recensione di Mario Bonanno
sololibri.net, 15 ottobre 2020
Gli "Scritti dal carcere" (in buona parte inediti) di Bobby Sands appaiono tradotti in italiano per la prima volta con prefazione di Gerry Adams. Parafrasando Luigi Tenco, nel suo lapidario biglietto di addio: mi auguro che la loro lettura serva a qualcuno.
Un testo salvifico, dalla potenza civile inarrivabile, che arriva in libreria a cura di Riccardo Michelucci e Enrico Terrinoni. Provo a evitare la retorica, sul taglio di denuncia non mi sento di promettere: detesto l'informazione paludata e rivendico il diritto di fare giornalismo militante se il libro merita, come nella fattispecie. Se questa premessa già non vi piace, smettete a questo punto e non leggetemi più. Il dissenso civile (se e quando ci vuole, e quasi sempre ci vuole) è viatico di una partecipazione vigile, vissuta a occhi e mente aperti. Un po' come scrivere. Per sé stessi e per gli altri, soprattutto se hai una fede da consegnare alla storia.
Bobby Sands la fede ce l'aveva, ed era una fede doppia: religiosa e politica. Nel fiore degli anni e per come ha potuto ha scritto tantissimo per sé e per gli altri. Repubblicani dell'IRA come lui. Fuori e dentro il Blocco H. dello stato britannico, monarchia e democrazia che convivono insieme in un sistema pluripartitico.
L'ho detto prima: casso la tentazione retorica ma l'indignazione no, ed ecco quello che credo: credo che il concetto di democrazia (per come si è svilito, ed era già svilito all'epoca di Bobby Sands) si presta a una mistificazione di fondo, se è vero che i governi, sotto qualsiasi latitudine del mondo, finiscono con l'essere quasi sempre gestiti da incapaci egopatici.
O peggio da burocrati genuflessi agli oligarchi-detentori del potere economico che edulcorano lo sfruttamento delle masse dietro il paravento di libertà indotte (obbligatorie, per dirla con l'ossimoro di Giorgio Gaber). Il capitale ha fatto del mondo una vasta prigione, una prigione senza celle apparenti, le gabbie ideali in cui siamo rinchiusi senza neanche accorgercene.
È così che per me stanno le cose, e ci stanno, lo ripeto, da ancora prima dei tempi di Bobby Sands, morto prigioniero, a seguito di uno sciopero della fame protratto troppo a lungo. Non voleva che la sua lotta politica venisse ridotta ad espressione di criminalità comune. La lunga citazione che segue è estratta da Scritti dal carcere. Poesie e prose, che l'editrice PaginaUno manda in libreria, a cura di Riccardo Michelucci e Enrico Terrinoni.
Leggete e studiate questo libro, fatelo vostro, imparatelo a memoria, perché si tratta di un testo salvifico, dalla potenza civile inarrivabile: "Nessuna dannata menzogna ben congegnata o scusa contrita cancellerà mai la cicatrice incisa così a fondo nel cuore di mia madre, che ha visto cosa mi hanno fatto e continuano a farmi. Certo, ci sono i servizi igienici a disposizione di ciascun blanketman, ci sono anche docce, strutture sanitarie e un'ampia scelta di altri servizi - ma a quale prezzo sono stati ottenuti? Sempre alle loro condizioni, condizioni imposte da un branco di fanatici bigotti, la colonna portante di uno stato settario.
"Svuota il tuo bugliolo se vuoi," dicono, "ma solo nel modo in cui decidiamo noi!". "Va' in giro nudo oppure indossa l'uniforme carceraria." Conosciamo quell'atteggiamento. È lo stesso delle medesime autorità all'esterno: "Comprate un appartamento simile a una tomba a Divis Flats oppure vivete in strada," dicono, "Lavorate per pochi spiccioli oppure non lavorate per niente e morite di fame." E ancora, "Potete votare ogni quattro anni, e se non vi va bene peggio per voi, "questo è quello che dicono! Per fare reclamo nel Blocco H, dicono i secondini, "Scrivete il vostro nome per parlare con il direttore del carcere." All'esterno è più o meno lo stesso, ovvero: "Andate a parlare con un membro del Parlamento".
Il risultato è analogo in entrambi i casi, poiché le condizioni abitative e la qualità della vita sono chiaramente visibili a Belfast e altrove, come all'interno del Blocco H. se fai un passo falso ti sbatto nei Blocchi H dove, se ti ribelli e ti rifiuti di essere criminalizzato, ti torturano per cercare ancora una volta di piegarti e di sottometterti".
Se si considera che brani come questo il giovane Bobby Sands li scrive sui fogli improvvisati della carta igienica o delle cartine dei pacchetti di sigarette (più resistenti), il contenuto si connota di concetti assoluti. Lucidi. Dissidenti. Disalienanti.
Con il valore aggiunto del pathos sottotraccia, dato che Sands scrive quanto scrive tra una sevizia carceraria e l'altra. Da martire annunciato, da oltraggiato, spesso da nudo, seppure al contempo da irriducibile. Presago della morte imminente e anche che la lotta per l'Irlanda repubblicana sarebbe proseguita dopo di lui.
Più o meno alla stessa età in cui i giovani figli della globalizzazione (i giovani contemporanei della fine del mondo libero) progettano selfie e aperitivi, Bobby Sands si arruola nell'IRA. Un amore smisurato per la patria e la giustizia sociale costituiscono il movente della scelta radicale. I suoi Scritti dal carcere ce lo rivelano rivoluzionario dalla schiena dritta. Un umanista acuto, poetico ma inflessibile, dotato di quella coerenza ideale senza deroghe, che lo accompagna fino alla morte.
"Immaginate come ci si può sentire nudi, rinchiusi per ventiquattro ore al giorno in una cella di isolamento, sottoposti alla totale privazione non solo delle cose ordinarie di tutti i giorni, ma delle fondamentali necessità umane come i vestiti, l'aria fresca, l'esercizio fisico, la compagnia di altri esseri umani. In altre parole. Immaginate di essere sepolti, nudi e solo per un giorno intero. Come sarebbe per venti strazianti mesi".
Pagina dopo pagina, verso dopo verso, la parabola incontro alla morte di Bobby Sands si delinea con il passo di una via crucis, assecondando quasi una teleologia cristologica, non fosse che per il messaggio politico che non recede fino alla fine (ma, a guardar bene, anche Gesù viene ucciso per il messaggio politico di cui si fa portatore).
Bobby Sands muore giovane il 5 maggio 1981 nel carcere britannico di The Maze, a Belfast. L'aspetto che più colpisce della sua storia è che è una storia ignobile dell'altro ieri. Le vessazioni subite in carcere non riferiscono a un tempo lontano. Gli anni a cui riferiscono sono gli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta del secolo scorso: ciò dimostra la recidività di un Potere che si libera dei suoi figli ribelli con metodi identici a quelli dei poteri di ogni tempo.
I metodi detentivi attraverso cui Bobby Sands viene indotto alla morte ("lo Stato non tratta con un terrorista, meno che mai se irriducibile") non sono cioè prerogativa delle prigioni inglesi: si guardi alla storia carceraria degli anni di piombo, italiani e tedeschi (per esempio), per rendersene conto.
di Eraldo Affinati
Il Riformista, 15 ottobre 2020
Cinquant'anni fa poteva accadere a Roma che un ragazzino finisse ucciso mentre giocava lungo i binari della ferrovia, come oggi capita nelle periferie delle metropoli asiatiche o africane. Dentro le povere abitazioni cresciute alla maniera di piante rampicanti sui ruderi antichi dell'Acquedotto Felice non c'era energia elettrica, né impianti idraulici.
Quando pioveva si gettava un'incerata sul tetto in eternit, senza sapere che fosse cancerogeno, nella speranza che tenesse. Le persone che vivevano in quelle condizioni erano migranti italiani, in maggioranza provenienti da Villavallelonga, un comune in provincia dell'Aquila, ma anche da Calabria e Sardegna. Quando Mohamed e Lucinda eravamo noi.
Proprio accanto all'insediamento, che venne smantellato nel 1973, nel momento in cui gli abitanti furono "deportati" a Nuova Ostia, sorge ancora oggi la grande Chiesa di San Policarpo (all'epoca soprannominata "il panettone", e "la centrale nucleare"). Fu dalla terrazza dell'edificio religioso che don Roberto Sardelli, giovane prete appena nominato vice parroco, vide per la prima volta lo scempio posto accanto ai fascinosi pini della Via Appia, con le reggie abusive dei nuovi palazzinari. Era un ex funzionario di banca che, dopo aver preso i voti, aveva girato un po' in Europa, forse perché i suoi superiori credevano potesse intraprendere una carriera ecclesiastica nei ranghi vaticani e avesse quindi bisogno di imparare le lingue. In Francia gli capitò di incontrare in una colonia estiva alcuni ragazzi di Barbiana, i quali lo invitarono a conoscere il priore, loro maestro. Don Roberto si appassionò allo stile educativo di don Lorenzo Milani, superando in un battibaleno certe sue asprezze caratteriali.
Al ritorno nella capitale venne assegnato in una parrocchia di Vitinia, non distante dal mare, ma presto egli comprese di non trovarsi a suo agio nelle vesti canoniche che gli proponevano: limitarsi ad amministrare battesimi e cresime non faceva per lui. E così, dopo una forte crisi interiore, somatizzata con varie conseguenze fisiche, era stato mandato a San Policarpo dove tuttavia rischiava la medesima sorte.
Fu la baraccopoli a salvarlo. Perché don Sardelli non si limitò a frequentarla dall'esterno. Alla maniera di Pietro, quando vede Gesù risorto sul lago di Tiberiade (Giovanni, 21, 1-14), ci si buttò dentro a corpo morto, andando ad abitare nella baracca 725. Gliela cedette a pochi soldi Rita, una prostituta, che continuò a praticare la sua attività pochi metri più in là. Cosicché all'inizio, quando i clienti bussavano alla porta e, invece della donna, vedevano un uomo barbuto, restavano di sasso.
Chi voglia sapere come andò a finire tutta la storia dovrebbe leggere Dalla parte degli ultimi (Donzelli, pp. 197, 25 euro, prefazione e significativo contributo di Alessandro Portelli), un libro che raccoglie alcune interviste che Massimiliano Fiorucci, pedagogista da sempre attento alle sperimentazioni sociali più avanzate, riuscì a fare a don Roberto prima della sua scomparsa avvenuta a Pontecorvo, in provincia di Frosinone, paese natale, il 18 febbraio 2019.
Qui riportiamo l'essenziale: la famosa baracca 725 diventò una scuola per i ragazzini cresciuti lì attorno, pochi metri quadri di vulcanica attività didattica e non solo. In quel piccolo ambiente vennero composte, secondo il metodo della scrittura collettiva elaborato a Barbiana, "La lettera al Sindaco" e "La lettera ai cristiani di Roma" che, pubblicate sui giornali, Paese Sera in primo luogo, provocarono una serie di conseguenze a catena, sia all'interno della Chiesa, sia nelle istituzioni pubbliche.
Don Sardelli, come disse lui stesso, non era "interclassista", il che significa che prendeva consapevolmente le parti dei più svantaggiati contro chi stava meglio, senza curare, diciamo così, gli equilibri. Non aveva peli sulla lingua. Non esitò a polemizzare coi salesiani, ai quali rimproverava una contiguità troppo stretta coi poteri forti, Giuseppe Dossetti, che gli aveva chiesto quando facesse catechismo, Tullio De Mauro, il quale avrebbe voluto che i suoi scolari continuassero ad esprimersi in dialetto, e anche coi Papi, compreso Bergoglio, a suo avviso troppo diplomatico durante la trasferta brasiliana.
Perfino Madre Teresa di Calcutta, vedendolo così battagliero, se ne ritrasse quasi intimorita. Insomma una personalità tagliente, eppure amatissima dal suo popolo: "Mi volevano bene. Ma anche se mi avessero voluto male, io non faccio la scuola perché mi vogliano bene, questo lo può fare un mercante, ma non un educatore. Un educatore deve anche essere duro e procurarsi il male che gli vogliono i ragazzini".
Ai quali non si era limitato a togliere il calcio spingendoli alla lettura critica dei quotidiani. Abitando insieme alle famiglie, era diventato uno di loro. La sera andava da Upim a comprarsi il pesce surgelato che consumava bollito con un filo d'olio e del prezzemolo. Tutti lo vedevano. E capivano che non poteva esserci "vacanza", né "ricreazione", perché la scuola era la vita.
Don Milani docet. Dal 1968 al 1973 furono cinque anni terribili e meravigliosi. Quando morì Clelia, non c'erano soldi per la cerimonia funebre. Allora Rita, la vecchia prostituta, le portò il suo vestito più bello. E don Sardelli celebrò il funerale davanti a tutto il quartiere. Aveva innescato così in quei poveri diseredati la consapevolezza del bene comune. Forse intendeva questo quando disse: "Io non faccio assistenza, ma creo coscienza".
di Riccardo Noury*
Il Domani, 15 ottobre 2020
Quasi due anni dopo l'entrata in vigore del primo decreto sicurezza sotto il Conte 1, il governo Conte 2 ha finalmente approvato una serie di modifiche a quelle pessime norme passate alla storia come "decreti Salvini".
In termini generali, sebbene con così tanto ritardo e con un evidente ricorso a una mediazione che mal si concilia con la natura assoluta dei diritti umani, è apprezzabile il fatto che si sia proceduto alla revisione di norme che in molti casi erano state smentite dalla stessa magistratura, come nel caso del divieto di iscrizione anagrafica per i richiedenti asilo, e che si siano voluti superare i rilievi minimi espressi a suo tempo dal presidente della Repubblica.
Il passo avanti più importante è il ripristino, sotto la denominazione di "protezione sociale", di quella protezione umanitaria la cui cancellazione, in nome di chissà quale "sicurezza", aveva dato luogo a una vera e propria bomba sociale riducendo all'invisibilità decine di migliaia di persone: ottantamila, secondo il sociologo Marco Omizzolo, autore della ricerca "I sommersi dell'accoglienza", realizzata all'inizio del 2020 per Amnesty International.
Ora si tratterà di capire, magari con una decretazione a parte, come rimediare a quella invisibilità che ha significato perdita di diritti e infragilimento delle vite, in un periodo già reso complicato dalla pandemia. Bene il ritorno del sistema di accoglienza Sprar da cui erano stati espulsi i richiedenti asilo. Potranno nuovamente iscriversi all'anagrafe e saranno dotati di una sorta di carta di identità, riconosciuta dallo stato italiano, valida per tre anni.
La sfida ora è tutta per i comuni, cui passa la competenza in materia: riusciranno a provvedere ai servizi per l'inclusione sociale, come ad esempio l'insegnamento della lingua italiana? Importante è anche la garanzia, per le persone detenute nei Centri di permanenza per il rimpatrio, di potersi rivolgere al garante nazionale o regionale per le persone private della libertà personale.
En passant, sull'onda dell'indignazione per il feroce omicidio di Willy Monteiro Duarte, sono state inasprite le norme sul reato di rissa e quelle sul Daspo urbano: il segnale dato, e che si vorrebbe percepito, che "lo stato c'è". Ma siamo al solito punto: innalzare le pene di per sé non è male, ma non basta: quando si investirà sulla promozione dei valori del rispetto e della non discriminazione (magari grazie anche al ripristino dell'educazione civica nelle scuole), potrà andare meglio. Non va tutto bene. Fine del bicchiere mezzo pieno.
La riformulazione della norma relativa alle sanzioni è difficile da digerire. L'idea che si debba rispettare il requisito della non violazione del codice della navigazione per non incorrere in multe e carcere continua a essere figlia della narrativa sorta della primavera ed estate del 2017, prima colpevolizzante (Di Maio e i "taxi del mare"), poi disciplinante (Minniti e il suo codice di condotta) e infine criminalizzante (Salvini e la sua decretazione) nei confronti delle organizzazioni non governative di ricerca e soccorso in mare.
Certo, le sanzioni ora sono previste in un'ipotesi che viene definita residuale: quella di un intervento di una nave di soccorso in aree di competenza italiana che non rispettasse le disposizioni impartite, ad esempio forzando per necessità un blocco navale. Come fece Carola Rackete al timone della Sea Watch 4.
Allora, forse, del tutto "residuale" quell'ipotesi non è. Si dica dunque una volta per tutte e in modo chiaro: salvare vite umane è un'attività nobile, preziosa e soprattutto legittima o è un reato? A conferma che non tutto è risolto, per una tragica coincidenza, alla notizia dell'avvenuta approvazione delle modifiche ai decreti sicurezza si è sovrapposta quella sulla morte di Abou, un minorenne ivoriano salvato dalla nave Open Arms e trasferito sulla nave-quarantena Allegra nonostante mostrasse evidenti segni di denutrizione e di tortura.
Eh, sulla Allegra, le sue condizioni di salute sono precipitate fino alla morte, avvenuta in un ospedale di Palermo. Quella coincidenza ci ricorda che abbiamo ancora un problema. Per usare un'espressione tornata di moda in queste settimane, la "morte nera" degli accordi, tuttora in piedi, conia Libia in tema d'immigrazione.
Accordi che sono l'esempio più atroce della ostinazione, ormai pluridecennale, da parte dei nostri amministratori e dell'Europa, a voler "tener fuori il problema" come se fosse un'emergenza temporanea anziché un fenomeno fisiologico, permanente e da governare. Investire sull'accoglienza e sui diritti è l'unica strada virtuosa e possibile.
*Portavoce di Amnesty International Italia
di Fabio Albanese
La Stampa, 15 ottobre 2020
È considerato dall'Onu e dalla Corte internazionale dell'Aja uno dei maggiori organizzatori del traffico di migranti. Uno dei trafficanti di uomini più pericolosi e feroci, e finora impuniti, è stato arrestato oggi in Libia: Abd al-Rahman al-Milad, noto come Bija, è stato bloccato da una milizia del governo di Tripoli poco fuori la capitale.
Lo hanno annunciato alcuni media libici e la notizia è stata poi confermata da altre fonti indipendenti. Bija, o anche Bidja, è considerato dall'Onu e dalla Corte internazionale dell'Aja uno dei maggiori organizzatori del traffico di migranti, prima ridotti in schiavitù in Libia e poi ammassati su fatiscenti imbarcazioni per far loro attraversare la rotta del Mediterraneo centrale. O per farli annegare durante la traversata Per questo, è accusato di crimini contro i diritti umani ma finora aveva continuato, indisturbato, a svolgere la sua lucrosa e spregiudicata attività, in un primo momento addirittura come ufficiale di una delle sezioni locali della cosiddetta Guardia costiera libica. Il trafficante, secondo l'Onu che aveva spiccato un mandato di cattura nei suoi confronti, per anni ha potuto gestire e decidere vita, e anche morte, di migliaia di migranti detenuti nelle terribili connection house libiche, soprattutto della zona di Zawiya, a ovest di Tripoli, uno dei principali "porti" libici da cui partono i migranti.
Lo scorso anno il quotidiano Avvenire aveva svelato un incontro in Italia di una delegazione libica, organizzato dall'Oim (l'Organizzazione per le migrazioni delle Nazioni Unite) e finanziato dall'Unione europea, al quale aveva partecipato pure Bija. Era il 2017, la visita partì dal Cara di Mineo, poi la delegazione si spostò a Roma, alla Guardia costiera, alla Croce Rossa, al ministero della Giustizia e perfino a quello dell'Interno, stando a quanto poi raccontato dallo stesso Bija.
C'è chi sostiene che questo fosse avvenuto sotto falso nome ma la reale identità del trafficante libico era nota a molti e a quanto pare non solo alla delegazione libica che veniva in Italia per apprendere nozioni e tecniche di assistenza ai migranti. Bija si fece poi "sentire" direttamente con l'autore dell'articolo, e con altri giornalisti italiani che da anni si occupavano di lui, con alcuni minacciosi messaggi di morte sui social.
Secondo le poche informazioni disponibili al momento, Abd al-Rahman al-Milad è stato arrestato questo pomeriggio a Janzour, poco fuori Tripoli, su richiesta del ministero dell'Interno libico. Difficile dire se questo arresto cambierà ora la situazione del traffico di esseri umani nel martoriato paese nordafricano, ma certamente l'arresto di Bija può considerarsi un punto di svolta. Quanto decisivo, lo dirà il tempo.
di Raimondo Bultrini
La Repubblica, 15 ottobre 2020
La polizia ha fermato 21 attivisti durante una manifestazione a Bangkok, alla vigilia della grande protesta di domani in cui il movimento ribadirà le sue richieste per lo scioglimento del Parlamento, la caduta del governo di Prayuth Chan-Ocha e una nuova Costituzione. Almeno una ventina di persone sono state arrestate stasera dalla polizia thailandese che ha interrotto una piccola manifestazione organizzata in preparazione della più ampia protesta antigovernativa prevista per domani. La polizia è giunta al raduno di fronte al Monumento alla Democrazia su Ratchadamnoen Avenue mentre parlava al microfono l'attivista Jatupat "Pai" Boonpattararaksa, un'ora prima del passaggio di un corteo reale lungo la stessa strada.
C'è stata una colluttazione tra i manifestanti e gli agenti, che hanno lanciato vernice blu prima di arrestare Jatupat e gli altri attivisti. Da qui la decisione del movimento degli studenti, ribattezzato recentemente Partito del Popolo, di protestare davanti alla stazione centrale di polizia per chiedere il rilascio dei loro compagni e alcune centinaia di persone sono rimaste in strada sotto la pioggia scrosciante a gridare slogan. A guidarli c'è un altro leader delle proteste, Parit Chiwarak detto Pinguino.
Secondo il portavoce della polizia Kissana Phattanacharoen i detenuti hanno violato la legge sulle assemblee pubbliche non avendo informato le autorità delle loro intenzioni. "Non importa dove si svolge un raduno, la polizia ha il dovere di fornire sicurezza e ordine", ha detto il colonnello. "Se qualcuno intende fare qualcosa di illegale, gli altri dovrebbero scoraggiarlo".
Gli incidenti potrebbero influenzare gli eventi di domani se gli scontri dovessero ripetersi con i giovani ribelli che hanno previsto di concentrarsi in massa nelle stesse strade a non troppa distanza dal palazzo reale dove si svolse la protesta del 19 settembre con 100 mila partecipanti. Un numero che domani potrebbe moltiplicarsi secondo gli organizzatori, che da mesi chiedono lo scioglimento del Parlamento, la fine degli abusi governativi contro i dissidenti e una nuova Costituzione che comprenda anche sostanziali riforme della stessa monarchia.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 15 ottobre 2020
La bambina aveva tre mesi ed era stata allontanata alla nascita. A nulla sono serviti gli appelli: l'ha stroncata una polmonite. Le Filippine sono scosse da un avvenimento che sta provocando rabbia nell'opinione pubblica e sollevando feroci polemiche per come sono trattate le detenute madri.
È la triste vicenda che riguarda Reina Mae Nasino, un attivista per i diritti umani, che lavorava per il gruppo contro la povertà urbana Kadamay. Arrestata nel novembre 2019 insieme a due compagni, è stata accusata di possesso illegale di armi da fuoco ed esplosivi, reati che tutti e tre hanno sempre negato attribuendoli alla campagna di persecuzione contro gli attivisti di sinistra da parte del regime del discusso presidente Duterte.
Reina, che ha 23 anni, ha scoperto di essere incinta solo dopo la sua incarcerazione nel corso di una visita medica. Il 1 luglio di quest'anno è nata la sua bambina, River. Il peso della neonata era basso ma nonostante ciò madre e figlia sono tornate nel carcere di Manila dove sono rimasti in una stanza riservata, allestita in fretta e furia.
Secondo la legge filippina un bambino nato in custodia può rimanere con la madre solo per il primo mese di vita, anche se si possono fare eccezioni. Una situazione ben diversa rispetto ad altri paesi dove è possibile per le detenute rimanere con i figli molto più a lungo. Inoltre la Convenzione di Bangkok dell'Onu prevede che a prevalere debba essere l'interesse del bambino.
È iniziata dunque una campagna di protesta per fare in modo che madre e neonata fossero liberate per farle stare insieme. Lo stesso ospedale di Manila dove era avvenuto il parto aveva raccomandato che non avvenisse la separazione per ragioni di allattamento.
Tutte le richieste sono state però respinte dalla direzione della prigione con varie motivazioni, alcune poco plausibili. Neanche quando si è assistito ad una crescita dei contagi da Covid in carcere la donna è stata liberata, e invano il National Union of Peoples Lawyers, un gruppo di assistenza legale che rappresenta la sig.ra Nasino, ha presentato una serie di mozioni chiedendo il suo rilascio.
A questo punto è stato chiesto al Tribunale di consentire che almeno la bambina potesse rimanere insieme alla madre sebbene in una cella. Niente da fare in presenza con i detenuti, gli avvocati sono stati in grado di tenersi in contatto con la signora Nasino solo per telefono.
La salute della neonata è però rapidamente peggiorata, le richieste per la scarcerazione sono aumentate senza alcuna possibilità di successo, il 24 settembre River è stata ricoverata ma la settimana scorsa è morta a causa di una polmonite. Martedì scorso il tribunale ha concesso alla detenuta una licenza di tre giorni per partecipare alla veglia e al funerale. Ma la ferocia dei funzionari della prigione ha mostrato ancora una volta il suo volto e il rilascio è stato ridotto a sole tre ore per venerdì, il giorno della sepoltura di River.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 ottobre 2020
Al 30 settembre il sovraffollamento effettivo è del 115%, i contagiati sono: 50 detenuti e 77 personale penitenziario. Il garante di Parma denuncia: "Il virus è arrivato anche qui". Confermato il trend di ripresa del sovraffollamento e della crescita del contagio da Covid-19 nelle carceri. Secondo i dati del Dap aggiornati al 30 settembre, il tasso del sovraffollamento è del 107,3%, considerando i 50.570 posti letto conteggiati.
Il Dubbio, 14 ottobre 2020
Bonafede: "Fatti passi in avanti, ma c'è ancora molto da fare". "Passi in avanti ne sono stati fatti ma sappiamo che c'è ancora molto da fare". Con queste parole il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede si è rivolto ai rappresentanti delle sigle sindacali della Polizia Penitenziaria che hanno partecipato ieri mattina all'incontro al ministero di via Arenula.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 14 ottobre 2020
Affettività e carcere: il binomio è possibile? "Quando l'articolo 28 dell'ordinamento penitenziario prevede che l'amministrazione penitenziaria deve dedicare particolare cura a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni dei detenuti e degli internati con le famiglie, significa che il legislatore considera gli affetti imprescindibili nel percorso di reinserimento sociale previsto dalla Costituzione.
di Mario Giordano
Panorama, 14 ottobre 2020
In carcere averne uno è il segno del comando. Ai detenuti italiani ne sono stati sequestrati 1.761. E l'anno non è finito. Aprile scorso. Su Rtc, web tv della Campania, va in onda uno dei programmi più seguiti del palinsesto, Casa Bonavolta. Gli ascoltatori mandano foto e saluti in diretta.










