di Viviana Lanza
Il Riformista, 14 ottobre 2020
Qualche notte fa ha ingerito due batterie e una lametta, un gesto disperato con cui ha voluto manifestare il proprio dramma e urlare il proprio disagio e le proprie paure, soprattutto quella di tornare nel carcere di Vibo Valentia dove sostiene di aver subìto pestaggi. La storia di Gabriele De Biase, 31 anni, arrestato a Scampia per spaccio di droga e recluso temporaneamente nel carcere di Secondigliano in occasione dell'udienza del processo, e raccontata dal Riformista.it, rischia di diventare un altro caso giudiziario.
I familiari dell'uomo temono altri gesti di autolesionismo, e hanno chiesto l'intervento dei garanti dei detenuti di Campania e Calabria. Quale piega prenderà questa vicenda è ancora presto per dirlo. Intanto è una storia che riaccende il dibattito sulle difficoltà di vita in carcere per i reclusi, sulle criticità affrontate anche da chi lavora all'interno delle prigioni, sulle tensioni che possono generarsi tra reclusi e agenti della penitenziaria, su aggressioni ed episodi di violenza che non possono essere tollerati. I numeri sul sovraffollamento degli istituti di pena sono una delle spie di una situazione spinta ai limiti, la carenza di mezzi e risorse sono tra le cause di tante criticità e le misure per limitare i contagi da Covid hanno messo un carico di restrizioni e tensioni che ha fatto il resto.
Ma torniamo alla storia di Gabriele De Biase. La notte del 3 ottobre scorso viene salvato dai medici dell'ospedale Cardarelli che riescono a estrarre gli oggetti che ha ingerito e stabilizzare le sue condizioni, tanto che dopo una notte in ospedale De Biase viene dimesso. "Dimissione volontaria", si legge sul referto. Si chiude la parentesi sanitaria, ma resta aperta quella collegata alla detenzione. De Biase decide di mettere nero su bianco e in una lettera inviata al Dap di Roma denuncia di essere stato picchiato nel carcere calabrese dove chiede di non essere riportato.
Ripercorre, scrivendo di proprio pugno, dettagli dei pestaggi su cui scatteranno le verifiche come da prassi e su cui, se confermate, il silenzio non dovrebbe calare: "Mi hanno fatto spogliare e mi hanno insultato e picchiato". Le botte, a sentire De Biase, sarebbero state il benvenuto ricevuto nel carcere calabrese dove era stato trasferito dopo le rivolte avvenute, durante il lockdown, nel carcere di Fuorni: "Mi dissero che mi trattavano così perché venivo da una rivolta e che poi, man mano, si sarebbero calmati".
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 14 ottobre 2020
Agli arresti domiciliari due militari. Per i pm si sono appropriati dei soldi e poi hanno cancellato un'intercettazione quando hanno iniziato a temere di essere sospettati. Prima si sarebbero tenuti 11.000 euro perquisendo casa di uno spacciatore arrestato, e poi, quando hanno iniziato a temere di essere scoperti, sarebbero tornati a casa per rimetterceli, di certo entrando nel sistema informatico delle intercettazioni per cancellare due frasi che potevano comprometterli: un vice brigadiere e un appuntato scelto dei carabinieri in servizio nel 2017 a Rho sono stati posti agli arresti domiciliari con le accuse non solo di appropriazione indebita, falso ideologico e accesso abusivo a sistema informatico, ma anche di frode in processo penale e depistaggio. Storia che sarebbe potuta emergere già nel 2018 da una colorita segnalazione, contro colleghi "tutti sporcaccioni" che avevano voluto "insabbiare", firmata da un altro militare: che però ne aveva ricavato un processo disciplinare, una denuncia alla Procura militare di Verona per insubordinazione (assolto), e un trasferimento.
Alla fine di un movimentato inseguimento a Stezzano, in provincia di Bergamo, il 18 settembre 2017 i carabinieri di Rho sequestrano 250 chili di marijuana e arrestano un cittadino marocchino in una grossa inchiesta antidroga del pm milanese Loredana Bartolucci, ma attestano di non aver trovato nulla nella perquisizione a casa, a Dalmine.
Quando la moglie dell'arrestato telefona in caserma e dice che non trova più 11.000 euro, i due carabinieri le dicono che si sbaglia di sicuro. Ma restano spiazzati alle 21.10 del 19 settembre quando l'arrestato, chissà come con un cellulare, dal carcere telefona alla moglie intercettata e discute dei soldi spariti nella perquisizione: "Hai visto che ladri che sono?", "Adesso hai visto che hanno portato via 11".
I due carabinieri inventano quindi una sopravvenuta esigenza investigativa per chiedere il 20 settembre l'ok a una nuova perquisizione, che la pm Bartolucci (pur senza poter immaginare che vogliano farla per poter rimettere in casa gli 11.000 euro) comunque nega; e allora ripiegano sul tornare lo stesso a casa, attestando d'aver reincontrato per caso la donna, di esserne stati invitati a salire a casa, e lì di averla aiutata a cercare meglio i soldi e (guarda caso) a ritrovarli.
Ma siccome resterebbe l'intercettazione, uno dei due carabinieri, che per servizio avevano legittimo accesso al sistema di intercettazione Mcr della società privata Area, alle 12.13 di quel 20 settembre modifica la trascrizione e cancella le due frasi sui soldi portati via. Cancellazioni che i file di log sono in grado di tracciare a ritroso, sempre però che ci sia un motivo di sospetto per andare a verificare. E qui l'indagine della pm milanese Cristiana Roveda con i carabinieri di Monza ha avuto tre inneschi: l'interprete marocchino accortosi della discrepanza tra audio e trascrizione; un esposto anonimo del 12 febbraio 2019; e il ripescaggio appunto della relazione del 2018 del carabiniere tartassato.
"Sono accuse fondate solo su deduzioni", ribatte Francesca Lisbona, che difende i due militari avvalsisi della facoltà di non rispondere alla gip Alessandra Clemente, la quale in un primo tempo aveva ravvisato a Bergamo la competenza territoriale, poi radicata di nuovo a Milano dalla Cassazione. "Giuseppe Grande ha 22 anni di impeccabile servizio, Luigi Marcone addirittura 31 anni - rimarca l'avvocato - sono carabinieri che fanno onore all'Arma e mai hanno avuto contestazioni, anzi le loro note caratteristiche sono eccellenti". Gli arresti risalgono a quasi un mese fa, tanto che nel frattempo la gip li ha sostituiti con l'obbligo di firma dopo che l'Arma ha sospeso i due dal servizio, ma né i vertici dell'Arma né quelli della Procura, entrambi solitamente non avari di comunicati, ne hanno mai dato notizia.
di Ciro Sbailò*
Il Dubbio, 14 ottobre 2020
a crisi libica non potrà restare irrisolta a lungo. Le ragioni sono molteplici. L'Africa del Nord è uno snodo decisivo sotto più profili: geopolitico, economico ed energetico, per citarne alcuni. L'instabilità libica è un problema innanzitutto per i Paesi confinanti, ovvero Egitto e Tunisia. Ma è anche un problema globale.
La Libia, infatti, è diventato il laboratorio per gli scenari geopolitici degli anni Venti del ventunesimo secolo. In quella regione si sta giocando un'importante battaglia interna alla guerra civile scoppiata a ridosso della nascita del califfato nero di Bagdad. Schematizzando, abbiamo uno scontro ideologico e militare tra la linea "saudita" e la linea "turco-qatarina".
L'Arabia Saudita punta a una stabilizzazione della regione sotto il patronato di Riad, di cui si rivendica anche l'egemonia sul mondo sunnita, in una fase che, per varie ragioni (ad esempio, il presunto o vero declino occidentale), appare favorevole a un'espansione culturale e religiosa dell'Islam. I sauditi possono contare sulla fedeltà degli Emirati e l'appoggio dell'Egitto di Al Sisi, ferocemente nemico dell'altro fronte, quello dell'Islam popolare, guidato dalla Turchia di Erdogan, che è diventata la patria di riferimento della Fratellanza musulmana (duramente repressa in Egitto, appunto).
Quest'altro fronte può contare sul Qatar, dove peraltro ha sede il più importante network del mondo islamico, al Jazeera, e ha un buon rapporto con una parte del mondo sciita (ad esempio gli Hezbollah) e con il regime di Teheran, oltre ad essere popolare nell'Islam d'Occidente, soprattutto tra i giovani. La durezza dello scontro s'è misurata con le reazioni nel mondo islamico ai recenti accordi "Abramo" (tra parentesi, un successo strepitoso dell'amministrazione Trump, che in questo modo sta portando gli Stati Uniti fuori dal teatro mediterraneo, assicurandosi però interlocutori affidabili e duraturi).
Erdogan e Teheran sono stati durissimi, dicendo che in questo modo si sacrificavano i Palestinesi sull'altare dell'accordo tra i Sauditi e Israele. Questa partita ha anche dei risvolti energetici ed economici, ovviamente. La posta in gioco è il controllo sulle rotte e sulle risorse naturali del Mediterraneo: anche in questo caso, Israele, Egitto e Sauditi sono da una parte, in appoggio di un Paese Ue come la Grecia, e la Turchia, con il sostegno di Tripoli, dall'altro. Intorno a questo conflitto intrasunnita, si muovono poi le grandi potenze.
La Russia spinge come sempre verso sud ovest, per garantirsi una forte presenza nel Mediterraneo, trovando un alleato nella Francia e un sicuro sostegno nell'Egitto di al Sisi. La Francia a sua volta è interessata a rafforzare la sua posizione nel Sahel, dove peraltro vige un sistema monetario parallelo che fa capo a Parigi. Mentre la Cina continua a coltivare con successo la propria politica espansiva economica in Africa, compreso il Nord Africa, cercando di mantenersi, per quanto possibile, politicamente neutrale (mentre sta costruendo le infrastrutture, fisiche e virtuali, del Continente e ha persino avviato una propria politica educativa dei giovani africani).
Insomma, sono troppi gli attori internazionali interessati a non far esplodere la situazione libica. Infatti, in questi giorni al Cairo si registrano passi significativi nel dialogo tra le autorità di Tripoli e di Tobruk, in vista della conferenza di Tunisi di novembre, che potrebbe segnare un punto di svolta. L'Italia, che è il Paese più esposto alle ricadute geopolitiche ed economiche della crisi libica (i flussi migratori e non solo: il sequestro dei pescatori di Mazara del Vallo è un episodio drammaticamente emblematico) è collocata ai margini di questo passaggio epocale nella storia del Mediterraneo. Ma si noterà soprattutto l'assenza dell'Europa, che, attraverso l'Italia, è essa stessa esposta a quella crisi.
L'Europa però non è uno Stato. Non è neanche una federazione di Stati. Non ha una politica estera e non ha ancora un esercito, anche se si stanno facendo passi avanti in questo senso. Forse questo processo potrebbe essere accelerato dall'evolversi della crisi libica (così come il covid sta accelerando, pur tra inevitabili complicazioni e resistenze, l'integrazione sul fronte del welfare e della cooperazione in ambito sanitario). L'essere semplici spettatori, in questo caso, significherebbe precludersi, per il futuro, la possibilità di avere un ruolo da protagonisti nell'area mediterranea e rassegnarsi a interloquire, in posizione di debolezza, con i big players di cui sopra (Turchia, Russia e non solo).
Oggi, all'Università degli Studi internazionali di Roma - Unint cercheremo di fare il punto sulla questione insieme a Marco Minniti, già ministro dell'Interno e massimo esperto dello scenario libico, a Vincenzo Nigro di Repubblica e ai colleghi Giampiero Di Plinio, dell'Università di Chieti- Pescara, e Paolo Passaglia, dell'Università di Pisa. Sarà un'occasione soprattutto per i nostri studenti dei corsi di laurea sulla sicurezza per toccare con mano un tema che riguarda il futuro dell'Europa, ovvero il loro futuro.
*Preside Scienze Politiche-Unit
di Paolo Giordano
Corriere della Sera, 14 ottobre 2020
Le verità parziali sul coronavirus portano al negazionismo strisciante. Il punto di non ritorno è più vicino di quanto il nostro istinto ci porta a supporre.
"Dovrebbero smettere tutti di parlare di questa malattia", mi ha detto un tassista di Milano alcuni giorni fa. Mi raccontava degli alberghi del centro ancora spopolati, della difficoltà di chi opera in un settore come il suo. Ho obiettato che il virus non sarebbe scomparso anche se avessimo smesso di parlarne, e lui ha ribattuto sicuro: "Ormai si è capito che non è davvero pericoloso. Lo è al massimo per qualche anziano già malato". Siamo inclini a pensare che là fuori esistano i negazionisti, persone irrazionali e fanatiche, mosse da rancori profondi, e che qui esistiamo noi, ben informati e prudenti. Ma io dubito che il tassista con cui ho discusso fosse un negazionista. Era una persona preoccupata, esasperata e un po' confusa.
Quello che chiamiamo "negazionismo" non è una condizione univoca, semmai un continuum di atteggiamenti e mezze idee, uno spettro di tonalità nel quale ci collochiamo tutti. Dopo mesi di vita a singhiozzo, abbiamo maturato ognuno la propria resistenza personale all'ipotesi del contagio. Per alcuni si traduce nella convinzione che il Covid-19 sia una minaccia solo per una fascia ristretta della popolazione; per altri si tratta di interpretare i numeri con maggiore obiettività e accorgersi che il rischio non è alto quanto vogliono farci credere (è quel che diciamo ogni volta che ci sentiamo di puntualizzare che le terapie intensive sono ancora "mezze vuote"); per altri ancora è semplice stanchezza.
Le verità parziali, gonfiate dal desiderio di fare le cose della vita di prima come le facevamo prima, diventano facilmente scetticismo e sottovalutazione: negazionismo, se proprio vogliamo chiamarlo così, ma di un tipo più "debole", strisciante. Forse, il segreto delle seconde ondate è proprio questo: non la stagione fredda e nemmeno una mutazione del virus, ma una mutazione della nostra psicologia.
D'altra parte, se a febbraio conoscevamo a malapena il significato di espressioni come "test molecolare", "lockdown" e "super-diffusore", oggi siamo un po' tutti epidemiologi. Basta scorrere certi post, tweet e articoli molto commentati in rete per accorgersene. È allora il momento di aggiungere al nostro vocabolario minimo pandemico un nuovo lemma: il "tipping point".
Il tipping point, o "punto di non ritorno", è la soglia che separa il regime di linearità dell'epidemia da quello di non-linearità. Se prima della soglia il contagio evolve in maniera graduale e abbastanza ordinata, come succedeva quest'estate, oltrepassato il tipping point la situazione si aggrava a dismisura e molto rapidamente. In una parola: esplode.
Il tipping point è il momento a partire dal quale le cose precipitano. Nello specifico attuale potrebbe manifestarsi in modi diversi: il monitoraggio sotto stress che inizia a perdere troppe linee di trasmissione, gli ospedali che non riescono a far fronte al flusso dei ricoveri, i tamponi che diventano troppo lenti rispetto alle richieste, i medici di famiglia sovraccarichi che non rispondono più agli assistiti, oppure la somma dei nuovi positivi che d'un tratto si trasforma in un numero ingestibile di malati. Ci sono una miriade di soglie in questa epidemia e ognuna è come un argine. Finché tutti reggono, le cose vanno "abbastanza bene", ma se l'acqua rompe in un tratto qualsiasi il resto viene allagato in un istante.
Il problema principale nel rapportarsi con una dinamica a rischio di rottura della linearità è il fatto che nessuno sa in anticipo dove si trovi il tipping point, a quanti focolai, a quante ospedalizzazioni, a quanti nuovi contagi giornalieri. Nemmeno il monitoraggio più attento è in grado di prevederlo. Il punto di non ritorno è riconoscibile solo una volta che è stato superato, ovvero quando è troppo tardi. A febbraio lo abbiamo attraversato senza nemmeno accorgercene, ben prima di renderci conto della presenza del virus fra di noi. Sappiamo cosa è stato necessario, dopo, per frenare la caduta.
Adesso il tipping point ci sta di fronte, molto vicino oppure un po' più distante, nessuno è in grado di dirlo con certezza. Chi guarda al rapporto fra nuovi positivi e tamponi effettuati sente di averne un'idea, ma si tratta di un'indicazione sufficientemente vaga. Chi insiste nel confronto con i numeri di marzo e aprile, come se ci stessimo muovendo all'indietro nel tempo, fa paragoni inappropriati. E chi dice "sì, ci sono i nuovi contagi, ma i ricoverati sono ancora pochi" sbaglia nella direzione opposta. Ciò che conta sapere è che il punto di non ritorno non si trova al 100% di occupazione dei posti in ospedale, né all'80% né, probabilmente, al 50%.
Un ospedale che abbia la metà dei suoi letti occupati da malati Covid è un ospedale che sta già operando in sofferenza, è un ospedale a cui manca organico, che si trova costretto a curare peggio, a trascurare altri malati e a rimandare interventi necessari. La nostra sanità non è strutturata per funzionare in sovraccarico, è stata pensata per lavorare in un regime di normalità, molto lontano dalle soglie che ora vogliamo schivare. Il tipping point è più vicino di quanto il nostro istinto ci porta a supporre.
Il governo decide quindi di varare una serie di misure restrittive, sebbene, ancora una volta, in ritardo (ventiquattro ore in più di indugi a ottobre equivalgono a parecchi giorni persi un mese fa, quando la ripresa era già evidente, per i soliti effetti non lineari). Quanto alle norme stesse, che singolarmente hanno un loro senso, nel complesso sembrano ancora ispirate al paradigma della prima ondata ("sta per esplodere, blocchiamo il più possibile dappertutto"), un paradigma che speravamo di aver superato. Si tratta, infatti, di misure indiscriminate rispetto al territorio, che rischiano di dimostrarsi insufficienti laddove servono davvero ed eccessive altrove.
Questa epidemia la si fronteggia innanzitutto con la percezione che i cittadini ne hanno. In questo momento avremmo bisogno di sentire la struttura territoriale, quella immediatamente circostante, solida e funzionale, non così fragile da richiedere un'altra azione muscolare dall'alto. Se il procedere delle regioni in ordine sparso era deprecabile ad aprile, oggi sarebbe un segno di affidabilità.
I danni che questa distinzione mancata può comportare sono perfino più ampi della scarsa efficacia: si rischia di rafforzare ulteriormente gli atteggiamenti di resistenza psicologica già presenti in tutti noi, di spingerci ancora di più verso le innumerevoli forme di negazionismo debole, rendendoci un po' più scettici, un po' più esasperati, un po' meno collaborativi. La fiducia nel contesto viene incrinata dalle continue contraddizioni in cui ci ritroviamo, alcune facilmente risolvibili ("Perché non posso rischiare giocando a calcetto e devo rischiare mandando mio figlio a scuola? Perché la scuola è prioritaria, punto"), altre molto più difficili da accettare ("Perché dovrei rispettare un limite di inviti a casa, se per tornare in quella stessa casa mi tocca viaggiare ogni giorno su un mezzo di trasporto affollato?").
Ecco, arrivati a ottobre ci aspettavamo che il contagio fosse maneggiato un po' meglio, ma le nuove misure, pur inevitabili a questo stadio, non rispecchiano veramente quel meglio. Perfino noi, epidemiologi dell'ultima ora su Facebook e Twitter, ce ne rendiamo conto.
La Repubblica, 14 ottobre 2020
Le autorità della Cirenaica hanno chiesto in cambio il rilascio di 4 cittadini libici condannati in Italia in via definitiva per traffico di esseri umani. Fra i vari contatti che il governo italiano ha attivato per il rilascio dei pescatori siciliani bloccati il 1° settembre al largo di Bengasi ci sarebbe anche il governo degli Emirati Arabi Uniti. Secondo una fonte dell'Agenzia Nova, gli Emirati starebbero portando avanti una mediazione con il cosiddetto "Esercito nazionale libico" (Lna) del generale Khalifa Haftar per liberare gli otto marittimi italiani. Con loro viaggiavano 6 marittimi tunisini, 2 del Senegal e 2 indonesiani. Le autorità della Cirenaica hanno chiesto in cambio il rilascio di 4 cittadini libici condannati in Italia in via definitiva per traffico di esseri umani.
I 4 sono giovani che nell'agosto del 2015 avevano attraversato il Canale di Sicialia con una imbarcazione carica di migranti: durante la traversata avevano percosso alcuni migranti per tenerli sottocoperta. La nave era affondata in prossimità della costa siciliana, e molti migranti erano rimasti uccisi nell'incidente. Una fonte libica ha detto all'agenzia Nova che "i funzionari degli Emirati hanno effettuato una lunga telefonata con uno dei leader dell'Esercito nazionale per coordinare i dettagli del negoziato e per discutere le modalità per liberare i detenuti di ciascuna parte con soddisfazione di ambo le parti". La telefonata, ha aggiunto la fonte, ha avuto luogo "in un clima positivo che fa sperare in una possibile svolta nella crisi".
di Gianni Riotta
La Stampa, 14 ottobre 2020
"Testimoni del nulla": nel libro di Domenico Quirico l'Occidente che ha smarrito la propria coscienza. Il Premio Nobel per la Pace 2019 è andato, non al presidente Trump come la destra repubblicana Usa sperava, ma al World Food Program, organizzazione umanitaria che sfama 97 milioni di esseri umani, sugli 800 milioni che soffrono la fame.
Presente in 88 paesi il benemerito Wfp distribuisce 15 milioni di vitali razioni con 5.600 Tir, 30 navi, 100 aerei. Eppure, nell'apprendere la notizia del meritato premio tanti, nel nostro Paese, hanno appreso con stupore che il World Food Program ha sede a Roma, in Italia. Che dalla capitale si irraggi una rete globale di solidarietà è sfuggito a media narcisisti e a un'opinione pubblica ripiegata sotto la pandemia.
"Testimoni del nulla", Laterza, nuovo saggio di Domenico Quirico, firma di questo giornale, si interroga, con malinconico disappunto, su questo smarrimento, questa alienazione pertinace delle coscienze: "Mi chiedo: perché da questa parte del mondo, la nostra, non riusciamo più a provare compassione verso quell'altra parte di noi, i sofferenti, i vinti, tutti gli uomini che scomodamente ci troviamo di fronte sui giornali, in televisione, su Internet?", esordisce l'autore e la risposta, amarissima, segue di getto: "Come se avessimo nello stesso corpo due sangui diversi. I giovani non si commuovono perché ignari, i vecchi non si commuovono più perché inferociti, rabbiosi, immemori. Resta escluso il dolore che è una parte del mistero umano, una parte del nostro segreto... Dobbiamo capire di quale carne corruttibile è fatta questa nostra Indifferenza planetaria, questo raggelante inverno degli spiriti".
Quirico accompagna il lettore in una Via Crucis che segue le stazioni dell'Ebola in Africa, epidemia crudele, della guerra civile in Siria, dove i "geopolitici" degli istituti perbene trovano prove non del terrorismo di stato di Mosca e Damasco, ma della maestria strategica di Vladimir Putin, in Etiopia, Paese legato all'Italia da troppa storia e senza pace, in Liberia.
Presenta una galleria di anime nobili, medici, missionari, Ngo, giornalisti, che si prodigano per alleviare le pene di tanti, poi, severo, deve dar conto del professionista che alla stazione di Milano considera gli emigranti zavorra criminale, della signora che, in una libreria centrale, lo apostrofa "Mi hanno rubato tutto... i suoi amici migranti, prima nella villa in campagna poi in città... tutto... anche le fotografie dei bambini per prendere le cornici... saranno selvaggi ma hanno capito che erano antiche, in radica che così non fanno più! Se penso che le foto dei miei bambini l'avranno buttate in qualche cassonetto...".
Il Quirico inviato nei Paesi di carestia, epidemie, guerre a bassa intensità, dittatura, non riesce a raccapezzarsi con il Quirico editorialista che torna a casa, Torino, Italia. Lamenta, inquieto, "l'indifferenza assoluta, spessa, lussuriosa verso la sorte dei poveri" e, a una signora di buona volontà che, memore degli slanci del 1968 e delle ingenue pulsioni terzomondiste, vorrebbe organizzare una marcia contro la crudele guerra in Yemen, importata da astuti interessi petroliferi e di setta religiosa, obietta brusco: "Pietosa untorella, come ti illudi: una marcia di studenti per lo Yemen! Soltanto perché gli aerei con i contrassegni dell'Arabia Saudita bombardano allegramente ospedali e scuole! Da un anno! Vuoi mobilitare le piazze giovanili perché un ben oliato assedio di sauditi e di loro alleati petroliodotati, gli Emirati, non lascia passare un etto di farina o un tubetto di medicine. Così nello Yemen ribelle ma colpevole soprattutto di esser eretico sciita e filoiraniano si muore di fame e di banali malattie infantili... Ma ti sei accorta che i cattivi sono i nostri migliori alleati in quella zona del mondo?".
Negli anni in cui ho lavorato alla redazione de La Stampa ho imparato ad apprezzare lo slancio giansenista di Quirico, il suo pessimismo radicale che in queste pagine ritorna, chiamando i lettori a un indispensabile scatto etico. Domenico sa che non lo condivido, non perché non ne colga le radici, figuriamoci poi in questo 2020 di pandemia, crisi economica e necrosi delle democrazie.
Ma perché, vedi Wfp, non posso non percepire, accanto e oltre la squallida omertà che Testimoni del nulla depreca, la gigantesca forza che il bene, la tolleranza, la scienza, la civiltà, le fedi religiose, la cultura riescono a dispiegare contro intolleranza e miseria.
Il mercato globale, che da noi ha aperto sacche di difficoltà per operai e ceto medio con automazione e robotica, ha affrancato, in appena una generazione, oltre un miliardo di esseri umani dalla fame: il salto di benessere maggiore della storia, dalle caverne all'Intelligenza Artificiale. E del resto, malgrado lo scetticismo astigiano Doc, lo stesso Quirico sa bene di essere non testimone del nulla, ma del bene. E chi sa guardare la Storia, perfino in questo fosco 2020, confida che "We shall overcome", prevarremo, secondo l'inno di un altro Nobel per la pace, il reverendo King. Un libro dunque da leggere, per andare avanti.
di Marta Cartabia
Corriere della Sera, 14 ottobre 2020
Esce oggi per Bompiani il volume "Un'altra storia inizia qui", di Marta Cartabia, già presidente della Corte costituzionale, e Adolfo Ceretti. L'insegnamento del cardinal Martini: prima riconoscere la colpa, poi riconciliarsi. Per comprendere la realtà dei delitti e delle pene "bisogna aver visto". È ciò che osservava Piero Calamandrei in un celebre intervento sulla situazione del carcere pubblicato sulla rivista "Il Ponte" nel 1949.
Anche per Carlo Maria Martini è iniziato così, dall'aver visto. Anzi: dall'aver visitato. Martini inizia la sua attività pastorale come arcivescovo di Milano scegliendo come luogo di elezione proprio il carcere di San Vittore, per il risuonare in lui di quel versetto del capitolo 25 del Vangelo secondo Matteo che tante volte ha ripetuto nei suoi scritti e nei suoi interventi: "Ero in carcere e mi avete visitato".
L'azione del visitare nel pensiero di Carlo Maria Martini ha una valenza umana e religiosa profondissima: più e più volte ricorre nei suoi scritti il richiamo al citato versetto evangelico dove il visitare - lungi dalla formalità dell'atto di cortesia che talvolta il linguaggio comune evoca - significa implicarsi in un rapporto coinvolgente, come quello biblico di Dio che visita il suo popolo.
È dal vedere che sorge l'idea. Idea viene dal greco idéin, che pure significa vedere. Quando ci si lascia coinvolgere dall'esperienza di ciò "che abbiamo udito, veduto, contemplato e toccato", sorgono le grandi domande. Sono soprattutto le "esperienze paradossali" di un "mondo sottosopra" a destare le domande e "le idee vengono quando ci si mette in ricerca, si fanno le domande". Di qui la potenza creativa e innovativa del conoscere visitando.
Ciò che si scopre visitando il carcere è la consapevolezza che dietro le mura vive un mondo paradossale, un mondo sottosopra; dove, per fermare la violenza, si deve compiere un atto di forza; dove, per tutelare i diritti, si debbono limitare i diritti; dove, per assicurare la libertà, si deve restringere la libertà; dove, per proteggere i deboli e gli indifesi, si devono rendere deboli e indifesi gli aggressori e i violenti. Il carcere è un luogo dove accade che a ogni visita le domande che si destano sono assai più numerose e complesse delle risposte che si possono offrire. In questo senso il carcere è una di quelle realtà che attende di essere visitata, per quella inspiegabile potenza dei rapporti che ivi si instaurano, che costringono a parlarsi con verità.
La genesi dei "pensieri alti", coraggiosi e lungimiranti di Martini - per attingere alcune felici espressioni dell'amico Adolfo Ceretti che offre al lettore di questo volume una riflessione di bruciante attualità - si radicano dunque nella sua azione, oltre che nel suo pensiero. Il problema "giustizia" non può essere affrontato solo in chiave teorico-speculativa: Martini lo afferma chiaramente in un dialogo con Gustavo Zagrebelsky.
Ogni tentativo di accostarsi al tema sul piano meramente speculativo è infecondo e destinato a fallire, perché la giustizia non è tanto un'idea che si colloca fuori di noi, ma "un'esigenza che postula un'esperienza personale: l'esperienza, per l'appunto, della giustizia o, meglio, dell'aspirazione alla giustizia che nasce dall'esperienza dell'ingiustizia e dal dolore che ne deriva".
Un suggerimento metodologico di cui far tesoro dalla rilettura delle opere di Martini in materia di giustizia è, dunque, l'ascolto dell'esperienza vissuta, degli accadimenti della vita personale e sociale, dei fatti che intessono le storie personali e di popolo che connota il suo magistero, il suo pensiero e la sua azione.
Questa attenzione alla realtà, pur necessaria, tuttavia non basta. I fatti di per sé possono essere fraintesi, passare inosservati, non lasciare traccia, smarrirsi nel frastuono, nella trascuratezza o nella dimenticanza. Come osserva Martini, gli avvenimenti "di per sé, sono muti, o almeno ambigui (possono dire una cosa e anche il suo contrario): sono ciò che capita, che ci piomba addosso, ma che non ha necessariamente dentro di sé il suo senso". È solo nel paragone con un ideale che quegli avvenimenti iniziano a parlare, a suggerire un significato, una via da percorrere. Quell'ideale nel pensiero di Martini è indubbiamente la parola biblica, così ricca di spunti, di episodi e di riflessioni sulla giustizia e sul bisogno di liberazione che contraddistingue tutta la condizione umana.
Due, mi pare, sono i capisaldi su cui si articola la riflessione di Martini: la dignità della persona, come incomprimibile possibilità di recupero e cambiamento, qualunque errore sia stato commesso; e la costruzione di un sistema veramente efficace dal punto di vista della tutela della sicurezza e dell'incolumità dei cittadini, o meglio del ripristino dell'armonia dei rapporti sociali.
Tra i molti spunti che si possono cogliere fra le righe nel pensiero di Martini in materia di giustizia penale non si può concludere senza accennare alla sua grande intuizione circa la necessità di sperimentare forme, per usare parole del linguaggio odierno, di giustizia riparativa.
Martini dalla Bibbia trae l'idea di una giustizia umana intesa come armonia dei rapporti personali e sociali in cui si radica l'idea della giustizia come riconoscimento e riconciliazione. Riconoscimento, perché senza una presa di coscienza del male compiuto, senza una sincera autocritica non può iniziare alcun cammino di ricostruzione.
Riconciliazione: perché lo scopo ultimo del diritto penale non può essere prima di tutto quello di far pagare il male commesso, quanto quello di ricostruire i legami spezzati dall'azione malvagia e riparare al male commesso. Come direbbe Papa Francesco, si "tratta di fare giustizia alla vittima, non di giustiziare l'aggressore".
Da questa idea scaturisce una concezione davvero nuova della giustizia penale che guarda al futuro piuttosto che pietrificarsi su fatti passati che pure sono incancellabili. È una giustizia che riapre una dinamica, una possibilità di cammino, di uno sviluppo futuro senza inchiodare il soggetto - reo e vittima - alla fissità di un passato, ma proietta il vissuto, che non si può dimenticare, nel futuro.
estense.com, 14 ottobre 2020
L'associazione ha visto da vicino il lavoro svolto dal 2016 da alcuni detenuti che gestiscono vari orti in collaborazione con l'associazione Viale K. Lunedì 12 ottobre una delegazione di Confagricoltura Ferrara si è recata presso la Casa Circondariale di Ferrara per vedere da vicino il lavoro svolto dal 2016 da alcuni detenuti che gestiscono vari orti in collaborazione con l'associazione Viale K di Ferrara.
Dopo i saluti di Maria Nicoletta Toscani, direttrice della struttura carceraria, è spettato a Don Bedin insieme al comandante facente funzione, l'ispettore Nino Colagiovanni, e a due funzionarie giuridiche pedagogiche, Mariangela Siconolfi e Teresa Cupo, accompagnare il gruppo di Confagricoltura, che ha potuto così toccare con mano questa realtà.
Il progetto "Galeorto" nasce dallo stimolo fornito dalla legge sull'agricoltura sociale e dall'enciclica di Papa Francesco "Laudato Si" che coniuga la custodia del creato con il lavoro dei poveri e la loro promozione. Da cinque anni viene coltivato dai detenuti un orto interno alla cinta muraria e un appezzamento di circa 3 ha che circonda il carcere, detto "Intercinta", messo a disposizione sempre dall'amministrazione carceraria.
Le attività lavorative vengono svolte da detenuti attraverso progetti d'inserimento lavorativo. Nei terreni si producono pomodori, zucche, cavoli, cime di rapa, fragole e altre colture. Questo lavoro, oltre a rifornire di prodotti orticoli le mense della Casa Circondariale, favorisce l'acquisizione di competenze lavorative e opportunità positive di socializzazione.
Si tratta di un'attività che ha una valenza trattamentale e rieducativa per i detenuti, in ambito di legislazione carceraria, cioè tale da contribuire ad un percorso di reinserimento di persone, attualmente detenute, che hanno dimostrato interesse per questa opportunità. I risultati, anche educativi, che discendono da questa iniziativa, hanno soddisfatto ampiamente le aspettative: le richieste di farmaci depressivi e gli atti autolesivi, sono totalmente scomparsi nei partecipanti ai progetti. Diversi associati a Confagricoltura Ferrara offrono la loro collaborazione al progetto Galeorto.
di Roberta Rampini
Il Giorno, 14 ottobre 2020
Assemblee tra detenuti per decidere come spendere i 30mila euro a disposizione: ecco i risultati. I numeri: 30.000 euro da spendere, 18 assemblee nei reparti, 670 partecipanti alla fase di selezione delle proposte su 1278 aventi diritto (52,4%), 58 proposte raccolte (vai), 7 progetti al voto, 510 votanti su 1093 aventi diritto (46,6%).
Gli obiettivi raggiunti: socialità, condivisione, partecipazione e discussione. Sono i risultati del primo Bilancio Partecipativo all'interno di un carcere in Italia, o meglio del carcere di Bollate, presentati alla commissione consigliare carceri di Palazzo Marino a Milano. L'idea è stata di Giorgio Pittella e Stefano Stortone, il progetto è stato nominato Idee in fuga e si è concluso nel mese di settembre con le votazioni.
"Non era scontato tornare in carcere per concludere la fase di voto di #ideeinfuga dopo i mesi scorsi, il distanziamento sociale, le carceri chiuse - spiegano gli organizzatori - grazie alla collaborazione del direttore, della Polizia Penitenziaria e delle educatrici ed educatori del carcere di Bollate è stato possibile far votare 510 detenuti che hanno indicato i progetti vincitori del primo bilancio partecipativo in una casa di reclusione". Nel reparto femminile ha vinto il progetto del bar nell'area colloqui che permetterà alle detenute di sentirsi più vicine ai loro famigliari, in quello maschile sono due i progetti arrivati a pari merito: Job center e Ponte dentro e fuori entrambi sul tema del lavoro e della formazione. Ora verrà avviata una campagna nazionale di crowd-funding sulla piattaforma www.produzionidalbasso.com per raccogliere i fondi necessari per finanziare i progetti scelti dai detenuti.
punto-informatico.it, 14 ottobre 2020
Esposte le conversazioni e le relative trascrizioni: a rischio la privacy dei detenuti così come quella dei loro familiari e avvocati. La società statunitense HomeWav realizza e offre un servizio destinato alle strutture detentive che consente ai prigionieri di comunicare con le loro famiglie e con i loro legali. È stato oggetto di un leak che stando a quanto svelato nel fine settimana ha reso accessibili pubblicamente le trascrizioni di migliaia di chiamate. Una enorme potenziale violazione della privacy.
Conversazioni e trascrizioni dei detenuti accessibili da tutti - A scoprirlo e renderlo noto attraverso le pagine del sito TechCrunch è stato il ricercatore Bob Diachenko, lo stesso che a inizio 2019 ha individuato un database contenente 200 milioni di CV cinesi e più di recente un altro archivio con dettagli appartenenti a 235 milioni di account social. Non appena venuta a conoscenza dell'incidente, HomeWav è intervenuta per porvi rimedio, attribuendo la responsabilità a un gestore di terze parti che avrebbe inavvertitamente rimosso la password posta a protezione del server. Avviata la procedura per avvisare dell'accaduto i diretti interessati: detenuti, familiari e avvocati.
Quanto accaduto solleva dubbi in merito al trattamento riservato alle conversazioni in questione: sebbene per molte prigioni sia una prassi registrarle, la legge ne impedisce il monitoraggio. La presenza di log e trascrizioni lascia intendere una possibile violazione. Considerando come l'ultimo periodo sia stato martoriato dalla crisi sanitaria, i carcerati hanno impiegato sempre più spesso strumenti di questo tipo per rimanere in contatto con il mondo esterno. Secondo Diachenko non si tratta di un caso isolato: in agosto anche il servizio TelMate destinato ai penitenziari è stato interessato da un leak, finendo con l'esporre milioni di messaggi inviati o ricevuti attraverso la piattaforma.










