di Marino Bisso
La Repubblica, 18 ottobre 2020
Ad aprire la staffetta saranno i volontari di Baobab con la tappa dedicata all'accoglienza. Dal Parco degli Acquedotti fino a piazza Montecitorio si alterneranno tanti attivisti delle associazioni promotrici del Memorial: da Amensty e Emergenzy alla Uisp ad Antigone alla Fiom e a molte altre.
Ad aprire la staffetta dei diritti saranno i volontari di Baobab con la tappa dedicata all'accoglienza. Tra i runner anche Zerocalcare che coprirà ben tre tappe e correrà nel nome delle garanzie costituzionali, con Fabio Anselmo, e poi a difesa dei diritti umani e della salute.
Ma ad alternarsi nella maratona, dal parco degli Acquedotti fino a piazza Montecitorio, ci saranno tanti attivisti delle associazioni promotrici del Memorial Stefano Cucchi: da Amnesty e Emergenzy alla Uisp ad Antigone alla Fiom. Ognuna con addosso le magliette rosse distribuite in questi giorni a Casetta Rossa nuovamente a rischio sfratto. Ognuna impegnata a difendere un diritto irrinunciabile: da quello alla salute, all'ambiente fino a quello al lavoro. Così domenica 18 ottobre il 6° Memorial Stefano Cucchi culmina con la Staffetta dei Diritti. "Sono 11 tappe a rappresentare 11 diritti negati, 11 battaglie di civiltà. Una passeggiata non competitiva di 31 km. Quest'anno il Memorial Stefano Cucchi è diffuso con diversi eventi che hanno al centro i diritti negati e i diritti civili e sociali da rivendicare per tutti e tutte" spiegano il Comitato Promotore Memorial Stefano Cucchi e l'Associazione Stefano Cucchi.
La partenza della staffetta è alle ore 15 in viale Appio Claudio (ingresso Parco degli Acquedotti). A dare il via ci saranno la famiglia Cucchi, Fabio Anselmo e le associazioni e i comitati che hanno aderito all'iniziativa, la Banda Fanfaroma e Carlo Picozza per la Rete NoBavaglio. La staffetta farà tappa a via Lemonia - via Serafini (Giardino Stefano Cucchi) a rappresentare il tema dell'Accoglienza con i runner di Baobab, Coop Diversamente, Accademia Popolare dell'Antimafia e dei Diritti per poi arrivare a Largo Petazzoni, passando per Piazza Don Bosco, Piazza dei Consoli, Piazza dei Tribuni, e attraversando il Quadraro vecchio su Via dei Quintili con il tema Libertà di essere (Diritti Lgbtq) con l'Associazione culturale Colibrì.
La tappa successiva sarà il Parco delle Energie che simbolicamente si rifà al tema del Reddito universale con gli sportivi della Uisp Roma, passando dentro Tor Pignattara e facendo via Filarete, piazza Malatesta e spuntando da via Gattamelata. Le altre tappe sono piazzale del Verano con il tema Ambiente con gli staffettisti di Liberi Nantes, Piazza Indipendenza con al centro il tema contro la Violenza di genere e il patriarcato con Collettivo UnaVoltaPerTutte, via XX Settembre con la Casa e Diritti sociali.
Da lì sarà la volta dei Diritti dei detenuti con gli attivisti di Antigone Lazio, passando per piazza Barberini, via Sistina e tutta la passeggiata del Pincio fino al Pincio, per poi scendere in Piazza del Popolo e da lì attraversare il Tevere e andare verso via Fornovo, dove si parlerà del Diritto al lavoro e dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici con i runner di Fiom Roma e Lazio e di Libera Municipio VII.
La staffetta continuerà per piazza Cavour per raggiungere via Arenula con il tema delle Garanzie costituzionali e correre ci saranno Fabio Anselmo, i volontari di ACAD e Michele Zerocalcare. Al tema dei Diritti umani farà da cornice l'Isola Tiberina con gli staffettisti di Amnesty International, ACAD e Michele Zerocalcare. Il tema del Diritto alla salute è la penultima tappa con Emergency, ACAD, Michele Zerocalcare e Matemù. Dal Fatebenefratelli passando davanti Bocca della Verità - Teatro Marcello - Piazza Venezia - via del Corso si arriverà a piazza Montecitorio, nei pressi del Parlamento, alle ore 17.30 per la conclusione della staffetta con gli interventi di Ilaria e della famiglia Cucchi, di Fabio Anselmo e delle associazioni e dei comitati".
"La staffetta toccherà alcune tappe di forte valenza simbolica in relazione al percorso di sofferenza che ha portato Stefano verso la morte - spiegano i promotori - Se ogni settore dello Stato coinvolto avesse svolto il compito assegnatogli dalla Costituzione, Stefano non solo non sarebbe stato ucciso, ma avrebbe avuto diritto al suo riscatto umano e civile, avrebbe avuto il diritto ad una vita giusta".
Le associazioni che hanno aderito finora sono: Amnesty International, Fiom Roma e Lazio, ACAD, Associazione Stefano Cucchi Onlus, Associazione culturale Comunitaria, A buon diritto, Articolo 21
Associazione Via Libera, Rete NoBavaglio, Emergency Gruppo Appio Tuscolano, Emergency Gruppo Eur Casetta Rossa Spa, Antigone Lazio, Comune-Info, UnaVoltaPerTutte, PID Onlus, UISP Roma, CSOA Spartaco, Associazione Culturale Colibrì, Libera Presidio Roma VII, Runner Trainer Roma, Quadraro Gym, Baobab Experience, Liberi Nantes, Centro Giovani e Scuola d'Arte MaTeMù di CIES Onlus,Cittadinanzattiva, Villetta Social Lab, CSOA La Strada, Terra! Onlus, Coop Diversamente, CinemUp, DaSud, Folias Cooperativa, Angelo Mai, Scomodo, Giufà Libreria Caffè, Banda Fanfaroma, Ass. Culturale Controchiave Beng!Band: brass band di Scomodo & MaTeMú.
di Francesca Mannocchi
L'Espresso, 18 ottobre 2020
L'uomo, accusato di essere un trafficante di esseri umani dalle Nazioni Unite, è stato al centro del dibattito per una sua visita ufficiale in Italia. La sua cattura ha dei profondi significati politici e spiega gli attuali equilibri nel paese africano. La notizia dell'arresto di Abdul Raman al Milad, Bija, cominciano a circolare nel pomeriggio di mercoledì. Mentre scriviamo sono passate poche ore. Molte cose restano ancora oscure, molte altre - velocemente e nell'ombra, come spesso accade in Libia - si stanno già muovendo.
Questi i fatti: siti di informazione libici nel primo pomeriggio del 14 ottobre danno notizia che Bija sarebbe stato arrestato dalle forze speciali di sicurezza Rada nei pressi di Janzour. Bija era tornato agli onori delle cronache lo scorso anno dopo la pubblicazione, da parte del quotidiano Avvenire, delle foto di Abdul Raman Milad/Bija durante una riunione nel Cara di Mineo di Catania, riunione in cui le autorità italiane e quelle libiche avrebbero discusso di politiche migratorie e sistemi di accoglienza.
La riunione faceva parte di un progetto finanziato dalla Comunità europea che prevedeva una serie di visite studio in Italia da parte di una delegazione, i cui componenti erano stabiliti dagli stessi libici. Solo un anno dopo questo incontro, precisamente il 7 giugno 2018, le Nazioni Unite hanno inserito Bija nella lista delle persone coinvolte nel traffico di uomini e pertanto sanzionate. Bija è accusato dall'Onu e dalla Corte internazionale dell'Aja di crimini contro l'umanità per essere uno degli organizzatori del traffico di migranti della zona, e aver ridotto in schiavitù migranti in Libia.
Le Nazioni Unite lo considerano "uno dei più efferati trafficanti di uomini in Libia, padrone della vita e della morte nei campi di prigionia, autore di sparatorie in mare, sospettato di aver fatto affogare decine di persone, ritenuto a capo di una vera cupola mafiosa ramificata in ogni settore politico ed economico dell'area di Zawyah". Come abbiamo raccontato in questi anni, Bija è però solo uno dei tasselli di una rete assai più potente, gestita dai suoi cugini, i Koshlaf, che controllano nella parte occidentale della Libia il traffico di carburante, il traffico di uomini e il centro di detenzione per migranti della zona. Bija ha sempre rigettato le accuse dell'Onu, sostenendo che le Nazioni Unite non avessero prove per dimostrare i capi di imputazione.
Lo scorso anno, dopo la pubblicazione delle foto da parte di Avvenire, L'Espresso è stato in grado di raggiungere Bija a Zawhia, in Libia, per un incontro riservato e successivamente in un incontro ufficiale nella sede della Marina della capitale Tripoli. Incontro al quale Bija arrivò in uniforme ufficiale, nonostante fosse stato sollevato mesi prima dall'incarico di capo della Guardia Costiera di Zawhia che aveva ricoperto per anni.
Fu proprio in virtù del ruolo che ricopriva come capo della Guardia Costiera di Zawhia che Bija fu invitato dall'OIM, Organizzazione Mondiale delle Migrazioni, al Cara di Mineo, invito ufficiale che L'Espresso è stato in grado di ottenere e pubblicare. Bija atterrò dunque in Italia con un invito delle Nazioni Unite, con documenti ufficiali e un visto regolare ottenuto nella sede consolare italiana di Tripoli, non come fu inizialmente ipotizzato cioè presentandosi in ambasciata e poi in aeroporto con documenti contraffatti.
L'Espresso ha pubblicato il visto di Bija e il suo passaporto. Dopo essere stato sanzionato dal Consiglio di sicurezza dell'Onu, Bija è stato estromesso (almeno formalmente) dal suo ruolo. Nel corso dell'incontro a Zawhia dello scorso anno L'Espresso ha potuto inoltre visionare un documento ufficiale della Marina Libica datato ottobre 2019 che autorizzava Bija a tornare al proprio ruolo di capo della Guardia Costiera di Zawhia. L'incontro di Francesca Mannocchi con "Bija", uno dei capi della guardia costiera libica, accusato di essere un trafficante di esseri umani e invitato in Italia nel 2017.
A seguito della pubblicazione dell'intervista, in cui Bija vestita la divisa ufficiale del corpo della Guardia Costiera, nella sede della Marina - che aveva formalizzato l'incontro e autorizzato l'intervista - tuttavia, il Ministro dell'Interno Bashaga, spinto dal forte imbarazzo suscitato dalle sue dichiarazioni, sollevò dall'incarico l'allora portavoce della Marina e emanò un comunicato ricordando che da sei mesi pendesse sulla testa di Bija un mandato d'arresto. Mandato che, però, non si era mai concretizzato.
Quando L'Espresso ha raggiunto Bija, a Tripoli la guerra era in corso da cinque mesi, dopo che il generale Haftar aveva lanciato un'offensiva per conquistare la capitale. Le milizie di Zawhia avevano supportato le truppe del governo di Sarraj, allora in difficoltà, e la resa dei conti tra il ministro dell'Interno Bashaga e i potentati locali era stata temporaneamente congelata.
Bija tuttavia non ha smesso di far sentire la propria voce. In un video pubblicato lo scorso giugno, l'ex guardia coste coinvolto nel traffico di uomini, aveva apertamente ringraziato la Turchia di Erdogan per il supporto logistico dato alle truppe di Tripoli e aveva accusato le mafie e i potentati di Misurata, città con la quale le milizie di Zawhia sono in conflitto. Ed è proprio in queste frasi che va ricercata la radice dell'arresto di oggi.
"Due settimane fa Bija mi ha chiamato, voleva che andassi a Zawhia da lui, mi ha convocato perché sosteneva di dovermi raccontare delle cose sul passato che aveva tenuto per sé per paura e sul presente. Voglio denunciare, è giunto il momento per me di parlare - rivela a L'Espresso una fonte locale vicina a Bija, raggiunta al telefono immediatamente dopo il suo arresto - mi aveva annunciato del suo arresto dicendo: 'quando sentirai la notizia che Bija è stato arrestato non allarmarti. So già tutto, anzi non parleranno di arresto, diranno che Bija si è consegnato, ma non temerè".
Queste parole, riportate dalla fonte tripolina, gettano sull'arresto di Bija il sospetto di trattative finite male. Ma tra chi? E perché? Proviamo a fare ordine. Nell'ultimo mese ci sono stati ripetuti incontri tra gli anziani notabili di Misurata e di Zawhia per il controllo della Compagnia di Elettricità. Le tribù di Misurata volevano mantenere la compagnia elettrica sotto il loro controllo, estromettendo quelle di Zawhia, e gestire così l'enorme flusso di denaro che la Compagnia sviluppa.
Per evitare problemi a lungo termine le due fazioni hanno cercato un accordo, gli anziani delle due città si sono riuniti per spartire le sfere di influenze e una delle condizioni messe sul tavolo nel tentativo di sanare i conflitti era, appunto, la consegna di Bija alle milizie Rada, le potenti forze di deterrenza del Governo Sarraj, a capo delle quali c'è il salafita Abdul Raman Kara.
Lo scontro tra Misurata e Zawhia non riguarda, però, solo la Compagnia di Elettricità, ma anche la direzione delle forze di polizia. Poche settimane fa, infatti, il ministro dell'Interno Fathi Bashaga aveva ordinato di sostituire il capo della polizia di Zawhia, emanazione delle tribù e dunque degli affari locali, cooptato dalle milizie di zona, con un uomo di sua fiducia.
Decisione che era stata mal digerita dalle tribù di Zawhia. Questo lo scenario su cui si inserisce l'arresto di Bija, sullo sfondo, inoltre, le dimissioni annunciate del Primo Ministro Fayez al Sarraj che certamente aprono la strada della lotta per la successione al governo. Le reazioni delle milizie all'arresto di Bija sono state immediate. Poche ore dopo la notizia della cattura, le milizie di Zawhia stavano già organizzando le azioni di protesta.
In poche ore hanno bloccato le strade intorno alla città, una strada presso Gharian, chiuso il ponte 27 di Warshafana che porta a Zawhia e minacciato su tutti i siti e i gruppi social che si sarebbero diretti a Tripoli, verso l'aeroporto, se non avessero ricevuto in tempi rapidi notizie certe sulle sorti di Bija.
"Se non lo lasciano andare attaccheremo" hanno minacciato, descrivendolo una volta ancora come il loro eroe. Le dichiarazioni del ministro dell'Interno Bashaga non si sono fatte attendere. Alle nove della sera di mercoledì 14, poche ore dopo l'arresto, il sito del Ministero pubblicava una dichiarazione in cui si legge "sulla base delle indagini condotto dall'Ufficio del Procuratore Generale, abbiamo emanato l'ordine di cattura di Abdul Raman Milad noto come Bija, su richiesta del Comitato Penale del Consiglio di Sicurezza". Bija, si legge nella dichiarazione, è accusato di traffico di esseri umani e contrabbando di carburante.
Una missiva protocollata da un'agenzia Onu. Destinatario: il consolato italiano a Tunisi. E il "comandante Bija", considerato un potente boss degli scafisti, è venuto nel nostro Paese per incontri istituzionali
Ancor più interessante, poche righe dopo, l'annuncio che la giustizia libica "si sta muovendo per catturare tutti i ricercati". Significa che Bija non è il primo - nei mesi scorsi altri potenti trafficanti di Zawhia erano stati catturati - e non sarà però nemmeno l'ultimo. Il risultato è che nel giro di poche ore le milizie di Zawhia si sono ricompattate contro un nemico comune e avvicinate al confine occidentale di Tripoli per inviare un messaggio minaccioso al Ministero dell'Interno del GNA. Il senso di coesione della tribù di Bija, Awlad Buhmeira, è stato immediato.
Forte e solido. Per gli effetti a catena è necessario aspettare. Quello che possiamo facilmente prevedere è che dietro il tardivo arresto di Bija ci sia una guerra intestina per il posto da Premier nel prossimo governo e che chi ne uscirà vincitore determinerà il percorso del processo di pace e delle relazioni internazionali. I rapporti con l'Europa, dunque, e i rapporti con la Turchia, sempre più potente militarmente e economicamente. Quello che possiamo ipotizzare, poi, è che Bija avesse dei segreti e delle informazioni. I tanti non detti dell'intervista dello scorso anno. I segreti di Bija. Segreti che a molti conviene restino tali.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 18 ottobre 2020
L'appello al governo di Pasquale D'Andrea e delle organizzazioni riunite dopo la tragica vicenda di Abou Diakite. Il 15enne ivoriano è arrivato troppo tardi all'ospedale del capoluogo siciliano. Stava trascorrendo il periodo di quarantena sulla Gnv Allegra, dopo essere stato salvato da Open Arms.
Diakite Abou aveva 15 anni: partito dalla Costa d'Avorio, arrivato in Libia, ha attraversato il Mediterraneo. È stato salvato da Open Arms e poi imbarcato sulla "nave quarantena" Allegra. Il 29 settembre è finito d'urgenza all'ospedale Cervello di Palermo, ma era già troppo tardi: ha perso la vita.
"Il medico legale si è riservato 90 giorni per consegnare la perizia. Per ora ha detto solo che c'era una setticemia molto avanzata", dice Alessandra Puccio, nominata tutrice del ragazzo dal tribunale dei minori del capoluogo siciliano. Dopo questo drammatico episodio Pasquale D'Andrea, Garante per i diritti dell'infanzia e dell'adolescenza di Palermo con un'esperienza ultra quarantennale nel sostegno ai minori, ha convocato associazioni e cittadini denunciando la situazione di forte illegalità vissuta dai ragazzi sulle navi quarantena e chiedendone lo sbarco immediato. Otto organizzazioni hanno sottoscritto un appello rivolto al governo affinché nessun minore sia costretto a trascorrere in mare il periodo di sorveglianza sanitaria. "La nave è un castigo ulteriore inflitto a soggetti fragili e provati dal viaggio", dice al manifesto.
Quanti sono i minori non accompagnati sulle navi quarantena?
Allo stato attuale non abbiamo un numero preciso, non ci viene comunicato. Secondo le nostre stime dovrebbero essere almeno un centinaio, ma i numeri sono fluttuanti.
Quali problematiche specifiche affrontano?
Dopo tanti anni grazie alla legge Zampa è stato fissato l'obbligo per lo Stato di assegnare un tutore ai minori stranieri fuori famiglia entro tre giorni dall'arrivo in Italia, mentre prima avveniva dopo il passaggio dalla prima alla seconda accoglienza (che poteva richiedere mesi o anni). L'emergenza Covid-19 sta mettendo in discussione il meccanismo di assegnazione rapida. Adesso ragazze e ragazzi sono obbligati ad andare in quarantena e c'è un periodo in cui non hanno una destinazione e di conseguenza non possono avere un tutore: perché i tutori sono collegati ai territori.
Cosa contestate?
Che i ragazzi debbano "passare la quarantena" su una nave. Le condizioni non sono buone e non hanno assistenza, ma soprattutto non hanno una tutela che possa accoglierli, rappresentare loro diritti e doveri, presentare le tappe da affrontare per l'inserimento e l'integrazione nel nostro paese. Bisogna farli sbarcare.
Perché è così importante che il tutore sia assegnato subito?
La legge dice che fino ai 18 anni un ragazzo non può compiere assunzioni di responsabilità. Di conseguenza ha bisogno di un adulto di riferimento. L'aspetto più importante, comunque, non è legale, ma relazionale. Mettiamoci dalla parte di questi ragazzi: hanno affrontato un viaggio che dura un anno, un anno e mezzo, durante il quale hanno subito violenze e abusi. Parliamo di ragazzi di 13, 14, 15 anni. Se li rapportiamo ai nostri adolescenti capiamo ancora di più il sacrificio che hanno affrontato. Questi ragazzi hanno l'esigenza di ristabilire un nuovo patto generazionale, di avere un adulto capace di riattivare sensibilità e fiducia verso il mondo. Il tutore diventa un punto di riferimento a cui aggrapparsi. Appena acquisiscono fiducia, i ragazzi ricominciano a vivere, progettare un futuro, tirare fuori i desideri, acquisire competenze, stabilire progetti con la scuole e il territorio.
Sulla nave invece?
La nave è un castigo ulteriore inflitto ai ragazzi che sono riusciti ad arrivare in Italia e si ritrovano senza assistenza o cure e senza possibilità di creare quell'elemento di fiducia necessario.
Il Covid-19 può giustificare delle deroghe alla legge nazionale che tutela i minorenni?
No. Ovviamente non nego l'esigenza di applicare norme per contrastare l'emergenza sanitaria, ma ne metto in discussione le modalità. Dovremmo avere dei luoghi a terra dove i ragazzi possano sostare in quarantena con la dovuta assistenza. In questa situazione possiamo anche pensare di non assegnare immediatamente un tutore, ma deve comunque essere trovata una figura di garanzia: un mediatore, un operatore, un educatore. Qualcuno che accompagni il ragazzo durante la quarantena. È necessario perché parliamo di soggetti fragili. Il drammatico caso di Abou ci ha fatto riflettere molto e ci ha portato a mettere in discussione tutto quello che sta avvenendo.
La storia di Abou Diakite - Dopo la tragica scomparsa del 15enne ivoriano la tutrice nominata dal tribunale dei minori di Palermo, Alessandra Puccio, si è messa in contatto con il fratello che si trova nel paese d'origine. Ha ricevuto il numero dalla Croce Rossa (Cri) a cui a sua volta lo aveva dato il ragazzino. La tutrice non è riuscita, invece, ad avere i testi del colloquio che la Cri ha avuto con un compagno di viaggio del ragazzo scomparso. Il fratello ha raccontato che Abou era partito dalla città natale di Daloa a 13 anni, insieme a un gruppo di amici. Era il 2017 e a quel tempo i genitori erano già morti. Dopo l'Algeria è entrato in Libia. "Qui ha avuto grossi problemi: è stato in un centro di detenzione dove ha subito torture e abusi", racconta Puccio. Dopo il centro è riuscito ad attraversare il Mediterraneo, è stato salvato da Open Arms e trasferito per la quarantena sulla nave Allegra. Poi il tragico epilogo.
di Marta Bellingreri
L'Espresso, 18 ottobre 2020
Diciotto lavoratori del mare prelevati in acque internazionali e ora in ostaggio del generale. Che vuole in cambio la liberazione di quattro calciatori condannati in Italia come scafisti. E la diplomazia non riesce a risolvere il caso. L'aula Consiliare di Mazara del Vallo da due settimane è occupata. I lavori dell'assemblea cittadina interrotti. Nel frattempo anche a Roma, davanti al Parlamento, c'è un presidio permanente.
"Non ce ne andremo da qua finché i nostri padri, fratelli, mariti e amici non torneranno a casa", dice Naoires Ben Haddad da piazza Montecitorio. Così come afferma contemporaneamente Marica Calandrino dall'aula occupata del Comune di Mazara. A fare questa pressione sulle istituzioni e provare a tenere alta l'attenzione sono le famiglie dei pescatori di Mazara del Vallo arrestati in acque internazionali e portati in carcere a Bengasi, in Libia, lo scorso primo settembre.
Diciotto tra pescatori ed equipaggio: 10 italiani, 6 tunisini e 2 indonesiani sulle navi Artemide e Medinea, oggi sotto il controllo delle milizie del generale Khalifa Haftar della Libyan National Army (LNA). "Non abbiamo notizie dei nostri familiari", continua Naoires, "abbiamo sentito soltanto il capitano Pietro Marrone una volta a metà settembre. Ha chiamato la mamma Rosetta. Accanto a lui si sentiva una voce, molto probabilmente di una guardia libica, che diceva di dire che stavano bene. In quella telefonata abbiamo percepito solo un grido di aiuto, una richiesta di soccorso". Ed è così che i familiari non hanno più voluto perdere un giorno.
Naoires ha 22 anni e lavora con il Servizio Civile in una casa famiglia per minori stranieri. Alcuni dei ragazzi sono tunisini come lei, altri provengono da diversi paesi dell'Africa occidentale. Dal primo settembre però l'arresto del padre ha cambiato la sua routine. Adesso Naoires fa avanti e indietro da Mazara del Vallo alla capitale, viaggiando in pullman di notte insieme ad altri componenti delle famiglie e all'armatore dei due pescherecci sequestrati, Marco Marrone. "Erano partiti il 20 agosto e sarebbero dovuti tornare in questi giorni, i primi di ottobre. Mio papà si chiama Mhamed Ben Haddad, ha 59 anni, vive a Mazara da 43 anni e da 22 fa il marinaio. In pratica, da quando sono nata io", prosegue Naoires. "Anche la mamma del capitano, Rosetta, nonostante i suoi 73 anni, è venuta con noi a Roma".
Marica invece si definisce "una giovane moglie" ed è la prima volta nella sua vita che non ha nessun contatto col suo compagno, Giacomo Giacalone, capitano della nave Anna Madre, che è riuscita a fuggire dall'arresto. "Mio marito in quanto capitano è stato preso dalle motovedette libiche ma il suo peschereccio è riuscito a fuggire e tornare a Mazara, insieme a un secondo", racconta sconfortata.
Marica, 27 anni, ha una bimba di un anno e due mesi che spesso in questi giorni rimane con la nonna mentre lei fa i turni insieme alle altre famiglie perché ci sia sempre qualcuno in aula consiliare. "Mio marito ha 32 anni e va in mare a pescare da quando ne aveva 12, rinunciando alle estati di divertimento, ha iniziato a fare il pescatore. È la mia famiglia: e io e mia figlia siamo la sua famiglia. Non lo sento dal giorno del sequestro. È il periodo più lungo della mia vita, questo silenzio mi sta uccidendo, ci sta uccidendo. Spero che almeno lui senta la forza del nostro amore da lontano".
La storia dei pescatori della flotta di Mazara del Vallo e dei sequestri a largo della Libia ha però più anni di Naoires e Marica. Era ancora al potere il colonnello Muammar Gheddafi quando Mimmo Asaro con il suo peschereccio Osiride si trovava in acque internazionale, cinquanta miglia nautiche a est di Misurata. Era la mattina del 22 marzo 1996. "Verso le sette si avvicina un mezzo militare. Per la paura abbiamo provato a scappare. L'inseguimento è durato quattro-cinque ore con colpi di mitragliatrice dietro di noi. La pancia della nave dove si proteggevano gli altri marinai era tutta bucata. Una scheggia mi ha sfiorato la testa. Ci siamo dovuti fermare. Sono saliti a bordo dicendo di voler fare solo un controllo. Ma poi siamo rimasti in carcere per sei mesi".
In una stanza insieme ad altri 150 carcerati con un solo bagno, Mimmo Asaro non ha perso solo 22 chili in Libia. È tornato in Italia ricevendo la grazia del colonnello Gheddafi "per buona condotta" ma senza il peschereccio costruito dal padre nel 1974. "Da noi i pescherecci sono come i figli. Fonte di lavoro, di vita. Per mio padre è stato un duro colpo, è caduto in depressione. Io sono diventato diabetico". Ma la famiglia non si è arresa. Mimmo ha venduto la casa per comprare un altro peschereccio dopo qualche anno. La storia si ripete nel 2010 con un inseguimento, uno speronamento e l'equipaggio molto spaventato. "Ma quella volta siamo riusciti ad arrivare a 74 miglia a nord della Libia e ci hanno lasciato andare".
Secondo una decisione unilaterale nel 2005 la Libia ha dichiarato diritti esclusivi di pesca fino a 74 miglia dalle proprie coste, estese dalle 12 riconosciute dal diritto internazionale. Questo porta a considerare illegali le attività di pesca di pescherecci stranieri, come quelli della flotta di Mazara. Ma già prima del 2005 Gheddafi voleva far valere la sua legge. Negli ultimi 25 anni oltre 50 sequestri, 5 morti, milioni di euro di multe e la perdita di pescherecci non lasciano dubbi a Mimmo Asaro: "Questa è una guerra del Mediterraneo: è la guerra del pesce. Fino a che il governo italiano e l'Unione europea non si renderanno conto della partita in gioco, continueranno ad avvenire sequestri in acque internazionali e ci saranno i nostri fratelli marinai in prigione in Libia. Nessun governo ha capito a fondo il dramma di Mazara".
L'ultimo episodio in cui è stato coinvolto col suo peschereccio ed il suo equipaggio risale al 2012. Sono rimasti a Bengasi 56 giorni. Secondo la sentenza del Tribunale Militare che li ha giudicati il peschereccio poteva liberamente tornare a Mazara, dopo aver pagato una multa. "Ma le milizie al porto di Bengasi hanno portato via tutta l'attrezzatura. Ci hanno lasciato solo il motore", conclude Mimmo. Il loro sconforto è grande tanto quanto i decenni di storia di pesca nel Mediterraneo che li precedono. E che rischia di morire, per la paura dei sequestri e le grosse perdite economiche.
Questa volta però le cose sono più complicate del previsto. Il generale Haftar avrebbe chiesto in cambio della liberazione dei pescatori la libertà per quattro cittadini libici, calciatori di professione nelle squadre principali di Bengasi. Almeno fino all'agosto 2015, quando insieme ad oltre 350 rifugiati si sono messi in mare verso l'Italia cercando di proseguire la carriera calcistica lontano dalla guerra civile. Durante il viaggio, 49 delle persone a bordo, stipati nella stiva dell'imbarcazione di legno, sono morti asfissiati.
Secondo alcuni testimoni, i giovani libici erano posti a controllo della stiva e insieme a due cittadini marocchini sono stati arrestati e condannati dai 20 ai 30 anni di carcere per traffico di essere umani. Per i familiari si tratta di un errore giudiziario: "I nostri figli e nipoti hanno pagato il viaggio come gli altri. Purtroppo alcune delle persone a bordo sono morte. Ma non ne sono responsabili i nostri calciatori. Volevano raggiungere la Germania perché in Libia non potevano più allenarsi e giocare con le loro squadre con cui avevano dei contratti regolari.
Abbiamo rispetto per la magistratura italiana, ma vorremmo che il caso venisse rivisto", dichiara da Bengasi la dottoressa Ibtisam Faraj, la zia di uno dei quattro calciatori, Abdelkarim Hamad Faraj. Anche uno dei suoi fratelli, Saif, afferma di essere sconvolto dalla storia di suo fratello: "Non riesco a credere che mio fratello sia in carcere in Italia da cinque anni. Abbiamo fatto diverse manifestazioni al porto di Bengasi per non farli dimenticare". La difesa ricorrerà in Cassazione.
Per l'armatore dei pescherecci, Marco Marrone, "le due vicende non hanno alcun legame. I nostri pescatori sono vittime di un sequestro in acque internazionale come succede da troppi anni, ma questa volta non so perché sta diventando un caso diplomatico". Il governo di Tripoli riconosciuto dalle Nazioni Unite, presieduto da Serraj, sembrerebbe rimanere fuori dalla vicenda. Mentre Haftar, suo nemico nella Libia orientale, potrebbe usare il caso per fare pressione sull'Italia. Se i pescatori verranno giudicati da un tribunale militare a Bengasi i tempi per il ritorno a casa potrebbero dilatarsi ulteriormente.
Suor Alessandra dell'associazione Casa Speranza di Mazara ha tra i suoi ragazzi tanti dei figli dei marinai che fanno il doposcuola. "La situazione è molto tesa, diversi familiari sono stati male e sono finiti in ospedale. Queste giovani donne sono forti, sostengono le mamme, si occupano dei figli, ma ora sono molto stanche", conclude. Marica è più angosciata che stanca: "Andare a mare non è una passeggiata, è un sacrificio. Abbiamo un nostro rito ogni volta che parte per il mare. Io lo accompagno e gli dico: Ja', il vero marinaio si vede nelle lunghe tempeste. Poi ci diamo un bacino e se ne va". Questa volta però non è ancora tornato dalla lunga tempesta.
di Giacomo Andreoli
Il Riformista, 18 ottobre 2020
Italia modello per l'Oms? Forse per il Covid-19, ma sicuramente non per la cannabis. Ieri un decreto del ministero della Salute guidato da Roberto Speranza ha inserito tra i medicinali con sostanze stupefacenti "le composizioni per somministrazione ad uso orale di cannabidiolo ottenuto da estratti di cannabis". Sono i liquidi a base di Cbd, il principio attivo riconosciuto dalla medicina e dall'Organizzazione mondiale della sanità come non psicotropo. Per dirla in modo semplice: non procura alcun tipo di "sballo" e tantomeno dà assuefazione, nonostante quello che risulta scritto sul decreto.
L'Oms aveva raccomandato all'Italia una riforma per riconoscere le proprietà mediche della cannabis e aveva specificato di non inserire i prodotti a base Cbd in nessuna tabella di medicinali con stupefacenti. Il cannabidiolo è la seconda sostanza più abbondante nella cannabis dopo il Thc e possiede evidenti capacità rilassanti, antinfiammatorie e antidolorifiche.
Proprio per questo è utilizzato per il trattamento di diverse patologie. Nella premessa del decreto si parla del fatto che sta per essere messo in commercio l'Epidiolex, un farmaco a base di Cbd, prodotto dalla Gw Pharmaceuticals. "Il medicinale - si legge - è controllato attraverso un programma di uso compassionevole, notificato all'Aifa, per i pazienti in trattamento con sindrome di Dravet e sindrome di Lennox-Gastaut".
Viene quindi spiegato che "nella tabella sono indicati i medicinali a base di sostanze attive stupefacenti ivi incluse le sostanze attive ad uso farmaceutico". Uno dei motivi della decisione sarebbe allora l'arrivo del medicinale. Ora, però, si crea più di un problema per i negozi di cannabis light. Se i liquidi a base di Cbd sono stupefacenti, allora gli oli con cannabidiolo non potranno più essere venduti liberamente negli esercizi commerciali. Il rischio, poi, è che possano essere ritenute illegali anche le infiorescenze e quindi i non estratti, che contengono lo stesso principio attivo. Tutto un mercato, quindi, rischia di andare in crisi.
Non solo: l'altro ieri il direttore generale dell'Agenzia delle Dogane, Marcello Minenna ha vietato ai titolari di rivendite di sigarette elettroniche di commerciare prodotti derivati dalla canapa sativa. Insomma: le infiorescenze, i liquidi con Cbd, gli aromi estratti dalla pianta e, seguendo la norma alla lettera, anche le creme, la pasta e i deodoranti all'essenza di canapa. Tutte cose che i negozi specializzati vendono legalmente.
"Quella del ministero è una scelta illogica che penalizza gravemente tutto il settore della coltivazione della canapa, lasciando così campo aperto ai soli colossi farmaceutici" dicono in una nota gli oltre 70 parlamentari dell'intergruppo per la cannabis legale, che unisce parlamentari di Pd, M5S, Radicali, Italia Viva e lo stesso LeU del ministro Speranza. "La decisione - aggiungono deputati e senatori - è in evidente contrasto con quanto promosso dal Ministero dell'Agricoltura che ha recentemente inserito i prodotti della cannabis tra le varietà officinali, dando il via alle filiere estrattive dei principi di questa nobile pianta".
Poi l'affondo al governo: "Mentre nel resto del mondo si supera il proibizionismo, in Italia si ha l'impressione di una tendenza alla criminalizzazione della natura, in contrasto con le politiche di lotta alle mafie, sviluppo sostenibile e potenziamento del settore agricolo in funzione della salvaguardia dell'ambiente e degli ecosistemi". "Per me - dice il senatore del Movimento 5 Stelle Matteo Mantero a Il Riformista - la misura è colma, non siamo più disposti a subire scelte assurde, il Ministero e il governo sono avvisati. Questo provvedimento, non si sa voluto da chi, rischia di distruggere una filiera nascente di 3000 aziende, che dà lavoro a 12mila persone. Va ritirato immediatamente". L'associazione Meglio Legale denuncia poi che la decisione "avrà delle conseguenze disastrose nel rendere ancora più incerto e confuso l'iter per i pazienti che fanno uso di cannabis medica (con Thc)".
Una cosa è evidente: il ministro Speranza è sì impegnato e "distratto" dalla durissima battaglia contro il coronavirus, ma è comunque responsabile del decreto del suo ministero. Il suo non è mai stato il profilo di un proibizionista, anzi, e questo fa pensare a una disattenzione. Ma è pur vero che a vincolarlo non c'è nessun programma elettorale.
Tra le "promesse" di Liberi e Uguali prima del voto del 2018 la questione cannabis non è menzionata. Resta il fatto che un esponente importante della formazione di sinistra, Daniele Farina, è relatore di una proposta di legalizzazione e si è speso in campagne pubblicitarie ad hoc con il logo di LeU. Qualcosa, quindi, non torna.
di Cecilia Anesi
La Repubblica, 18 ottobre 2020
C'è un gruppo di criminali a Malta, i Maksar, che gestisce i traffici più redditizi e può vantare contatti con Cosa Nostra. Sono lo stesso gruppo citato nell'indagine per l'omicidio della giornalista come coloro i quali hanno fornito la bomba. A tre anni dall'assassinio restano a piede libero.
Il 21 luglio scorso Malta si è svegliata nel timore che il testimone chiave del caso Daphne Caruana Galizia finisse in silenzio per sempre. Melvin Theuma era in una pozza di sangue con la gola tagliata. Ricoverato d'urgenza, due settimane più tardi dal letto d'ospedale ha dichiarato di avere tentato il suicidio per via del rimorso. A novembre aveva ammesso di essere l'intermediario nell'omicidio, il cardine tra i mandanti e gli esecutori.
Theuma, un tassista con un oscuro giro di amicizie, ha deciso di collaborare con la giustizia dopo l'arresto e ha rivelato come il più ricco uomo d'affari di Malta, Yorgen Fenech, sarebbe stato il mandante dell'omicidio. E, nonostante abbia ricevuto la grazia dall'allora primo ministro Joseph Muscat, il tassista teme che la sua testimonianza non sia presa seriamente a processo. È per questo che, dal letto d'ospedale, ha scritto "qed jidhku bija". Ridono di me. D'altronde puntare il dito contro Yorgen Fenech non è uno scherzo. Nato nel 1981 nella principale famiglia d'imprenditori di Malta, da ragazzo sognava di diventare come Silvio Berlusconi: ricco, potente, e abbastanza carismatico da farla franca contro quasi qualunque accusa.
Oggi Fenech ha connessioni ovunque sull'isola: dalle alte sfere ai bassifondi, dalla Castille (il palazzo del governo) alle baracche sui moli dove prosperano i trafficanti. Ma è anche l'uomo su cui pesa l'accusa più pesante di un processo la cui posta sembra essere diventata l'anima stessa dell'isola. È formalmente accusato di essere il mandante dell'omicidio di Daphne con il supporto dell'entourage dell'ex primo ministro Joseph Muscat. L'accusa si basa sulla testimonianza di Theuma: ha dichiarato sia stato Fenech a dargli istruzioni per assoldare i killer Vince Muscat, Alfred e George Degiorgio. "Yorgen mi ha coinvolto in tutto questo", ha scritto su un foglio di carta dal letto d'ospedale, quando ancora non era in grado di esprimersi a parole.
Mentre a valutare le prove ci penseranno i giudici, quello che certamente è emerso finora dalle udienze è una preoccupante amicizia tra politici di spicco, imprenditori influenti e il "mondo di sotto" della criminalità organizzata maltese. Fenech può anche avere desiderato silenziare Daphne per sempre, ma questo non sarebbe potuto avvenire senza il supporto di criminali professionisti, i fratelli Degiorgio.
I Degiorgio erano considerati degli esperti, molto affidabili in quel tipo di lavoro e con una lunga esperienza con le autobombe, usate spesso da una rete criminale che gestisce i principali traffici loschi dell'isola. Al comando di questo gruppo ci sarebbero due fratelli, Adrian e Robert Agius, conosciuti con il soprannome del padre, Maksar. Gli "intoccabili" hanno conquistato una posizione di comando dopo che quasi dieci anni di faide tra i gruppi criminali dell'isola avevano spazzato via i principali boss.
Gli Agius sono stati astuti e sono riusciti a sfruttare la situazione a loro vantaggio guadagnando un posto d'onore nei traffici del Mediterraneo e il rispetto di mafie straniere, compresa Cosa Nostra di Catania. I Degiorgio lavoravano per loro, ecco perché anche gli Agius sono diventati persone d'interesse nel caso Daphne. Ma c'è di più. "Porta il messaggio a Maksar che lui (Vince Muscat, il socio dei fratelli Degiorgio ora in carcere, ndr) ha già detto che la bomba è stata assemblata nel loro garage a Zebbug, cittadina dell'entroterra maltes]", scrive Fenech a Theuma in un messaggio. Un messaggio che suggerisce come Maksar, leggasi gli Agius, abbiano qualcosa a che fare con la bomba che ha ucciso Daphne, o quantomeno che Fenech si preoccupava di proteggerli.
Il 4 dicembre 2017 Robert e Adrian Agius vengono arrestati a Marsa, l'insenatura del porto di Valletta dove avviene la maggior parte dei traffici, come Daphne Project ha già raccontato. Vengono sorpresi al molo Tal-Pont, presso il cosiddetto "potato shed" (un ex scarico merci per le patate), una baracca usata dai fratelli Degiorgio come base operativa. È un freddo giorno invernale, due mesi dopo la deflagrazione, e la polizia porta via in manette i Degiorgio, Vince Muscat, gli Agius, Jamie Vella e altri quattro soci. Il giorno seguente saranno tutti rilasciati su cauzione, tranne i Degiorgio e Muscat.
Nella perquisizione, la polizia sequestra delle schede Sim, telefoni cellulari e altro materiale probatorio. La speranza, riportavano i media maltesi all'indomani dell'operazione, è che quei dispositivi potessero aiutare a risolvere anche cinque casi irrisolti di autobombe esplose negli anni precedenti, di cui anche Daphne aveva scritto. Vince Muscat, Alfred Degiorgio e George Degiorgio presto vengono formalmente accusati di avere ucciso Daphne Caruana Galizia installando una bomba sotto il sedile della sua auto.
Le indagini sveleranno che l'ordigno era stato messo insieme con varie componenti. E il montaggio, scoprono gli inquirenti, è stato portato a termine in un garage a Zebbug. Le perquisizioni portano alla luce vari pezzi di ferro che vengono confrontati con quelli ritrovati all'interno dell'auto esplosa. È sempre in questo garage che sarebbero state attivate le schede Sim usate per detonare la bomba. Comprese le schede usate da George Degiorgio durante l'esplosione. La conferma che il garage sia stato il luogo dove è stato costruito l'ordigno e il fatto che lo stesso fosse nella disponibilità dei fratelli Agius e del loro socio Jamie Vella, uno del gruppo dei primi arrestati, arriva anche dalle udienze del processo. Melvin Theuma, l'intermediario che ha ammesso di essere la connessione tra i killer e il presunto mandante, Yorgen Fenech, ha dichiarato in Tribunale che la bomba è stata fornita dagli Agius.
Maksar è stato nominato varie volte durante l'incidente probatorio nei confronti di Yorgen Fenech. Non solo il messaggio in cui Fenech avverte Theuma che Vincent Muscat ha già cantato sugli Agius: il 5 febbraio 2020 in aula viene fatta ascoltare la registrazione di una conversazione avvenuta tra Theuma e Fenech. L'audio prova come i Maksar abbiano giocato una parte e come Fenech ritenga vadano allertati del fatto che Vince Muscat stava rivelando che la bomba fosse stata preparata presso il loro garage. "Lui lo ha mandato a mettere sotto pressione quelli di Zebbug (intendendo i proprietari del garage dove è stata prodotta la bomba, cioè la banda degli Agius, ndr)", dice Fenech a Theuma. Theuma a processo fornisce un'interpretazione di questo messaggio: dichiara che Fenech intendesse che il capo di Gabinetto del governo, Keith Schembri, avesse mandato la guardia del corpo del primo ministro, Kenneth Camilleri, ad avvertire gli Agius. Perché, spiega, "Yorgen e Keith sono la stessa cosa".
E gli Agius? Fino ad ora non sono stati incriminati e non risultano iscritti nel registro degli indagati. Eppure a gennaio 2020 c'è un'altra testimonianza che li inchioda. Vince Muscat confessa alla polizia durante un interrogatorio per ottenere la grazia (poi negata), che Robert Agius e Jamie Vella abbiano importato la bomba e gli abbiano mostrato come usarla.
Inizialmente - racconta sempre Muscat - gli avevano fornito tre fucili d'assalto con mirino telescopico per sparare a Daphne dalla finestra del suo studio. Muscat aveva indicato Alfred Degiorgio come la persona con l'esperienza giusta per maneggiare queste armi. Due dei tre fucili però "non funzionavano bene - Muscat ha dichiarato alla polizia - uno era arrugginito".
Si era quindi scelta la via dell'autobomba. Stando alle dichiarazioni dell'avvocato di Muscat, Marc Sant, gli Agius e Vella avrebbero anche provato a comprare il suo silenzio quando - a fine 2019 - avevano offerto alla sua famiglia 1500 euro al mese in cambio dell'omertà sull'omicidio di Daphne e su altri crimini. La polizia sarebbe stata informata a gennaio ma, ha dichiarato Sant, ha mostrato poco interesse rispetto al tentativo di silenziare Muscat. Fonti qualificate sostengono che la polizia non abbia dedicato molte risorse a scoprire chi abbia fornito la bomba, poiché concentrata sui mandanti.
La polizia maltese, dal canto suo, ha richiesto il supporto delle sue controparti europee per cercare di rintracciare i fornitori dell'esplosivo che ha ucciso Daphne Caruana Galizia.
La richiesta è stata fatta a Europol nel 2019, nella speranza di raccogliere sufficienti prove per inchiodare i colpevoli. Il Daphne Project ha rilevato che i fratelli Agius sono ritenuti dalla polizia maltese a capo della criminalità locale e li ritiene "obiettivi di primo piano".
In risposta alle domande del consorzio, la polizia maltese ha dichiarato che le indagini sull'omicidio Caruana Galizia sono ancora in corso: "Non possiamo smentire né confermare certe informazioni, ma vogliamo essere chiari sul fatto che le indagini non si sono mai fermate e che vi sono dedicate tutte le risorse possibili".
Al di là delle dichiarazioni ufficiali, un commissario di lunga esperienza, in piccolo bar di Balzan, nell'entroterra dell'isola, ci mette qualche bicchiere prima di sciogliersi e cominciare a parlare degli Agius e della loro rete: "Hanno contatti ovunque, con la politica, i magistrati, i giudizi, la polizia". "Potrebbero farmi uccidere se sapessero che sto parlando con voi giornalisti. Non scherzo", conclude la fonte guardando dritto negli occhi il giornalista di Times of Malta. Ma non è sempre stato così.
Nonostante anni trascorsi sul lato sbagliato della giustizia, i fratelli Agius hanno dovuto attendere l'omicidio di loro padre, nel 2008, per emergere nel mondo criminale. Raymond Agius, padre di Robert e Adrian, era un noto contrabbandiere di sigarette chiamato Maksar. Si dice potesse contare su un proprio impianto di fabbricazione di sigarette ma come copertura investiva nel settore edilizio e nella rivendita di automobili. Dopo la sua morte, i figli hanno preso il posto di comando nel business familiare ma, ambiziosi di farsi un nome di spicco nell'ambiente, passano dalle sigarette al traffico di droga.
A fine 2011 a Malta scoppia un conflitto tra gang che finisce per creare un vuoto di potere offrendo un'occasione per l'ascesa ai vertici degli Agius. Tutto comincia con un furto: tre uomini in passamontagna e armati fino ai denti, irrompono in un magazzino di Zebbug, di proprietà di un importante narcotrafficante. Senza sparare nemmeno un colpo, i ladri se ne vanno con un carico di cocaina che gli investigatori ritengono potesse avere un valore al dettaglio di 1,4 milioni di euro.
Il furto della droga è ritenuta la goccia che farà traboccare il vaso. Da quel momento, inizieranno una serie di violenti omicidi che scuoteranno profondamente l'isola.
Raymond Caruana, il primo proprietario della cocaina sottratta, sospetta del furto tre dei suoi uomini: Paul Degabriele, ex soldato dell'esercito conosciuto come "is-Suldat", il Soldato; Joseph Cutajar, noto come "il-Lion" il Leone e Alfred Degiorgio, il-Fulu, il Topo. Degiorgio, è lo stesso che oggi è accusato di aver azionato l'autobomba che ha ucciso Daphne Caruana Galizia.
È così che è iniziata una vera e propria faida, in cui hanno perso la vita is-Suldat (sopravvisuto a un'autobomba è stato poi freddato con un colpo di arma da fuoco), due suoi rivali e lo stesso Caruana. E qui entrano in gioco gli Agius. Fonti di intelligence spiegano come i fratelli abbiano capitalizzato sulla faida. Quando questi hanno cominciato a tramare per uccidersi gli uni con gli altri, gli Agius avrebbero approcciato il-Fulu, Degiorgio, offrendogli protezione. Sarebbe dunque questo l'inizio della relazione tra i fratelli Maksar e i fratelli Degiorgio. Da quel momento, gli Agius avrebbero usufruito dei servizi dei Degiorgio per far fuori gruppi rivali.
Ad esempio, nel 2016 un'autobomba ha ucciso Josef Cassar, un trafficante di gasolio. Un alleato degli Agius, ma che a causa di un dissidio finisce condannato a morte. Fonti di polizia spiegano come l'attentato "più truculento" a mano Degiorgio e ordinato dagli Agius sia avvenuto nel 2017. Entrambe le gambe di Romeo Bone sono saltate in aria quando una bomba è esplosa sotto il sedile della sua auto. In quel caso, gli Agius avrebbero ricevuto una soffiata da un ispettore di polizia che Bone, un vecchio amico di famiglia, fosse il centauro con casco che aveva sparato a loro padre nove anni prima, uccidendolo. Come in un romanzo noir, uno dei fratelli Agius è andato a fare visita a Bone durante il ricovero in ospedale. "Nella stanza c'erano nascoste delle cimici. Quando Maksar è entrato (da Bone) non è stata detta una parola. La registrazione è muta. Agius deve averlo solo guardato negli occhi, come a dire "sono stato io e so cosa hai fatto"", spiega il poliziotto che ha seguito le indagini sull'attentato.
Dal 2014 c'è un leitmotiv a Malta: la vendetta si serve via autobomba, specialmente tra trafficanti di gasolio. L'aveva notato anche Daphne Caruana Galizia, quando raccontava di questo mondo. La prima autobomba a uccidere un presunto trafficante di gasolio esplode nel 2014 e toglie la vita a Darren Degabriele, proprietario del ristorante Gente di Mare a Marsaxlokk e attivo nel mondo del commercio di carburante. Gli inquirenti lo ritenevano un associato di Paul Degabriele alias is-Suldat, un altro membro del gruppo criminale di Zebbug. La famiglia di Darren ha negato però alcuna relazione tra i due. Il picco degli attentati con autobomba si ha tra il 2016 e il 2017. Prima tocca a Josef Cassar, 35 anni, che perde entrambe le gambe. La sua Ford Transit esplode mentre guida lungo un'arteria del porto di Valletta. È il 26 settembre, alle 18. La bomba, posizionata sotto al sedile di guida, era riempita di viti e pezzi di metallo che lasceranno vari fori sul vetro del furgone. Le autorità non hanno dubbi che la bomba - fatta esplodere tramite un cellulare - sia stata assemblata con l'intenzione di creare il "massimo danno possibile", o morte o mutilazione.
Cassar è l'unico azionista di un'azienda di facchinaggio nel porto di Marsa, ma si ritiene partecipi al traffico di gasolio e all'organizzazione criminale dei Maksar. Daphne Caruana Galizia lo legava al pescatore Pierre Darmanin perché i due possedevano assieme la barca MV Silver King, al centro di vari casi di contrabbando. Fino al 2013 il proprietario della Silver King era Martin Cachia, anche lui vittima di un'autobomba nel gennaio 2016. Anche lui era un trafficante di gasolio, attivo tra Malta e Egitto. A gennaio 2017 è la volta di Victor Calleja, ic-Chippy, fatto saltare in aria nella sua Opel Astra a Marsa. Fonti del sottobosco criminale indicano che a eseguire l'omicidio siano stati i Degiorgio, soliti frequentare il bar del figlio di Chippy a Marsa, ma non per questo pronti a fermarsi davanti ad un lavoro sporco.
Il gruppo criminale degli Agius è potente a Malta anche grazie alle connessioni internazionali sulle quali può contare. Informazioni confidenziali ottenute dal Daphne Project indicano come la cellula degli Agius sia attiva nel traffico di droga, armi e gasolio, con legami che portano a criminalità italiana, libica, romena e albanese. Sia gli Agius che i loro soci Alfred e George Degiorgio e Jamie Vella hanno diversi contatti che portano in Sicilia, in particolare a Catania, la città dove lo spietato clan Santapaola comanda sulle principali attività criminali (compreso il traffico di gasolio via Malta, come già documentato dal Daphne Project). Infatti i Degiorgio e Vella viaggiano molte volte a Catania e dintorni, almeno dal 2012, a dimostrazione di una storia di relazioni che i soci dei Maksar coltivano in zone conosciute per essere sotto il controllo e l'influenza delle mafie.
Tra il 2016 e il 2018 Giuseppe Verderame, 66 anni, è stato monitorato più volte in compagnia di Jamie Vella, il socio degli Agius arrestato con a loro al porto di Marsa, nel dicembre 2017, nell'ambito dell'indagine Daphne. Nel 2017 Vella ha viaggiato spesso a Catania, il 10 aprile e poi a maggio, giugno, agosto e settembre. Nello stesso periodo, Verderame era indagato dalla Mobile di Catania nell'ambito dell'operazione "Zeta" per associazione mafiosa, estorsione e possesso di marijuana. Negli anni Novanta è stato indagato anche per omicidio e detenzione di materiale esplosivo. Che genere di affari ha condotto Vella insieme a lui quando è venuto a Catania nel 2017? Una domanda che potrebbe restare per sempre senza risposta.
C'è un altro uomo collegato al clan catanese Santapaola, che ha varie attività imprenditoriali a Malta e che gli investigatori maltesi ritengono collabori con gli Agius nel narcotraffico. Dietro la facciata pulita di consulente fiscale, manager dei rifiuti e provider di servizi per pagamenti online, Rosario Militello ha condotto a Malta, che per lui è casa dal 2014, anche altri business. Infatti, nel 2014 è stato arrestato per possesso di tre chili di marijuana, mentre un anno più tardi è stato il terminale di un traffico di armi che dalla Slovacchia poteva arrivare al Nord Africa, passando per Catania e Malta. Nonostante parentele e collegamenti con gruppi mafiosi, la polizia maltese lo ha rilasciato senza indagare più a fondo sul suo conto. È stato sufficiente dichiarare di non avere nulla a che fare con la scatola piena di armi pervenuta al suo indirizzo.
Andiamo con ordine. È il 2015 quando i Carabinieri di Catania ricevono una chiamata da un corriere Tnt: "Abbiamo trovato un pacco con armi all'interno". La maggior parte dei carichi viaggia su ruote, senza controlli, ma quella volta i corrieri non riescono a rispettare i tempi di consegna e così, come a volte accade, trasportano il carico via aereo e il pacco viene scannerizzato ai raggi X. Il mittente del carico conduce i Carabinieri a Picanello, uno dei quartieri di Catania a più alta presenza mafiosa. E qui emerge che un certo Carmelo Piacente è colui il quale spedisce, a volta tramite prestanome, carichi di armi a Malta.
Piacente non è un criminale di bassa lega: porta il cognome di una delle famiglie più potenti di Catania (il loro alias è Ceusi) alleato ai Santapaola, che adesso si sono espansi a tutta la Sicilia, dopo il declino dei corleonesi. Piacente acquista fucili d'assalto "disattivati" dalla azienda slovacca AFG Security. A causa di un vuoto normativo, le armi erano legalmente spedite con la classificazione di "armi disattivate" dato che AFG le bloccava con una traversina di ferro, che impediva la possibilità di sparare. Il blocco, però, era rimovibile e le armi potevano sparare. Piacente le "riattivava" rimuovendo manualmente la traversina in una bottega del quartiere Picanello. A questo punto, spediva il tutto a Malta tramite corrieri Tnt o Bartolini. In totale ha spedito circa 60 pacchi, 161 armi. Non molto tempo dopo il primo avviso di Tnt, un altro pacco viene fermato a Marsiglia, punto di raccolta dei carichi Bartolini. La polizia francese, in coordinamento con i Carabinieri, organizza una consegna controllata chiedendo ai colleghi maltesi di arrestare e identificare il destinatario a Malta.
Il 30 giugno 2015 all'indirizzo di consegna si presentano due italiani, uno dei quali è Rosario Militello. Il siciliano però dichiara di non essere a conoscenza del contenuto del pacco e viene rilasciato. A Catania mancano elementi per incriminarlo, e Militello resta intoccato a Malta. Dalle indagini emerge però chiaramente come l'uomo abbia gestito un hub logistico, dal quale queste armi potevano viaggiare ancora. D'altronde Militello non è uno sconosciuto per il trafficante d'armi Piacente, i due sono parenti, cresciuti entrambi nelle alte sfere di Cosa Nostra etnea. Militello infatti è imparentato ai Piacenti dal lato di madre - così anche ai Santapaola - mentre dal lato di padre, attraverso la nonna, al clan Laudani. In più, è anche il nipote di Orazio Militello arrestato nel 2016 nel corso dell'operazione Viceré contro il clan Laudani, per il quale aveva un ruolo di primo piano. Un biglietto da visita di tutto rispetto, quello di Rosario, che sull'isola dei pirati di Malta può significare molto.
di Paolo Biondani
L'Espresso, 18 ottobre 2020
Vietati a Istanbul gli articoli sul grande riciclatore protetto dal presidente. Una storia di miliardi sporchi e complicità di Stato che l'Espresso pubblica integralmente con i consorzi Icij e Occrp. Il regime di Erdogan ha censurato i Finces Files, l'inchiesta giornalistica internazionale sulle centrali del riciclaggio di denaro sporco, che ha coinvolto anche un uomo d'affari molto vicino al presidente turco.
La storia di Reza Zarrab, il mercante d'oro che da Istanbul ha trasferito più di 13 miliardi di dollari all'Iran violando l'embargo, è stata raccontata dall'Espresso e da decine di testate straniere a partire dal 20 settembre scorso, quando più di 400 giornalisti in 88 nazioni hanno cominciato a pubblicare i risultati dell'inchiesta.
In Turchia, però, gli articoli sono stati messi al bando. Il divieto è l'effetto di un "ordine restrittivo", convalidato da una corte fedele al regime, che proibisce a tutti i media turchi di pubblicare le notizie dei Fincen Files che riguardano Zarrab e documentano i suoi legami con Erdogan e il suo governo. Lo stop è scattato dopo la diffusione dei primi articoli del network internazionale Occrp, ma per i giornalisti turchi funziona come una censura preventiva: nessuno può scrivere niente, né ora né mai. Per ricordare al regime turco che invece, nei paesi democratici, "la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure", come stabilisce la Costituzione italiana, r iproponiamo il testo dell'inchiesta pubblicata dalla nostra testata con un link all'articolo in lingua inglese di Occrp.
Il caso Zarrab è uno dei tanti capitoli dell'inchiesta Fincen Files, fondata su documenti riservati dell'agenzia americana anti-riciclaggio, ottenuti da BuzzFeed News e condivisi con il consorzio Icij, famoso per i Panama papers, di cui fa parte il nostro settimanale in esclusiva per l'Italia. Ecco la storia di Zarab raccontata dall'Espresso.
I Fincen Files svelano anche un intrigo di portata mondiale, che ha un nome in codice: gold for gas. Un miliardario turco, Reza Zarrab, ha aiutato per anni l'Iran ad aggirare le sanzioni internazionali decise per fermare le sue velleità atomiche. Un sistema fondato su un doppio contrabbando: l'Iran vende gas in cambio di oro e preziosi, con triangolazioni per miliardi manovrate da Zarrab.
Prima dello scandalo, in Turchia lui era una celebrità, con fortissimi agganci nel governo e nella famiglia presidenziale. "Gold for gas" esplode a sorpresa nel dicembre 2013: il re Mida di Istanbul viene arrestato. E quattro ministri si dimettono. I giornali d'opposizione rivelano che la procura turca ha intercettato anche telefonate compromettenti di Erdogan in persona.
Il presidente islamista grida al complotto, parla di "intercettazioni false", di "golpe giudiziario" ordito dal suo ex alleato Fetullah Gülen. A quel punto gli inquirenti diventano inquisiti: centinaia di procuratori, giudici e poliziotti finiscono in carcere. L'inchiesta si ferma. E Zarrab torna libero già nel febbraio 2014.
Nel 2016, però, viene riarrestato negli Stati Uniti. Dove pochi mesi dopo confessa non solo di aver orchestrato davvero lo scandalo dell'oro all'Iran, ma anche corrotto diversi funzionari e quattro ministri turchi. E ammette di aver aiutato Teheran a incamerare, in totale, 13 miliardi di dollari. Dopo l'elezione di Trump, il vento cambia anche negli Usa. Rudolph Giuliani, l'avvocato del presidente, difende anche Zarrab.
E il Washington Post rivela che l'ex procuratore ha chiesto all'allora segretario di Stato, Rex Tillerson, di fare pressioni per chiudere l'istruttoria sul mega-riciclatore. Ma l'inchiesta continua. E nel 2019 coinvolge anche la banca turca Halkbank. Nel suo libro, l'ex ministro repubblicano John Bolton scrive che Erdogan sarebbe intervenuto personalmente su Trump, in difesa della banca. E il presidente americano gli avrebbe promesso di interessarsi, avvertendolo però che il caso, purtroppo, era seguito da procuratori legati a Obama.
Le carte di BuzzFeed News scoperchiano molti altri retroscena di questo intrigo. Come i soldi incassati dall'ex ministro Flynn e dall'avvocato Michael Cohen, il legale di Trump che pagava le pornostar, ora in rotta col presidente: milioni di dollari per fare lobby a favore del governo turco. Ma è lo stesso Zarrab che sembra ancora custodire segreti inconfessabili.
I giornalisti di Occrp hanno identificato una serie di offshore che hanno incassato centinaia di milioni mai dichiarati nei suoi interrogatori. E con la stessa rete di "gold for gas" avrebbero ripulito soldi anche società russe: un'accusa che Zarrab aveva smentito. E che potrebbe aprire un nuovo capitolo del Russiagate.
I giornalisti del consorzio hanno contattato tutti gli interessati, dal governo turco alle banche, dalle società russe agli uomini di Trump, che negano qualsiasi ipotesi di reato. Secondo i Fincen Files, però, al caso Zarrab sarebbero legate altre operazioni finora sconosciute: tesori offshore ancora misteriosi. Americani che coprono scandali iraniani, russi che usano le stesse riciclerie dei turchi: benvenuti a Launderland, il magico mondo del riciclaggio, dove il denaro è la misura di tutte le cose. Ecco l'articolo di Occrp, firmato da Tom Stocks, Daniela Castro e Kelly Bloss, che ha scatenato la censura turca: www.occrp.org/en/the-fincen-files/the-government-is-in-on-it-an-insiders-account-of-the-reza-zarrab-conspiracy
di Sandra Riccio
La Stampa, 18 ottobre 2020
Gli analisti: molti temono che il successo alle urne del candidato democratico porti al caos nel Paese. E i principali titoli di industrie di armi volano. Joe Biden, il candidato democratico alla Casa Bianca, è da settimane in vantaggio nei sondaggi sulle elezioni presidenziali in Usa. Di questo trend stanno approfittando i titoli dei produttori americani di armi "da banco".
Molte azioni del comparto sono in forte crescita nelle ultime settimane. E per gli analisti, l'andamento potrebbe proseguire ancora. Il timore che il risultato delle urne possa portare al caos nel Paese sta spingendo molti cittadini Usa ad acquistare pistole e fucili. Didier Saint-Georges, membro del comitato strategico di investimento Carmignac, ricordava qualche mese fa che "i più attenti osservatori della scena politica statunitense temono che il presidente in carica potrebbe essere molto riluttante ad accettare la sconfitta (e che questo potrebbe accadere con un certo ritardo), creando così un clima di incertezza e caos a ridosso delle elezioni. Anche per questo, gli esperti ritengono che i titoli di aziende come "Smith & Wesson" o "Sturm Ruger" saliranno ulteriormente in Borsa.
La corsa al rialzo è già iniziata da un mese abbondante. Mentre l'S&P 500, l'indice più importante della Borsa di New York, è in risalita del 3,6% dal primo di ottobre, le azioni di Smith & Wesson hanno già messo a segno un guadagno dell'8,1%. Sturm Ruger è salita addirittura del 9,5%. Da gennaio la performance è anche più impressionante: l'S&P è aumentato del 7,8% mentre Smith & Wesson del 135,4% e Storm Ruger del 51,1%.
Molti americani hanno fatto "rifornimento" di armi negli ultimi mesi per paura della pandemia di Coronavirus, dei disordini sociali in seguito alla morte violenta dell'afroamericano George Floyd e per il timore che il risultato delle elezioni presidenziali possa portare al caos. L'industria delle armi, intanto, sta facendo furore: il mese scorso il numero uno di Smith & Wesson ha dichiarato che la sua azienda stava faticando a soddisfare tutta la richiesta di armi che arrivava dai negozi specializzati. Il paradosso è che Joe Biden e la sua candidata alla vicepresidenza, Kamala Harris, vogliono leggi più severe sul possesso delle armi in Usa. Nel breve termine, questa convinzione, porterà secondo gli analisti a una corsa agli acquisti di fucili, pistole, munizioni e quant'altro.
I numeri dal passato - Per prevedere il trend del comparto, gli analisti hanno osservato quello che è stato l'andamento dei titoli delle armi dopo la vittoria del democratico Barack Obama. Anche Obama sosteneva una maggiore regolamentazione del possesso delle armi. Ebbene, dall'elezione di Obama a Presidente nel 2008 a quella di Donald Trump nel 2016, le azioni di Sturm Ruger sono aumentate di quasi il 900%, contro un +113% dell'S&P. Biden propone il divieto di vendita delle armi da fuoco rapide, sulla linea delle norme in vigore fino al 2004 negli Usa. Chi possiede già una pistola di questo tipo dovrebbe consegnarla allo Stato o, per lo meno denunciarla. I repubblicani, invece, sono stati tradizionalmente sempre molto vicini alla potente lobby americana delle armi. Questo aspetto potrebbe portare voti in più all'area di Trump.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 ottobre 2020
Cresce il numero del contagio da Covid in carcere: siamo giunti a 90 agenti della polizia penitenziaria e 54 detenuti positivi. Continua a crescere il numero del contagio da Covid in carcere, soprattutto tra il personale di polizia penitenziaria, ma tutto è ancora rimasto fermo quando a giugno è stata decretata la fine dell'emergenza.
Gli affetti dei detenuti calpestati dalla politica: niente trasferimenti, visite e spazi per bambini
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 17 ottobre 2020
I sentimenti dei detenuti calpestati dalla politica: niente trasferimenti, visite e spazi per bambini. Detenuti temporaneamente assegnati alle carceri nelle regioni di provenienza, telefonate ai familiari più lunghe, colloqui in spazi riservati.
- Marta Cartabia: "Riscatto per qualsiasi detenuto, ecco la dignità della pena"
- "Consulenti del pm più attendili", il paradosso della Cassazione richiede la riforma della Carta
- Santa Maria Capua Vetere. Per il Governo i pestaggi sono solo il "ripristino della legalità"
- Firenze. "Sollicciano peggio di un pollaio: è incivile"
- Santa Maria Capua Vetere? "Ripristinata la legalità"










