di Alberto Negri
Il Manifesto, 17 ottobre 2020
Il punto di non ritorno con la Turchia di Erdogan è stato superato da un pezzo ma si fa finta di nulla sperando che sotto la minaccia di sanzioni europee Ankara faccia dei passi indietro. In realtà è difficile immaginare che l'Unione possa aspettare dicembre per reagire alle provocazioni del Sultano della Nato che manda altre navi nella zona economica esclusiva greco-cipriota disegnata secondo convenzioni che Ankara non ha mai firmato. È una contesa che va avanti da quasi un secolo, da quando, dopo il Trattato di Losanna del 1923, nacque la Turchia moderna. Fra il 1958 e il 1982 la Convenzione di Ginevra sul diritto del mare (Unclos) firmata da Atene, ma non da Ankara, ha dato vita a una stagione di tensioni pressoché continue fra i due Stati che oggi sono diventate ancora più esplosive.
La Grecia ha ratificato il trattato nel 1994 e dal quel momento ha facoltà di aumentare il limite delle acque nazionali da 6 a 12 miglia marine, con la Turchia che è arrivata a minacciare una dichiarazione di guerra se Atene dovesse mettere in atto quanto deciso dall'Unclos. In realtà, la Grecia non ha mai applicato la Convenzione. Se il limite delle acque territoriali passasse realmente da 6 a 12 miglia nautiche, il 71% dell'Egeo farebbe parte delle acque nazionali greche e le acque internazionali si ridurrebbero dal 48% a meno del venti per cento.
E Ankara non gradisce, soprattutto dopo che ha adottato la dottrina strategica della "Mavi Vatan", la Patria Blu, che ha un obiettivo fondamentale e apparentemente irrinunciabile: controllare il mare per controllare le risorse energetiche e imporre la propria influenza. Scopo politico che ha un significato anche economico: sarà il mare, la "patria blu", a sostenere i piani egemonici e di leadership di una Turchia che vuole riemergere dopo un secolo dai trattati di Sevrés e Losanna.
Con la Turchia sono tutti indignati: gli europei perché Erdogan vuole il gas nel Mediterraneo orientale e ridisegnare i confini marittimi, gli americani per i missili S-400 russi schierati sul Mar Nero che possono abbattere anche i loro aerei invisibili F-35 (progetto cui partecipavano pure aziende turche).
Per non parlare delle guerre di Erdogan in Siria, in Libia e adesso in Nagorno Karabakh: lì però il giudizio della "civile" comunità internazionale sul ruolo della Turchia è meno netto perché è un membro Nato che si oppone alla Russia e allo stesso tempo c'è molto da dire sull'ambiguo comportamento su questi fronti di europei e americani. Certo chi pensa di manovrare Erdogan al servizio dell'atlantismo o di interessi altrui - e ce ne sono anche qui in Italia - è decisamente fuori strada.
Si avvicina il decennale dall'esplosione delle "primavere" arabe e il bilancio sono almeno quattro guerre devastanti (Siria, Iraq, Libia, Yemen), quasi il nulla sul fronte della democrazia reale, un nulla accompagnato invece dall'ossequio a dittatori come l'egiziano Al Sisi e dalla celebrazione di presunti accordi di pace mediorientali con improponibili monarchie assolute. Mentre Russia e Turchia sono diventate protagoniste delle crisi di un Mediterraneo che proprio l'Europa e gli Usa nel 2011 hanno contribuito a distruggere con le loro bombe, favorendo o cercando di favorire cambi di regime in Libia e in Siria che hanno ridotto a brandelli un'intera regione alle porte di casa.
I danni alle popolazioni civili sono stati enormi, centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi, anche quei tre milioni di rifugiati mantenuti dall'Unione europea in Turchia che Erdogan agita continuamente come arma di ricatto nei confronti di Bruxelles.
La Turchia sa bene come far leva nell'inferno dei migranti e dei rifugiati dell'Egeo e sulle rotte balcaniche. Ankara da un pezzo non guarda più né all'approdo nell'Unione né al rispetto delle sue regole e valori, compresi democrazia, diritti umani e leggi internazionali. I politici curdi sono in carcere, gli oppositori pure, i giornalisti e gli intellettuali anche, alcuni detenuti con accuse assurde e prive di ogni fondamento scatenate dopo il fallito golpe del luglio 2016.
Tutto senza che nessuno qui in Europa o in Italia dica mai una parola di condanna. La vergogna di Erdogan è anche la nostra. Del resto Francia e Germania hanno fatto di tutto nel corso del tempo per tenere Ankara fuori dal club di Bruxelles. La Turchia odierna del Sultano della Nato si muove con ambizioni da potenza neo-ottomana e da paladina dell'Islam politico, con l'obiettivo di negare ogni spazio ai curdi, dentro e fuori i suoi confini, e di diventare una piattaforma strategica per i flussi energetici dalla Russia, dall'Asia centrale e ora dai giacimenti mediterranei.
Di trasformarsi essa stessa in produttrice di gas se Erdogan confermerà (come più volte annunciato) le mirabolanti scoperte di un grande giacimento nel Mar Nero. Per lui tutto questo ormai non è più un'alternativa ma una necessità per ricompattare le istanze nazionalistiche e mantenere un consenso indebolito da un'economia in recessione e dall'ondata della pandemia. Ecco perché questa Turchia, senza "miracoli" diplomatici, appare sull'orlo del punto di non ritorno.
di Antonella Napoli
Avvenire, 17 ottobre 2020
La prigione dove è rinchiuso Zaki simbolo del terrore. Nella sezione dello "scorpione" centinaia di detenuti da mesi in attesa di giudizio. E nelle celle arriva l'incubo Covid.
Una grande tomba di cemento, il simbolo del terrore del regime egiziano guidato dal presidente Abdel Fattah Al-Sisi. Basta attraversare l'ingresso sorvegliato da blindati e uomini armati nelle torrette collocate lungo il perimetro del penitenziario di Tora, a soli venti miglia a sud dal Cairo, per capire che la definizione coniata dagli attivisti per i diritti umani rispecchia pienamente l'essenza della famigerata struttura carceraria.
Questa immensa prigione divisa in quattro blocchi, tra cui la sezione di massima sicurezza conosciuta come "lo scorpione", rappresenta per uomini e donne, che potrebbero non affrontare mai un processo, un campo di detenzione preventiva senza via di uscita. Ancor più oggi, con il rischio elevato di contrarre il Covid-19. Le vittime ufficiali del virus in carcere al momento sono cinque, compreso un giornalista di 65 anni, Mohamed Monir, e 160 i contagiati.
Cifre, per le organizzazioni non governative che monitorano la situazione, sottostimate. Al 16 ottobre, l'Egitto aveva registrato 105.033 casi e oltre 6mila decessi ma, come ammesso dal consigliere presidenziale per la Sanità, Mohamed Awad Tag el Dein, il numero di contagi potrebbe essere molto più alto, fino a 5 volte quello rilevato. Va da sé che la situazione nelle prigioni non possa essere molto diversa.
Dall'inizio della pandemia, sia gruppi per i diritti umani che istituzioni internazionali hanno rivolto appelli al governo egiziano affinché liberasse i prigionieri politici per alleviare il sovraffollamento e rallentare la diffusione della malattia. Ma nonostante l'evidente inadeguatezza del sistema sanitario carcerario, la carenza di dispositivi di protezione e di spazi per l'isolamento, il presidente Al Sisi ha concesso la grazia a soli 530 prigionieri su 65mila detenuti, a metà settembre, dopo una rinnova ondata di proteste antigovernative e contro la polizia, responsabile dell'uccisione a sangue freddo di un cittadino inerme, sono inoltre ripresi arresti di massa e repressioni sia nella capitale che in altre città importanti del Paese come Luxor.
"La Commissione egiziana per i diritti e le libertà ha potuto raccogliere informazioni sul fermo, a seguito delle proteste in Egitto dal 20 settembre 2020, di 944 persone in 21 governatorati, tra cui 72 minori e 5 donne. Le cifre reali potrebbero essere ancora più alte. Rispetto all'ondata di arresti del settembre 2019, le autorità sono ancora più restie a divulgare informazioni" racconta il direttore dell'organizzazione Mohamed Lofty, che periodicamente aggiorna l'elenco dei detenuti nel Paese. Dai dati raccolti da Ecrf appare evidente che invece di svuotare le celle, AI Sisi continui a stiparle nonostante l'emergenza coronavirus. Gli ultimi rilievi hanno evidenziato un aumento dei casi di Covid-19, passando dai 104 di inizio ottobre, ai 133 della fine della seconda settimana del mese. L'organizzazione internazionale "We Record", che opera anche in Egitto, ha documentato la diffusione del virus in due blocchi su quattro del penitenziario di Tora.
Sul numero dei morti non ci sono dati attendibili perché alcuni pazienti non sono stati classificati come "affetti da coronavirus" - spiega un portavoce di We Record - Ma abbiamo raccolto evidenze indiscutibili sulla mala gestione della pandemia, come testimonia il decesso di Hassan Ziada, arrivato una settimana fa nell'ospedale pubblico Al-Mahalla di Gharbia dove è morto legato mani e piedi al letto". Secondo gli attivisti, le autorità carcerarie non agiscono rapidamente e non mettono in atto misure preventive.
"Nel penitenziario di Tora non effettuano test e non isolano i detenuti che manifestano sintomi della malattia. Il regime egiziano ha costantemente impedito ai prigionieri di accedere alle cure mediche come parte del suo abuso sistematico sui detenuti" denuncia long che dal 2013 documenta le violazioni attraverso l'interazione con vittime, attivisti e organizzazioni della società civile.
La pressione attuata sul governo, sia dall'interno che da organi internazionali, avrebbe però determinato una svolta. Nei giorni scorsi è filtrata da ambienti governativi la notizia che le autorità penitenziarie starebbero trasformando una parte della quarta ala del carcere di Tora in un centro di quarantena per sospetti casi di coronavirus.
"L'amministrazione carceraria finora ha cercato di mantenere segreto il progetto perché c'è preoccupazione per il fatto che il blocco in questione non sia attrezzato dal punto di vista medico per accogliere i prigionieri affetti da Covid-19. Le celle di questa ala sono ancora più antigieniche e sporche delle altre e non c'è luce solare" è la conclusione del portavoce di "We Record". D'altronde le condizioni della prigione edificata nel 1928, che comprende un blocco riservato agli incriminati di terrorismo aperto negli anni 90, sono difficilmente migliorabili.
Sin dall'ingresso e dal percorso di due chilometri che porta alla prigione, composta da 4 edifici che formano una H, è visibile il decadimento della struttura datata e maltenuta. Le uniche aree ristrutturate sono quelle riservate agli uffici amministrativi, una piccola clinica medica e due edifici per il personale che includono la sala di riposo degli ufficiali, la biblioteca, la lavanderia e la cucina centrale.
Le sezioni H1 e H2, che si trovano a destra dell'accesso principale, circondate da un muro con due porte realizzate con griglie e lamiere di ferro per bloccare la visione dal cortile esterno, e le sezioni H3 e H4, a sinistra, anch'esse circondate da pareti interne e due ingressi blindati, sono pressoché invivibili.
Soprattutto d'estate quando le temperature raggiungono i 50 gradi e dalle acque del Nilo, poco distante, salgono nugoli di zanzare. Ogni sezione è composta da quattro aree di 20 celle di circa tre metri per tre metri e mezzo, dove vengono stipati fino a 15/20 detenuti. Ogni locale ha un piccolo bagno, un lavabo e piani di cemento per dormire. Un incubo.
Ma è il blocco 4, quello di massima sicurezza, il luogo dove le condizioni di vita diventano insostenibili e si consuma il dramma, l'orrore, delle torture più atroci: cibo infestato da insetti e distribuito in contenitori sporchi, umiliazioni e sevizie continue.
"I pochi prigionieri sopravvissuti ci hanno raccontato di metodi cruenti sistematici nel carcere di Tora, in particolare nella sezione "Scorpion" - racconta Ahmed Alidaji, ricercatore di Amnesty International al Cairo fino al 2017 - Io stesso ho raccolto la denuncia di un giovane che insieme ad altri 19 compagni di prigionia è stato denudato e frustato con bastoni sulla schiena, sui piedi e sui glutei dopo che i soldati avevano trovato nella cella una radio tascabile e un orologio.
Stessa sorte per un gruppo di 80 occupanti di un intero blocco quando uno di loro è stato scoperto in possesso di una penna. A chi si ribella viene riservato un trattamento anche peggiore. Gli agenti penitenziari, dopo avergli affibbiato nomi femminili, li violentano a turno come "punizione" per aver violato le regole della prigione" conclude l'attivista. Non sorprende che ai prigionieri della "Scorpion" venga negato il permesso di vedere i familiari, anche se le autorità carcerarie affermano che sia una misura necessaria per impedire ai leader di gruppi terroristici di inviare istruzioni per attacchi contro turisti, stranieri e forze di sicurezza. Ma la gran parte dei detenuti accusati di terrorismo non ha mai commesso reati o azioni che giustifichino la grave incriminazione. Come Patrick Zaki, lo studente egiziano dell'Università di Bologna imprigionato nel carcere di Tora da otto mesi e ancora in attesa di giudizio.
di Antonella Napoli
Il Dubbio, 17 ottobre 2020
Come ogni giorno Miryam Abdelgadir prepara le taniche da riempire con l'acqua potabile del pozzo più vicino alla sua capanna, che dista circa tre chilometri dal campo profughi di Mayo. Si carica sulle spalle l'ultima nata dei suoi cinque figli, che sta ancora allattando, e si incammina lungo la strada fangosa che parte dall'insediamento che accoglie gli sfollati scampati alle inondazioni causate dalla stagione delle piogge più devastante degli ultimi 100 anni. Oltre 300 morti e 600 mila abitazioni distrutte.
Il racconto del percorso democratico del Sudan non può che cominciare da Miryam: lei come tutte le donne sudanesi rappresentano plasticamente la forza di un popolo che dopo una dittatura durata trent'anni porta avanti, tra innumerevoli inciampi, una svolta epocale. Un deciso cambio di passo che ha convinto gli Stati Uniti a riprendere le relazioni con il Paese africano, come testimonia la visita di fine agosto del segretario di Stato Usa Mike Pompeo che ha annunciato aiuti per le conseguenze delle alluvioni da parte di Washington.
Impegno che ha anticipato la lettera inviata al Senato a metà settembre per chiedere di rimuovere il Sudan dalla lista dei Paesi "sponsor" del terrorismo e dare così al governo di Khartoum una chance in più nel difficile processo di transizione politica. Una decisione che passa anche per la normalizzazione dei rapporti con Israele. Dall'incontro a sorpresa in Uganda nel febbraio di quest'anno tra Benjamin Netanyahu e il generale Abdel Fattah Al Burhan, presidente del consiglio sovrano del Sudan, la Casa Bianca ha avviato un intenso pressing su Khartoum.
Non mancano frizioni nella trattativa, dovute al malcontento dell'ala islamista che ancora si annida nei palazzi del potere sudanesi e che ha spinto il premier Abdalla Hamdok ad affermare che "l'eventuale rimozione dalla black-list non può essere collegata alle relazioni con gli israeliani".
Il governo transitorio guidato da Hamdok, un economista che ha alle spalle importanti esperienze internazionali, è nato il 17 agosto dello scorso anno con la firma della dichiarazione costituzionale, dopo il golpe dell'11 aprile del 2019 che destituì il presidente - dittatore Omar Hassan al-Bashir. Una transizione che si è tinta di rosa con l'abrogazione di leggi vessatorie nei confronti delle donne, come gli articoli del codice penale relativi all'abbigliamento e alle libertà personali, norme estremamente restrittive basate sulla Sharia, la legge islamica.
"Nonostante le intimidazioni e le vessazioni che fin dalla nascita subivamo, siamo scese in piazza in migliaia: almeno il 70% della popolazione femminile. Chiedevamo democrazia e libertà ma anche politiche di tutela e di protezione delle donne.
Oggi il governo sta portando avanti un cambiamento radicale nei confronti delle donne, che va dalla cancellazione del divieto di viaggiare senza il permesso di un maschio della famiglia, alla criminalizzazione delle mutilazioni genitali femminili" spiega Amira Abdelnabi, avvocato e attivista politica che durante le rivolte era stata arrestata e tenuta in carcere una settimana per aver partecipato a una manifestazione a Khartoum.
Con l'approvazione del testo di legge che Amira stessa ha contribuito a scrivere, il governo ha trasformato in reato un'usanza arcaica. La nuova norma punisce tanto la pratica clandestina quanto gli interventi effettuati in strutture mediche. L'esecutivo ha disposto in questi mesi anche la soppressione del reato di apostasia e di sodomia, punibili con la pena di morte, e del consumo di alcol, ma quest'ultimo solo per i non musulmani che rappresentano il 3 per cento della popolazione sudanese. Hamdok, che esaurirà il suo compito con la convocazione delle elezioni previste nel 2022, ha avviato anche un piano di salvataggio economico sostenuto da un iniziale prestito della Banca Mondiale di 2 miliardi di dollari.
Uno dei punti chiave del programma, presentato dal Ministero delle Finanze la scorsa primavera, la rimodulazione dei sussidi per il pane e il carburante, tra i fattori scatenanti delle rivolte che avevano portato alla caduta del regime. L'autorevole primo ministro del Sudan, che per anni ha prestato servizio nella Commissione economica delle Nazioni Unite, ha voluto trasformare gli aiuti di Stato in trasferimenti diretti di denaro alle famiglie più povere. Non senza qualche malumore e proteste.
"Risollevare le sorti di un'economia in profonda crisi e con un debito spaventoso si sta rivelando impresa ardua quasi quanto porre fine a una guerra" confessa il vicepresidente del Consiglio sovrano Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come "Hemetti", ex comandante delle Forze di Supporto Rapido, i famigerati "janjaweed", letteralmente "diavoli a cavallo".
A lui, che ha guidato per anni la repressione violenta del dissenso in Darfur, su cui la Corte penale internazionale ha avviato un'inchiesta per "crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio", è stato affidato il compito di portare avanti il processo di pace con i gruppi ribelli che durante i negoziati con il governo sudanese hanno chiesto e ottenuto l'abrogazione della legge che aveva istituito in Sudan l'Islam come religione di Stato.
L'intesa raggiunta lo scorso 31 agosto a Juba, capitale del Sud Sudan, è stata sancita dalla firma dell'accordo definitivo di pace con i rappresentanti politici del Sudan Revolutionary Front, alleanza che riunisce una ventina di gruppi armati delle regioni del Darfur e del Sud Kordofan, il 3 ottobre. Un risultato storico, impensabile fino a qualche mese fa, che pone fine a un conflitto durato oltre 17 anni.
di Alessandra Sarchi
Sette - Corriere della Sera, 16 ottobre 2020
La prima volta che sono entrata nel carcere "Rocco D'amato" di Bologna, detto la Dozza, dal nome del quartiere periferico in cui si trova, era aprile avanzato ma il sole, insieme al giallo delle forsizie e delle margherite fiorite sul pratone antistante il parcheggio, è rimasto subito tagliato fuori dalla mia visuale. Superata la guardiola d'ingresso dove è d'obbligo depositare documento d'identità, cellulare e borse, è stato tutto un susseguirsi di sbarramenti, corridoi lunghi e freddi da cui s'intravedevano, attraverso finestre strette e collocate in alto, spazi rettangolari di aria, forse anche di terra non cementata circondati da mura.
di Teresa Valiani
redattoresociale.it, 16 ottobre 2020
Importante svolta per risolvere il problema dell'accredito dei compensi alle persone in esecuzione penale esterna o ammesse al lavoro fuori dagli istituti. Lucia Castellano: "Era una forte preclusione".
Potevano lavorare, dopo essere stati ammessi al lavoro esterno o a una misura alternativa al carcere, ma non potevano ricevere lo stipendio perché, essendo privi di permesso di soggiorno, non avevano la possibilità di aprire un conto corrente (condizione necessaria per l'accreditamento dei compensi). Per questo in molti casi tutto il meccanismo delle misure alternative rischiava di bloccarsi per buona parte degli stranieri interessati.
di Francesco Ricupero
L'Osservatore Romano, 16 ottobre 2020
La paura di decidere chi essere di Stefania Colombo, Quello che vedo dall'aldiquà di Elton Ziri e Il buco della serratura di Marcello Spiridigliozzi sono i tre libri vincitori del "Premio Carlo Castelli" per la solidarietà. Giunto alla sua tredicesima edizione il riconoscimento letterario si ispira alla testimonianza di Carlo Castelli (1924-1998) volontario vincenziano nelle carceri e pioniere nell'opera di recupero sociale dei detenuti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 16 ottobre 2020
Firmato un importante protocollo di intesa tra la Conferenza islamica italiana e il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria per poter garantire l'assistenza spirituale e religiosa ai detenuti musulmani (CII). Alcuni giornali, quando è stata preannunciata l'iniziativa, hanno mosso critiche. Invece è di fondamentale importanza.
C'è il problema della radicalizzazione in carcere e dell'iman "fai da te" che non può risolversi esclusivamente attraverso la repressione. L'anno scorso, la vicenda di Carlito Brigande, al secolo Vulnet Maqelara, macedone di 41 anni, passato per la guerriglia in Kosovo nelle file dell'Uck, poi la criminalità comune, e infine fuggito a Roma perché inseguito da un mandato di cattura, rilancia il tema del proselitismo islamista nelle carceri.
di Marco Fattorini
linkiesta.it, 16 ottobre 2020
In molti hanno notato il profilo sempre più basso del Guardasigilli. Oggi la musica è cambiata, anche perché i progetti di riforma incontrano difficoltà a non finire, e l'amministrazione ha accusato il colpo dopo le dimissioni di capo di Gabinetto e capo del Dap.
di Giulia Merlo
Il Domani, 16 ottobre 2020
Il personale avrà accesso alla rete del ministero e arriveranno nuovi pc. Gli avvocati: "Monitoreremo". Rimane il problema del deposito di atti. Smart working è diventata la parola chiave degli uffici pubblici in tempo di Covid-19.
Per i dipendenti del ministero della Giustizia, tuttavia, la questione del lavoro agile è stata terreno di scontro da ogni lato: sul fronte del dipartimento dell'Amministrazione giudiziaria e su quello dell'utenza, avvocati in particolare. La ragione è chiara a chiunque sia entrato in un tribunale italiano. Dal punto di vista della gestione interna agli uffici, il tema centrale è l'accesso alla piattaforma intranet.
di Errico Novi
Il Dubbio, 16 ottobre 2020
Dal 26 ottobre deposito facoltativo degli atti anche in digitale, sarà obbligatorio da aprile 2021. Il guardasigilli: "Passo nel futuro e risposta alla pandemia". Al primo posto del Recovery plan nella giustizia, compaiono due voci: edilizia e digitale. Le strutture materiali e quelle immateriali.
Il protocollo firmato ieri pomeriggio a via Arenula dal guardasigilli Alfonso Bonafede con i vertici della giustizia di legittimità e con l'avvocatura è un passo nel futuro che prescinde anche dal fondo Ue: con l'intesa infatti entra nel vivo il processo civile telematico in Cassazione. L'accordo prevede la graduale introduzione della modalità "virtuale", a cui il ministero dedica energie già dal 2018. Primo step ravvicinato: il 26 ottobre la cosiddetta fase sperimentale non riguarderà più solo la Direzione generale per i sistemi informativi automatizzati (Dgsia) ma anche gli avvocati: si potrà iniziare a depositare gli atti di parte, al fine di "testare la funzionalità del sistema", come spiega una nota di via Arenula. Da aprile 2021 il deposito degli atti introduttivi per via telematica diventerà, anche presso la Suprema corte, obbligatorio.
Modernità ma anche "resilienza" di fronte alla pandemia: sono i due principi- guida del percorso, che con Bonafede vede impegnati gli altri firmatari del protocollo: il primo presidente della Cassazione Pietro Curzio, il procuratore generale Giovanni Salvi, l'Avvocato generale dello Stato Gabriella Palmieri Sandulli, la presidente del Cnf Maria Masi e il coordinatore dell'Ocf Giovanni Malinconico. L'istituzione forense è coinvolta già dalla fase del cosiddetto "Laboratorio Pct", che a giugno 2018 ha visto completata l'analisi condivisa tra i protagonisti dell'intesa di ieri.
Bonafede sa che il futuro passa anche per la smaterializzazione di tutte le fasi del processo non vincolate alla presenza fisica. Definisce l'accordo sul Pct in Cassazione "un passo fondamentale per accelerare il percorso di modernizzazione e digitalizzazione della giustizia". Si tratta di rendere tutto più veloce ma anche più sicuro. "Un percorso già ben avviato, come dimostrano i numeri considerevoli registrati dallo sviluppo del processo civile telematico nel giudizio di merito", ricorda il guardasigilli. E l'impegno appena siglato "si rende ancor più necessario nel periodo difficile che stiamo vivendo a causa della pandemia.
La tecnologia a supporto del processo telematico ha consentito nella fase più acuta dell'emergenza sanitaria di garantire lo svolgimento di un servizio essenziale come quello giudiziario", tiene ancora a dire Bonafede.
Il passaggio previsto a partire dal 26 ottobre è soft: il deposito degli atti, spiega la nota del ministero, sarà sperimentato con il "doppio binario", vale a dire "per via cartacea e telematica, in cui solo il cartaceo avrà valore legale". Un decreto che il ministro emanerà a dicembre consentirà, dal mese successivo, il deposito telematico facoltativo ma a valore legale per gli atti introduttivi. Seguirà subito dopo la possibilità di depositare telematicamente a valore legale anche per i magistrati.
Naturalmente, oltre ad avvocati cassazionisti e magistrati in servizio presso la Suprema corte, il percorso coinvolge anche le cancellerie, che "con l'avvio della digitalizzazione degli atti di avvocati e magistrati, avranno modo di gestire interamente il fascicolo processuale in modalità telematica". In tal modo "la qualità e la durata dei processi di lavoro avranno un miglioramento, come già avvenuto in primo e secondo grado".
Sempre a gennaio, col deposito facoltativo ma legalmente riconosciuto degli atti, ci sarà tra l'altro uno specifico impegno della sesta sezione civile, per la quale i ricorsi saranno consultabili digitalmente.
Ad aprile, quando il deposito sarà diventato obbligatorio, ci sarà anche un'estensione del desk della Procura generale, che a propria volta avvierà un'integrazione del sistema in grado di aprire la strada all'altra innovazione, il processo penale telematico.
Il presidente Curzio ha espresso "soddisfazione": grazie all'impegno del ministero e alla "collaborazione di tutti i soggetti coinvolti", ha detto, "sarà possibile completare la digitalizzazione del processo civile, migliorando la qualità del servizio giustizia e del lavoro di tutti e consentendo, in questo momento di emergenza sanitaria, di rafforzare i livelli di protezione e sicurezza".
Lo stesso pg Salvi parla di "passo importante al quale la Procura generale partecipa con determinazione, augurandosi che presto si possa avviare anche il processo penale telematico". Salvi ha tenuto a ringraziare "le strutture ministeriali per il generoso impegno profuso". Con la Dgsia, anche il dipartimento Organizzazione giudiziaria. A riprova che nei ministeri, in silenzio, c'è chi affronta la pandemia con nuove soluzioni, anziché con la paura.
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