di Leonardo Fiorentini
Il Manifesto, 14 ottobre 2020
Mai come oggi possiamo valutare le politiche sulle droghe, incardinate da 60 anni sull'ideologia proibizionista, confrontandole con alternative verificabili nella realtà. In particolare per quel che riguarda la regolamentazione legale della cannabis, che l'associazione Transform ha analizzato in due report dedicati al Canada e agli Usa. In Canada, gli obiettivi prioritari della riforma erano stati esplicitati dal Presidente Trudeau: promozione della salute pubblica, protezione dei più giovani e riduzione della criminalità.
Su questi punti sono stati predisposti "solidi sistemi di analisi dei dati" in modo da poter misurare l'efficacia delle politiche. Se la domanda di cannabis si rivolge ancora in buona parte al mercato nero e grigio (anche se nell'ultimo quadrimestre il mercato legale ha superato quello illegale) questo è dovuto ad una politica di prezzi che ha privilegiato la salute pubblica, evitando sovra disponibilità di sostanza, rispetto all'aggressione del mercato illegale.
Anche la diffusione della rete di vendita al dettaglio, e le problematiche legate alle competenze locali, ha influito sull'incidenza del mercato legale sull'offerta complessiva di cannabis. Le ricerche sui consumi dei più giovani hanno rilevato un crollo del consumo dei minori, sostanzialmente dimezzato. Se è presto per fare una analisi rispetto alla criminalità generale, è scontato che la decriminalizzazione delle condotte legate alla cannabis, ha determinato una diminuzione dei reati per droghe.
Mancava, fra gli obiettivi della riforma canadese, il ripristino della giustizia e dell'equità sociale. Le procedure per la rimozione dei precedenti penali dai casellari giudiziari sono state introdotte in ritardo, risultando inadeguate. Nulla è stato fatto per promuovere un equo accesso al mercato, che è stato preso in mano dalle grandi corporation. Con relativa bolla finanziaria, peraltro scoppiata rapidamente.
Negli Stati Uniti invece l'expungement (cancellazione, ndr) o i provvedimenti di grazia, perdono e rimozione, hanno funzionato laddove sono stati resi automatici e non su richiesta, più o meno onerosa, da parte dei singoli. Stiamo parlando di milioni di persone che hanno subito condanne con relativo stigma che hanno inciso sulle loro opportunità di vita. Negli Stati che hanno legalizzato più recentemente, e che hanno potuto calibrare le proprie scelte sulle esperienze pregresse, le autorità regolatrici hanno scelto di promuovere l'accesso al mercato a coloro che erano stati colpiti in modo sproporzionato dal proibizionismo.
Come sottolinea Transform, "il momento opportuno per promuovere la "diversity" (ovvero le politiche che garantiscono la presenza di tutti i gruppi sociali o etnici, ndr) nel settore è all'avvio del processo" essendo impossibile garantirla a licenze già distribuite. Un tema delicato è come garantire l'accesso al mercato ai piccoli produttori locali.
Ciò che è successo in Canada e Usa è problematico e replica il modello di alcol e tabacco, che non ha sempre dato buoni risultati in termini di salute pubblica. Ma è anche un tema internazionale, laddove le grandi corporation hanno la meglio sui produttori tradizionali.
Non è un caso che in Messico la proposta di legalizzazione preveda la possibilità di concorrere per un solo tipo di licenza (produzione, trasformazione, vendita e controllo) in modo da evitare processi di integrazione verticale, che inevitabilmente portano all'acquisizione o all'emarginazione dei piccoli soggetti locali.
Tutti spunti utili, anche per prepararci ad un mese di referendum sulla cannabis. Il 17 ottobre infatti si vota in Nuova Zelanda, mentre insieme al voto sul Presidente degli Stati Uniti il 3 novembre i cittadini di Arizona, Montana, New Jersey, Mississippi e South Dakota decideranno su quattro quesiti per legalizzare l'uso di cannabis per gli adulti e due sull'uso terapeutico. I sommari in italiano dei rapporti "Altered States" e "Capturing the market" su www.fuoriluogo.it/oltre-la-carta/
di Riccardo Chiari
Il Manifesto, 14 ottobre 2020
Economia dell'immigrazione. Il decimo Rapporto della Fondazione Leone Moressa registra che i lavoratori stranieri producono 147 miliardi di ricchezza, il 9,5% del Pil italiano. E visto che il costo totale dei servizi erogati ai residenti con cittadinanza straniera è pari a 26,1 miliardi, circa il 3% della spesa pubblica, a fronte di un gettito fiscale più contributi e imposte di ogni tipo che ammontano a 26,6 miliardi, il saldo attivo tra quanto le casse pubbliche ricevono e ciò che erogano è pari a 500 milioni l'anno.
Grazie al decimo Rapporto annuale sull'economia dell'immigrazione ad opera della Fondazione Leone Moressa, piccola bibbia dell'universo migratorio in Italia, si scopre che i lavoratori stranieri versano tasse e contributi per un totale di 18 miliardi di euro, producendo una ricchezza che vale 147 miliardi, il 9,5% del Prodotto interno lordo italiano. E visto che il costo totale dei servizi erogati ai residenti con cittadinanza straniera è pari a 26,1 miliardi, circa il 3% della spesa pubblica, a fronte di un gettito fiscale più contributi e imposte di ogni tipo che ammontano a 26,6 miliardi, il saldo attivo tra quanto le casse pubbliche ricevono e ciò che erogano è pari a 500 milioni l'anno.
Nello studio, redatto con il contribuito della Cgia di Mestre e il patrocinio dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), dei ministeri degli Esteri e dell'Economia, e dell'Università Ca' Foscari di Venezia, non sono conteggiati, né considerati nel loro impatto sulla spesa pubblica, i cosiddetti "irregolari".
E questo aspetto, va da sé, ha subito inflazionato i social media di prese di posizione "sovraniste", molto critiche sul Rapporto. Che sembra rispondere in anticipo, rilevando che dal 2011, cioè da nove lunghi anni, l'Italia ha di fatto chiuso la porta agli immigrati extra-comunitari in cerca di lavoro, che per entrare nella penisola hanno potuto usare solo i ricongiungimenti familiari o le richieste di asilo. Di qui l'osservazione che quel 9,5% del Pil italiano prodotto dai lavoratori stranieri potrebbe essere ancora più corposo. Ma il potenziale è frenato dalla presenza irregolare sul territorio, e dal lavoro nero che naturalmente ne consegue, oltre che dalla poca mobilità sociale.
Un po' di numeri. Oggi gli occupati stranieri in Italia sono 2,5 milioni e dal 2010 sono aumentati di 600 mila unità (+31%). È un'occupazione concentrata prevalentemente nelle professioni meno qualificate. I lavoratori stranieri sono in maggioranza uomini (56,3%) e sette su dieci hanno tra i 35 e i 54 anni. Oltre la metà ha come titolo di studio la licenza media, mentre il 12% è laureato. Altro aspetto sottolineato nel Rapporto è che gli stranieri sono in aumento, ma gli ingressi per lavoro sono in drastico calo. Dal 2010 ad oggi gli stranieri residenti in Italia sono passati da 3,65 a 5,26 milioni (+44%), arrivando a rappresentare l'8,7% della popolazione, e superando il 10% in molte Regioni. Tuttavia i nuovi permessi di soggiorno sono complessivamente diminuiti del 70%, a causa di una riduzione di quelli per lavoro addirittura del 97%.
In definitiva gli stranieri extra-comunitari oggi arrivano in genere per ricongiungimento familiare o motivi umanitari. Una situazione analoga a quella vissuta da molti migranti prima di loro, che poi nel tempo - grazie al loro lavoro - sono diventati donne e uomini che contribuiscono alla ricchezza nazionale. Ricevendo dallo Stato meno di quanto non diano.
Nel rapporto un capitolo è dedicato all'espansione delle imprese straniere. Nell'ultimo decennio l'imprenditoria straniera è stata infatti un fenomeno più che significativo: gli imprenditori nati in Italia sono diminuiti (-9,4%), mentre i nati all'estero sono aumentati (+32,7%).
Le nazionalità più numerose sono Cina, Romania, Marocco e Albania, e la crescita più significativa si registra tra gli imprenditori del Bangladesh e del Pakistan. Il 95% delle imprese a conduzione straniera è di esclusiva proprietà, senza soci italiani. Le imprese straniere producono un valore aggiunto di 125,9 miliardi, pari all'8% del totale, e l'incidenza maggiore si registra nell'edilizia (18,4% del valore aggiunto del settore).
Infine, per quanto riguarda l'impatto fiscale, per l'Italia ci sono appunto più benefici che costi per complessivi 500 milioni, visto che gli stranieri sono giovani e incidono poco su pensioni e sanità, principali voci della spesa pubblica.
di Vincenzo Vita
Il Manifesto, 14 ottobre 2020
Lo scorso venerdì 9 ottobre, presso la sala dei Notari di Perugia, l'associazione Articolo21, insieme alla federazione nazionale della stampa, all'associazione della stampa e all'ordine dei giornalisti dell'Umbria e al sindacato di categoria della Rai, ha promosso un'iniziativa davvero importante. Vale a dire la definizione dell'ambiziosa ipotesi di una Carta europea della libertà di informazione (terzo atto dopo la Carta di Assisi del 2017 e il dialogo interreligioso aperto alla fine di febbraio presso la sede della storica rivista Civiltà cattolica) da portare alle autorità di Bruxelles, nella speranza che si alzi la soglia della vigilanza su ciò che sta avvenendo contro il diritto dei diritti.
Chiaro al riguardo è stato il richiamo del segretario europeo dei giornalisti Ricardo Gutiérrez. Troppi focolai di autoritarismo e di repressione, persino violenta: dalla Bielorussia, all'Ungheria, a Malta, alla Slovacchia, all'Ucraina, all'Azerbaigian, alla Turchia, all'Egitto, alla Bulgaria, alla Russia. Solo in quest'annata 28 assassini, 231 arresti e 115 incarcerazioni di operatori dell'informazione. Per non dire dell'incredibile vicenda di Julian Assange, che rischia di essere estradato negli Stati Uniti e condannato a 170 anni di prigione.
C'è da augurarsi che Biden vinca le imminenti elezioni e conceda la grazia a chi ha svelato orribili segreti delle guerre in Afghanistan e in Irak, i cui promotori - come ha ricordato Giuseppe Giulietti, infaticabile ispiratore della giornata e del percorso che l'ha preparata- vanno in giro per il mondo a tenere conferenze ben remunerate. La Carta sarà intitolata ad Antonio Megalizzi, il giovane reporter finito nel 2018 sotto il fuoco dei terroristi a Strasburgo. Già nel 2016 il consiglio d'Europa si era espresso in materia. Ma ora serve un atto impegnativo, che risponda all'esigenza di ricostruire il discorso in un ambiente comunicativo integrato, nel quale l'universo della rete ha dilatato antropologicamente la funzione del racconto giornalistico.
Dopo padre Enzo Fortunato, protagonista della sessione di Assisi, è stato il direttore del periodico dei gesuiti don Antonio Spadaro a tratteggiare con rara sapienza spirituale (e mediologica) luoghi e territori dove corre il Male delle menzogne, delle fake new o delle querele ricattatorie a danno dei cronisti coraggiosi. E un impegno non formale sul tema è stato ribadito dal deputato Walter Verini. A tirare le fila del percorso Roberto Natale, oggi dirigente della Rai, ma da sempre impegnato nell'associazionismo sociale e civile dopo tanti anni di responsabilità sindacali.
Non solo in Europa o nel mondo (a partire dall'Africa seguita con passione da Antonella Napoli. O dall'Iran con Tiziana Ciavardini) la libertà è a rischio: in Campania, nel Lazio, in Emilia (le minacce a Donato Ungaro) - come ha ricordato Graziella Di Mambro, attivissima nell'opaca zona di Latina. Tra l'altro, il 20 ottobre riprenderanno le udienze del processo contro le minacce a Federica Angeli.
Moltissimi interventi: da Nello Scavo, a Claudio Silvestri, a Giovanni Parapini, a Fabiana Pacella, ai dirigenti degli ordini Guido D'Ubaldo e Poala Spadari, al segretario della federazione della stampa Raffaele Lorusso, che ha ripreso gli spunti ufficializzandoli come piattaforma di una moderna soggettività negoziale. L'assemblea è stata un capitolo di una tre giorni dedicata alla pace e confluita nella catena umana di domenica, sostitutiva - nell'età della pandemia- della gloriosa marcia Perugia-Assisi promossa dalla tavola presieduta da Flavio Lotti.
A fare da collante tra i diversi momenti la portavoce di Articolo21 Elisa Marincola, con Paolo Borrometi e Stefano Corradino. Laici o credenti che si sia, va riconosciuto che il testo di riferimento era ed è la nuova enciclica Fratelli tutti del Papa di Roma, che è un manifesto chiaro e convincente di e per un'altra via di sviluppo di un'umanità segnata dalle guerre, dalle ingiustizie e dal disprezzo per l'ecosistema. Cattolici e non solo. Assente per altri impegni il presidente della comunità ebraica di Firenze Levi, ha parlato con grande senso di unità l'Iman Izzedin Elzir.
di Francesco Malgaroli
La Repubblica, 14 ottobre 2020
Nel Paese cresce il razzismo e sempre più migranti vogliono andare via. Ad un anno di distanza non è cambiato nulla: li hanno messi in due baracche ex militari alle porte di Bellville e non si sono più interessati di loro. E così i profughi, venuti principalmente da Congo e Burundi, e da mesi in Sudafrica sono tornati davanti alla sede Unhcr (l'Alto commissariato Onu per i rifugiati) a Città del Capo per protestare. Nello stesso luogo dove un anno fa si erano radunati per un sit-in durato giorni.
Al posto delle manifestazioni, hanno messo in scena spettacolo di danza, reading, e letture. Aline Bukuru è stata la portavoce anche di suo marito, Jean-Pierre Balous, leader congolese per profughi, in carcere da otto mesi. "L'Unhcr deve intervenire per aiutarci a tornare nei nostri Paesi d'origine", dice Bukuru. "In Sudafrica il razzismo sta prendendo piede". I profughi scappano da guerre non dichiarate e persecuzioni: credono, come dice Aline Bukuru, che il Sudafrica abbia una Costituzione che protegge anche i profughi, ma poi si trovano in un Paese ben diverso.
L'Unhcr è con loro: "Sono stati buttati in una discarica", dice, puntando il dito contro il governo. Che promette una soluzione entro il 15 ottobre, ma per ora non ha ancora piani reali. Questo anche a causa della pressione del movimento anti-immigrati 'Put South Africa First', che si sta facendo più potente e violento: 12 i morti in episodi xenofobi solo a settembre.
di Aldo Ferrari*
La Repubblica, 14 ottobre 2020
Gli scontri tra armeni e azeri sono riesplosi nei giorni scorsi. Ma il braccio di ferro su questa parte di Caucaso va avanti dall'inizio del '900 e ora vede in campo Russia e Turchia. I violenti scontri scoppiati il 27 settembre nell'Alto Karabakh sono l'esito ultimo di un conflitto che ha origini lontane. Senza prendere in considerazione le sue fasi più antiche, legate a dinamiche pre-moderne, si deve partire almeno dalla cosiddetta guerra armeno-tatara del 1905-1907. In quegli anni gli armeni e i tatari, come erano allora chiamati gli odierni azerbaigiani, si combatterono in molte zone del Caucaso meridionale, che faceva parte dell'impero russo.
Benché gli armeni fossero cristiani e i tatari/azerbaigiani musulmani (di lingua turca), le ragioni di quel conflitto erano socio-economiche ancor più che religiose. Se ne accorse lucidamente anche il giornalista italo-inglese Luigi Villari, autore di un importantissimo libro - Fire and Sword in the Caucasus (1906) - che rimane utilissimo per comprendere le radici storiche del conflitto odierno. Anche gli anni seguiti al crollo dell'impero russo e alla nascita delle effimere repubbliche indipendenti di Armenia e Azerbaigian (1918-1920) videro violenti scontri tra questi Paesi per il controllo di tre regioni etnicamente miste: Zangezur, Nakhichevan e Alto Karabakh. Dopo la sovietizzazione delle due repubbliche caucasiche, Mosca decise che la prima di queste regioni sarebbe spettata all'Armenia, le altre due all'Azerbaigian. Soprattutto la scelta riguardante l'Alto Karabakh, che per quattro quinti era abitato da armeni, ha avuto conseguenze decisive, che giungono sino ad oggi.
L'insoddisfazione degli armeni dell'Alto Karabakh per l'inserimento nell'Azerbaigian, sia pure con lo status di regione autonoma, si manifestò con forza già negli ultimi anni sovietici, ma esplose in guerra aperta con il crollo dell'Urss nel 1991. Al termine di un sanguinoso conflitto, che ha provocato circa 30.000 morti e centinaia di migliaia di sfollati, gli armeni dell'Alto Karabakh - sostenuti anche da quelli della repubblica d'Armenia e della diaspora - riuscirono non solo a prendere il controllo di quasi tutto il territorio della regione contesa, ma anche ad occupare sette distretti circostanti in precedenza abitati pressoché solo da azerbaigiani. In seguito a questa vittoria, tuttavia, l'Alto Karabakh non si unì alla repubblica d'Armenia, ma si rese indipendente, non venendo peraltro riconosciuto da nessun Paese della comunità internazionale. Questo stato de facto ha da allora assunto l'antica denominazione armena di Artsakh.
Dal punto di vista giuridico il confitto tra armeni e azerbaigiani per l'Alto Karabakh vede contrapporsi due principi del diritto internazionale. Uno è quello dell'integrità territoriale degli Stati, favorevole all'Azerbaigian, l'altra è quello del diritto dei popoli all'autodeterminazione, favorevole agli armeni. Per trovare una soluzione diplomatica al conflitto lavora sin dal 1992 - dal 1995 sotto l'egida dell'Osce - il Gruppo di Minsk, guidato da una copresidenza composta da Francia, Russia e Stati Uniti. Ne fanno inoltre parte, oltre ai rappresentanti di Armenia e Azerbaigian (l'Alto Karabakh ne è invece escluso), quelli di Bielorussia, Finlandia, Germania, Italia, Olanda, Portogallo, Turchia e Svezia. Il risultato più notevole della sua mediazione, sinora decisamente poco efficace, è costituito sinora dai cosiddetti "Principi di Madrid", stabiliti nel 2007, ma mai sottoscritti dalle parti in causa. Questi principi, infatti, prevedono un processo operativo che dovrebbe svilupparsi per tappe successive, ma che non riesce a soddisfare le aspirazioni delle due parti, in particolare per quel quanto riguarda la questione cruciale dello status definitivo dell'Alto Karabakh.
In tutti questi anni la situazione creatasi sul campo nel 1994 ha retto nonostante uno stillicidio di scontri alla frontiera tra il l'Alto Karabakh e l'Azerbaigian, che nell'aprile del 2016 avevano toccato un livello molto intenso. La crisi odierna è però apparsa sin dall'inizio molto più grave.
Anche se, come di consueto, le parti in causa si sono reciprocamente accusate di aver dato inizio agli scontri, la recente recrudescenza del conflitto è da attribuirsi principalmente a Baku. Gli armeni, molto più deboli sia numericamente che economicamente, detengono già il controllo dei territori contesi e non hanno quindi alcun desiderio di pregiudicare lo status quo. In effetti è solo Baku che ha interesse a riprendere il conflitto per recuperare i territori perduti. Frustrato dal pluridecennale stallo delle trattative diplomatiche e forte di un notevole rafforzamento economico e quindi militare, l'Azerbaigian appare ormai deciso a riprendere con le armi l'Alto Karabakh e gli altri territori occupati dagli armeni tra il 1991 e il 1994. In questi due decenni e mezzo l'Azerbaigian è molto cresciuto economicamente grazie alle sue ricchezze energetiche e ha sviluppato una notevole rete di collaborazioni internazionali.
Tra l'altro, proprio l'Italia è suo il principale partner commerciale, sulla base di un interscambio basato sinora in primo luogo sull'importazione di petrolio ma che nei prossimi mesi, con l'avvio del TAP, vedrà anche un abbondante flusso di gas. L'Azerbaigian investe buona parte dei proventi energetici in armamenti e anche nella ricerca di una credibilità internazionale non così scontata, almeno in Occidente, alla luce della natura autoritaria e "ereditaria" del Paese, il cui presidente è figlio del precedente presidente, che era stato anche segretario del Partito comunista in epoca sovietica. Un aspetto che sarebbe bene tenere a mente quando si valuta la questione dell'Alto Karabakh.
In ogni caso, il rafforzamento degli ultimi anni ha come conseguenza diretta una rivendicazione sempre più assertiva da parte di Baku della piena sovranità sull'Alto Karabakh e sugli altri territori occupati dagli armeni. I quali, d'altra parte, non sembrano disposti a rinunciare all'indipendenza dell'Alto Karabakh neppure sotto la guida di Nikol Pashinyan, che pure ha portato molti cambiamenti politici a Erevan con la cosiddetta "rivoluzione di velluto" del 2018. A differenza dei due precedenti leader armeni, i presidenti Kocharian e Sargsyan, Pashinyan non è originario della regione contesa, ma la sua posizione al riguardo è rimasta altrettanto ferma.
Alla luce di questa situazione, la ripresa delle ostilità è stata tutt'altro che sorprendente. Una ripresa iniziata già dai violenti scontri del 12-14 luglio di quest'anno, avvenuti tra l'altro non nella regione contesa, ma in quella di Tavush, lungo il confine internazionale tra Armenia e Azerbaigian Ciò avrebbe potuto in teoria determinare l'intervento della Csto, l'alleanza militare guidata dalla Russia a favore dell'Armenia che ne fa parte. E, parallelamente, quello della Turchia a fianco dell'Azerbaigian, al quale è legata da una solida alleanza. Un'ulteriore segnale dell'aggravarsi della situazione è da considerare anche la manifestazione, almeno in parte non preordinata dalle autorità dell'Azerbaigian, che ha avuto luogo a Baku il 15 luglio chiedendo la ripresa delle ostilità contro gli armeni. Inoltre, nei giorni successivi si sono verificati disordini tra azeri e armeni residenti in diversi paesi del mondo, dalla Russia sino agli Stati Uniti, ampliando quindi la dimensione internazionale della crisi. Nel corso dell'estate le autorità di Baku hanno notevolmente rafforzato la propaganda revanscista con il pieno sostegno del presidente turco Erdogan. La Turchia, erede diretta dello stato che nel 1915 ha compiuto un genocidio ai danni degli armeni, e senza mai riconoscerlo, ha in effetti una grandissima responsabilità nella crisi attuale, anche per l'indiretto ma sostanzioso sostegno militare fornito all'Azerbaigian.
Si tratta di una situazione quanto mai delicata, che rischia seriamente di innescare un ampliamento del conflitto potenzialmente molto rischioso a livello internazionale, soprattutto per il posizionamento opposto di Ankara e Mosca. La prima, che fa parte della Nato, sostiene l'Azerbaigian e sin dal 1993 ha chiuso unilateralmente le frontiere con l'Armenia. La seconda, come si è detto, è invece alleata dell'Armenia, che fa parte della Csto. Occorre però ricordare che l'appoggio di Mosca riguarda solo l'Armenia e non il Nagorno-Karabakh. Il contrasto nel Caucaso tra Turchia e Russia è quindi quanto mai pericoloso, anche se i due paesi sono sinora stati capaci di gestire altre situazioni in cui si trovano su fronti opposti, dalla Siria alla Libia.
Di fronte ad una escalation così forte del conflitto tra Armenia e Azerbaigian, lo stallo negoziale tra le parti e la sostanziale inazione della comunità internazionale accrescono il rischio concreto di una guerra su larga scala. Il semplice mantenimento dello status quo, che a lungo è sembrato a molti attori della scena politica internazionale l'opzione preferibile, pur se non certo ideale, appare ormai sempre più difficile da perseguire. In questa situazione la responsabilità principale ricade ancora una volta sul Gruppo di Minsk, ma per uscire da questa impasse, geopolitica oltre che giuridica, è assolutamente necessario un cambio di marcia nelle trattative diplomatiche. La comunità internazionale è chiamata ad affrontare con maggior impegno e idee nuove un problema che sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti. Anche le parti in causa, peraltro, dovrebbero abbandonare il massimalismo delle loro posizioni, accettando un compromesso che inevitabilmente le costringerà a rinunciare a parte di quanto rivendicano.
*Professore di Storia del Caucaso e dell'Asia Centrale presso l'Università Ca' Foscari di Venezia
di Martina Bortolotti
collettiva.it, 13 ottobre 2020
I primi provvedimenti alla prova dell'emergenza carceri. La Fp Cgil lancia una campagna per gli uomini e le donne della polizia penitenziaria. Una serie di proposte consegnate alla politica: dai casi di suicidio al problema della genitorialità, fino al divario tra uomini e donne, ecco i principali punti da cambiare.
epale.ec.europa.eu, 13 ottobre 2020
Un live webinar in occasione della Giornata Internazionale dell'Educazione in Carcere per riflettere su cosa abbiamo imparato dalla pandemia Covid-19 e quali sono le prospettive future.
Qual è stato l'impatto del Covid-19 all'interno e all'esterno delle carceri europee e quali sono le prospettive future dei programmi per il rafforzamento delle competenze dei detenuti in epoca post Covid? Sono questi i temi su cui si confronteranno martedì 13 ottobre, in occasione della Giornata Internazionale dell'Educazione in Carcere, esperti internazionali e provenienti dagli stati partner del progetto Cup - Convicts Upskilling Pathways.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 13 ottobre 2020
Difesa della Consulta e schiaffo al Dap. Un po' a denti stretti e con mille presupposti e cautele Giuseppe Pignatone, ex procuratore capo di Roma e oggi presidente del Tribunale Vaticano oltre che editorialista della Stampa, lo ammette: persino ai mafiosi detenuti vanno riconosciuti dei diritti.
di Giacomo Andreoli e Chiara Viti
Il Riformista, 13 ottobre 2020
"I giudici di pace pronunciano sentenze in nome del popolo italiano e non possono essere trattati come lavoratori a cottimo come se fossimo nell'Ottocento". È categorico Sergio Nicchi, vicepresidente dell'Associazione nazionale dei giudici di pace.
di Errico Novi
Il Dubbio, 13 ottobre 2020
Il presidente di "Md", De Vito: "Non si può restare consiglieri dopo il congedo". La maggioranza dei togati non la pensa così. Forse si doveva proprio attendere la sentenza Palamara, perché potesse sbrogliarsi la "matassa politica" all'interno del Csm. Così sembra se si pensa che solo domenica scorsa, dopo la radiazione dell'ex presidente Anm, hanno cominciato a diventare meno indecifrabili le diverse posizioni, a Palazzo dei Marescialli, su due delicatissimi dossier: la permanenza di Piercamillo Davigo nella carica di consigliere dopo che, il 20 ottobre, si sarà congedato dalla magistratura e il subentro di Pasquale Grasso nel "seggio" lasciato libero in plenum da Marco Mancinetti, il togato di Unicost dimessosi il 20 settembre.
Due questioni che nelle settimane del turboprocesso Palamara sono rimaste sotto traccia. D'improvviso, rimosso il rischio che si incrociassero con la vicenda disciplinare, sono arrivati domenica scorsa comunicati o interventi da tre gruppi della magistratura associata. Uno della progressista "Area" che chiede, su Davigo e Grasso, "voto palese" e discussioni separate, affinché non siano "influenzate da argomenti di tipo personalistico, da logiche di schieramento o da calcoli strategici". Secondo "Area", "la decisione dell'un caso" non deve essere "contraltare dell'altro".
Nelle stesse ore è apparso sulla rivista Questione giustizia un intervento del presidente di "Magistratura democratica" Riccardo De Vito, il solo ad assumere una posizione esplicita sull'ex pm di Mani pulite. La sua eventuale permanenza a Palazzo dei Marescialli è giudicata, da De Vito, un percolo per la "rappresentatività democratica del Consiglio".
Infine un comunicato di "Magistratura indipendente", la corrente contrapposta ai gruppi progressisti (sono due, anche se "Md" è in realtà una componente della stessa "Area", seppur con una propria vivace soggettività): in quest'ultimo documento non c'è un'indicazione rispetto alla scelta che il gruppo moderato compirà su Davigo, in compenso c'è una forte presa di posizione a favore di un avvicendamento tra Mancinetti e Grasso.
Tre posizioni molto diverse per impostazione, ma anche dal punto di vista strategico. "Mi" ricorda che "1983 colleghi" si sono espressi a favore di Grasso, arrivato secondo alle "elezioni suppletive dell'8 e 9 dicembre 2019 per funzioni giudicanti di merito", vinte da Elisabetta Chinaglia". Quei quasi duemila magistrati "attendono da oltre un mese la convocazione di Pasquale Grasso, avendo democraticamente espresso il proprio voto, e si chiedono per quale ragione il loro voto non sia rispettato". Neppure il gruppo moderato, come "Area", esprime in modo diretto la propria intenzione sulla permanenza di Davigo.
De Vito è appunto l'unico a schierarsi e lo fa con argomentazioni che riprendono l'intervento del direttore di Questione giustizia Nello Rossi pubblicato a fine luglio. In particolare il presidente di "Md" cita la pronuncia del Consiglio di Stato relativa a un caso analogo ma dalla valenza generale, secondo cui "se per autogoverno deve intendersi un sistema in virtù del quale la gestione e l'amministrazione dell'istituzione è affidata ai suoi stessi esponenti, nella specie attraverso un organo costituito in base al principio di rappresentatività democratica, ne discende che la qualità di appartenente all'istituzione medesima costituisce condizione sempre essenziale e imprescindibile per l'esercizio della funzione di autogoverno, e non solo per il mero accesso agli organi che la esercitano".
Secondo De Vito, Davigo non può dunque restare a Palazzo dei Marescialli a meno di voler "gettare a mare" quella "rappresentatività". Una simile incrinatura, conclude il presidente di "Md", rischia di essere un assist alla politica, "impegnata nel tentativo di riforma dell'ordinamento giudiziario: l'auspicio è che" il legislatore "non fiuti" la dissoluzione, insieme col principio di rappresentatività, anche di quello della "autonomia".
Si dirà: se un esponente autorevole della "sinistra togata" qual è De Vito si schiera contro la permanenza di Davigo, vorrà dire che alla fine i voti di "Area" andranno in quella direzione. Ma non è detto, intanto perché dei 5 attuali consiglieri del rassemblement progressista - di cui "Md fa pur sempre parte - nessuno è ormai organicamente allineato alle posizioni della storica componente "di sinistra".
A cominciare dal capogruppo Giuseppe Cascini, che di "Magistratura democratica" ha addirittura disdetto la tessera. Non si può dunque escludere che alla richiesta di votare separatamente, da ogni punto di vista, su Davigo e Grasso, si associ una propensione di "Area" alla permanenza di Davigo in plenum. E anzi le indiscrezioni danno tale scelta per maggioritaria tra i togati del Csm: a essere perplessi sarebbero sì alcuni consiglieri di varia provenienza, ma se, come sembra, prevarrà la richiesta per il voto palese, avanzata da "Area", difficilmente il drappello dei contrari al'ex pm di Mani pulite resterebbe numeroso.
Sarebbero per il no una parte dei laici, non tutti: quelli indicati da FI (Cerabona e Lanzi), dalla Lega (Basile e Cavanna) e forse uno dei consiglieri proposti dai 5 Stelle, Donati. Benedetti e Gigliotti voterebbero a favore di Davigo. Tra i togati che sono 16, il doppio dei laici neppure l'intera delegazione di "Mi" sarebbe per la decadenza. Sull'ex pm del Pool, insomma, il quadro è delineato: oggi la Commissione verifica titoli deciderà se presentare già domani al plenum la propria relazione, con il parere dell'Avvocatura dello Stato sfavorevole al consigliere prossimo al congedo. Certo è che l'improvviso surriscaldarsi del clima conferma l'impressione che lo sprint su Palamara sia stato favorito dalla volontà di liquidarlo prima che altri nodi del plenum arrivassero al pettine.
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