolto come uno di loro". Ma arrica il Covid- 19, seguito dal lockdown, e Serghei si mette a disposizione delle associazioni di volontariato che lavorano in contatto con il club emiliano: "È sempre stato il primo a rispondere alla chiamata, non ha saltato mai un turno, disponibilità assoluta", dicono di lui a Colorno.
Oltre al servizio per la comunità, mette la sua esperienza di vita a disposizione della società biancorossa: oltre agli allenamenti in prima squadra si dedica come aiuto- allenatore ai piccoli "under 14". Ora la vita di Serghei può cambiare.
C'è ancora da regolarizzare la situazione amministrativa con il Paese di origine - conclude l'articolo di giustizia newsonline visto che durante la detenzione tutti i documenti sono scaduti: e poi il desiderio di diventare cittadino romeno e, come tale, comunitario. Una carta in più per realizzare il sogno di giocare in un campionato vero, di un lavoro, di una famiglia.
Il Fatto Quotidiano, 13 ottobre 2020
A comunicarlo sono le stesse autorità curde citate dai media siriani. Una decisione che sorprende se si tiene conto della presenza di numerose cellule dormienti in tutto il Paese e della nuova presenza dello Stato islamico in alcuni villaggi nella regione petrolifera di Deir Ezzor, dove i jihadisti sono tornati a minacciare le donne e a chiedere il pagamento della zakat
Membri di medio e basso rango, malati terminali, colpevoli di reati minori e over 75, tutti in carcere da più di due anni. Le Forze Democratiche Siriane (Sdf), a maggioranza curda, hanno deciso di concedere l'amnistia a migliaia di prigionieri, tra cui alcuni ritenuti membri dello Stato Islamico, che così potranno godere di sconti di pena o, addirittura, essere liberati. A comunicarlo sono le stesse autorità curde citate dai media siriani.
Destinatari del provvedimento saranno alcuni dei 12mila prigionieri di nazionalità siriana rinchiusi nelle carceri curde del nord-est del Paese, su un totale di circa 19mila carcerati in larga parte considerati ex combattenti del Califfato provenienti anche da Iraq (5mila) e da altre 55 diverse nazionalità (2mila). "Numerosi detenuti nel nord e nord-est della Siria saranno rilasciati o le loro pene saranno ridotte in forza di un'amnistia generale - si legge nel comunicato delle forze curdo-siriane - Questa prevede delle eccezioni per assicurare il rispetto della sicurezza nella regione e garantire il diritto delle vittime di ricevere giustizia".
In particolare, si legge, saranno rimessi in libertà "i detenuti che scontano pene minori, quelli affetti da malattie incurabili e i prigionieri con più di 75 anni di età". I prigionieri con pene più gravi vedranno dimezzate le loro condanne e chi è stato condannato all'ergastolo avrà una pena ridotta a 20 anni di carcere. Anche i latitanti potranno beneficiare dell'amnistia se si costituiranno entro due mesi.
Esclusi dallo sconto di pena solo i colpevoli di "spionaggio", "tradimento", "crimine d'onore", "traffico di droga", "dirigenti di organizzazioni terroristiche come l'Isis". Saranno rilasciati "membri dell'Isis di medio e basso rango se hanno ottenuto meriti di buona condotta". Una decisione che sorprende se si tiene conto della presenza di numerose cellule dormienti dello Stato Islamico in tutto il Paese, anche nel nord-est, dove i miliziani in nero compiono costantemente attacchi terroristici e kamikaze contro le Sdf. Inoltre, è di pochi giorni fa la notizia, confermata dalle stesse Forze Democratiche Siriane, di una nuova presenza dello Stato islamico in alcuni villaggi nella regione petrolifera di Deir Ezzor, dove i jihadisti sono tornati a minacciare le donne che non indossavano indumenti islamici secondo i dettami del Califfato fondato da Abu Bakr al-Baghdadi e a chiedere il pagamento della zakat.
di Francesco D'errico*
Il Dubbio, 13 ottobre 2020
"Vendetta pubblica. Il carcere in Italia", di Marcello Bortolato ed Edoardo Vigna, uscito di recente per Editori Laterza, rappresenta, innanzitutto, una riuscita operazione di debunking. In questo breve saggio, infatti, si smontano, pezzo per pezzo e dati alla mano, le infinite fake news sul carcere, si smentiscono i troppi falsi miti e le innumerevoli informazioni distorte che avvelenano quotidianamente il dibattito sulla giustizia.
Pagina dopo pagina, si misura la distanza siderale tra percezione dell'opinione pubblica e realtà dei fatti, dove le evidenze statistiche sconfessano la convinzione, apparentemente impossibile da sradicare, che l'unico metodo per produrre maggiore sicurezza sia quello di rinchiudere il maggior numero di persone con le pene più afflittive possibili.
La quotidianità del carcere, "luogo in sé violento", è profondamente diversa da chi la descrive come "vitto e alloggio gratis": è fatta di contagio criminale e di ozio forzato, di un "silenzio chiassoso" e alienante, di promiscuità e malattia, di un'omologazione che "distrugge l'individualità", di dipendenza da psicofarmaci e sovraffollamento. Altro che "in carcere non ci va nessuno", nel nostro paese i delitti sono in diminuzione, eppure gli istituti di pena continuano a riempirsi.
Qualcosa non funziona, e non sarà la costruzione di nuove strutture a risolvere il problema: "più grande è il secchio e più acqua ci metterai per soddisfare la sete punitiva di certa parte dell'opinione pubblica". Già, perché la famosa "certezza della pena" ha perso, nel suo uso comune, il significato originario di pena predeterminata, conoscibile e quindi prevedibile dai consociati, trasformandosi in "certezza della galera"; non si fonda più, dunque, sull'art. 25 della Costituzione, ma su "ciò che vuole la gente".
Oggi, tutto ciò che "non è galera è misura alternativa, dovrebbe essere il contrario": sarebbe necessario invertire il paradigma, applicando per davvero il principio dell'extrema ratio. Un cambiamento culturale, a partire da un concetto fondamentale ribadito più volte dagli autori: "lo Stato esercita il potere di privare un uomo della libertà: ogni altra imposizione è un'inaccettabile violazione dei suoi diritti". Lo ha ricordato di recente anche Mauro Palma: "si va in carcere perché si è puniti, non per essere puniti".
Ecco che, in un solo colpo, si sgombera il campo dalle anacronistiche invocazioni al lavoro forzato o, ancora peggio, al medievale ritorno a inflizioni corporali, come da qualsiasi pratica di tipo coercitivo che invada la sfera interna, intima del condannato.
In questa prospettiva, anche il diritto all'affettività acquisisce grande rilevanza, in quanto non si tratta di un lusso o di un privilegio ma di "una dimensione naturale dell'essere umano, di una parte essenziale del concetto stesso di dignità", fondamentale per alleviare il paradossale effetto desocializzante di un istituto nel quale si è rinchiusi per essere "risocializzati".
Oltre all'analisi e alla critica del fenomeno punitivista, c'è spazio anche per una proposta finale dedicata alla giustizia riparativa, "per favorire la responsabilizzazione del condannato" e il percorso di risocializzazione, a patto però che sia frutto di una scelta del detenuto e non di imposizioni più o meno velate.
"Vendetta pubblica", in conclusione, non è solo un utile kit di sopravvivenza per affrontare il populismo penale imperante e smascherarne le più ripetute bugie, ma è anche e soprattutto un saggio chiaro e dal registro divulgativo, accessibile ai più, utile per poter apprezzare il senso di un diritto penale e penitenziario costituzionalmente orientati, in grado di trovare il delicato equilibrio tra esigenze di sicurezza e inviolabilità delle garanzie individuali perché "tutelare i diritti non significa cedere alla criminalità ma è anzi il miglior antidoto con cui combatterla". Regalatelo al vostro amico la prossima volta che vi dirà "bisogna buttare via la chiave", forse cambierà idea.
*Presidente Extrema Ratio
di Rossella Grasso
Il Riformista, 13 ottobre 2020
Un pallone può essere molto più di un gioco da ragazzi. Può essere l'occasione di svago per tanti detenuti che soprattutto in tempi di pandemia sono costretti a limitare le loro attività. E può essere anche formativo per capire che rispettando le regole del gioco è bello vincere tante partite. Per questo motivo l'associazione "Un'infanzia da Vivere" di Caivano ha deciso di donare palloni in tutte le carceri della Campania. Ha iniziato da Poggioreale e adesso anche a Secondigliano. Ma il giro di consegne continuerà anche a Salerno, Bellizzi e Santa Maria Capua Vetere, Ariano Irpino e Benevento.
"Grazie al contributo di 'Con i Bambini', 'Con il Sud' e tante altre realtà sociali, con l'aiuto dei garanti Pietro Ioia e Samuele Ciambriello da un mese stiamo portando i palloni in tutte le carceri - ha spiegato Bruno Mazza dell'Associazione di Caivano - Dopo Poggioreale oggi siamo a Secondigliano. I palloni rappresentano uno sfogo per i ragazzi che stanno dentro: non hanno nulla, non possono fare null'altro che parlare sempre delle stesse cose. E così un pallone può essere una distrazione fondamentale. Ci auguriamo che attraverso un pallone possano impegnarsi a rispettare le regole basilari come il rispetto reciproco".
L'iniziativa è finanziata da Impresa Sociale Con i Bambini e Fondazione Con Il Sud attraverso il progetto "Emergenza Covid -19" con cui sono stati stanziati fondi per attività al Parco Verde e così l'associazione ha pensato di poter condividere con i detenuti parte del finanziamento attraverso la donazione dei palloni, che sperano di poter portare in tutta Italia.
"È possibile che presto nelle carceri per la pandemia chiudano tutte le attività ricreative - ha detto Pietro Ioia, garante dei detenuti di Napoli - Poche persone potranno entrare e l'unico sfogo sarà il pallone. Almeno così potranno organizzare dei tornei".
Un'area iniziativa solidale promossa da Ioia è la raccolta di beni di prima necessità per "Il detenuto ignoto": saponi, dentifrici e disinfettanti raccolti in tutta Italia da donare ai detenuti che non hanno la possibilità di procurarseli in nessun modo. La rete della solidarietà ancora una volta si stringe intorno ai più deboli in un momento in cui la situazione sta per precipitare nuovamente.
di Giuliano Pisapia
Corriere della Sera, 13 ottobre 2020
La Ue deve negoziare con il gruppo di Visegrad, formato da Paesi nei quali c'è stata una pericolosa contrazione dei diritti fondamentali, per non rischiare che ritardino, o siano bloccati, i fondi previsti per il Recovery Plan. Ingenti risorse per il rilancio economico e sociale versus difesa dello Stato di diritto? È accettabile che l'Unione Europea rinunci a sanzionare la violazione dei principi base di uno Stato di diritto per non rischiare che ritardino, o siano bloccati, i fondi previsti per il Recovery Plan? Potrebbe sembrare una domanda retorica, con un'ovvia risposta negativa, ma è invece un quesito che oggi ci mette di fronte a dubbi e conseguenti assunzioni di responsabilità.
Il "via libera" unanime al Recovery Plan è infatti sempre più indissolubilmente legato a questo aspetto. E il rischio di rottura tra istituzioni europee diventa sempre più attuale e concreto. Ma - sia chiaro - questo pericolo non può in alcun modo essere addebitato al Parlamento europeo che ha fatto, e sta facendo, il suo dovere non dimenticando che lo Stato di diritto è uno dei pilastri su cui si fonda l'Unione europea. Del resto, che credibilità può avere chi minaccia e decide sanzioni economiche per Paesi non Ue che non rispettano i principi democratici e, contemporaneamente, non ha la forza e il coraggio di applicare le stesse sanzioni a chi fa parte della "famiglia europea"?
Il piano Next Generation Ue per la ripresa post Covid - 750 miliardi tra finanziamenti e prestiti, di cui oltre 200 destinati all'Italia - per diventare operativo deve essere ratificato da tutti i 27 Paesi dell'Unione, compresi gli Stati dell'Est appartenenti al gruppo di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia) che in questi anni, a partire dall'Ungheria e dalla Polonia, hanno visto una pericolosa contrazione dei diritti fondamentali. Purtroppo proprio questa modalità di approvazione del Piano permette a tutti gli Stati di avere un sostanziale diritto di veto (come purtroppo accade per troppe decisioni europee) e di trasformarlo in una pericolosa arma di contrattazione, direi quasi di ricatto, nei confronti dell'intera Europa.
Il pericolo, fondato, è che questo potere di vieto venga utilizzato arrivando a minacciare di non sottoscrivere l'accordo se non viene eliminato il divieto, approvato a larga maggioranza dal Parlamento europeo, di finanziare i Paesi che non rispettano le regole di uno Stato di diritto. Finanziare, ad esempio, un Paese come l'Ungheria, il cui presidente chiede e ottiene i "pieni poteri", o come la Polonia, che cancella l'autonomia e indipendenza della magistratura e il cui ministro dell'istruzione dichiara che "le persone Lgbt non sono eguali alle altre persone" e "che l'ideologia Lgbt è scaturita dal neo-marxismo e ha le stesse radici del nazionalismo tedesco".
La Germania - che attualmente presiede il Consiglio dell'Ue - ha proposto un compromesso che in realtà è un passo indietro perché cancella di fatto quanto aveva deciso il Parlamento. E ciò, malgrado il recente rapporto sulla violazione dello Stato di diritto nei 27 Paesi Ue abbia bocciato e accusato pesantemente l'Ungheria e la Polonia che "mettono in pericolo le fondamenta giuridiche, politiche ed economiche della Ue".
Che fare dunque? Siamo a un bivio. Se non si trova una mediazione "alta e nobile" il banco salterà ma certo non sarà, e non potrà essere, responsabilità di chi chiede il rispetto delle regole. La proposta tedesca non ha ricevuto buona accoglienza tra i parlamentari progressisti, ma non solo da loro. "Non possiamo scegliere tra i soldi e i diritti", questa è una convinzione diffusa nel Parlamento europeo. Ma c'è anche chi, ricordando che i fondi Ue sono pari al 3% del Pil ungherese, è convinto che Orbán non potrà farne a meno e che il suo sia solo un bluff.
Sono convinto che sia possibile trovare un punto di incontro, ma non dovrà essere a scapito del diritto e dei diritti. Anche perché la trattativa in corso rappresenta un momento decisivo per comprendere la direzione che l'Europa prenderà nei prossimi anni. È necessario capire se riusciremo ad avere una vera comunità o soltanto una somma di Stati che litigano - e spesso battagliano - tra loro per far prevalere, a seconda del momento, i propri interessi.
Questo passaggio è anche determinante per sancire un maggior ruolo decisionale del Parlamento europeo, che, va ricordato, è l'unica istituzione europea eletta direttamente dagli oltre 400 milioni di cittadini dei 27 Stati membri. "Sacrificare" lo Stato di diritto all'interno dell'Unione ci porterebbe a un salto nel vuoto dai contorni incerti e non accettabili. Come disse John Kennedy "non possiamo mai negoziare per paura, ma non possiamo mai avere paura di negoziare", ma non possiamo neppure dimenticare che, come sosteneva Stefano Rodotà, "i diritti sono lo specchio e la misura dell'ingiustizia e uno strumento per combatterla".
*Europarlamentare, vicepresidente Commissione Affari costituzionali
di Daniele Raineri
Il Foglio, 13 ottobre 2020
È il riscatto pagato per la liberazione dei due ostaggi italiani sequestrati da al Qaida in Africa. Secondo fonti vicine ai negoziati sentite dal Foglio, il governo ha pagato in totale sei milioni di euro per liberare Pier Luigi Maccalli e Nicola Chiacchio, due italiani rapi-ti in Niger e rilasciati giovedì scorso in Mali. Gli ostaggi erano nelle mani della divisione di al Qaida che infesta la regione del Sahel con la sigla Jnim e riesce a muoversi con facilità da un paese all'altro attraverso frontiere che in certe aree esistono soltanto sulla carta. I negoziati sono stati abbastanza rapidi grazie al fatto che il 25 marzo il gruppo terrorista ha rapito un famoso politico del Mali, Soumaila Cissé - ex ministro delle Finanze e candidato a diventare presidente - durante la campagna elettorale. Questo ha creato in meno di un mese una connessione tra il governo del Mali e i sequestratori e a questo contatto si sono attaccate le trattative per altri ostaggi: la francese Sophie Petronin, un'operatrice umanitaria rapita nel 2016, e i due italiani.
I negoziati sono cominciati a diventare concreti all'inizio di agosto e non hanno subìto scossoni nemmeno durante il golpe in Mali del 18 agosto, perché i golpisti hanno avuto l'idea saggia di tenere sempre lo stesso negoziatore al suo posto. Il sequestro di Cissé è stato una svolta soprattutto per l'ostaggio francese, Petronin, perché il gruppo terrorista rifiuta di negoziare con la Francia e di partecipare a qualsiasi negoziato dove i francesi siano presenti come mediatori.
Da anni un contingente militare francese di cinquemila soldati è presente nell'area del Sahel - il nome della missione è Operazione Barkhane - per dare la caccia ai gruppi jihadisti con alterne fortune: a volte registra successi e a volte sembra che i progressi siano impossibili. Agiugno i francesi hanno ucciso con un'operazione nel nord del Mali Abdelmalek Droukdel, l'imprendibile capo dell'altra grande divisione africana di al Qaida in quella regione, conosciuta con la sigla Aqim. Non c'era spazio per negoziati, ma i terroristi avevano segnalato la disponibilità a liberare Petronin, di 75 anni, che nei quattro anni di prigionia si è convertita all'islam e oggi si fa chiamare Mariam.
Un emissario di al Qaida ha mandato una lista di duecento nomi di detenuti nelle carceri del Mali da liberare in cambio dell'ostaggio francese e del politico maliano (per quest'ultimo hanno voluto anche denaro). A negoziare per gli italiani c'erano gli uomini dell'Aise, i servizi segreti per l'estero, che in questi anni hanno costruito una rete di contatti molto estesa - l'attuale direttore, Giovanni Caravelli, si è occupato della liberazione di Silvia Romano in Somalia.
Le autorità del Mali hanno liberato 180 detenuti in due tranche, sabato 3 e domenica 4 ottobre, e secondo il giornalista francese Wassim Nasr tra loro ci sono soltanto tre jihadisti importanti. Molti altri fra i liberati sono prigionieri qualsiasi, hanno connessioni deboli o casuali con il gruppo terrorista, e la loro liberazione è una mossa politica da parte di al Qaida per ingraziarsi la popolazione.
I qaidisti hanno chiesto un intervallo di tre giorni fra il rilascio dei loro uomini e quello degli ostaggi per avere il tempo di nascondere i leader liberati e infatti giovedì hanno rilasciato i quattro prigionieri. Mentre sui media circolavano le foto dei sequestrati restituiti al governo del Mali e ormai atterrati in Francia e Italia, su un canale telegram sono apparse le foto dei jihadisti liberati mentre incontravano il capo storico del gruppo, Iyad Ag Ghali. Nella stessa regione dove Iyad Ag Ghali muove i suoi combattenti arriveranno i soldati delle forze speciali italiane impegnati con altri contingenti europei nell'operazione Takuba a sostegno dei francesi.
di Matteo Miavaldi
Il Manifesto, 13 ottobre 2020
Decisione del governo dopo numerose manifestazioni nel paese in seguito dell'ennesima violenza di gruppo contro una donna. Il governo del Bangladesh ha approvato ieri un inasprimento delle pene per il reato di stupro, rispondendo a una settimana di proteste da parte della società civile bangladeshi. Il nuovo emendamento, che va a modificare la legge per la Prevenzione della Repressione di Donne e Bambini, porterà la pena massima per lo stupro dall'ergastolo alla pena capitale.
Nella conferenza stampa tenutasi ieri nella capitale Dhaka, il segretario di gabinetto Khander Anwarul Islam ha annunciato che la nuova misura, approvata dal consiglio dei ministri in videoconferenza, sarà ufficializzata nella giornata di oggi con un ordine esecutivo della prima ministra Sheikh Hasina. Il governo bangladeshi ha varato la nuova norma dopo numerose manifestazioni che hanno interessato diversi centri urbani, compresa Dhaka. Migliaia di persone, soprattutto studenti e giovani donne, hanno sfilato per le strade urlando slogan come "impiccate gli stupratori" e "nessuna pietà per i violentatori" - riporta Al Jazeera - scontrandosi sistematicamente con le forze dell'ordine schierate dal governo Hasina.
A incendiare le polveri della rabbia popolare è stato un video condiviso agli inizi di ottobre sui social network che mostrava un gruppo di uomini mentre attaccavano una donna. Identificati dal video, otto uomini sono stati arrestati. Secondo le ricostruzioni delle autorità, divulgate dalla stampa locale, la vittima dell'abuso è una donna di 37 anni, residente nel distretto meridionale di Noakhali. La vittima ha raccontato alla polizia di essere già stata violentata da uno degli arrestati lo scorso anno, mentre un complice la minacciava con una pistola puntata alla tempia. Gli abusi sono continuati fino ad arrivare al due settembre, quando il gruppo di uomini l'ha prima violentata e poi ricattata, obbligandola ad altre violenze e al pagamento di un riscatto per non rendere pubblico il video. Quando la donna si è rifiutata, il video è stato pubblicato.
Nonostante l'authority delle telecomunicazioni del Bangladesh abbia ordinato la rimozione del video da tutte le piattaforme social, il documento continua a circolare su Whatsapp. La protesta, iniziata con una mobilitazione online fino alle manifestazioni di piazza degli scorsi giorni, si inserisce in una serie di mobilitazioni studentesche contro le violenze sessuali che da mesi infiammano le città del Bangladesh.
Cortei di protesta e scontri con la polizia si erano già registrati a Syleth, nel nord del Paese, e ancora a Dhaka, all'inizio dell'anno. Secondo un rapporto pubblicato la scorsa settimana da Ain o Salish Kendra (Ask) - organizzazione non governativa che si occupa di diritti umani e supporto legale per le vittime di abusi - tra gennaio e settembre 2020 sono stati denunciati in Bangladesh 975 stupri; in un caso su cinque si è trattato di stupri di gruppo. Il bilancio prende in considerazione solo i casi coperti dalla stampa nazionale e denunciati alle forze dell'ordine.
In Bangladesh, come nel resto dell'Asia Meridionale, lo stigma sociale che subiscono le vittime di violenza sessuale rende più difficile denunciare gli stupri. È ragionevole stimare che le cifre evidenziate da Ask riflettano in minima percentuale l'ampiezza del problema nel Paese.
Per la legge vigente in materia - articolo 376 del codice penale, ratificato nel 1860, durante l'occupazione britannica - se la vittima è moglie dello stupratore il massimo della pena è ridotto a due anni di carcere, al pagamento di un'ammenda o entrambi. Uomini, bambini, trans, "hijra" (nel subcontinente indiano, eunuchi, trans "male to female") e intersex non sono contemplati e non godono quindi di alcuna tutela legale in caso di violenza sessuale.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 13 ottobre 2020
Giunto al 78esimo giorno di digiuno totale. Protesta contro la detenzione "amministrativa", senza processo e accuse formali, che sconta da luglio in un carcere israeliano. "Maher sta molto male, ha perso quasi la metà del suo peso, ha un forte mal di testa e un ronzio costante nelle orecchie ed è troppo debole per stare in piedi. Ora fa fatica anche a rispondermi".
Così Taghreed al Akhras ha descritto ieri le condizioni del marito, Maher al Akhras, incarcerato in Israele e giunto al 78esimo giorno di digiuno completo. Rifiutando il cibo, Al Akhras - ora ricoverato all'ospedale Kaplan di Rehovot - protesta contro la detenzione "amministrativa" che sta scontando da luglio senza aver mai subito un processo e ricevuto accuse formali dalla procura militare israeliana. Un giudice ha approvato il suo arresto "cautelare" - cominciato a luglio - sulla base di una segnalazione dello Shin Bet, il servizio segreto, che ha chiesto di tenerlo chiuso in una cella per non meglio precisate "ragioni di sicurezza".
Al Akhras si sta lentamente spegnendo ma non si arrende. Il suo avvocato ha fatto sapere che non rinuncia alla condizione che ha posto per mettere fine al digiuno: la scarcerazione immediata, quindi prima del 26 novembre, la data stabilita dal giudice militare come scadenza della sua detenzione. "Questo sciopero della fame è in difesa di ogni prigioniero palestinese e del mio popolo che soffre a causa dell'occupazione", ripete Al-Akhras. A sostegno della sua liberazione è in corso una campagna internazionale che l'8 ottobre è culminata in un Twitter Storm con gli hashtag #SaveMaher #DignityStrike. Residente a Silat al Dhahr, un villaggio vicino a Jenin, Al Akhras, è già stato incarcerato cinque volte, gran parte delle quali senza processo.
Al Akhras non è il primo palestinese a digiunare per protesta in questi ultimi anni. Il motivo è stato sempre la battaglia contro la detenzione "amministrativa". Questa misura, proibita da leggi e convenzioni internazionali, prevede periodi rinnovabili di detenzione senza processo.
È stata introdotta per la prima volta in Palestina durante il mandato coloniale britannico (terminato nel 1948). Ma le autorità israeliane la impiegano ancora contro i palestinesi sotto occupazione militare. Al momento ci sono circa 350 palestinesi incarcerati senza accuse o processo su un totale di 4.400 prigionieri politici. Dal 1967, anno di inizio dell'occupazione di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, sono stati emessi almeno 50.000 ordini di detenzione amministrativa.
di Grazia Di Michele
optimagazine.com, 13 ottobre 2020
È assurdo che nel 2020 ci siano ancora artisti che non possono esprimere liberamente il proprio pensiero. Si chiama Yahaya Sharif-Aminu, ha 22 anni, è detenuto nello Stato di Kano al nord della Nigeria. È un musicista amante del gospel, e come milioni di altri ragazzi nel mondo ha inviato alcune sue canzoni ad amici, tramite WhatsApp, che sono suo malgrado diventate pubbliche nel marzo di quest'anno. Nessuno avrebbe saputo della sua esistenza se in una delle sue canzoni non avesse lodato un imam scatenando la ferocia e l'indignazione dei suoi conterranei, i quali hanno considerato blasfema la sua composizione, sebbene questa non insulti in alcun modo la religione islamica.
Yahaya appartiene infatti all'ordine islamico sufi TIjaniyya, molto popolare nell'Africa settentrionale e occidentale, e la sua colpa è quella di aver dato lustro a un imam della confraternita (Ibrahim Niasse), elevandolo, secondo gli accusatori, al di sopra di Maometto. Tanto è bastato perché manifestanti inferociti bruciassero la sua casa e invocassero a gran voce la pena di morte per lui. Dopo un tentativo di fuga, il ragazzo è dunque finito in carcere in attesa di giudizio.
Il 10 agosto, l'Alta Corte della Shari'a lo ha condannato alla pena di morte tramite impiccagione. Il leader della fazione che lo accusa, Idris Ibrahim, ha dichiarato alla Bbc che "questo servirà da deterrente per gli altri che credono di poter insultare la nostra religione o il nostro profeta e andarsene in giro senza problemi". Nonostante la Costituzione nigeriana riconosca e garantisca il diritto alla libertà di pensiero, di religione e d'espressione, la condanna a morte per blasfemia è tuttora in vigore in quegli stati musulmani della Nigeria che riconoscono nella legislazione islamica Shari'a l'unica fonte normativa. Le punizioni, in caso di trasgressione, vanno dal linciaggio, all'amputazione, fino appunto all'impiccagione.
Per aver esercitato la libertà di pensiero e d'espressione, Yahaya è quindi detenuto in carcere in attesa dell'ultimo atto, la firma del Governatore di Kano, Abdullahi Umar Ganduje, senza poter incontrare il suo avvocato, né i suoi familiari. Laddove venga ratificata la condanna del "blasfemo" (le procedure sono peraltro sommarie, a quanto rivelano gli osservatori della realtà giudiziaria nigeriana), la condanna a morte verrà eseguita senza indugio.
È nei confronti di questo Governatore che associazioni per i diritti umani come Amnesty International stanno esercitando una pressione costante e determinata affinché non firmi il mandato di esecuzione e rimetta in libertà Yahaya, ma contestualmente il Governatore di Kano subisce eguali pressioni da parte di leader religiosi e personaggi influenti, affinché firmi subito l'esecuzione.
La vita di questo ragazzo è oggi appesa ad un filo. Chiuso in un carcere, non soltanto teme di essere impiccato, ma sa di rischiare la vita anche nell'ipotesi di una sentenza favorevole e di una sua liberazione, avendo ricevuto minacce di morte da parte di fanatici per sé e per la propria famiglia. In un comunicato del 28 settembre, gli esperti dell'Onu scrivono che: "l'espressione artistica di un'opinione (...) attraverso canzoni o altri mezzi (...) è protetta dalla legge Internazionale (...)". "L'applicazione della pena di morte per espressioni artistiche - dice ancora il comunicato - è una violazione flagrante della legge Internazionale dei diritti umani".
Non è accettabile che oggi, nel 2020, Yahaya possa essere impiccato per aver scritto e cantato una canzone, per aver espresso una sua idea, un suo pensiero dandogli voce. Non è un delinquente, non ha fatto del male a nessuno, non merita di essere trattato come il peggiore dei criminali. Non è possibile che ancora oggi fazioni religiose pretendano la pena capitale per blasfemia (al di là della inaccettabilità della pena di morte in sé); e che questo bellissimo ragazzo di 22 anni non possa tornare a cantare.
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