sicilia24.it, 10 ottobre 2020
Cinquemila tamponi veloci, per individuare possibili casi di Covid, sono stati consegnati nelle carceri siciliane. "Dobbiamo dire grazie - sostiene Gioacchino Veneziano, segretario regionale dell'organizzazione sindacale - all'assessore regionale Razza che, unitamente al suo staff, è riuscito a consegnare i tamponi rapidi a tutto il personale di polizia penitenziaria in servizio in Sicilia".
Lo scorso 17 settembre, l'esponente sindacale aveva avuto un incontro con l'assessore alla Salute Ruggero Razza. Presente anche l'assessore al Territorio Toto Cordaro. Veneziano aveva spiegato perché la polizia penitenziaria ed in generale gli operatori in servizio nelle carceri dell'Isola avevano questa urgenza. "Infatti, immediatamente dopo l'interlocuzione con i vertici regionali della UilPa - spiega Veneziano - che di fatto sono poliziotti penitenziari, quindi profondi conoscitori della realtà carceraria, l'assessore Razza ha capito perfettamente che il Covid-19 nelle carceri non era solo un problema sanitario, ma poteva mettere a rischio anche l'ordine e la sicurezza degli istituti penitenziari".
"I 5.000 tamponi rapidi - prosegue - consentiranno di controllare tutti i lavoratori che operano nelle strutture di competenza del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, del Dipartimento giustizia minorile e, quindi, pure quelli degli Uffici esecuzione penale esterna. Insomma - continua Veneziano - abbiamo dato un concreto e decisivo impulso per la tutela della salute dei nostri colleghi, ma non solo della polizia penitenziaria, ma anche delle Funzioni centrali".
Ovviamente - conclude il segretario - il capo del Dipartimento Bernardo Petralia con l'impegno diretto ha accelerato l'operazione di assegnazione dei tamponi, che con solo tre operatori di polizia penitenziaria in servizio presso l'Ufficio sicurezza e traduzioni del PRAP della Sicilia, stanno facendo i miracoli per poterli consegnare entro domani o al massimo lunedì in tutti gli istituti e servizi penitenziari della nostra regione".
di Salvatore Tassinari, Alessandro Santoro e Beppe Battaglia
Ristretti Orizzonti, 10 ottobre 2020
Lettera aperta al Tribunale di Sorveglianza di Firenze. Da alcuni anni una pratica quantomeno discutibile grava sulle persone detenute nelle carceri di Sollicciano e Solliccianino (e probabilmente anche in altri carceri). È la pratica dei "permessi premio con l'accompagnamento di un volontario".
A dire il vero, l'Ordinamento Penitenziario vigente non prevede la fattispecie del "permesso con accompagnamento di un volontario"; in effetti si tratta di un'innovazione del Tribunale di Sorveglianza. Noi abbiamo l'impressione che il volontario "accompagnatore" non sia inteso a mo' di supporto logistico (un passaggio in macchina) e di facilitatore, quanto, invece, con una impropria attribuzione di valenza "custodiale".
Già alcuni anni fa una volontaria di Pantagruel venne portata a processo con l'imputazione di favoreggiamento di evasione di un detenuto accompagnato in permesso premio. Fu allora che l'associazione Pantagruel intervenne presso il presidente del tribunale di sorveglianza, chiedendo che venisse chiarito che il volontario accompagnatore non aveva alcuna responsabilità custodiale. Il presidente dette allora formale assicurazione che la funzione del volontario doveva intendersi come semplice sostegno al detenuto in uscita.
A nostro modesto avviso, la prassi che si è venuta consolidando nel tempo è tornata ad assumere, nella logica del magistrato di sorveglianza, una valenza velatamente custodiale, doppiamente offensiva: nei confronti così della persona detenuta come dei volontari.
Il primo, piuttosto che chiamato al senso di responsabilità, si dispone che venga accompagnato come si fa con i bambini, che in ragione della loro età non sanno badare a sé stessi, con ciò coronando il processo d'infantilizzazione che il carcere opera sulle persone detenute (altro che rieducazione!).
Una prassi altresì offensiva nei confronti dei volontari che, per consuetudine, accettano un ruolo che non dovrebbe competergli, soggiacendo così ad una sorta di ricatto morale, supponendo
che in loro mancanza il permesso premio non verrebbe concesso, perché ritenuto dal magistrato a maggior rischio. E questo spiega quella sorta di ripristino di fatto della funzione "custodiale" del volontario stesso.
Con la presente chiediamo discontinuità da questa prassi, limitando la disposizione dell'accompagnamento al primo permesso e solo nei casi di detenuti che abbiano bisogno di sostegno logistico e di facilitazione per orientarsi nel territorio.
È auspicabile che, come alla persona detenuta, in funzione della sua rieducazione, sia riconosciuta la responsabilità di gestire in autonomia un beneficio penitenziario, così ai volontari penitenziari sia restituito il proprio ruolo, che non è quello di trasformarsi impropriamente in guardiani senza divisa.
È una questione di dignità e rispetto dei ruoli, richiamando alla propria responsabilità anche il magistrato che concede il permesso (o che lo rifiuta), così rinunciando al ricatto morale verso i volontari e all'atteggiamento punitivo nei confronti delle persone detenute.
castedduonline.it, 10 ottobre 2020
Lo afferma in una dichiarazione Maria Grazia Caligaris di "Socialismo Diritti Riforme", avendo appreso dell'istituzione nel carcere nuorese di Badu e Carros di una sezione destinata ai detenuti in regime di massima sicurezza. "Ancora una volta le scelte del Ministero della Giustizia confermano l'idea di una Sardegna isola-carcere per detenuti mafiosi e criminalità organizzata". Lo afferma in una dichiarazione Maria Grazia Caligaris di "Socialismo Diritti Riforme", avendo appreso dell'istituzione nel carcere nuorese di Badu e Carros di una sezione destinata ai detenuti in regime di massima sicurezza (41bis).
"In questi anni - osserva - abbiamo assistito a una desertificazione delle Case di Reclusione all'aperto (Colonie Penali) e a una crescita esponenziale di detenuti di spessore criminale. Non è bastato istituire il 41bis a Sassari (92 posti) e a Cagliari-Uta (altrettanti non appena si concluderanno i lavori), si è pensato bene di realizzare una sezione "speciale" anche a Nuoro, nella ex sezione femminile ristrutturata. Il risultato è inequivocabile anche perché nel frattempo sono cresciuti i detenuti dell'Alta Sicurezza avendo realizzato le nuove carceri di Oristano-Massama e Tempio Pausania. Senza dimenticare che anche a Cagliari-Uta ci sono una trentina di AS". "Il problema non è la sicurezza dei cittadini o i pericoli di infiltrazioni mafiose, che può essere gestito, quanto la fisionomia di un'isola che mentre si propone al mondo come meta naturalistica e culturale delle vacanze valorizzando archeologia, storia e lingua si ritrova - conclude l'esponente di Sdr - a essere classificata come la terra del regime 41bis. Su questo dovrebbero intervenire le massime autorità regionali e i Parlamentari del tutto esclusi da queste scelte".
di Claudio Dionesalvi
Il Manifesto, 10 ottobre 2020
Intervista all'ex sindaco di Riace. Giudica le recenti modifiche ai decreti di Salvini solo un "palliativo": "Culturalmente non è mutato il paradigma. Si continua a ritenere l'immigrazione un problema di ordine pubblico e non invece una risorsa sociale".
Il sindaco leghista Tonino Trifoli gli ha appena comunicato che entro 90 giorni dovrà demolire "in quanto abusiva" l'antica forgia ricostruita in estate grazie al lavoro dei volontari della cooperazione sociale calabrese. Ma Mimmo Lucano tira dritto. D'altronde, per il Tar "l'abusivo" sarebbe proprio Trifoli dichiarato ineleggibile.
Intanto, come una trottola l'ex sindaco gira l'Italia per presentare il suo libro autobiografico Il fuorilegge. Pur immerso nelle difficoltà di un modello di accoglienza che malgrado le traversie sta cercando di far rinascere, non esita in nome di una battaglia ideale e culturale a dire la sua sul nuovo provvedimento del governo in tema di immigrazione. Sindaco, il suo acerrimo avversario Matteo Salvini grida allo scandalo. Annuncia la raccolta firme per i referendum abrogativi e li chiama "decreti clandestini". Quindi tutto bene? Il nuovo decreto è impeccabile? Non crede che, piuttosto, esca rafforzata la linea Minniti sui respingimenti alle frontiere e sugli accordi con le milizie?
I decreti Salvini nascono in continuità con i decreti Minniti-Orlando. E il nuovo decreto non supera entrambi se non lievemente. Si tratta del settimo intervento sull'immigrazione e culturalmente non ne è mutato il paradigma. Si continua a ritenere l'immigrazione un problema di ordine pubblico e non una risorsa sociale. Viene demandato tutto alle prefetture e sono emarginati gli enti locali.
Questo decreto è solo un palliativo, non ci vedo una svolta. La legge Bossi-Fini non è stata intaccata e rappresenta l'anticamera dello sfruttamento con quello scambio indegno tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro. Il salvataggio in mare viene ancora punito. E quanto al permesso per motivi umanitari era già sancito dalla Convenzione di Ginevra.
Nel libro lei scrive che "in questo disastro economico e sociale in cui siamo precipitati all'improvviso, avremmo un enorme bisogno di idee e prima di diventare un modello per ridar vita a una comunità, Riace era un'idea: era un'idea di futuro". Perché, per dare futuro e prospettiva, non pensare a un sistema di accoglienza diffuso nelle aree interne spopolate? Perché non utilizzare il Recovery Fund, come proposto da questo giornale, per affrontare il dramma epocale delle migrazioni?
Quando ero sindaco ne parlai con l'allora presidente calabrese Agazio Loiero. La Calabria era "l'obiettivo 1" tra le aree fragili destinatarie dei fondi europei. Poi non se ne fece più nulla. Anzi Riace ben presto l'hanno pure smantellata per far posto al modello bidonvilles, tipo san Ferdinando. Invece sarebbe di grande valore sociale riattivare un processo di ripopolamento nazionale dei borghi abbandonati e delle aree fragili. La questione meridionale potrebbe anche essere in parte risolta attraverso l'accoglienza virtuosa. L'Europa dovrebbe finanziare e fare da traino a questo processo. Invece Bruxelles si gira dall'altra parte, ha un atteggiamento pilatesco come nel caso della mancata revisione degli accordi di Dublino.
A Riace, negli anni novanta, non esistevano quasi più né agricoltura, né allevamento. L'unica possibilità per i pochi abitanti rimasti era fuggire. Poi il sistema di accoglienza creato da noi ha cambiato tutto. Centinaia di profughi hanno rimesso in moto l'economia del paese. Lei ha rinunciato, per sua ammissione, a candidature elettorali. Preferisce restare a Riace e far ripartire dal basso il borgo multietnico. I progetti sul territorio, in effetti, stanno rinascendo: il turismo solidale, le botteghe artigianali, il frantoio sociale, la fattoria didattica. Però ugualmente le difficoltà sono tante per fronteggiare le emergenze: bollette, fornitori, medicinali, il latte per i bambini. Vuole lanciare un appello?
Sono tornato a fare il militante, il volontario semplice. Il primo ottobre abbiamo aperto l'asilo multietnico, ci danno una mano le associazioni come la Terra di Piero e riceviamo aiuti dal Banco Alimentare, abbiamo ripristinato il bonus sociale per la spesa. Insomma, abbiamo fatto rinascere un embrione di economia della speranza contro il delirio del libero mercato e del profitto che si sta acuendo durante questa crisi pandemica. Malgrado ciò, Riace continua ad essere esclusa dalla programmazione nazionale, non riusciamo neanche a recuperare le spese per i servizi sociali resi negli anni scorsi e mai pagati. La prefettura di Reggio deve ancora versare i fondi del 2017. Noi proviamo a far tutto da soli. Ma certo non è facile.
La Nuova Ferrara, 10 ottobre 2020
Il Ministero di giustizia ci sarà, al processo come responsabile civile rappresentato dall'Avvocatura dello stato: si è costituito ieri all'udienza del primo procedimento penale per tortura, contestato a tre agenti di polizia penitenziaria del carcere cittadino su un detenuto.
Il ministero, in caso di condanna dei tre, sarà tenuto a far fronte agli eventuali risarcimenti civilistici. Davanti al gip Danilo Russo e alla pm Isabella Cavallari, ieri l'udienza si è protratta tra eccezioni e prime formalità, poi il rinvio dell'udienza. I tre agenti di Polizia penitenziaria e una infermiera sono accusati del reato di tortura verso un detenuto. La prossima udienza è stata fissata al 14 gennaio.
Corriere Fiorentino, 10 ottobre 2020
Marco Solimano, dopo quasi tre anni, torna a fare il Garante per i diritti dei detenuti. Il Consiglio Comunale ha eletto Solimano nella seduta di giovedì. "Da oggi inizierà un lavoro molto importante - ha detto l'assessore al sociale Andrea Raspanti - per la tutela dei diritti delle persone detenute potendo contare su una grande passione e un bagaglio di esperienze solido". Solimano succede a Giovanni De Peppo, ex assistente sociale, che era stato voluto dal sindaco Filippo Nogarin. "Il mio primo impegno - ha dichiarato - sarà sull'emergenza Covid".
Solimano, ex consigliere comunale Pd dal 2004 al 2009 e presidente dell'Arci, ha ricoperto il ruolo di garante per sette anni. "Una scelta inaccettabile e oltraggiosa", dice il deputato di Fratelli d'Italia Giovanni Donzelli. "L'amministrazione del Pd guidata dal sindaco Luca Salvetti nomina nel ruolo di Garante dei diritti dei detenuti un ex terrorista di "Prima Linea", condannato a 19 anni di carcere. Dalla seconda metà degli anni 70 l'organizzazione si è resa protagonista di 39 delitti con 16 uccisi".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 ottobre 2020
L'allarme di Gabriella Stramaccioni, Garante per i detenuti. Per ora sono cinque i casi di Covid 19 nel carcere di Rebibbia, in particolar modo nel reparto femminile tra detenute, agenti e una infermiera. Ma forse si poteva evitare se il personale, anche medico, avesse utilizzato i dispositivi di protezione? Non solo. Il problema rischia di esplodere se il contagio dovesse allargarsi al reparto sanitario di Rebibbia dove ci sono decine e decine di detenuti anziani e con gravissime patologie.
A denunciarlo è Gabriella Stramaccioni, garante locale delle persone private della libertà del comune di Roma. Lei che quotidianamente visita il carcere di Rebibbia, spiega a Il Dubbio: "Dopo il focolaio ora sembra che sia ripresa l'attenzione, ma ho visto ogni giorno troppe persone entrare in carcere senza adottare le necessarie precauzioni. Il virus viene portato dall'esterno, non certo da coloro che sono reclusi da tempo".
La problematica che la garante ha evidenziato è dovuta non solo dalla sua osservazione personale, ma anche dalle numerose lettere ricevuta dai detenuti che denunciano il problema del personale sanitario senza mascherine. Per questo la garante sottolinea che "è necessario ed urgente attenersi scrupolosamente alle disposizioni che prevedono obbligo della mascherina".
L'emergenza Covid 19 non è finita, il rischio che possano riesplodere nuovi focolai nelle carceri è ancora alle porte. La garante Stramaccioni lancia un appello alla magistratura di sorveglianza affinché "verifichi di nuovo, come è stato fatto durante il lockdown, tutti i casi di incompatibilità con il regime detentivo da parte di coloro che soffrono di particolari patologie".
E si parla di tante persone. "Sono almeno 65 i detenuti anziani che presentano gravi patologie - spiega la dottoressa Stramaccioni a Il Dubbio - molti di loro sono con le sedie a rotelle e respirano con le bombole di ossigeno".
La garante locale di Roma rappresenta un quadro devastante, con il reparto sanitario che è un vero e proprio lazzaretto, così come non mancano situazioni di persone problematiche e con gravi patologie le quali la società non riesce a farsene carico.
"Il carcere è diventato una discarica sociale, persone abbandonate - anche per motivi del tutto legittimi - dai propri familiari e che però non trovano altre soluzioni. Alcuni di loro, autosufficienti, potrebbero andare nelle case famiglia che a Roma non mancano, ma tanti altri anziani - non autosufficienti - dovrebbero andare nelle Rsa che però non hanno posti per poterli ospitare", denuncia sempre la garante. Parliamo di tutte persone problematiche che a prescindere dal Covid 19 dovrebbero essere aiutate e non lasciate in carcere. Ma ora, a maggior ragione, visto che il virus si diffonde soprattutto nei luoghi chiusi e sovraffollati, la questione diventa di primaria importanza.
"Bisogna nuovamente riattivarsi come ai tempi del lockdown - osserva Stramaccioni -, riaprire le pratiche per concedere le misure alternative come la detenzione domiciliare per motivi di salute. I magistrati devono rispondere alle diverse istanze che giungono, ad esempio ci sono diversi detenuti che potrebbero uscire grazie alla liberazione anticipata".
La garante denuncia che da quando, a giugno, è stata decretata la fine dell'emergenza nelle carceri, tutto si è fermato e nessun detenuto esce più nonostante abbia i requisiti come appunto il discorso dell'incompatibilità con il regime penitenziario per motivi di salute, oppure gli mancano meno di 18 mesi di fine pena. "Altro motivo per cui i magistrati di sorveglianza non rispondono alle varie istanze di scarcerazione - aggiunge sempre la dottoressa Stramaccioni - è il blocco totale della cancelleria, tant'è vero che i magistrati nemmeno le ricevono".
Problemi su problemi, con il Covid 19 che è un'aggravante. Sistema sanitario a Rebibbia che non funziona come dovrebbe, troppi detenuti anziani e malati parcheggiati in carcere, così come non mancano situazioni psichiatriche dove gli agenti penitenziari certamente non possono far fronte. Prima che si verifichi l'irreparabile, la magistratura e il Dap, in sinergia con gli enti locali comprese le Asl, dovrebbero attivarsi.
di Andrea Galli
Corriere della Sera, 10 ottobre 2020
Dialogo tra don Gino Rigoldi e il ministro Lamorgese. Il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese e don Gino Rigoldi protagonisti del dibattito al Giambellino. Il sacerdote ha ribadito l'importanza, quando si affrontano tematiche relative alla sicurezza, degli interventi in chiave sociale, sopratutto nelle zone dove c'è più degrado.
Il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese. E don Gino Rigoldi. Uniti, al teatro Shalom, per parlare di sicurezza ma non solo. L'ex prefetto: "Milano sa reagire con la capacità di fare squadra". Il sacerdote: "Dobbiamo mantenere sempre vivo il senso della solidarietà. E partire dai bisogni delle persone".
Non poteva essere che qui. In uno dei suoi quartieri, il Giambellino. Indipendentemente dal peso, dal profilo, e dal ruolo dell'ospite-interlocutore, che ieri, al teatro Shalom, all'interno della parrocchia di San Vito, è stata il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese. Salita sul palco con don Gino Rigoldi, per appunto un padrone di casa da queste parti, nell'incontro organizzato dal Partito democratico cittadino nell'ambito del ciclo di eventi "Ricomincia con noi". Tema di partenza: la sicurezza. Poi si è parlato di tanto altro, in diretta streaming e davanti a 120 spettatori, il massimo della capienza per le misure anti-covid.
Il primo intervento del sacerdote, preceduto da quello del ministro che ha annunciato, in relazione alla pandemia, la possibile rimodulazione dell'impiego dei militari già presenti in città, si è concentrato sulle case popolari. Ancora difettose a livello generale, ancora diffusori di criticità: "Ma se miglioro il clima all'interno degli appartamenti, ho innegabili vantaggi su tutto il palazzo e, a cascata, sull'intera zona intorno". Dunque sì a macro-interventi, a riqualificazioni strutturali su larga scala, a operazioni contro le occupazioni, ci mancherebbe il contrario. Ma senza mai dimenticare i singoli profili degli inquilini, le loro richieste, gli specifici bisogni: esplorare in profondità, non "limitarsi alla superficie".
Il capocronista milanese di Repubblica, Piero Colaprico, moderatore del dibattito, cui ha partecipato anche il presidente del Municipio 6 Santo Minniti, ricordando le lontane stagioni milanesi dei cento e passa omicidi all'anno ha domandato a Lamorgese lo stato attuale della sicurezza metropolitana, in riferimento al presunto "far west" sovente evocato dal centrodestra. Risposta che peraltro è comprovata dai numeri: "Parliamo di una città assolutamente tranquilla".
Di nuovo don Gino, innescato sul tema del lavoro, fra nuovi disoccupati e impieghi in nero: "Stiamo agendo in relazione all'emergenza, nell'ovvia speranza di uscirne, contribuendo a fornire non pochi pasti a chi ne ha bisogno, a chi i non ha soldi per comprare da mangiare. Dopodiché, dobbiamo essere pronti per quando terminerà questo periodo, farci trovare reattivi con metodo. Il punto di partenza? L'importante è muoversi insieme, mantenere il senso della comunità".
Altro argomento (col ministro): una delle famose virtù di Milano, ovvero la sinergia fra le istituzioni, che riguarda anche i rapporti tra differenti forze dell'ordine, e al contempo la capacità dei privati di entrare direttamente nelle esigenze dei milanesi. Lamorgese: "Sì, vero. Nella mia recente esperienza di prefetto, ho avuto modo di verificare l'immediata disponibilità, l'attenzione, la conseguente mobilitazione. Una qualità senza dubbio locale, che però adesso, nel mio incarico da ministro, trovo anche nel resto d'Italia. Il periodo durissimo che stiamo vivendo ha generato reazioni virtuose".
Ulteriore argomento, sempre con Lamorgese: gli immigrati di seconda generazione e il loro ingresso in polizia, finanza, carabinieri: "Chi è cittadino italiano può partecipare ai concorsi regolarmente. Se hai l'età e sei cittadino italiano puoi partecipare, e nei concorsi vale il merito, non il colore della pelle".
Chiusura con don Gino: la politica a Milano: "Io e la politica? Beh, ci parliamo, con la massima chiarezza. Su alcuni temi non ci incontriamo per niente. Su altri andiamo d'accordo. A volte litighiamo anche, e qualcuno mi augura di andare all'inferno... Penso al carcere: sono problemi l'altissimo tasso di recidiva, sono problemi i suicidi... Eppure mi sento rispondere che problemi non lo sono per niente, il problema è la sicurezza".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 10 ottobre 2020
Dal 2003, il 10 ottobre di ogni anno la Coalizione mondiale contro la pena di morte si rivolge ad associazioni, reti, attivisti e istituzioni per diffondere informazioni e appelli e mobilitare l'opinione pubblica in favore dell'abolizione della pena capitale. Nel corso degli anni, la Giornata mondiale contro la pena di morte è diventata un punto di riferimento per la campagna globale contro la pena di morte. Questa iniziativa è seguita da "Cities for Life", il 30 novembre, quando città di ogni parte del mondo illuminano edifici simbolici per celebrare la storica abolizione della pena di morte da parte del Granducato di Toscana, nel 1786.
Il tema della Giornata mondiale contro la pena di morte di quest'anno è il diritto a un'efficace rappresentanza legale. Molti processi che terminano con una condanna alla pena capitale sono segnati, infatti, dalla scarsa qualità della difesa dell'imputato o dall'impossibilità di assicurargli una difesa efficace.
Ma a che punto siamo? Sono 142 gli stati che hanno abolito la pena di morte o che comunque non eseguono da tempo condanne: di questi, ben 107 sono abolizionisti totali e il prossimo sarà il Kazakhistan. Un continente, l'Oceania, è libero dalla pena di morte. Lo sarebbero anche l'Europa e le Americhe, se non fosse per la Bielorussia e gli Stati Uniti d'America, dove quest'anno il presidente Trump ha deciso di ridare via libera alle esecuzioni federali dopo una sospensione di 17 anni.
Resta gravissima la situazione in Cina, dove i dati sulla pena di morte continuano a essere considerati un segreto di stato, mentre tre stati del Medio Oriente - Iran, Iraq e Arabia Saudita - si collocano da anni tra i primi cinque stati per numero di esecuzioni. L'Africa sub-sahariana fa passi avanti. Alla fine dell'anno scorso la Corte africana dei diritti e dei popoli si è pronunciata contro l'obbligatorietà della pena capitale in favore del principio della discrezionalità del giudice. Sul sito di Amnesty International Italia ci sono informazioni e soprattutto appelli da firmare.
di Alessandra Muglia
Corriere della Sera, 10 ottobre 2020
Il Programma alimentare dell'Onu "cruciale nella cooperazione multilaterale". "Speriamo che malgrado la recessione i governi trovino modo di sostenerci".
Nel quartier generale dell'agenzia Onu contro la fame, a Parco de Medici a Roma, quei pochi non in smart working hanno condiviso con un brindisi lo stupore per un riconoscimento inaspettato. In caso di premio di squadra, le aspettative si concentravano - nell'anno del Covid - sull'Organizzazione mondiale della sanità, da cui pochi mesi fa si sono sfilati, polemicamente, gli Stati Uniti. Invece a essere insignito del Nobel per la pace è stato il Programma alimentare mondiale (Pam) - in inglese World Food Program (Wfp), a ricordarci che la pandemia passerà mentre la fame no e non ci può essere pace con quasi 700 milioni di persone che non sanno se domani mangeranno.
"Il Wfp ha dimostrato un'impressionante capacità di intensificare i propri sforzi", ha spiegato la presidente del Comitato per il Nobel Berit Reiss-Andersen. L'agenzia Onu diretta dall'americano David Beasley, un trumpiano ex governatore repubblicano della South Carolina, è stata elogiata anche perché svolge "un ruolo cruciale nella cooperazione multilaterale". Un approccio che la pandemia ha mostrato "necessario per affrontare le sfide globali", anche se "il multilateralismo sembra aver perso rispetto in questi tempi", ha osservato Reiss-Andersen puntando il dito contro i crescenti populismi che "screditano il lavoro delle organizzazioni internazionali".
Qualcuno vi ha letto un riferimento a Trump che ha posto in discussione l'operato di più enti internazionali, a iniziare dall'Organizzazione internazionale del commercio. Ad oggi comunque gli Stati Uniti restano il primo donatore del Wfp, che è l'organizzazione umanitaria più grande al mondo, con oltre 8 miliardi di dollari raccolti nel 2019.
"Le risorse arrivano per il 98% dai governi", dice al CorriereManoj Juneja, l'economista di origine indiana vice di Beasley. Dagli Usa proviene il 42% dei contributi, dai 3 ai 3,5 miliardi di dollari l'anno. "Siamo preoccupati per il 2021, speriamo che malgrado la recessione i governi trovino modo di sostenerci" afferma.
Il premio accende i riflettori su un'emergenza che si imporrà nel mondo post-Covid: l'aumento di povertà e fame. "Negli ultimi due anni si è invertito il trend positivo. Oggi 690 milioni di persone al mondo soffrono di malnutrizione, di cui 135 milioni in forma acuta, prima della pandemia, ma ora stanno raddoppiando", avverte.
L'obiettivo Onu della "fame zero" entro il 2030 sembra più lontano. "Due terzi dei nostri aiuti vanno nelle aree di conflitto - Yemen, Sud Sudan, Siria, Somalia, Sudan, Repubblica democratica del Congo, Nigeria e Afghanistan. Senza pace non si può arrivare a fame zero.
Il nostro lavoro aiuta a creare le condizioni, ma la pace deve essere perseguita a livello di governi e di comunità internazionale - avverte Juneja -. Serve poi investire in infrastrutture: il 40% della produzione dei piccoli agricoltori dei Paesi in via di sviluppo viene buttato perché manca un sistema di stoccaggio e trasporto". Preoccupazioni a parte, ora si brinda: "Fieri, commossi per un premio ricordo alle persone vulnerabili del 21 esimo secolo".
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