di Natalia Distefano
Corriere della Sera, 16 ottobre 2020
Titolo d'effetto, "Per il tuo bene ti mozzerò la testa", e sottotitolo illuminante che rivela le ragioni dell'ultimo libro di Luigi Manconi e Federica Graziani: "Contro il giustizialismo morale" (Enaudi).
"Ossia contro quell'orientamento culturale e politico che persegue un concetto assoluto di giustizia, che non ammette alternative alle proprie convinzioni e pensa di affidarne la realizzazione alla spada dei tribunali - spiega Manconi - chiedendo pene sempre più esemplari, prescindendo dai diritti individuali e dal rispetto delle garanzie processuali. Un orientamento che si nutre di rancore collettivo, del diffuso sentimento di rivalsa sociale e di un'idea di giustizia che ha i tratti della vendetta. Alimentata sul fronte mediatico da personalità d'ogni sorta che brandiscono la morale come un'arma".
Alla presentazione romana del volume, oggi alle 19 al Maxxi (via Guido Reni 4, su prenotazione a www.maxxi.art/events/), gli autori ne discutono con Mattia Feltri e Giuliano Ferrara, coordinati da Giuliano Giubilei.
"A Milano invece - annuncia Manconi - il 28 ottobre saremo con Sandro Veronesi e Gherardo Colombo. Abbiamo coinvolto quattro relatori che rappresentano le molte facce, che grazie a dio esistono, di una cultura garantista di cui il libro vuole essere il manifesto. Una posizione per ora di minoranza, che va affermata a partire dalla tutela delle garanzie individuali, sancita dallo stato di diritto e dalla Costituzione, con un linguaggio che ribalti quello dei moderni inquisitori, fatto di parole violente, pregiudizi e disprezzo dell'altro in un meccanismo dove non esistono avversari ma nemici". Tra questi Manconi indica Marco Travaglio, a suo giudizio "l'uomo-immagine del giustizialismo morale, il frontman di feroci battaglie giudiziarie, l'incarnazione di una visione punitiva, del desiderio di puntare il dito e farsi spettatori di una giustizia implacabile e, soprattutto, pubblica".
Il libro parte proprio dalla sua descrizione come "eroe popolare della caccia all'uomo", per poi procedere con l'analisi del "populismo penale", dell'identità del Movimento 5 Stelle, fino a condurre una verifica del garantismo con undici test al lettore su vicende e questioni della cronaca recente: dal suicidio assistito, al processo Berlusconi, alle mutilazioni genitali femminili.
"Proprio dalle mancate o malandate risposte alle questioni che si sollevano intorno alle garanzie individuali discende lo stato infelice del garantismo in Italia - conclude Manconi - che risulta infine quanto mai evidente nelle drammatiche condizioni delle nostre carceri".
di Titti Arena
lombardiaquotidiano.com, 16 ottobre 2020
Pianosa, Asinara, Bollate ed infine Milano, passando per Nuoro, Alghero, Piacenza, Brescia e Taranto. Non si tratta di un giro turistico nella nostra penisola, bensì le tappe della lunga esperienza lavorativa nelle carceri italiane di Luigi Pagano.
Una esperienza professionale, ma soprattutto umana, che lui stesso, da pochi mesi in pensione, racconta nel libro "Il Direttore. 40 anni di lavoro in carcere" (edito da Zolfo, in uscita il 15 ottobre). Laurea in Giurisprudenza, sposato, due figli, 66 anni, napoletano, Pagano è stato direttore di molti istituti, tra cui San Vittore per oltre 15 anni, poi vice capo del Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria nazionale e, infine, a guidare il Dap della Lombardia. Una carriera che per oltre 40 anni lo ha visto assistere, da un punto di vista particolare - in un certo senso "dietro le sbarre" - alle più note e spinose vicende giudiziarie italiane. Spenti i riflettori dei grandi processi di Mafia, Brigate Rosse, Tangentopoli è stato lui ad accompagnare la quotidianità "ristretta" di nomi noti della cronaca nera: assiste alla cruenta morte nel carcere di Nuoro di Francis Turatello, boss della mala milanese; incontra il leader della Nuova camorra organizzata, Raffaele Cutolo all'Asinara; poi incrocia il crac del Banco Ambrosiano a Piacenza dove è detenuto Bruno Tassan Din, prima della lunga stagione di Tangentopoli che affollò il carcere milanese di San Vittore di manager, politici e "colletti bianchi".
"La società civile - ci spiega - tende a rimuovere il carcere dal proprio universo mentale. Purtroppo, però, tanto più il carcere diventa impermeabile rispetto alla vita normale, tanto più è difficile che possa assolvere al meglio la sua funzione di reinserimento sociale delle persone, come sancito dalla riforma del 1975".
E proprio grazie a lui si devono le prime iniziative "aperte" negli istituti penitenziari: dal Costanzo show registrato nel carcere di Brescia, alla visita del cardinal Martini a San Vittore, ad attività culturali e ricreative. "Il carcere dovrebbe essere davvero l'extrema ratio dell'esecuzione penale - puntualizza Pagano -: rieducazione e reinserimento potrebbero essere perseguiti implementando le misure alternative, che costano di meno e rendono di più in termini di abbattimento della recidiva".
Una convinzione che lo sprona, adesso che è in pensione, nell'attività di consulente del Garante dei detenuti di Regione Lombardia. E anche durante l'emergenza Covid l'attività dell'ufficio del Garante dei detenuti non si è mai fermata. Iniziando dalla convocazione, il 19 marzo scorso, del Tavolo tecnico sulla situazione carceraria, che ha visto riuniti oltre al Difensore regionale, Carlo Lio in qualità di ombudsman delle persone ristrette, i principali esponenti istituzionali del mondo carcerario tra i quali i direttori di istituti carcerari, rappresentanti dei Tribunali di sorveglianza, degli enti del Terzo settore e della Curia. Da allora diverse sono state le visite effettuate nei singoli penitenziari, oltre a 60 video colloqui svolti negli ultimi tre mesi.
"Anche nel periodo del lockdown non abbiamo mai smesso di manifestare la vicinanza dell'istituzione, cercando mediazioni durante i momenti di tensione e cogliendo aspetti positivi che venivano promossi dai detenuti - ha dichiarato Carlo Lio -. Inoltre, in accordo con le direzioni penitenziarie, abbiamo agevolato il reperimento di donazioni che con grande generosità ed altruismo venivano offerte de associazioni del Terzo settore per dare risposte alle richieste che provenivano dagli istituti penitenziari".
nsomma, il carcere appare ancora un mondo duro e sfaccettato. Dove, per dirla con le parole di Giacinto Siciliano, attuale direttore di San Vittore, portare il senso dello Stato è una questione "Di cuore e di coraggio": come recita il titolo del libro di memorie da lui stesso scritto (Rizzoli, maggio 2020).
di Carlo Verdelli
Corriere della Sera, 16 ottobre 2020
Il grado di responsabilità di noi cittadini, altissimo nei primi mesi, adesso fatica a raggiungere il livello necessario per fronteggiare la caparbietà di un virus che sta mettendo in ginocchio il mondo.
Le nuove misure del governo sono già vecchie. Il grado di responsabilità di noi cittadini, altissimo nei primi mesi della pandemia, adesso fatica a raggiungere, nonostante gli auspici del presidente del Consiglio, il livello necessario per fronteggiare la caparbietà di un virus che sta mettendo in ginocchio il mondo.
Soffre l'Europa intera, e la nostra fragile Italia, dopo una pausa nell'assedio che molti, troppi, avevano scambiato per una ritirata. Ha ragione Angela Merkel, uno dei pochi statisti di cui dispone l'Occidente, quando dice che siamo davanti a una sfida secolare, gigantesca, che impone di interrogarci su che cosa ne sarà del nostro modo di vivere e soprattutto della nostra gioventù. Ha torto chiunque si affidi a un'insensata speranza che bastino pochi e blandi correttivi di rotta per scansare l'iceberg che è tornato a profilarsi davanti alla nostra prua.
Se davvero, a Palazzo Chigi e dintorni, qualcuno si augura che vietare il calcetto amatoriale o limitare i baccanali notturni, ci salverà dall'incubo in cui stiamo riprecipitando, con la mascherina svogliatamente indossata, sarà il caso di rivedere il piano di contenimento e agire di conseguenza, il più in fretta possibile.
Il nemico non è alle porte. Il nemico è già rientrato nella nostra fortezza di burro e per la seconda volta promette di farci molto male. Se all'inizio di agosto i nuovi contagi erano 159 al giorno e adesso sfiorano quota 9 mila, con una progressione così impetuosa da gettare nello sconforto anche gli esperti più prudenti, significa che non abbiamo fatto le cose che dovevamo fare, mentre abbiamo lasciato il via libera alle cose che non dovevamo fare.
Avevamo il tempo, un'estate intera, per prepararci meglio al ritorno rabbioso del male. Potenziare gli ospedali anche per i malati non Covid (in molte regioni, tornata l'emergenza, non prendono neanche le prenotazioni per esami fondamentali), dotarsi di abbondanti scorte di vaccini anti influenzali, calcolare che l'indispensabile ritorno a scuola avrebbe comportato dei rischi calcolabili, e quindi riducibili. Ma questo tempo, come ricordava ieri Gian Antonio Stella, lo abbiamo sprecato a cantare e ballare, come la cicala di Esopo. Il conto cominciamo a pagarlo adesso, ed è un conto che purtroppo non ci possiamo neanche permettere.
Da un lato del precipizio, c'è una crisi economica che diventerà emergenza sociale quando, da inizio 2021, verrà sospeso il blocco dei licenziamenti, con la Cgil che paventa una perdita secca di un milione di posti di lavoro e Assolombarda che dichiara impensabile l'ipotesi di mantenere gli organici di prima.
Un altro lockdown totale troncherebbe i germogli di ripartenza, accelerando una deriva già in atto, dove staremo tutti un po' peggio, ma il peggio di molti, i più deboli e i meno tutelati, metterà a dura prova la nostra stessa convivenza civile. Dall'altro lato del burrone, c'è un virus diabolico che adesso attacca anche i giovani, che lo passeranno ai più anziani, che torneranno ad affollare ospedali e terapie intensive, in un film dell'orrore già visto e che minaccia una replica devastante.
Mentre stiamo crudelmente rimontando posizioni nella classifica dei Paesi europei più colpiti (al momento, Regno Unito, Austria, Francia, Spagna, Repubblica Ceca), aspettare anche soltanto una settimana per imporre una strategia di contenimento adeguata sarebbe un peccato civile imperdonabile. E porterebbe, inevitabilmente, all'ipotesi più estrema e più letale, quella della chiusura totale. Non a Natale, come è stato da qualcuno immaginato: molto prima.
Il coronavirus circola più che mai, lo dicono gli scienziati coscienziosi, lo confermano i numeri. Per ogni nuovo contagiato, andrebbero identificate tra le 15 e le 20 persone con cui ha avuto una qualche vicinanza. A oggi, significherebbe poter mettere in isolamento 140 mila individui (nelle ultime ventiquattrore, sono invece finiti in quarantena appena in 1.300), in attesa di tamponi e di reagenti che ancora non ci sono in numero nemmeno lontanamente sufficiente, con inguardabili code di ore per poterne fare uno gratis.
Va preso atto di un'evidenza: la nostra prima linea difensiva, cioè l'individuazione dei "positivi", non sta reggendo, anzi è stata travolta. La Lombardia torna ad angosciare come nei tempi brutti. La Campania sta conoscendo incrementi che aveva scongiurato nella prima ondata. Riprendono a farsi più rosse sulla mappa di guerra Piemonte e Veneto, Toscana e Lazio.
Non è più il caso che ogni ministro rivendichi la propria autonomia di decisione. Se il problema numero uno sono i contatti umani, su quelli è indispensabile intervenire subito e drasticamente. Ha senso, in questo quadro, mantenere l'affollamento dei mezzi pubblici all'80 per cento, come quando ci sentivamo quasi in salvo? Ha senso difendere l'orario di ingresso a scuola uguale per tutti, quando scaglionandolo si otterrebbe un decongestionamento del traffico nelle ore più esposte al contatto, e quindi al contagio? Ha senso incartarsi sul numero delle persone presenti a una festa privata (sei), quando non c'è alcuna possibilità di controllo né di sanzione? Ha senso, più in generale, limitarsi agli appelli generici alla prudenza e alla responsabilità, piuttosto che operare con azioni rapide e mirate nei territori dove il Coronavirus sta interrando in profondità le mine dei propri focolai? Proprio in queste ore, a fronte dell'enormità degli ultimi dati, alcuni presidenti di Regione e alcuni sindaci si stanno già muovendo in proprio, ma in ordine sparso.
Qualcosa non ha funzionato nella cabina di regia, e nemmeno nella catena di comando. Non abbiamo riempito i nostri arsenali medici degli strumenti necessari ad affrontare questo malaugurato secondo tempo di pandemia. Non abbiamo rafforzato la sanità di base, scegliendo di investire risorse altrove, come i bonus su bici e monopattini, utilissimi per lo spirito, un po' meno quando torna a infuriare la battaglia. Stiamo ancora discettando sui fondi del Mes, come se disponessimo di un patrimonio inesauribile da spendere per riportare sotto controllo l'impennata di febbre della pandemia.
Avere difeso molto meglio di altri la nostra comunità quando il virus venuto dalla Cina scelse proprio l'Italia come primo Paese di sbarco è un titolo di merito e una credenziale importantissima. Sprecarla adesso, con scelte inadatte (e persone non all'altezza) rispetto alla rinnovata voracità del morbo, non cancellerebbe il buono dell'altro ieri ma ipotecherebbe il futuro a breve di una nazione che sta camminando, non del tutto consapevole, su un ponticello sospeso tra due abissi.
di Laura Zangarini
Corriere della Sera, 16 ottobre 2020
Per la rivista "The Lancet", il mondo sta affrontando non solo una pandemia, ma una "sindemia", vale a dire la congiunzione di diverse emergenze sanitarie. Cattiva alimentazione, inquinamento e altre fonti di malattie croniche in aumento da 30 anni, a cui si aggiunge un nuovo virus: si sono verificate le condizioni di una "tempesta mortale" per provocare il milione di morti per coronavirus, deplora un rapporto pubblicato venerdì 16 ottobre dalla rivista "The Lancet".
"L'interazione del Covid-19 con l'aumento globale continuo, negli ultimi trenta anni, delle malattie croniche e dei loro fattori di rischio, tra cui obesità, iperglicemia (alti livelli di zucchero nel sangue, ndr) e dell'inquinamento atmosferico, ha creato le condizioni per una tempesta, alimentando il bilancio delle vittime del Covid-19", giudica la prestigiosa rivista medica britannica in un comunicato stampa.
"Le malattie non trasmissibili hanno finora svolto un ruolo fondamentale nel milione di decessi causati dal Covid-19, e continueranno a determinare lo stato generale di salute in ogni Paese anche quando la pandemia si sarà placata", ha commentato il redattore capo di "The Lancet", Richard Horton. La pubblicazione mette regolarmente in guardia sul flagello delle malattie non trasmissibili legate alle condizioni di vita (obesità, diabete, tabacco, alcol, ecc.). In questo nuovo rapporto, la revisione fa il collegamento con Covid-19.
Per la prestigiosa rivista medica il mondo sta affrontando non solo una pandemia, ma una "sindemia", cioè la congiunzione di diverse emergenze sanitarie. "Molti fattori di rischio e malattie non trasmissibili studiati in questo rapporto sono associati a un aumento del rischio di forme gravi di Covid-19, o addirittura di morte", giudica "The Lancet". È necessaria, prosegue, "un'azione urgente per affrontare la sindemia di malattie croniche, disuguaglianze sociali e Covid-19, vale a dire l'interazione di diverse epidemie che esacerbano il carico sanitario delle popolazioni già colpite, e le rendono ancora più vulnerabili", avverte la rivista.
In Europa, secondo "The Lancet", l'aspettativa di vita in buona salute è aumentata costantemente negli ultimi 30 anni, ma meno che l'aspettativa di vita alla nascita, il che significa che le persone vivono più a lungo in cattive condizioni di salute. Secondo il rapporto, nel Vecchio Continente le malattie non trasmissibili sono responsabili di "più dell'80%" delle morti premature e del peggioramento dello stato di salute (misurato in numero di anni persi). Nel 2019, i principali fattori di rischio in Europa sono stati ipertensione (collegata a circa 787.000 decessi), tabacco (697.000), cattiva alimentazione (546.000), glicemia alta (540.000) e obesità (406.000). "The Lancet" chiede "sforzi significativi" per ridurre questi rischi attraverso politiche proattive di salute pubblica, prendendo l'esempio di quelle condotte contro il tabacco. "L'esposizione al tabacco è diminuita di quasi il 10% in tutto il mondo dal 2010, anche se rimane la principale causa di morte in molti Paesi ricchi", afferma la rivista.
di Giacomo Galeazzi
La Stampa, 16 ottobre 2020
Il Rapporto di "Save the children" fotografa una realtà devastante per i più piccoli nelle aree di conflitto. La pandemia agisce come un acceleratore sulla vulnerabilità. Il Rapporto di "Save the children" fotografa il devastante impatto dell'emergenza Covid sulla malnutrizione infantile.
La pandemia agisce come un acceleratore delle vulnerabilità esistenti, facendo pressione sui sistemi sanitari già deboli che sono costretti ad interrompere i servizi sanitari di routine, con un aumento della mortalità infantile a causa di malattie invece prevenibili e curabili. I bambini nelle aree di conflitto e quelli che vivono negli insediamenti di rifugiati o sfollati, compresi quelli colpiti dalle peggiori conseguenze dei cambiamenti climatici, sono ancora più esposti a malnutrizione, abusi o malattie.
Storie di Ubah e Irene - Ubah, una madre somala di sei figli, aveva perso per la siccità del 2017 le sue 80 capre che erano tutto. Non si era data per vinta e al mercato locale trovava di volta in volta lavori saltuari per riuscire a dar da mangiare ai suoi bambini. Lavare il bucato, fare le pulizie domestiche, fare il facchino o la portinaia. Il coronavirus ha cancellato tutto in un colpo, e Ubah ha dovuto chiedere un prestito ai conoscenti per poter raggiungere con i bambini un campo rifugiati nel Puntland, unica speranza di sopravvivenza.
"Conosciamo questa storia perché l'abbiamo incontrata e aiutata lì, al campo. Ubah ha potuto restituire i suoi debiti e dar da mangiare ai suoi figli", si legge nel Rapporto di "Save the children". Quattromila e settecento chilometri più a nord, a Palermo, nello stesso momento, Irene riusciva a mantenere se stessa, suo marito, che aveva appena perso il lavoro, e il loro bimbo di un anno e mezzo grazie a lavori saltuari, come dare lezioni private ai bambini e ai ragazzi del quartiere.
Ma il coronavirus ha avuto lo stesso effetto anche per loro, azzerando in poche settimane le entrate e i piccoli risparmi disponibili. Anche questa storia Save the Children la conosce perché ha uno "Spazio Mamme" in quel quartiere. Qui Irene e la sua famiglia hanno ricevuto sostegno e ritrovato fiducia, come migliaia di famiglie e bambini in tante altre città italiane dove siamo presenti con i nostri progetti nelle zone più deprivate, dove la crisi rischia di scavare i solchi più profondi.
Senza distinzioni - "In questo momento così difficile e sfidante, ci interroghiamo sulle conseguenze che questa crisi globale comporterà per lo sviluppo, la sopravvivenza e la vita delle nostre comunità, a qualunque latitudine del pianeta- afferma Daniela Fatarella, direttrice generale di "Save the children Italia".
Per la prima volta, senza distinzioni tra nord e sud, est o ovest, la pandemia di Covid-19 ha posto ogni popolazione e ogni governo di fronte alla necessità immediata di fronteggiare una stessa emergenza sanitaria come priorità assoluta, concentrando inizialmente ogni sforzo, politico, sociale ed economico su questo obiettivo".
Primo scoglio - Ma l'emergenza sanitaria è "purtroppo solo il primo scoglio, che verrà probabilmente superato unicamente con una disponibilità universale del vaccino", sottolinea Fatarella. I dati della malnutrizione infantile prodotta dalla pandemia sono sconvolgenti. Gli effetti a catena della crisi "stanno già colpendo duramente i Paesi e le persone più vulnerabili, in particolare i bambini e le bambine".
Oggi milioni di bambini stanno perdendo il loro diritto all'educazione, con il rischio, per alcuni, di non tornare mai più a scuola. Come un motore che gira al contrario, la crisi acuisce le disuguaglianze legate alla povertà o al genere, in particolare per i bambini, e può intrappolare interi Paesi in una spirale di crescita rallentata, aumento della povertà e perdita di opportunità per il futuro. "La preoccupazione più grave però, che deve scuotere tutti, è quella che il nostro pianeta possa trovarsi a breve di fronte alla peggiore crisi alimentare di sempre - evidenza Fatarella.
Gli operatori di "Save the Children" sul campo stanno incontrando in questi mesi un numero sempre maggiore di bambini che raggiungono i nostri centri per la malnutrizione. Sono piccoli in condizioni ormai al limite, come nel caso dell'Africa subsahariana, dove le misure di contenimento del coronavirus hanno decimato le fonti minime di sussistenza delle famiglie, la produzione di cibo è crollata e il suo prezzo è salito alle stelle. C'è pochissimo o niente da mangiare sulla mensa dei bambini".
Collaborazione - "Oggi più che mai crediamo nella collaborazione tra le organizzazioni umanitarie, come Save the Children, le associazioni sul campo, le agenzie delle Nazioni Unite, come la Fao, e i governi, come quello Italiano - sostiene Fatarella.
Questa è infatti l'unica strada per non lasciare indietro nessun bambino del mondo, poiché spinge ad un'azione urgente su larga scala necessaria per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile (Sdg).
Per questo siamo impegnati insieme, per la prima volta, con il Maeci e la Fao, nell'iniziativa #Insieme per gli obiettivi di sviluppo sostenibile, sensibilizzando e mobilitando i bambini e i ragazzi in Italia per la Giornata Mondiale dell'Alimentazione 2020, perché siamo convinti che la conoscenza e la consapevolezza di come possiamo agire per costruire un futuro sostenibile sia una risorsa indispensabile, e il migliore punto di partenza".
E conclude: "Solo se agiamo tutti insieme ora, possiamo proteggere il futuro del maggior numero possibile di bambini, garantendo la loro nutrizione, la loro salute e la loro educazione. E soprattutto vogliamo e dobbiamo raggiungere i bambini più vulnerabili, nelle zone più remote e nei contesti più avversi".
di Riccardo Magi
Il Riformista, 16 ottobre 2020
Rubattino, Moby Zazà, Rapsody, Allegra, Aurelia, Azzurra, Adriatico: traghetti da turismo che a molti evocheranno bei ricordi, momenti di svago e vacanza. E invece quelle elencate sono diventate le navi che compongono la flotta italiana della vergogna, allestita a partire dal mese di aprile affinché a bordo di queste imbarcazioni si svolgesse il periodo di sorveglianza sanitaria per i migranti soccorsi in mare o arrivati autonomamente sulle nostre coste.
Questa misura, disposta con provvedimento del Capo della Protezione civile Borrelli, aveva presentato sin da subito problemi sotto il profilo giuridico e dei costi, eppure il trasferimento dei naufraghi su queste navi con una adeguata assistenza sembrò una iniziativa persino migliorativa rispetto allo stallo che li teneva per giorni e settimane bloccati sulle imbarcazioni che li avevano soccorsi.
Già a maggio avevo presentato un'interpellanza al governo per fare luce su queste criticità, ma senza ricevere risposta. Il disagio e la sofferenza causati da questa nuova misura and Covid per soli stranieri si sono rivelati nel modo più tragico in quello stesso mese, con la morte di un ragazzo tunisino di 28 anni che si è gettato dalla Moby Zazà nel mare forza 5 davanti Porto Empedocle. Un esito imprevedibile? Una disgrazia?
No, perché, se ce ne fosse bisogno, è documentato nel dettaglio anche dalle relazioni frutto dei sopralluoghi dei Procuratori di Agrigento quale sia la situazione di esasperazione, di prostrazione e di malessere psichico e fisico che vivono i naufraghi che hanno attraversato il Mediterraneo Centrale fuggendo dalla Libia. Ma questa tragedia non è stata sufficiente a indurre il nostro governo a un ripensamento sulle navi quarantena.
Passano i mesi e altre centinaia di persone vengono portate su quelle navi e altre navi si aggiungono a questa flotta. Tra questa la "Allegra" che - a dispetto del nome - accoglie il dolore, la solitudine e l'agonia di Abou, quindicenne della Costa D'Avorio, salvato in mare dalla Ong Open Arms, tenuto sulla nave quarantena per due settimane di "sorveglianza sanitaria" talmente efficace da non riuscire a evitargli la morte, per cause ancora tutte da accertare.
Nel frattempo l'estate è trascorsa e la misura della quarantena a bordo delle navi degenera: non viene più disposta solo nei confronti di chi viene soccorso in mare o arriva autonomamente sulle coste italiane (come previsto dal decreto del Capo della Protezione Civile di aprile), bensì anche nei confronti di cittadini stranieri regolarmente soggiornanti e ospitati in centri di accoglienza. Come denunciato e documentato da Arci e Asgi, alcuni stranieri risultati positivi al test Covid vengono trasferiti con viaggi di centinaia di chilometri, contro la propria volontà e senza fornire loro alcuna informazione, per essere rinchiusi su queste navi della disperazione, senza ricevere assistenza medica né supporto di alcun tipo.
La degenerazione di questa prassi in vera e propria illegalità è così completata sotto la spinta della paura del virus che si somma alla paura dello straniero (portatore del virus), in una miscela esplosiva per lo stato di diritto.
Le navi quarantena si stanno trasformando in veri e propri hotspot galleggianti - proprio quello che si temeva e che andava evitato - e da luoghi di sorveglianza sanitaria finalizzata alla prevenzione della diffusione del virus in luoghi in cui il virus viene portato. Vengono ristrette in spazi spesso privi di finestre, e notoriamente favorevoli alla diffusione dei contagi, persone che devono solo trascorrere un periodo di osservazione insieme a persone positive.
Cioè, ci si mette dentro il Covid, letteralmente, e poi si butta la chiave. Illustri virologi hanno lanciato l'allarme sull'enorme errore che si sta facendo, ricordando la vicenda della nave da crociera "Diamond Princess". In quel caso il capitano Arma gestì con controllo e saggezza una situazione difficile e improvvisa, ricevendo il ringraziamento del Presidente Mattarella e il titolo di Commendatore. Quale onorificenza meritano gli esponenti del governo e della Protezione Civile responsabili dello scempio delle navi quarantena?
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 16 ottobre 2020
La sorveglianza sanitaria usata per limitare o negare il diritto di chiedere asilo. Un altro tassello del puzzle di violazioni collegate alle quarantene galleggianti. Lo schema è consolidato e fa più o meno così: sbarco, hotspot di Lampedusa, quarantena su una nave, centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr), espulsione.
Se sei un cittadino tunisino rischi di trovarti su un aereo che ti riporta a casa in cinque mosse, in meno di un mese. Soprattutto, rischi di non avere possibilità di chiedere asilo. E questo non è un segno di efficienza della macchina dei rimpatri forzati costruita dallo Stato, ma una violazione della Convenzione di Ginevra secondo cui la richiesta di protezione internazionale è un diritto individuale, che non può essere negato in base alla nazionalità.
In questi giorni sulle quarantene galleggianti, che iniziano con il decreto della protezione civile del 12 aprile 2020 e contano ormai su cinque navi, si è alzato un polverone. È venuto fuori che, oltre ai migranti appena sbarcati, a bordo erano stati trasferiti anche alcuni richiedenti asilo positivi al Covid-19 prelevati nottetempo dai centri di accoglienza sulla terraferma (il deputato di LeU Erasmo Palazzotto ha presentato un'interrogazione parlamentare).
Le espulsioni accelerate dei cittadini tunisini aggiungono un nuovo tassello al puzzle di violazioni che ruotano attorno a questo tipo di sorveglianza sanitaria. "Siamo entrati in contatto con una cinquantina di persone che appena scese dalla nave quarantena hanno ricevuto un provvedimento di espulsione o respingimento differito e sono finite nei Cpr di Roma, Milano, Gradisca o Bari. Circa il 90% sono già state espulse. Erano tutte di nazionalità tunisina", afferma Annapaola Ammirati, operatrice sociale del progetto In limine-Asgi. "Nell'hotspot di Lampedusa c'è una pre-identificazione attraverso il cosiddetto "foglio notizie" - spiega Sami Aidoudi, mediatore culturale - Firmano senza sapere di che si tratta, senza avere informazioni sul diritto di chiedere asilo e finiscono per essere considerati automaticamente migranti economici".
Se presentare domanda di protezione internazionale all'interno dell'hotspot è difficile, una volta saliti sulla nave quarantena è impossibile: l'ufficio immigrazione non c'è. Così mentre i tunisini sono a bordo, le questure a terra preparano i decreti di espulsione che aprono le porte dei Cpr (se c'è spazio). Una volta in detenzione i migranti, se ci riescono, possono chiedere asilo: ma l'iter è di tipo speciale e offre molte meno garanzie. Da un lato il tribunale può ritenere la domanda strumentale a impedire trattenimento ed espulsione. Dall'altro la procedura è accelerata: sette giorni per l'audizione e due per la decisione. In caso di rigetto si può fare ricorso ma la sospensione del rimpatrio non è automatica, come avviene di norma. Anzi, se entro cinque giorni il giudice non si esprime è possibile procedere con l'espulsione.
Ai casi in cui l'accesso all'asilo è ostacolato e ristretto si sommano quelli in cui è impedito de facto. "Mi è capitato due volte in meno di una settimana: persone provenienti da navi quarantena, trasferite nel Cpr di Milano e rimpatriate in pochi giorni - dice Nicola Datena, avvocato del foro milanese - Funziona così: all'ingresso nel Cpr vengono tolti i cellulari; i trattenuti possono fare un'unica telefonata; chiamano i familiari che cercano un legale; l'avvocato non ha la procura e non può contattare l'assistito; quando la ottiene va al Cpr ma la persona è già stata espulsa. Sembra un meccanismo rodato".
Il 17 agosto 2020 Italia e Tunisia hanno raggiunto una nuova intesa sul contrasto dei movimenti migratori. I contenuti non sono stati pubblicati integralmente, ma si sa che ha permesso di raddoppiare i rimpatri verso il paese nordafricano: due voli settimanali da 40 persone. È anche in questo meccanismo che vanno inserite le navi quarantena: almeno per i tunisini la funzione non è soltanto sanitaria, ma di controllo ed espulsione.
"Funzionano come hotspot galleggianti con l'aggravante che non permettono di chiedere asilo nemmeno a livello teorico - afferma Salvatore Fachile, avvocato di Asgi - Il sistema va oltre le procedure accelerate che l'Ue, con il nuovo patto sulle migrazioni, vuole incrementare lungo le frontiere esterne". Secondo Yasmine Accardo, della campagna LasciateCIEntrare: "Per i tunisini la quarantena sulle navi si è trasformata in una forma di detenzione illegittima in attesa del rimpatrio".
di Nadia Ferrigo
La Stampa, 16 ottobre 2020
Le scorte scarseggiano e sono appena una ventina i laboratori galenici che preparano i farmaci. Le associazioni a tutela dei malati: "Speranza risponda". Non tutte le farmacie hanno un laboratorio galenico, meno ancora lavorano la cannabis medica.
Sono una ventina, non di più, prese d'assalto da migliaia di pazienti che potevano sceglierne anche distante centinaia di chilometri: una volta pronto il farmaco, bastava inviare un corriere per il ritiro e per la consegna a domicilio. Bisogna usare il passato, perché dopo una controversa circolare del ministero della Salute guidato da Roberto Speranza non si può più.
Con una comunicazione datata inizio ottobre, il Ministero ha comunicato che "la dispensazione del medicinale, ai sensi dell'articolo 45 del Dpr 309/90, deve essere effettuata in farmacia, dietro prestazione di ricetta medica, direttamente al paziente o a persona delegata". Per i pazienti che devono seguire una terapia che prevede la cannabis, un altro inconcepibile ostacolo che si somma alla cronica difficoltà di reperire il medicinale: nonostante gli annunci e le promesse, le scorte italiane di cannabis terapeutica prodotte dall'Istituto farmaceutico di Firenze non bastano. Così ancora una volta il Ministero della Salute ha dovuto acquistarne un carico da 600 chili dall'Olanda, come accaduto lo scorso anno. Anche se la ratio della norma è quella di incentivare la produzione dei farmaci a base di cannabis da parte di una platea più ampia di farmacie, l'unico effetto al momento ottenuto è quello di creare insormontabili difficoltà ai malati.
"Questa vicenda sta assumendo, sempre più, caratteristiche kafkiane e riguarda Il Ministero della Salute che ha deciso di esprimersi anche sulle modalità di spedizione della cannabis medica al paziente. O meglio, ha deciso di esprimersi sulle modalità per impedire la spedizione della cannabis medica al paziente - commenta Paolo Poli, presidente Sirca, Società Italiana Ricerca Cannabis e pioniere nell'uso della cannabis nelle terapie del dolore.
Cosa accade se la farmacia Galenica si trova a 200 km di distanza? Se il paziente, per problemi di salute, non può ritirarla? Se il delegato dal paziente non può permettersi di prendere un giorno di permesso per andare a ritirare il farmaco? Quando il Ministero della Salute ha deciso, tra le tante cose importantissime alle quali pensare, di esprimersi in tal senso, ha pensato alle ricadute nella vita reale? Colui o Coloro che hanno normato, si sono messi, anche solo per pochi minuti minuti, nei panni dei nostri pazienti, dei parenti, della famiglia?".
Forum Droghe, Associazione Luca Coscioni, Società della Ragione, Cgil, Cnca, Lila, Meglio Legale, Fatti Segreti, La Casa di Canapa, Radicali Italiani hanno scritto una lettera aperta al ministro Speranza, per denunciare inoltre il passaggio della circolare firmata dal nuovo direttore generale dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico Achille Iachino, nel passaggio in cui sono "consentite solo le forme farmaceutico del decotto e della vaporizzazione e esplicitamente negare la possibilità di prescrivere resine e oli".
"Alla vigilia del voto sulla raccomandazione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità che chiede il riconoscimento formale, all'interno delle Convenzioni internazionali, dell'uso terapeutico della cannabis riteniamo che l'Italia non possa fare passi indietro rispetto a quanto conquistato dal 2007 - si legge nella nota. Anche alla luce del Commento Generale sulla Scienza adottato dalla Nazioni Unite a maggio scorso, saremmo felici di poterLe presentare di persona ulteriori argomenti a bilanciamento delle gravi limitazioni sopra ricordate che, se confermate, comporterebbero un attacco al pieno godimento del diritto alla salute nel nostro paese".
di Sarita Fratini
Il Manifesto, 16 ottobre 2020
Violenze ed estorsioni sui migranti disperati ma anche "buona pubblicità": così crescono gli affari degli scafisti libici. I rifugiati raccontano del sistema della "lotteria": il trafficante arriva con i biglietti da estrarre. Sono le ricevute dei trasferimenti di 1.500 dollari arrivati al suo conto. Chi ha pagato parte.
Agosto 2020, mar Mediterraneo, 30 miglia a nord di Zuwara. Una piccola imbarcazione gremita all'inverosimile viene avvicinata da un motoscafo libico. A bordo uomini armati. Negli occhi dei rifugiati, l'amara consapevolezza: "Sono poliziotti. Ci cattureranno". Accade il peggio: gli uomini misteriosi sparano sulla gente terrorizzata e sulle taniche di carburante. Almeno 40 i morti, tantissimi gli ustionati. La chiamano "la strage di Ferragosto".
Non è la prima volta che forze dell'ordine libiche non ben identificate sparano sui migranti in fuga, ma questo episodio impatta in modo significativo sulla competizione di mercato tra i vari scafisti della costa. Anche perché la barca attaccata pare essere del "boss di Zuwara", l'uomo che negli ultimi mesi ha acquisito una incontrastata posizione dominante sulla concorrenza. All'indomani della strage, lo stesso boss diffonde un suo comunicato tra i migranti: è costernato per l'incidente e bloccherà tutte le sue barche a tempo indeterminato, gli attacchi armati potrebbero ripetersi e lui ci tiene alla sicurezza. Uno scafista etico? "No - sostengono i rifugiati - Non esistono scafisti buoni. Il suo è solo marketing".
Il marketing è fondamentale nel business delle organizzazioni criminali. In tutto il mondo, da Casal di Principe a Ciudad Juarez, i criminali lo sanno. La fortuna del boss di Zuwara deriva dall'immagine di successo da lui propagandata e da un dato statistico: sei viaggi riusciti su sei. Musa (nome di fantasia) dal nord Europa oggi racconta i mesi trascorsi nelle case dello scafista di Zuwara. Ricorda soprattutto il buio. "Non potevamo accendere luci né parlare a voce alta. Vivevamo stipati, anche in duecento, il bagno era uno, il cibo poco e certi giorni non arrivava. Aspettavamo".
Un trattamento non dissimile da quello subito in lager libici come il terribile Triq al Sikka (finanziato dall'Italia) da dove molti rifugiati provenivano. "Vi sentivate clienti?", chiedo. Musa scuote la testa, con un sorriso amaro. Con il suo numero identificativo Unhcr sempre in tasca, ha atteso l'evacuazione per tre anni sul pavimento di diversi lager libici. Ma non è mai arrivata. Così ha deciso di pagare un riscatto alle guardie libiche e di affidarsi agli scafisti. "Ero un prigioniero a tutti gli effetti - spiega - e la cosa più terribile è che lo avevo deciso io". La differenza tra lager e scafisti è la speranza. Il boss lo sa bene e per tenerla sempre viva usa il sistema della "lotteria". Accade di sera: entra nel buio di una delle sue case e reca biglietti da estrarre. Sono le ricevute dei trasferimenti bancari di 1.500 dollari arrivati al suo conto bancario.
È un momento drammatico. I prescelti non esultano, salutano in fretta gli amici, consci della possibilità di non rivederli mai più, e vengono trasferiti in un luogo privo di connessione internet, da dove è impossibile consultare un qualsivoglia bollettino meteo. Si parte al buio, in tutti i sensi. "È possibile tirarsi indietro all'ultimo momento?". Ci sono molti racconti di scafisti che caricano a forza migranti sui gommoni. A Zuwara non è così, mi racconta Musa. Una volta un'amica di un rifugiato è riuscita ad avvisarlo che era in arrivo una tempesta. Il ragazzo ha rifiutato di imbarcarsi e ha convinto tutti gli altri a restare a terra. Il boss si è adirato, ma non ha costretto nessuno. Però il giorno dopo ha fatto sparire la barca e sentenziato che avevano perso la loro occasione. Sono passati mesi prima che si ripresentasse in quella casa. Ha anche minacciato di "sciogliere lì il contratto": i 1.500 dollari li avrebbe trattenuti per vitto e alloggio. Poi, in qualche modo, la situazione si è risolta.
La lucrosa ditta, forte dei suoi successi, si espande nei primi mesi dell'estate 2020. Entra in un grosso affare: aerei di linea dal Bangladesh e dal Pakistan scaricano in Libia centinaia di migranti che hanno acquistato dalle organizzazioni criminali un pacchetto volo + visto libico + barca per l'Italia (ci si chiede se il Governo libico sia coinvolto nel rilascio dei visti). Costo del pacchetto: diecimila euro. Imbarco prioritario a Zuwara, senza lotteria.
Questo, ormai, è l'unico flusso migratorio attivo che passa per la Libia. Nel 2019 la guerra ha invece interrotto bruscamente gli arrivi dei migranti africani. La florida azienda di Zuara apre anche una succursale che vende intere barche, in genere gommoni. I rifugiati che li acquistano possono decidere quante persone far salire. Ma il boss ci tiene a escludere questi viaggi dalle statistiche, perché sono viaggi faidate, privi della sua pianificazione e assistenza. Eppure qualcuno va a buon fine lo stesso.
"Cosa intende per assistenza?". Durante la traversata il boss è in contatto costante con il telefono Thuraya della barca. I suoi gregari trasmettono continui bollettini ai rifugiati rimasti a terra: "Sono arrivati in Sar libica, tengono la velocità di 7 nodi...". Ci tengono a sbandierare competenze che non hanno. "E le ong?". Il boss di Zuwara le ignora. Le sue barche sono in grado di compiere la traversata in autonomia. Ma troppe volte, per imbarcare più persone, il boss non carica acqua a sufficienza. Ciò che conta per lui è il risultato e se qualcuno muore di sete e non affogato, va bene. Le foto e i video dei migranti esausti e disidratati sbarcati su territorio europeo sono la migliore pubblicità. E non mancano gli emulatori.
Come l'uomo di Khoms. Il successo di Zuwara svuota gli altri porti, soprattutto quello di Khoms, che ha già dei problemi. Nonostante la guerra e il diradarsi - fino a zero - dell'evacuazione dell'Unhcr, le partenze da Khoms sono già al minimo, perché i gommoni che partono da lì si afflosciano poche miglia a largo della costa. "L'uomo di Khoms" è uno dei tanti scafisti della zona. Tenta di risolvere la crisi abbassando i prezzi. Ma non funziona, perché nel frattempo uno dei suoi gommoni è rimasto cinque giorni in mare poco a largo di Khoms e una bambina di quattro anni è morta di sete. Così ricorre alla pubblicità ingannevole.
Solomon (nome di fantasia) ha trascorso alcune settimane presso "l'uomo di Khoms". Oggi è in Europa, ma non grazie a lui. Ricorda gli annunci trionfanti dello scafista: "Il gommone che abbiamo mandato ieri è ora a Malta. Ce l'hanno fatta". Poi gli applausi di tutti. Non c'è invidia tra i rifugiati, il successo di uno dimostra che c'è una speranza per tutti. Pochi giorni dopo, un altro gommone e un nuovo annuncio: "Sono a Malta!", con lettura ad alta voce di sms di ringraziamento in stile feedback di Tripadvisor.
Gli affari si riprendono un po', i rifugiati riacquistano la speranza, i prezzi salgono. Ma tutto ciò dura poco perché... non è vero. I due gommoni non sono mai arrivati a Malta e gli sms sono falsi. L'inganno si scopre quando tornano alcuni dei passeggeri, con segni di torture sul corpo e 400 dollari in meno, pagati alle guardie del lager di Khoms (finanziato dall'Italia) in cambio della scarcerazione. Tornano anche i gommoni, perché la cosiddetta guardia costiera libica li ha prontamente rivenduti proprio all'uomo di Khoms. I più disperati ripartono con lo stesso gommone della prima volta. Solomon se ne va a Zuwara.
Il nuovo scafista di Zuwara è un poliziotto. Guardia costiera, polizia e milizie libiche sono coinvolti da sempre nel business degli imbarchi dalla Libia verso le coste europee. Mercoledì Bija, ufficiale della cosiddetta Guardia costiera libica e noto trafficante di esseri umani, è stato arrestato dalla Rada Special Forces, milizia attualmente accusata di riduzione in schiavitù di migranti catturati in mare.
Nessuno si stupisce troppo quando, all'inizio dell'estate, un poliziotto di Zara avvia il suo business. Applica gli stessi prezzi del boss di Zuwara. Ma i suoi gommoni sono sgonfi e pericolosi. Se ci fosse un Tripadvisor degli scafisti, otterrebbero zero pallini. Via Whatsapp, i rifugiati fanno circolare appelli a evitarlo. Gli affari vanno male. Poi avviene la strage di Ferragosto. I cinque misteriosi uomini armati. Gli spari. I morti. Gli ustionati. Il boss di Zuwara che ferma i suoi viaggi. La paura. L'incertezza.
Come in ogni business gestito da organizzazioni criminali, la posizione dominante si conquista con il kalashnikov, con la paura. Se sia stato o meno il poliziotto di Zuwara a organizzare l'attacco, non lo sapremo mai. Ma, di certo, il marketing della paura funziona. Il messaggio passa: per uscire dalla Libia bisogna rivolgersi a uomini delle forze dell'ordine libiche.
"Come fermare il business criminale degli scafisti?". Secondo Musa, i migranti salgono sui gommoni perché l'Onuli ha abbandonati in Libia. I corridoi umanitari, sicuri e legali, possono annientare in un lampo un traffico illegale che provoca migliaia di morti l'anno e che arricchisce i criminali da due lati: quello illegale del pizzo pagato dai gommoni alle guardie costiere libiche e quello legale dei finanziamenti europei.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 16 ottobre 2020
L'atteggiamento dell'"ex uomo forte della Cirenaica" rende ancora più complesso il lavoro del governo italiano impegnato a cercare di liberare i 18 marinai (di cui 10 italiani) fermati il primo settembre a circa 40 miglia dalla costa di Bengasi. Non è un mistero che Khalifa Haftar stia strumentalizzando il sequestro dei due pescherecci italiani per motivi di politica interna.
L'ex "uomo forte della Cirenaica" naviga da tempo in acque tempestose. Tanti libici lo vedono ormai come un perdente, che non è riuscito a impadronirsi manu militari della Tripolitania, infliggendo gravi sofferenze ai suoi sostenitori nel Paese. E la sua fragilità è aumentata dal fatto che anche i vecchi alleati militari russi ed egiziani mirano a marginalizzarlo.
Ma tutto ciò rende ancora più complesso il lavoro del governo italiano impegnato a cercare di liberare i 18 marinai (di cui 10 italiani) fermati il primo settembre a circa 40 miglia dalla costa di Bengasi mentre pescavano il raro, quanto pregiato, "gambero rosso".
Haftar replica a muso duro. Si rilancia come garante della sovranità libica. E guadagna facili consensi tra la sua gente pretendendo (anche se ancora non c'è alcun passo formale) che l'Italia rilasci 4 giovani calciatori libici, condannati nel 2016 a 30 anni di carcere con l'accusa di lavorare per gli scafisti e di aver causato l'annegamento di 48 migranti. L'opinione pubblica libica li considera però vittime innocenti del risentimento dei migranti. Il contenzioso è antico.
Sin dai tempi di Gheddafi il braccio sull'estensione unilaterale libica delle acque territoriali ha spesso visto il sequestro dei pescherecci italiani. Adesso, tuttavia, non è affatto un caso che Haftar abbia mandato i suoi guardiacoste a bloccare gli italiani soltanto poche ore dopo l'incontro tra Luigi Di Maio e Aguila Saleh.
Era la prima volta che un ministro degli Esteri italiano andava a parlare con il presidente della Camera dei Rappresentanti a Tobruk (di fatto il parlamento della Cirenaica) ignorando Haftar. Presto Saleh potrebbe diventare capo del prossimo governo unificato. Così, l'odissea dei marinai s'ingolfa nei meandri della politica interna libica. Un puzzle levantino, davvero complicato.
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