Ristretti Orizzonti, 11 ottobre 2020
L'Assemblea della Conferenza dei Garanti approva unanime la proroga dell'incarico di Portavoce a Stefano Anastasìa, Garante del Lazio e dell'Umbria.
"Ringrazio le colleghe e i colleghi che hanno voluto confermare il mio incarico. Nel confronto di questi due giorni sono emersi temi e problemi dei diversi luoghi di privazione della libertà, particolarmente delicati in questo tempo di rinnovata emergenza nella diffusione della pandemia da Covid-19". Così Stefano Anastasìa, garante dei detenuti del Lazio e dell'Umbria, al termine dell'assemblea annuale dei garanti territoriale delle persone private della libertà che, all'unanimità lo ha confermato portavoce per un anno.
Il Riformista, 11 ottobre 2020
"Quella dei garanti è una funzione essenziale, oggi più che mai i garanti sono e devono essere degli osservatori. Il nostro ruolo è di supporto, controllo, stimolo e prevenzione. I garanti mettono in campo uno sguardo non assuefatto" ha detto Mauro Palma, Garante nazionale delle persone private della libertà a conclusione della seconda giornata dell'Assemblea annuale dei Garanti Territoriali svoltasi al Centro Direzionale di Napoli il 9 e il 10 ottobre.
di David Allegranti
Corriere Fiorentino, 11 ottobre 2020
Il carcere, con l'emergenza sanitaria, è diventato ancora più impermeabile, celato agli occhi della società dei liberi. Il rischio contagio ha ridotto di parecchio le interazioni con l'esterno, creando non pochi disagi ai detenuti, che hanno difficoltà a incontrare i famigliari e le associazioni che difendono i loro diritti (come "L'Altro diritto" diretta da Sofia Ciuffoletti). Solo da poco queste associazioni hanno ricominciato a frequentare Sollicciano, una delle carceri più grandi d'Italia e il più grande della Toscana.
di Annalisa Appignanesi
centropagina.it, 11 ottobre 2020
Il consigliere regionale in visita al penitenziario insieme ad una delegazione di Unione Sindacati di Polizia Penitenziaria (Uspp). Fra le criticità ha evidenziato sovraffollamento e carenza di organico. "Sono necessari lavori di ristrutturazione, da compiere con urgenza per rendere maggiormente vivibili, salubri e sicuri gli ambienti del carcere di Montacuto, sia per gli agenti di Polizia Penitenziaria che quotidianamente vi lavorano, che per i detenuti".
A denunciare la situazione presente all'interno dell'Istituto Penitenziario di Ancona è il consigliere regionale eletto in quota Lega, Mirko Bilò. Il consigliere alla sua prima uscita ufficiale dopo l'elezione, si è recato in visita alla Casa Circondariale di Montacuto e alla Casa di reclusione Barcaglione, accompagnato da una delegazione regionale di Unione Sindacati di Polizia Penitenziaria (Uspp) costituita dal vicesegretario regionale Angelo De Fenza, dal segretario provinciale di Ascoli Piceno Luca Iannotta e dal segretario regionale di Ancona Giovanni Giuliani.
Obiettivo verificare la situazione dei due istituti penitenziari per avanzare proposte volte a trovare soluzioni alle criticità, visto il mandato ricevuto dagli elettori in seno all'Assemblea Legislativa. È nel carcere di Montacuto che ha constatato le maggiori criticità, qui infatti al problema della carenza di agenti di Polizia Penitenziaria, che si attesta attualmente intorno alle 35 unità, si aggiunge quello del sovraffollamento di detenuti, che tocca quota 50 unità.
Una situazione delicata, vista anche la concomitante pandemia di covid-19: "Sono problemi che rivestono una importanza cruciale e che occorre risolvere con estrema urgenza, specie alla luce dell'attuale pandemia di coronavirus, che proprio nella fase emergenziale aveva suscitato proteste mettendo a rischio la sicurezza dei poliziotti e degli stessi detenuti" osserva Bilò.
Oltre a queste ben note difficoltà c'è anche la questione infrastrutturale. Secondo il consigliere infatti, sono necessari lavori urgenti come "il rifacimento del tetto, dove si segnalano infiltrazioni di acqua piovana e di sistemazione degli scarichi della cucina, che danno luogo a perdite di acqua nei cunicoli sotterranei le quali favoriscono il proliferarsi di ratti e zanzare".
Situazione sotto controllo invece a Barcaglione dove la struttura secondo Bilò, "sia sotto il profilo organizzativo sia di igiene e salubrità, risulta efficiente e ben organizzata: i reparti detentivi e gli altri locali a disposizione dei detenuti sono ben curati sotto ogni profilo, così come la caserma che ospita agenti e uffici, inclusi gli altri ambienti in uso al personale di Polizia Penitenziaria". Inoltre il consigliere ha posto l'accento sulle iniziative e le attività trattamentali organizzate nella struttura, finalizzate al reinserimento nella collettività dei detenuti: fra queste ha voluto menzionare la realizzazione di un caseificio con 20 pecore per la produzione di formaggio.
di Simonetta Selloni
La Nuova Sardegna, 11 ottobre 2020
Decreto ministeriale per riaprire gli spazi per detenuti ad altissima pericolosità Completati i lavori. Caligaris (Mds): "L'isola verso il record di reclusi mafiosi". Via la sezione destinata alle donne, spazio per i 41 bis. Badu e Carros si prepara a una nuova infornata di detenuti sottoposti a regime speciale, il gotha della criminalità.
Nulla di nuovo, perché il penitenziario nuorese, attraverso i decenni, ha accolto ospiti del calibro di Antonio Iovine, boss dei Casalesi che tra quelle mura si pentì, e buona parte del commando che uccise Borsellino e Falcone. A stabilire la riapertura è stato il decreto ministeriale firmato nei giorni scorsi dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, con il parere favorevole del provveditorato regionale per la Sardegna e del Direttore del Gruppo operativo mobile (Gom) della Polizia penitenziaria, organismo al quale sarà affidata la custodia dei reclusi. "L'obiettivo - sottolinea una nota del ministero della Giustizia - è quello di rispondere alle emergenti esigenze di gestione penitenziaria dei detenuti al 41-bis e garantire al tempo stesso la corretta distribuzione dei reclusi nell'ambito del circuito penitenziario dedicato".
Le premesse per arrivare all'apertura della nuova sezione sono state poste nello scorso mese di luglio, con l'arrivo nell'isola del capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Bernardo Petralia in visita a Uta e a Badu e Carros. Una missione legata alla possibilità di trasferire nei due penitenziari altri detenuti in regime di 41 bis, progetto che ora compie un consistente passo in avanti con il decreto del ministro Bonafede.
La sezione dedicata ai 41 bis di Badu e Carros, che gli addetti ai lavori conoscono come la porcilaia, aveva bisogno di un importante adeguamento dal punto di vista strutturale e della sicurezza. Questi lavori sono stati compiuti, e Nuoro ridiventa luogo idoneo a ospitare reclusi specialissimi. Una scelta che per ora ha suscitato la reazione di Maria Grazia Caligaris, dell'associazione "Socialismo, diritti e riforme".
"Non è bastato istituire il 41bis a Sassari (92 posti) e a Cagliari-Uta (altrettanti non appena si concluderanno i lavori), si è pensato bene di realizzare una sezione "speciale" anche a Nuoro, nella ex sezione femminile ristrutturata". Caligaris sottolinea che "mentre l'isola si propone al mondo come meta naturalistica e culturale, si ritrova a essere classificata come la terra del 41 bis. Su questo dovrebbero intervenire le massime autorità regionali e i Parlamentari del tutto esclusi da queste scelte".
di Giulio De Santis
Corriere della Sera, 11 ottobre 2020
Regina Coeli, dal giudice ordine di liberarlo. Valerio Guerrieri, 22 anni, nel 2017 era stato definito dal perito del Tribunale "ad alto rischio suicidario" per problemi psichici. La direttrice di Regina Coeli, Silvana Sergi accusata di non aver disposto subito il trasferimento in una Rems, come deciso dal giudice.
La direttrice del carcere di Regina Coeli, Silvana Sergi, rischia di finire sotto processo per la morte di Valerio Guerrieri, impiccatosi in cella, a 22 anni, il 24 febbraio 2017. Il giovane non avrebbe dovuto trovarsi dietro le sbarre poiché dieci giorni prima il Tribunale aveva deciso che fosse liberato. Appunto perché a rischio suicidio. Ma secondo l'accusa la direttrice non ha eseguito il provvedimento. I reati contestati: morte come conseguenza di un altro delitto, omissione d'atti d'ufficio e indebita limitazione della libertà personale.
A formulare l'accusa il gip Claudio Carini, che ha imposto l'imputazione coatta respingendo per la seconda volta la richiesta di archiviazione della Procura. Ora il pm Attilio Pisani dovrà chiedere il rinvio a giudizio della direttrice e di Grazia De Carli, dirigente dell'ufficio VI della direzione generale detenuti del Dap, accusata a sua volta di morte come conseguenza di un altro delitto e omissione d'atti d'ufficio. "Valerio avrebbe potuto essere ancora vivo, per questo ci siamo opposti a ogni richiesta di archiviazione", dice l'avvocato Claudia Serafini. Per la morte del ragazzo già sono sotto processo sette agenti della penitenziaria di Regina Coeli e un medico, accusato di omicidio colposo per non aver controllato in cella il ragazzo sottoposto "alla misura della grande sorveglianza".
Il suicidio è l'ultimo atto di una storia drammatica. Valerio incappa più di una volta in qualche guaio con la giustizia perché cleptomane. Nel 2014 il Tribunale dei minori lo dichiara incapace di intendere e di volere. Per qualche tempo sembra migliorare, ma nel 2016 la situazione precipita. Arrestato per resistenza e lesioni durante un inseguimento, viene trasferito in una Rems, per poi far ritorno a Regina Coeli.
Il 14 febbraio 2017 il giudice Anna Maria Pazienza lo condanna a quattro mesi, ma in aula il perito afferma che "il paziente è ad alto rischio suicidario". Analisi che spinge il giudice a ordinare l'immediato ricovero in una Rems. La ricerca è affidata alla funzionaria del Dap: il 16 febbraio viene selezionata la Rems di Subiaco, che però non ha posto. Dopo quel giorno di altre ricerche non c'è traccia, come sottolinea il gip.
di Luigi Miozzi
gazzettadiascoli.com, 11 ottobre 2020
"Il tempo che impieghiamo per incontrare Dio è un tempo che ci rende tutti uguali nonostante le disparità sociali, economiche e anche di libertà, poiché in quel momento sperimentiamo ciascuno l'essere figlio Suo". Così il cappellano della Casa Circondariale di Marino del Tronto don Alessio Cavezzi ha presentato sabato 10 ottobre 2020, ricorrenza della Madonna delle Grazie, la cappella rinnovata, frutto del lavoro e dell'impegno di un gruppo di detenuti della sezione di massima sicurezza, che dai primi mesi del lockdown ha donato il proprio tempo e la propria professionalità trasformando una stanza bianca dotata di semplice altare in una vera e propria chiesa dalle pareti affrescate e adornate con stucchi e vetri decorati.
"Ci sarebbero tante cose da dire. Tutto questo è stato reso possibile dall'incontro di tanti elementi tutti coerenti con quello che l'ordinamento penitenziario richiede - ha affermato la direttrice Eleonora Consoli - dalla disponibilità della Caritas che ci ha dato i fondi alla volontà di don Alessio fino al contributo fattivo e al lavoro delle mani, del cuore e della testa dei detenuti. Conosco questo istituto da ventitré anni; questa stanza ha visto tante persone. Oggi è stata realizzata un'opera che rimarrà nel futuro per tutta la comunità".
Un'opera per tutti, come da più parti ribadito questa mattina quando, alla presenza del vicario del prefetto Anna Gargiulo, della direttrice della Casa Circondariale e di un gruppo di detenuti, il vescovo di Ascoli S. E. Monsignor Giovanni D'Ercole ha officiato la S. Messa e intitolato la cappella proprio alla Madonna delle Grazie, co-patrona con S. Emidio della Diocesi. "Ora potete dire: "questa è la mia cappella" - ha affermato il vescovo di Ascoli - e il contributo che avete dato resterà per sempre sotto la protezione della Madonna delle Grazie, cui oggi consacriamo questo luogo e che ci invita ogni giorno ad affidarci a Gesù".
Fino a poco tempo fa, come ricordato da don Alessio, i segni della presenza del Signore all'interno della Cappella della Casa Circondariale sono stati lasciati all'immaginazione dei visitatori. "Oggi, grazie alla proposta di alcuni detenuti e alla disponibilità della direzione e del comandante, di quello stanzone reso vivo solo da un altare è rimasto ben poco - spiega don Alessio - e la Cappella è stata abbellita e resa accogliente e calda, con un'impresa di vera costruzione di colonne, capitelli, lesene, corniciature e mosaici alle finestre, oltre al tabernacolo che permette la presenza viva di Dio-Eucaristia".
Per alcuni mesi C.A, C.P., P.S. e R.S. hanno lavorato con maestria, aiutati e sostenuti anche dagli altri detenuti, realizzando infine un'opera di tutto rispetto.
Una luce di speranza per i detenuti della Casa Circondariale di Marino del Tronto in un periodo buio per tutti e molto di più per la popolazione carceraria. La pandemia, infatti, ha costretto la direzione a ridurre al minimo l'ingresso dei volontari nella struttura e a applicare regole più stringenti alle visite dei parenti, che possono incontrare i propri familiari solo attraverso un vetro, oltre che tramite skype.
"Siamo in tempi difficili - ha affermato la direttrice rivolgendosi ai detenuti presenti - da più di sei mesi a voi è imposto un sacrificio in più, le regole che ci hanno imposto sono dure ma necessarie. Da parte nostro l'impegno a migliorare la situazione è massimo, ma purtroppo per poter allentare le misure di sicurezza devono esserci le condizioni".
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 11 ottobre 2020
L'intervista. Dopo il nuovo blocco della Alan Kurdi, Valentin Schatz, consulente di Sea-Eye e ricercatore associato presso l'Università di Amburgo, rivela: "Le ispezioni da cui derivano i provvedimenti del 5 maggio e 9 ottobre sono state fatte dagli stessi ufficiali, nonostante la nave si trovasse in due porti diversi e lontani". Attraverso una fonte il manifesto ha appreso che è stata formata una squadra apposita per le Ong, che si sposta su indicazione del comando generale delle capitanerie di porto
La nave Alan Kurdi della Ong Sea-Eye è stata nuovamente sottoposta a un fermo amministrativo. È accaduto venerdì sera a Olbia. Si aggiunge alle altre navi umanitarie bloccate: Sea-Watch 3, Sea-Watch 4 e Ocean Viking. Solo Open Arms finora è riuscita a superare i controlli. "È ovvio che sono ispezioni politicamente motivate", afferma Valentin Schatz, ricercatore associato presso l'Università di Amburgo e l'Istituto per la legge del mare e il diritto marittimo. Schatz è consulente di Sea-Eye e rivela un elemento importante: nonostante le ispezioni che hanno causato i due fermi dell'Alan Kurdi siano avvenute in due porti diversi e lontani gli ufficiali sono gli stessi. il manifesto ha verificato l'informazione consultando i documenti e attraverso una fonte ha poi appreso che è stata formata una squadra apposita per le Ong, che si sposta su indicazione del comando generale delle capitanerie di porto.
Valentin Schatz, esperto di diritto internazionale del mare
Perché la Alan Kurdi è di nuovo bloccata?
L'Italia considera le attività di ricerca e soccorso della nave un "fattore prevalente" che giustifica controlli aggiuntivi. Secondo le regole normali la Alan Kurdi non sarebbe stata ammissibile per un controllo di sicurezza in porto per un altro anno. Il "fattore prevalente" sarebbe che la nave salva i migranti ma non è certificata per questo servizio. Quindi le autorità italiane ritengono che il soccorso sia un servizio invece che un'operazione d'emergenza. Questa è la motivazione principale. Poi ci sono piccole mancanze tecniche, che effettivamente esistono ma si potrebbero risolvere rapidamente. Ogni volta sono effettuati controlli di 8, 10 ore alla ricerca di ogni irregolarità. Anche a maggio andò così.
C'è una forma di accanimento?
È ovvio che sono controlli politicamente motivati. Quasi nessuna nave viene ispezionata da cima a fondo ogni volta che entra in un porto. C'è poi un dettaglio interessante: i verbali di ispezione del 5 maggio e del 9 ottobre sono firmati dagli stessi due ufficiali della capitaneria di porto. Nonostante siano avvenuti in due porti e in due isole diverse: a Palermo il primo, a Olbia il secondo. È singolare. In genere questi controlli sono condotti dalle autorità del porto di sbarco o
al massimo di uno vicino.
Ha analizzato anche i documenti relativi al fermo di Sea-Watch 4. Cosa emerge?
Lo schema è lo stesso per tutte le navi civili di salvataggio. L'Italia interpreta le regole in un modo peculiare, che differisce da quello degli altri stati. Ritiene che queste imbarcazioni non compiano operazioni di emergenza ma offrano un servizio di ricerca e soccorso e per questo debbano soddisfare requisiti aggiuntivi di sicurezza.
Le autorità sembrano più preoccupate per la sicurezza dei naufraghi quando sono a bordo che quando rischiano la vita in mare...
Stanno affermando che sono passeggeri. Se una nave trasporta passeggeri deve avere più bagni, più spazi e certificazioni diverse. Perché il funzionamento normale è per molte persone. Quelle delle Ong, invece, sono navi con poche persone a bordo. Aumentano solo dopo i salvataggi perché non possono lasciare qualcuno in mare. I rapporti rilevano sempre la stessa mancanza: il sistema di scarico delle acque reflue. A Sea-Watch 4 dicono: ad agosto hai salvato 358 persone ma l'impianto di depurazione era per 30. Ma se hai salvato dei naufraghi è chiaro che non stai funzionando normalmente.
Dal punto di vista del diritto internazionale del mare come interpreta i provvedimenti?
Ricerca e soccorso non sono un servizio, ma un obbligo. Un obbligo più importante di quelli che riguardano il sistema di scarico dei bagni. Quello che chiede il governo italiano non esiste. Sea-Watch 4 e Alan Kurdi battono bandiera tedesca ma non possono andare dal loro governo e chiedere di essere classificate come navi di ricerca e soccorso, perché per imbarcazioni private quella certificazione non esiste. Né nel diritto tedesco, né in quello internazionale. E credo neanche in quello italiano. A parte ciò, le certificazioni sono stabilite in base al funzionamento normale. Per 20-30 persone il governo tedesco rilascia quella di nave da carico. L'Italia, come gli altri paesi membri, è obbligata a riconoscerla. È una specie di diritto comunitario. L'Italia non può dire di no. Siamo in presenza di un disaccordo tra stati.
Su cosa?
La maggior parte delle convenzioni internazionali specificano che la messa in sicurezza delle persone in mare costituisce sempre un'eccezione. Se una nave commerciale compie un salvataggio e trasporta un numero maggiore di persone gode di specifiche eccezioni rispetto a ciò che le è richiesto normalmente. Per esempio non si applica il divieto di scaricare acque reflue in mare, perché l'obbligo di salvare vite prevale su quello di non inquinare. Il governo italiano, però, sostiene che queste eccezioni valgono solo quando il salvataggio è accidentale, mentre le Ong vanno in mare con quello scopo intenzionale. La questione potrebbe essere risolta in maniera semplice: affinché ciò che fanno le Ong sia di nuovo un'eccezione basterebbe che l'Italia utilizzasse la Guardia costiera per le missioni di ricerca e soccorso. L'unico motivo per cui le Ong compiono regolarmente dei salvataggi è che non ci sono più i governi a farlo, come sarebbe loro obbligo.
rainews.it, 11 ottobre 2020
Le stime aggiornate spiega il segretario generale della Cei, mons. Stefano Russo, parlano di circa 2 milioni di famiglie in sovra-indebitamento e altre 5 milioni appena sopra-soglia, cioè in equilibrio precario tra reddito disponibile e debiti ordinari.
Uno scenario inquietante quello che emerge dal convegno promosso a Roma dalla Consulta Nazionale Antiusura, a proposito delle difficoltà socio-economiche generate dalla pandemia e in particolare, delle conseguenze drammatiche per le famiglie.
Le stime aggiornate della Consulta, spiega nel suo messaggio il segretario generale della Cei, mons. Stefano Russo, parlano di circa 2 milioni di famiglie in sovra-indebitamento e altre 5 milioni appena sopra-soglia, cioè in equilibrio precario tra reddito disponibile e debiti ordinari.
Di queste, "circa 800 mila persone o 350 mila famiglie sono nell'area dell'usura". Con realismo, denuncia Russo, si può stimare che lo shock della pandemia abbia fatto lievitare complessivamente fino ad almeno 6 milioni il numero di famiglie in varia graduazione di sofferenza: da quelle pressate da uno stato d'insolvenza finanziaria o creditizia a quelle via via più esposte alla trappola dell'usura".
A rischio anche le aziende - "Anche le aziende sono a rischio di usura, soprattutto per la pandemia: 40.000 (dato Confcommercio) potrebbero finire in mano alla criminalità organizzata", sottolinea ancora il numero due della Cei, per il quale le Fondazioni riunite nella Consulta Nazionale Antiusura "sono un campanello d'allarme": "quanti stanno già ricorrendo a prestiti usurai che alimentano le mafie e la corruzione nel Paese?".
"Sappiamo che l'usura - constata mons. Russo - è un fenomeno le cui dimensioni non sono quantificabili a causa dell'ampiezza della domanda e dell'offerta. È un fenomeno ancora sommerso con pochissime denunce in tutta Italia". Il problema, insomma, "è alquanto complesso e richiede una presa di coscienza attenta e consapevole. Soprattutto da chi ha responsabilità perché si eviti che chi versa in difficoltà sia costretto a rivolgersi a usurai senza scrupoli".
Tutelare soggetti più deboli e fragili - In questo quadro, "possiamo immaginare una reazione corale, virtuosa ed efficace?", chiede, rimarcando che "diversi soggetti stanno già operando in tal senso, e ne abbiamo riscontro dall'impegno e dalla dedizione delle istituzioni sanitarie, dalle decisioni assunte da varie istituzioni politiche, dalle risposte generose che giungono dalle realtà educative, da tante amministrazioni locali, dal volontariato, dalle stesse comunità cristiane che, con generosità, si sono attivate per stare accanto a chi è nel bisogno".
In momenti come questi "si avverte, inoltre, l'urgenza di tutelare con particolare cura i soggetti più deboli e fragili, coloro che magari già prima della pandemia sperimentavano povertà, sofferenze, solitudini, emarginazione, tutte situazioni aggravatesi proprio con l'avvento del Covid", aggiunge mons. Russo. Da qui "l'invito a intraprendere azioni che aiutino a superare questa fase senza costringere le prossime generazioni a portare il peso di pesanti debiti, non solo finanziari, accumulati nell'attuale emergenza".
Auspicando infine l'opportunità di "stringere alleanze e reti collaborative tra Istituzioni e Organismi, impegnati su obiettivi comuni", il segretario Cei vede positivamente come "per il futuro si possa attivare sempre più una proficua collaborazione" fra le associazioni antiusura e le Caritas locali, "nel segno di quella prossimità, che vi vede spesso in contatto con le ferite profonde dell'umanità del nostro tempo".
di Marco Revelli
La Stampa, 11 ottobre 2020
Esce dopo domani da Einaudi, nella collana i millenni, l'epistolario dalla prigionia del grande intellettuale comunista. La versione "definitiva" di un classico della letteratura antifascista.
L'8 novembre 1926 Antonio Gramsci viene arrestato a Roma, e rinchiuso a Regina Coeli "in regime d'isolamento".
Iniziava così un lungo calvario, destinato a concludersi con la morte, il 27 aprile 1937. Un decennio, nel corso del quale scriverà (oltre ai 33 celebri Quaderni) centinaia di lettere, in condizioni proibitive affidate all'arbitrio dei suoi carcerieri, nei tanti luoghi di detenzione o di transito: a San Vittore, dove fu rinchiuso nei mesi del processo e dove gli era concesso di scrivere una sola volta a settimana avendo a disposizione unicamente due fogli di carta; a Turi dove restò cinque anni e dove poteva scrivere una volta ogni 15 giorni con un unico foglio che ripiegava in due per raddoppiare i destinatari; a Civitavecchia, dove fu detenuto già gravemente ammalato per qualche settimana prima di essere trasferito alla clinica Cusumano di Formia, e ancora al Carmine di Napoli, all'Ucciardone di Palermo, a Caserta o Isernia durante i trasferimenti.
Lettere sottoposte a minuzioso controllo e censura da parte delle direzioni carcerarie, scritte nelle poche ore concesse, spesso negli stanzoni comuni, su tavolacci, banchi e piani d'appoggio improvvisati, le quali costituiscono tuttavia - o forse proprio per questa inumana asperità della condizione - un documento straordinario, letterario prima ancora che politico, oltre che una sconvolgente denuncia contro il fascismo.
Gran parte del materiale è composto da lettere ai familiari più stretti (la moglie Giulia, la cognata Tania, la madre Giuseppina, i figli Delio e Giuliano, i fratelli Gennaro, Carlo, Mario e le sorelle Grazietta e Teresina) e agli amici più cari (Piero Sraffa in primis), accanto alla corrispondenza con gli avvocati e con un certo numero di militanti e (pochi) dirigenti comunisti. Su quel corpus eterogeneo e frammentato, disperso in mezza Europa, si concentrò, fin dai giorni immediatamente successivi alla morte di Gramsci, il gruppo dirigente del Partito comunista italiano, in particolare Palmiro Togliatti, con l'intento di rendere omaggio al suo fondatore e di rafforzare la battaglia antifascista, offrendo come "patrimonio del proletariato" il lascito di un suo grande pensatore.
Ma l'opera si rivelò assai più lunga e complicata del previsto (una "storia nella storia"), resa ardua dalle vicende politiche in un'Europa dominata dai fascismi con la guerra incombente, dalle fratture e dai dissapori famigliari, dalle convulsioni e dalle feroci vicende dell'epoca staliniana, tra Parigi, Barcellona (in piena Guerra civile), Roma, Mosca... E vedrà la luce solo nel 1947, nella prima edizione einaudiana col titolo Lettere dal carcere, ottenendo un immediato successo di pubblico e di critica. Elio Vittorini, Italo Calvino, Benedetto Croce espressero giudizi entusiastici. Vinse il prestigioso Premio Viareggio, divenendo un "caso letterario". La prima tiratura di 7.500 copie andò subito esaurita e in meno di un anno fece cinque ristampe.
Conteneva 218 lettere (quelle che era stato possibile reperire), riprodotte quasi integralmente, con qualche dichiarata omissione: le missive che si era ritenuto opportuno omettere per il loro carattere intimamente personale (che avrebbero potuto rivelare momenti di cedimento fisico, dissidi famigliari, irritazioni e sconforto). E alcune (per la verità poche, perché sui passaggi politici aveva già lavorato la censura carceraria) reticenze sugli aspetti più scabrosi della battaglia politica interna al Partito e all'Internazionale comunista (per lo più riferimenti a nomi scomodi, come Bordiga o Trockij).
Inoltre, venivano omesse le lettere del 1933, quando la salute di Gramsci era precipitata. Rimedierà ai vuoti una nuova edizione accresciuta delle Lettere curata da Sergio Caprioglio e Elsa Fubini pubblicata nel 1965 nella prestigiosa collana NUE. Conteneva 428 lettere (quasi il doppio rispetto all'edizione precedente), di cui 119 inedite e tutte con testo rigorosamente integrale, controllato (con la collaborazione anche di Sraffa) sull'originale.
Ora, a più di mezzo secolo da quella storica pubblicazione, giunge una nuova sontuosa edizione delle Lettere, ancora per Einaudi, nella collana "I Millenni" (pp. 1376, € 90, da martedì in libreria), quasi a celebrare il carattere di "classico della letteratura" di quell'epistolario. Curata con precisione filologica da uno specialista negli studi gramsciani, Francesco Giasi, che firma anche una preziosa e dettagliata introduzione, questa "definitiva", potremmo dire, riproposizione delle Lettere - 489 complessivamente, dalla prima, del 20 novembre 1926 alla moglie Giulia, all'ultima, straziante, del 23 gennaio 1937 al figlio Giuliano, più un'appendice di 22 documenti - si arricchisce di un ulteriore repertorio di inediti "assoluti", per così dire. In particolare tre lunghe lettere alla madre Giuseppina, dell'estate del 1929, con una gustosa vicenda famigliare relativa al fratello Nannaro (Gennaro) oltre a questioni relative all'allevamento dei bambini; e una successiva, a Gennaro stesso, con interessanti giudizi sulle pratiche avvocatizie. Completano il volume una dettagliata Cronologia e 36 schede biografiche di Corrispondenti e famigliari a cura di Maria Luisa Righi, oltre a un preziosissimo e monumentale indice dei nomi.
Oggi, a quasi un secolo dalla prima lettera, a più di 70 anni dalla prima edizione, si può ben dire che questo resta - come scrive Francesco Giasi - "un libro da leggere pagina dopo pagina, come un'opera letteraria. Un'opera capace di raccontare una storia drammatica - con l'esito più tragico - come solo i capolavori della letteratura sanno fare".
- Lettera(tura) dal carcere
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