di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 17 ottobre 2020
Rapporto Caritas 2020: "Così la pandemia ha messo in ginocchio i giovani e le famiglie". Così tanti che sarà sempre più difficile contarli e aiutarli. Anzi aiutarle, perché la nuova povertà, nel nostro paese, ha oggi il volto di una donna, italiana, con 2 figli, un'età media intorno ai 40 anni. Una donna che per la prima volta, durante la pandemia, ha chiesto cibo e sostegno alla Caritas italiana per la propria famiglia. Fotografa una società che è già dentro una crisi peggiore di quella del 2008, il nuovo rapporto Caritas sulla povertà, in cui non aumentano le "grandi marginalità" ma quel mondo di famiglie italiane, già in bilico prima del Covid, poi messe in ginocchio dalla pandemia. La percentuale di "nuovi poveri" presi in carico dalla rete delle Caritas diocesane, è passato dal 31% nei mesi da maggio a settembre del 2019, al 45% dello stesso periodo del 2020. In pratica, nel 2020, su 44.858 persone accolte da circa 680 centri di ascolto (da maggio a settembre), circa ventimila si affacciavano per la prima volta in cerca di aiuto. Donne, uomini, bambini, anziani, "salvati" dalla disperazione grazie agli "Anticorpi della solidarietà", questo il titolo del rapporto, nella Giornata mondiale di contrasto alla povertà.
"Aumenta in particolare il peso delle famiglie con minori, delle donne, dei giovani, dei nuclei italiani e delle persone in età lavorativa, cala invece la grande marginalità. Si intravede dunque l'ipotesi di una nuova fase di "normalizzazione" della povertà". Così come accadde dopo lo shock finanziario del 2008. Tuttavia. scrivono i ricercatori del centro studi Caritas "a fare la differenza, rispetto a 12 anni fa, è il punto da cui si parte: nell'Italia pre-pandemia il numero dei poveri assoluti è il doppio rispetto al 2007, alla vigilia del crollo di Lehman Brothers". In generale l'utenza delle Caritas diocesane è aumentato del 12% nel 2020 rispetto al 2019, dunque pre-pandemia.
Al di là dei dati, comunque, è l'identikit della povertà la parte più interessante del rapporto Caritas 2020. Il numero delle donne che hanno chiesto aiuto da maggio a settembre, subito dopo il lockdown, sono state il 54,4% contro il 50,5% del 2019. Il numero dei giovani tra 18 e 34 anni è passato dal 20% al 22,7%, gli italiani sono oggi il 52% dei poveri, contro il 47,9% del 2019, hanno dunque superato gli stranieri. Il numero di famiglie impoverite con parenti a carico, poi, genitori anziani, infermi è passata dal 52,3% del 2019 al 58,3% di questi ultimi mesi. Tra i motivi principali di caduta del reddito la perdita del lavoro.
Uno scenario che fa paura. La Caritas offre uno spicchio di società italiana che di certo indica la tendenza, ma, così si legge anche nel rapporto, c'è un pezzo di mondo disagiato che da questi dati resta fuori. Rispetto alle misure prese dal Governo per fronteggiare la crisi, nei mesi di giugno e luglio 2020, il Rem è risultata la misura più richiesta (26,3%), ma il numero delle domande accettate è stato più basso rispetto all'accettazione delle domande per il bonus lavoratori domestici (61,9%), all'indennità per i lavoratori stagionali (58,3%), e al bonus per i lavoratori flessibili (53,8%). Troppo difficile presentare le domande di "Rem" e infatti il numero di quelle accettate, si legge nel rapporto, aumenta per chi si è fatto aiutare a compilarle dai volontari dei centri di ascolto.
Perché la solidarietà esiste. E se molte famiglie hanno potuto evitare il tracollo è stato grazie ai 196mila pasti delle mense, ai fondi diocesani che hanno aiutato 92mila nuclei singoli, ai 418mila cui sono stati consegnati mascherine e kit igienizzanti distribuiti da 62mila volontari. Una macchina potente ed efficace. Purtroppo però la seconda fase della pandemia è già iniziata e così il rischio di nuove emergenze economiche.
Corriere della Sera, 17 ottobre 2020
Esce oggi il Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia: aumentano le richieste di aiuto delle famiglie con minori, delle donne e dei giovani. Quasi una persona su due che va in un centro di aiuto lo fa per la prima volta. Per la prima volta gli italiani sono le persone che si rivolgono in maggioranza alla Caritas: nel periodo tra maggio e settembre di quest'anno, i nuclei familiari del nostro Paese che hanno avuto bisogno di aiuto sono stati il 52 per cento, un anno prima erano il 47,9 per cento. Il sorpasso sugli stranieri emerge dal Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia pubblicato dalla Caritas Italiana oggi, in occasione della Giornata mondiale di contrasto alla povertà.
Il report, intitolato "Gli anticorpi della solidarietà", cerca di restituire una fotografia dei gravi effetti economici e sociali dell'attuale crisi sanitaria legata alla pandemia da Covid-19. Il rapporto fa luce sul fenomeno dei "nuovi poveri", che salgono dal 31 al 45 per cento: quasi una persona su due che si rivolge alla Caritas in questi mesi lo fa per la prima volta. I centri Caritas si devono fare carico di una domanda di bisogno aumentata del 12,7% rispetto all'anno scorso. Aumenta in particolare il peso delle famiglie con minori, delle donne, dei giovani.
Per cercare di descrivere l'impatto economico e sociale della pandemia, Caritas ha realizzato tre monitoraggi nazionali: uno ad aprile in pieno lockdown, il secondo a giugno, dopo la riapertura dei confini regionali e il terzo a settembre dopo il periodo estivo. "I dati raccolti - si legge nel Rapporto - testimoniano due grandi fasi attraversate finora, che corrispondono in parte ai diversi step di avvio delle misure e dei provvedimenti governativi: la prima, della "dura emergenza" coincidente con il blocco totale delle attività e con i 69 giorni nei quali gli italiani sono rimasti a casa, durante la quale si è pagato il prezzo più alto in termini di vite umane, sul fronte dei contagi e dell'impatto economico. La seconda, vissuta nei mesi estivi, nella quale si è avviata una lenta ripartenza, dai contorni e confini incerti".
Caritas non ha mai smesso di prestare aiuto. Ha riaperto i centri di ascolto "in presenza", per lo più su appuntamento o ad accesso libero e ha offerto un'attività inedita, di accompagnamento e orientamento rispetto alle misure previste dal Decreto "Cura Italia" e dal Decreto Rilancio. E ha aiutato anche sul fronte della crisi del lavoro, sperimentato da tanti piccoli commercianti e lavoratori autonomi: rispetto a questo fronte le Caritas diocesane hanno erogato sostegni economici specifici, in 136 diocesi sono stati attivati fondi dedicati, utili a sostenere le spese più urgenti (affitto degli immobili, rate del mutuo, utenze, acquisti utili alla ripartenza dell'attività). Complessivamente sono stati 2.073 i piccoli commercianti/lavoratori autonomi accompagnati in questo tempo.
Caritas Italiana ha anche esaminato il funzionamento delle misure emergenziali disposte dal governo, in particolare di quelle volte a sostenere i redditi di famiglie e lavoratori, anche per individuare i difetti e le criticità da evitare in futuro. Da una rilevazione ad hoc condotta su un campione di 756 nuclei beneficiari dei servizi Caritas nei mesi di giugno-luglio 2020, il Reddito di Emergenza è risultata la misura più richiesta (26,3%) ma con un tasso di accettazione delle domande più basso (30,2%) rispetto alla indennità per lavoratori domestici (61,9%), al bonus per i lavoratori stagionali (58,3%) e al bonus per i lavoratori flessibili (53,8%).
Il Rem è stato fruito prevalentemente da nuclei composti da adulti over 50, soprattutto single e mono-genitori con figli maggiorenni, con un reddito fino a 800 euro e bassi tassi di attività lavorativa. Si tratta di un profilo del tutto sovrapponibile a quello di coloro che percepiscono il Reddito di cittadinanza (32,5%) all'interno dello stesso campione intervistato: nuclei a reddito molto basso (49,7%), single (45,3%) e coppie senza figli (43,7%), prevalentemente anziani (42,2%). Questo dice che tra le due misure, rispetto alle caratteristiche dei beneficiari, vi sia sovrapposizione piuttosto che compensazione.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 17 ottobre 2020
Dpcm e Covid. Il contrasto alla diffusione del virus può avvenire attraverso due strategie: la prima è fondata su regole rigide e sanzioni a protezione delle prescrizioni; la seconda è invece diretta a costruire meccanismi di immedesimazione e responsabilità.
Afflitti da sindrome punitivista, da manie iper-regolatorie, da infantilismo di massa, opinionisti improvvisati ed esperti di vario tipo, a destra e manca, hanno mescolato, pericolosamente e confusamente, argomenti tra loro molto diversi - ma tendenzialmente monchi, superficiali e stereotipati - per contestare, contrastare, o addirittura ridicolizzare, alcune norme presenti nell'ultimo Dpcm del Presidente Giuseppe Conte dirette a contenere l'epidemia in corso. Mi riferisco specificatamente - ma anche paradigmaticamente - alla parte relativa a ciò che nel Dpcm si auspica non accada nei domicili privati.
Si tratta delle indicazioni governative che più hanno animato i salotti televisivi.
Nel Dpcm si legge testualmente: "Con riguardo alle abitazioni private, è fortemente raccomandato di evitare feste, nonché di evitare di ricevere persone non conviventi di numero non superiore a sei". E giù commenti, risa, ironia da parte degli ospiti fissi (vista la noiosa ripetitività delle loro presenze, più che fissi, sarebbe meglio dire fissati alle sedie) della melassa radio-televisiva.
Veniamo dunque alla norma tanto contestata e alla cultura punitiva di deresponsabilizzazione individuale e sociale sottesa. Il contrasto alla diffusione del virus può avvenire attraverso due strategie: la prima è fondata su regole rigide e sanzioni a protezione delle prescrizioni; la seconda è invece diretta a costruire meccanismi di immedesimazione e responsabilità.
La norma del Dpcm presa ad esame è in sintonia con la seconda strategia. Una società sana, empatica, nonché solidale tra generazioni, classi sociali, e condizioni personali (comprese quelle di salute) non si costruisce imponendo azioni o inerzie, ma favorendo la spontaneità dei comportamenti.
Si contesta che nella norma si scriva il numero di sei persone, che si usi il verbo raccomandare e che, infine, manchi una sanzione per renderla cogente. In primo luogo si ironizza sul numero prescelto, ossia perché sei, e non sette oppure cinque? E lì risate e finte domande: nel numero di sei dovrò contare anche gli zii, i nonni, i soli conviventi, i sub-affittuari etc etc? Il diritto, però, non può che essere un tantino manicheo. Un numero va messo per orientare chi dovrà attenersi a quella raccomandazione. In altro campo, ad esempio, la legge ha scelto che il diritto di voto spetti a diciotto anni compiuti. Chi mai direbbe che un ragazzo diventi politicamente maturo precisamente nel giorno del suo compleanno e non un giorno prima?
Il diritto in alcuni casi è costretto a scegliere affinché possa funzionare quale regolatore sociale. In secondo luogo viene contestato l'uso del verbo raccomandare in alternativa a verbi quali prescrivere o dovere. Il miglior diritto, però, è proprio quello che crea coscienza e non obbedienza. È quello che alimenta culture solidali. Il miglior diritto è quello soft. La Dichiarazione Universale dei diritti umani del 1948 è considerata una sorta di grundnorm pur avendo un valore esclusivamente politico e morale.
Infine si contesta nel testo la mancanza di una sanzione, che renderebbe la norma ineseguibile. Meno male che manca la sanzione. Se ci fosse stata avremmo trasformato la nostra democrazia in uno Stato di Polizia. Viviamo in una società dove la passione per le punizioni è ossessiva, dove vi sono decine di migliaia di norme penali inconoscibili e stracolme di minacce di carcere; dove si criminalizza finanche chi decide di salire su una nave per salvare vite umane. Ben venga, dunque, una singola norma, che non si affida al mito della punizione per costruire un a società più coesa. La missione dei giuristi deve essere quella di non assecondare le pulsioni aggressive e populiste.
È questo quel senso di fraternità di cui parla papa Francesco nella sua ultima Enciclica, e che ci può aiutare a riconsiderare benevolmente l'assunto kelseniano secondo cui una norma può definirsi giuridica soltanto se munita di sanzione. La solidarietà ha bisogno di empatia e non si impone con il carcere e le punizioni. Specularmente è demagogica e stereotipata, tutta quella legislazione (anche molto recente, si pensi alle norme che prevedono anni di detenzione per chi traffica cellulari nelle carceri) che devolve fideisticamente al diritto penale e alle prigioni l'obiettivo di una società migliore.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 17 ottobre 2020
Il punto di non ritorno con la Turchia di Erdogan è stato superato da un pezzo ma si fa finta di nulla sperando che sotto la minaccia di sanzioni europee Ankara faccia dei passi indietro. In realtà è difficile immaginare che l'Unione possa aspettare dicembre per reagire alle provocazioni del Sultano della Nato che manda altre navi nella zona economica esclusiva greco-cipriota disegnata secondo convenzioni che Ankara non ha mai firmato. È una contesa che va avanti da quasi un secolo, da quando, dopo il Trattato di Losanna del 1923, nacque la Turchia moderna. Fra il 1958 e il 1982 la Convenzione di Ginevra sul diritto del mare (Unclos) firmata da Atene, ma non da Ankara, ha dato vita a una stagione di tensioni pressoché continue fra i due Stati che oggi sono diventate ancora più esplosive.
La Grecia ha ratificato il trattato nel 1994 e dal quel momento ha facoltà di aumentare il limite delle acque nazionali da 6 a 12 miglia marine, con la Turchia che è arrivata a minacciare una dichiarazione di guerra se Atene dovesse mettere in atto quanto deciso dall'Unclos. In realtà, la Grecia non ha mai applicato la Convenzione. Se il limite delle acque territoriali passasse realmente da 6 a 12 miglia nautiche, il 71% dell'Egeo farebbe parte delle acque nazionali greche e le acque internazionali si ridurrebbero dal 48% a meno del venti per cento.
E Ankara non gradisce, soprattutto dopo che ha adottato la dottrina strategica della "Mavi Vatan", la Patria Blu, che ha un obiettivo fondamentale e apparentemente irrinunciabile: controllare il mare per controllare le risorse energetiche e imporre la propria influenza. Scopo politico che ha un significato anche economico: sarà il mare, la "patria blu", a sostenere i piani egemonici e di leadership di una Turchia che vuole riemergere dopo un secolo dai trattati di Sevrés e Losanna.
Con la Turchia sono tutti indignati: gli europei perché Erdogan vuole il gas nel Mediterraneo orientale e ridisegnare i confini marittimi, gli americani per i missili S-400 russi schierati sul Mar Nero che possono abbattere anche i loro aerei invisibili F-35 (progetto cui partecipavano pure aziende turche).
Per non parlare delle guerre di Erdogan in Siria, in Libia e adesso in Nagorno Karabakh: lì però il giudizio della "civile" comunità internazionale sul ruolo della Turchia è meno netto perché è un membro Nato che si oppone alla Russia e allo stesso tempo c'è molto da dire sull'ambiguo comportamento su questi fronti di europei e americani. Certo chi pensa di manovrare Erdogan al servizio dell'atlantismo o di interessi altrui - e ce ne sono anche qui in Italia - è decisamente fuori strada.
Si avvicina il decennale dall'esplosione delle "primavere" arabe e il bilancio sono almeno quattro guerre devastanti (Siria, Iraq, Libia, Yemen), quasi il nulla sul fronte della democrazia reale, un nulla accompagnato invece dall'ossequio a dittatori come l'egiziano Al Sisi e dalla celebrazione di presunti accordi di pace mediorientali con improponibili monarchie assolute. Mentre Russia e Turchia sono diventate protagoniste delle crisi di un Mediterraneo che proprio l'Europa e gli Usa nel 2011 hanno contribuito a distruggere con le loro bombe, favorendo o cercando di favorire cambi di regime in Libia e in Siria che hanno ridotto a brandelli un'intera regione alle porte di casa.
I danni alle popolazioni civili sono stati enormi, centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi, anche quei tre milioni di rifugiati mantenuti dall'Unione europea in Turchia che Erdogan agita continuamente come arma di ricatto nei confronti di Bruxelles.
La Turchia sa bene come far leva nell'inferno dei migranti e dei rifugiati dell'Egeo e sulle rotte balcaniche. Ankara da un pezzo non guarda più né all'approdo nell'Unione né al rispetto delle sue regole e valori, compresi democrazia, diritti umani e leggi internazionali. I politici curdi sono in carcere, gli oppositori pure, i giornalisti e gli intellettuali anche, alcuni detenuti con accuse assurde e prive di ogni fondamento scatenate dopo il fallito golpe del luglio 2016.
Tutto senza che nessuno qui in Europa o in Italia dica mai una parola di condanna. La vergogna di Erdogan è anche la nostra. Del resto Francia e Germania hanno fatto di tutto nel corso del tempo per tenere Ankara fuori dal club di Bruxelles. La Turchia odierna del Sultano della Nato si muove con ambizioni da potenza neo-ottomana e da paladina dell'Islam politico, con l'obiettivo di negare ogni spazio ai curdi, dentro e fuori i suoi confini, e di diventare una piattaforma strategica per i flussi energetici dalla Russia, dall'Asia centrale e ora dai giacimenti mediterranei.
Di trasformarsi essa stessa in produttrice di gas se Erdogan confermerà (come più volte annunciato) le mirabolanti scoperte di un grande giacimento nel Mar Nero. Per lui tutto questo ormai non è più un'alternativa ma una necessità per ricompattare le istanze nazionalistiche e mantenere un consenso indebolito da un'economia in recessione e dall'ondata della pandemia. Ecco perché questa Turchia, senza "miracoli" diplomatici, appare sull'orlo del punto di non ritorno.
di Antonella Napoli
Avvenire, 17 ottobre 2020
La prigione dove è rinchiuso Zaki simbolo del terrore. Nella sezione dello "scorpione" centinaia di detenuti da mesi in attesa di giudizio. E nelle celle arriva l'incubo Covid.
Una grande tomba di cemento, il simbolo del terrore del regime egiziano guidato dal presidente Abdel Fattah Al-Sisi. Basta attraversare l'ingresso sorvegliato da blindati e uomini armati nelle torrette collocate lungo il perimetro del penitenziario di Tora, a soli venti miglia a sud dal Cairo, per capire che la definizione coniata dagli attivisti per i diritti umani rispecchia pienamente l'essenza della famigerata struttura carceraria.
Questa immensa prigione divisa in quattro blocchi, tra cui la sezione di massima sicurezza conosciuta come "lo scorpione", rappresenta per uomini e donne, che potrebbero non affrontare mai un processo, un campo di detenzione preventiva senza via di uscita. Ancor più oggi, con il rischio elevato di contrarre il Covid-19. Le vittime ufficiali del virus in carcere al momento sono cinque, compreso un giornalista di 65 anni, Mohamed Monir, e 160 i contagiati.
Cifre, per le organizzazioni non governative che monitorano la situazione, sottostimate. Al 16 ottobre, l'Egitto aveva registrato 105.033 casi e oltre 6mila decessi ma, come ammesso dal consigliere presidenziale per la Sanità, Mohamed Awad Tag el Dein, il numero di contagi potrebbe essere molto più alto, fino a 5 volte quello rilevato. Va da sé che la situazione nelle prigioni non possa essere molto diversa.
Dall'inizio della pandemia, sia gruppi per i diritti umani che istituzioni internazionali hanno rivolto appelli al governo egiziano affinché liberasse i prigionieri politici per alleviare il sovraffollamento e rallentare la diffusione della malattia. Ma nonostante l'evidente inadeguatezza del sistema sanitario carcerario, la carenza di dispositivi di protezione e di spazi per l'isolamento, il presidente Al Sisi ha concesso la grazia a soli 530 prigionieri su 65mila detenuti, a metà settembre, dopo una rinnova ondata di proteste antigovernative e contro la polizia, responsabile dell'uccisione a sangue freddo di un cittadino inerme, sono inoltre ripresi arresti di massa e repressioni sia nella capitale che in altre città importanti del Paese come Luxor.
"La Commissione egiziana per i diritti e le libertà ha potuto raccogliere informazioni sul fermo, a seguito delle proteste in Egitto dal 20 settembre 2020, di 944 persone in 21 governatorati, tra cui 72 minori e 5 donne. Le cifre reali potrebbero essere ancora più alte. Rispetto all'ondata di arresti del settembre 2019, le autorità sono ancora più restie a divulgare informazioni" racconta il direttore dell'organizzazione Mohamed Lofty, che periodicamente aggiorna l'elenco dei detenuti nel Paese. Dai dati raccolti da Ecrf appare evidente che invece di svuotare le celle, AI Sisi continui a stiparle nonostante l'emergenza coronavirus. Gli ultimi rilievi hanno evidenziato un aumento dei casi di Covid-19, passando dai 104 di inizio ottobre, ai 133 della fine della seconda settimana del mese. L'organizzazione internazionale "We Record", che opera anche in Egitto, ha documentato la diffusione del virus in due blocchi su quattro del penitenziario di Tora.
Sul numero dei morti non ci sono dati attendibili perché alcuni pazienti non sono stati classificati come "affetti da coronavirus" - spiega un portavoce di We Record - Ma abbiamo raccolto evidenze indiscutibili sulla mala gestione della pandemia, come testimonia il decesso di Hassan Ziada, arrivato una settimana fa nell'ospedale pubblico Al-Mahalla di Gharbia dove è morto legato mani e piedi al letto". Secondo gli attivisti, le autorità carcerarie non agiscono rapidamente e non mettono in atto misure preventive.
"Nel penitenziario di Tora non effettuano test e non isolano i detenuti che manifestano sintomi della malattia. Il regime egiziano ha costantemente impedito ai prigionieri di accedere alle cure mediche come parte del suo abuso sistematico sui detenuti" denuncia long che dal 2013 documenta le violazioni attraverso l'interazione con vittime, attivisti e organizzazioni della società civile.
La pressione attuata sul governo, sia dall'interno che da organi internazionali, avrebbe però determinato una svolta. Nei giorni scorsi è filtrata da ambienti governativi la notizia che le autorità penitenziarie starebbero trasformando una parte della quarta ala del carcere di Tora in un centro di quarantena per sospetti casi di coronavirus.
"L'amministrazione carceraria finora ha cercato di mantenere segreto il progetto perché c'è preoccupazione per il fatto che il blocco in questione non sia attrezzato dal punto di vista medico per accogliere i prigionieri affetti da Covid-19. Le celle di questa ala sono ancora più antigieniche e sporche delle altre e non c'è luce solare" è la conclusione del portavoce di "We Record". D'altronde le condizioni della prigione edificata nel 1928, che comprende un blocco riservato agli incriminati di terrorismo aperto negli anni 90, sono difficilmente migliorabili.
Sin dall'ingresso e dal percorso di due chilometri che porta alla prigione, composta da 4 edifici che formano una H, è visibile il decadimento della struttura datata e maltenuta. Le uniche aree ristrutturate sono quelle riservate agli uffici amministrativi, una piccola clinica medica e due edifici per il personale che includono la sala di riposo degli ufficiali, la biblioteca, la lavanderia e la cucina centrale.
Le sezioni H1 e H2, che si trovano a destra dell'accesso principale, circondate da un muro con due porte realizzate con griglie e lamiere di ferro per bloccare la visione dal cortile esterno, e le sezioni H3 e H4, a sinistra, anch'esse circondate da pareti interne e due ingressi blindati, sono pressoché invivibili.
Soprattutto d'estate quando le temperature raggiungono i 50 gradi e dalle acque del Nilo, poco distante, salgono nugoli di zanzare. Ogni sezione è composta da quattro aree di 20 celle di circa tre metri per tre metri e mezzo, dove vengono stipati fino a 15/20 detenuti. Ogni locale ha un piccolo bagno, un lavabo e piani di cemento per dormire. Un incubo.
Ma è il blocco 4, quello di massima sicurezza, il luogo dove le condizioni di vita diventano insostenibili e si consuma il dramma, l'orrore, delle torture più atroci: cibo infestato da insetti e distribuito in contenitori sporchi, umiliazioni e sevizie continue.
"I pochi prigionieri sopravvissuti ci hanno raccontato di metodi cruenti sistematici nel carcere di Tora, in particolare nella sezione "Scorpion" - racconta Ahmed Alidaji, ricercatore di Amnesty International al Cairo fino al 2017 - Io stesso ho raccolto la denuncia di un giovane che insieme ad altri 19 compagni di prigionia è stato denudato e frustato con bastoni sulla schiena, sui piedi e sui glutei dopo che i soldati avevano trovato nella cella una radio tascabile e un orologio.
Stessa sorte per un gruppo di 80 occupanti di un intero blocco quando uno di loro è stato scoperto in possesso di una penna. A chi si ribella viene riservato un trattamento anche peggiore. Gli agenti penitenziari, dopo avergli affibbiato nomi femminili, li violentano a turno come "punizione" per aver violato le regole della prigione" conclude l'attivista. Non sorprende che ai prigionieri della "Scorpion" venga negato il permesso di vedere i familiari, anche se le autorità carcerarie affermano che sia una misura necessaria per impedire ai leader di gruppi terroristici di inviare istruzioni per attacchi contro turisti, stranieri e forze di sicurezza. Ma la gran parte dei detenuti accusati di terrorismo non ha mai commesso reati o azioni che giustifichino la grave incriminazione. Come Patrick Zaki, lo studente egiziano dell'Università di Bologna imprigionato nel carcere di Tora da otto mesi e ancora in attesa di giudizio.
di Antonella Napoli
Il Dubbio, 17 ottobre 2020
Come ogni giorno Miryam Abdelgadir prepara le taniche da riempire con l'acqua potabile del pozzo più vicino alla sua capanna, che dista circa tre chilometri dal campo profughi di Mayo. Si carica sulle spalle l'ultima nata dei suoi cinque figli, che sta ancora allattando, e si incammina lungo la strada fangosa che parte dall'insediamento che accoglie gli sfollati scampati alle inondazioni causate dalla stagione delle piogge più devastante degli ultimi 100 anni. Oltre 300 morti e 600 mila abitazioni distrutte.
Il racconto del percorso democratico del Sudan non può che cominciare da Miryam: lei come tutte le donne sudanesi rappresentano plasticamente la forza di un popolo che dopo una dittatura durata trent'anni porta avanti, tra innumerevoli inciampi, una svolta epocale. Un deciso cambio di passo che ha convinto gli Stati Uniti a riprendere le relazioni con il Paese africano, come testimonia la visita di fine agosto del segretario di Stato Usa Mike Pompeo che ha annunciato aiuti per le conseguenze delle alluvioni da parte di Washington.
Impegno che ha anticipato la lettera inviata al Senato a metà settembre per chiedere di rimuovere il Sudan dalla lista dei Paesi "sponsor" del terrorismo e dare così al governo di Khartoum una chance in più nel difficile processo di transizione politica. Una decisione che passa anche per la normalizzazione dei rapporti con Israele. Dall'incontro a sorpresa in Uganda nel febbraio di quest'anno tra Benjamin Netanyahu e il generale Abdel Fattah Al Burhan, presidente del consiglio sovrano del Sudan, la Casa Bianca ha avviato un intenso pressing su Khartoum.
Non mancano frizioni nella trattativa, dovute al malcontento dell'ala islamista che ancora si annida nei palazzi del potere sudanesi e che ha spinto il premier Abdalla Hamdok ad affermare che "l'eventuale rimozione dalla black-list non può essere collegata alle relazioni con gli israeliani".
Il governo transitorio guidato da Hamdok, un economista che ha alle spalle importanti esperienze internazionali, è nato il 17 agosto dello scorso anno con la firma della dichiarazione costituzionale, dopo il golpe dell'11 aprile del 2019 che destituì il presidente - dittatore Omar Hassan al-Bashir. Una transizione che si è tinta di rosa con l'abrogazione di leggi vessatorie nei confronti delle donne, come gli articoli del codice penale relativi all'abbigliamento e alle libertà personali, norme estremamente restrittive basate sulla Sharia, la legge islamica.
"Nonostante le intimidazioni e le vessazioni che fin dalla nascita subivamo, siamo scese in piazza in migliaia: almeno il 70% della popolazione femminile. Chiedevamo democrazia e libertà ma anche politiche di tutela e di protezione delle donne.
Oggi il governo sta portando avanti un cambiamento radicale nei confronti delle donne, che va dalla cancellazione del divieto di viaggiare senza il permesso di un maschio della famiglia, alla criminalizzazione delle mutilazioni genitali femminili" spiega Amira Abdelnabi, avvocato e attivista politica che durante le rivolte era stata arrestata e tenuta in carcere una settimana per aver partecipato a una manifestazione a Khartoum.
Con l'approvazione del testo di legge che Amira stessa ha contribuito a scrivere, il governo ha trasformato in reato un'usanza arcaica. La nuova norma punisce tanto la pratica clandestina quanto gli interventi effettuati in strutture mediche. L'esecutivo ha disposto in questi mesi anche la soppressione del reato di apostasia e di sodomia, punibili con la pena di morte, e del consumo di alcol, ma quest'ultimo solo per i non musulmani che rappresentano il 3 per cento della popolazione sudanese. Hamdok, che esaurirà il suo compito con la convocazione delle elezioni previste nel 2022, ha avviato anche un piano di salvataggio economico sostenuto da un iniziale prestito della Banca Mondiale di 2 miliardi di dollari.
Uno dei punti chiave del programma, presentato dal Ministero delle Finanze la scorsa primavera, la rimodulazione dei sussidi per il pane e il carburante, tra i fattori scatenanti delle rivolte che avevano portato alla caduta del regime. L'autorevole primo ministro del Sudan, che per anni ha prestato servizio nella Commissione economica delle Nazioni Unite, ha voluto trasformare gli aiuti di Stato in trasferimenti diretti di denaro alle famiglie più povere. Non senza qualche malumore e proteste.
"Risollevare le sorti di un'economia in profonda crisi e con un debito spaventoso si sta rivelando impresa ardua quasi quanto porre fine a una guerra" confessa il vicepresidente del Consiglio sovrano Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come "Hemetti", ex comandante delle Forze di Supporto Rapido, i famigerati "janjaweed", letteralmente "diavoli a cavallo".
A lui, che ha guidato per anni la repressione violenta del dissenso in Darfur, su cui la Corte penale internazionale ha avviato un'inchiesta per "crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio", è stato affidato il compito di portare avanti il processo di pace con i gruppi ribelli che durante i negoziati con il governo sudanese hanno chiesto e ottenuto l'abrogazione della legge che aveva istituito in Sudan l'Islam come religione di Stato.
L'intesa raggiunta lo scorso 31 agosto a Juba, capitale del Sud Sudan, è stata sancita dalla firma dell'accordo definitivo di pace con i rappresentanti politici del Sudan Revolutionary Front, alleanza che riunisce una ventina di gruppi armati delle regioni del Darfur e del Sud Kordofan, il 3 ottobre. Un risultato storico, impensabile fino a qualche mese fa, che pone fine a un conflitto durato oltre 17 anni.
di Alessandra Sarchi
Sette - Corriere della Sera, 16 ottobre 2020
La prima volta che sono entrata nel carcere "Rocco D'amato" di Bologna, detto la Dozza, dal nome del quartiere periferico in cui si trova, era aprile avanzato ma il sole, insieme al giallo delle forsizie e delle margherite fiorite sul pratone antistante il parcheggio, è rimasto subito tagliato fuori dalla mia visuale. Superata la guardiola d'ingresso dove è d'obbligo depositare documento d'identità, cellulare e borse, è stato tutto un susseguirsi di sbarramenti, corridoi lunghi e freddi da cui s'intravedevano, attraverso finestre strette e collocate in alto, spazi rettangolari di aria, forse anche di terra non cementata circondati da mura.
di Teresa Valiani
redattoresociale.it, 16 ottobre 2020
Importante svolta per risolvere il problema dell'accredito dei compensi alle persone in esecuzione penale esterna o ammesse al lavoro fuori dagli istituti. Lucia Castellano: "Era una forte preclusione".
Potevano lavorare, dopo essere stati ammessi al lavoro esterno o a una misura alternativa al carcere, ma non potevano ricevere lo stipendio perché, essendo privi di permesso di soggiorno, non avevano la possibilità di aprire un conto corrente (condizione necessaria per l'accreditamento dei compensi). Per questo in molti casi tutto il meccanismo delle misure alternative rischiava di bloccarsi per buona parte degli stranieri interessati.
di Francesco Ricupero
L'Osservatore Romano, 16 ottobre 2020
La paura di decidere chi essere di Stefania Colombo, Quello che vedo dall'aldiquà di Elton Ziri e Il buco della serratura di Marcello Spiridigliozzi sono i tre libri vincitori del "Premio Carlo Castelli" per la solidarietà. Giunto alla sua tredicesima edizione il riconoscimento letterario si ispira alla testimonianza di Carlo Castelli (1924-1998) volontario vincenziano nelle carceri e pioniere nell'opera di recupero sociale dei detenuti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 16 ottobre 2020
Firmato un importante protocollo di intesa tra la Conferenza islamica italiana e il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria per poter garantire l'assistenza spirituale e religiosa ai detenuti musulmani (CII). Alcuni giornali, quando è stata preannunciata l'iniziativa, hanno mosso critiche. Invece è di fondamentale importanza.
C'è il problema della radicalizzazione in carcere e dell'iman "fai da te" che non può risolversi esclusivamente attraverso la repressione. L'anno scorso, la vicenda di Carlito Brigande, al secolo Vulnet Maqelara, macedone di 41 anni, passato per la guerriglia in Kosovo nelle file dell'Uck, poi la criminalità comune, e infine fuggito a Roma perché inseguito da un mandato di cattura, rilancia il tema del proselitismo islamista nelle carceri.
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