senatoripd.it, 9 ottobre 2020
Svolgere nel più breve tempo possibile il concorso per i direttori di penitenziario. È quanto chiede il senatore Franco Mirabelli, capogruppo dem in Commissione Giustizia e vicepresidente del gruppo dem del Senato, con un'interrogazione urgente rivolta al ministro della Giustizia.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 9 ottobre 2020
Sentenza rinviata a oggi. Al processo disciplinare l'accusa chiede l'espulsione dell'ex presidente dell'Anm. Breve rinvio prima della sentenza nel processo a carico dell'ex presidente dell'Anm Luca Palamara. La sezione disciplinare del Csm si è aggiornata a questa mattina.
L'udienza di ieri è stata dedicata alla requisitoria della Procura generale della Cassazione e all'arringa della difesa. Oggi sono in programma brevi repliche sia dell'accusa che del difensore di Palamara, il quale dovrebbe poi rendere dichiarazioni spontanee. Quindi il collegio, presieduto dal laico Fulvio Gigliotti, entrerà in camera di consiglio. La Procura generale ha già formulato le richieste: rimozione dall'ordine giudiziario. La sanzione massima per un magistrato.
"Per fortuna c'è il trojan", aveva esordito ieri mattina l'accusa, rappresentata dall'avvocato generale della Cassazione Pietro Gaeta e dal sostituto pg della Cassazione Simone Perelli. "Grazie al virus spia che era stato installato nel telefono di Palamara da parte della Procura di Perugia è stato possibile conoscere i fatti dell'hotel Champagne", definiti "un unicum nella storia della magistratura italiana. Almeno tre soggetti estranei alle funzioni istituzionali, per differenti ma convergenti interessi personali, hanno pilotato e promosso la nomina del procuratore di Roma, quella dell'aggiunto e programmato quella di Perugia".
La requisitoria di Gaeta è iniziata così, ripercorrendo quanto accaduto nella riunione notturna dell'8 maggio 2019 nell'albergo romano a cui parteciparono, oltre a Palamara e 5 ex togati del Csm, i deputati Luca Lotti e Cosimo Ferri. "Quella riunione non è stata un'interlocuzione tra la componente politica e togata del Csm nell'ambito del perimetro costituzionale", ma "esorbita da quel perimetro, perché piega l'interlocuzione a forme di interesse privato: chi rappresentava Lotti se non se stesso e il suo personale interesse? E Palamara? E Ferri? - ha detto Gaeta - E quali interessi rappresentavano gli ex togati, che non erano certo stati votati dai magistrati per incontrarsi con Lotti sulla nomina del procuratore di Roma?". Un incontro "fuori da qualsiasi schema legale", secondo l'avvocato generale, in cui "a tutti era noto l'oggetto della discussione, la presenza di Ferri e Lotti e l'obiettivo della messa in sicurezza della scelta sulla nomina di uno dei candidati a Roma".
Gaeta, quindi, ha respinto "ogni ipotesi minimalista o banalizzante: a chi dice ' si è fatto sempre così', rispondo che non è vero. In questo caso non si può dire, perché c'è una congiunzione di interessi di soggetti tutti estranei alle dinamiche consiliaria.
Quanto a Lotti, "non abbiamo moralisticamente censurato ha aggiunto - la presenza di un imputato (nel processo Consip, ndr) in quanto tale, ma il fatto che ha fornito un contributo fattivo alla scelta: non è stato un convitato di pietra, muto nel corso di una discussione tra magistrati". Tutt'altro scenario per il consigliere di Cassazione Stefano Giaime Guizzi, difensore di Palamara, secondo cui Lotti "non fornì alcun contributo alla nomina" del procuratore di Roma: la sua presenza alla riunione all'hotel Champagne "rappresenta un grave profilo di inopportunità", ma "l'assunto della Procura generale per cui Lotti fu un potenziale codecisore sulla scelta della nomina non trova conforto negli elementi dell'inchiesta".
L'ex ministro dello Sport doveva parlare con Palamara della nomina di quest'ultimo "all'Authority della Privacy", ha puntualizzato Guizzi. "Il conferimento di incarichi direttivi e semidirettivi è un atto di natura politica: le nomine non vengono fatte solo per merito, ma sono una scelta anche di tipo politico", ha poi aggiunto Guizzi, ricordando il ruolo delle correnti.
"Palamara e Ferri, che sono ritenuti leader di corrente, avevano quindi titolo a interloquire sulle nomine, perché la Quinta Commissione del Csm non è una semplice commissione giudicatrice di concorso", ha allora osservato il difensore di Palamara. Guizzi ha ancora una volta ricordato i 133 testimoni non ammessi e i dubbi sull'ammissibilità delle intercettazioni telefoniche, dichiarandosi pronto ad andare alla Cedu.
Un intervento pronunciato davanti a un collegio di cui fa parte anche Piercamillo Davigo. La cui possibile uscita dal Consiglio superiore, e dunque dalla sezione disciplinare, avrebbe potuto far insorgere notevoli ostacoli, con il rischio di dover rinnovare l'istruttoria dibattimentale in seguito all'eventuale sostituzione dell'ex pm di Mani pulite.
Ipotesi che non sarebbe stata irrealistica, considerato che si è appreso dell'orientamento sfavorevole pronunciato nel parere dell'Avvocatura dello Stato alla permanenza di Davigo al Csm dopo il congedo. Ma ha provveduto il ritmo fulmineo del disciplinare su Palamara, a recidere il problema alla radice.
di Errico Novi
Il Dubbio, 9 ottobre 2020
Eugenio Albamonte, segretario di "Area", la corrente progressista della magistratura, non è propriamente un leader dell'associazionismo giudiziario che abbia sposato la linea giustificazionista, sul caso Palamara. "No, nessun sollievo. Dispiacere, piuttosto. Un'eventuale sentenza di rimozione di Luca Palamara dalla magistratura sarebbe comunque molto dolorosa.
Si tratta di una figura che ha ricoperto incarichi, rivestito un ruolo e un'importanza significativi nella nostra storia. E mi creda: altro che sollievo. Lo stato d'animo è lo stesso avvertito insieme con i colleghi presenti, dal vivo e da remoto, all'assemblea che ha decretato l'espulsione di Palamara dall'Anm: una sensazione plumbea".
Eugenio Albamonte, segretario di "Area", la corrente progressista della magistratura, non è propriamente un leader dell'associazionismo giudiziario che abbia sposato la linea giustificazionista, sul caso Palamara. E però non gli sfuggono affatto il portato e la componente umana della storia: "Piuttosto che avvertire un sollievo, una dismissione del problema, alla magistratura, a noi tutti tocca affrontare un percorso di autocritica profondo, se ancora vogliamo avere un ruolo anche culturale nel Paese e se vogliamo nello stesso tempo arginare le degenerazioni".
Siete stati per alcuni anni contrapposti a Berlusconi. Era un'Anm battagliera. Politicizzata, per alcuni. Poi la politica è implosa. Possibile che anche per questo nella magistratura si sia assistito a un ripiegamento individualistico da cui sono venuti carrierismo e svilimento clientelare?
È possibile. Anzi: è un'analisi in gran parte da condividere. Da una parte si è assistito a una perdita di idealità e di visione della società in tutte le classi dirigenti. Dall'altra, nel caso di noi magistrati, il ripiegamento sul personale si è tradotto in una perdita di identità culturale e di idealità per le correnti. Alcune hanno rinunciato all'impegno pubblico e all'elaborazione culturale in modo più netto. Ma si è affermato un individualismo a tutti i livelli, e contemporaneamente alla trasformazione delle rappresentanze al Csm in una sorta di uffici di collocamento, in reti di mutuo soccorso, in cui i favori hanno prevalso sul resto.
La vicenda di Palamara si inserisce proprio in un quadro del genere?
Evidentemente ci sono state figure che hanno interpretato l'associazionismo come relazione clientelare in modo individualistico. Il che è anche la conseguenza del sistema introdotto anni fa per l'elezione dei magistrati al Csm.
Cosa intende dire?
Che, prima della riforma, il voto era in qualche modo orientato verso la lista. La corrente che presentava la lista aveva anche il controllo, la responsabilità sulle condotte dei propri eletti. Se erano condotte sbagliate, il gruppo lo avrebbe pagato alla tornata successiva. Da un simile meccanismo di controllo collettivo si è passati a un sistema di fatto maggioritario: il voto è per il singolo magistrato, seppure inserito nella lista di una corrente. Risultato: si è ingigantito il potere di quel singolo magistrato rispetto al gruppo. Prima era il gruppo a scegliere il candidato, col sistema tuttora vigente è il singolo a imporsi. E a vivere poi il mandato di consigliere al Csm in un'ottica di protagonismo individuale, tutto imperniato sulla propria rete, sulla propria personale capacità di influenza e ovviamente sull'azzeramento del rilievo culturale dell'associazionismo giudiziario.
Detto così, non pare un endorsement per il nuovo sistema elettorale previsto nella riforma del Csm...
Di sicuro neppure il sorteggio rimedierebbe a un simile costume degradato, sarebbe anzi la soluzione peggiore. Non si risponde a nessuno, si è eletti per caso, si bada solo alla propria rete di conoscenze tra colleghi, magari a coloro con cui si è affrontato il concorso, a chi condivide l'ufficio in cui si lavora: il massimo dell'individualismo.
È l'individualismo la causa dei problemi?
Il nesso fra perdita di idealità e deragliamento verso l'assistenza clientelare è saldissimo. Aggiungo una cosa: le correnti si sono a un certo punto persuase che la dinamica dei favori portasse consensi a lungo termine. Non è vero. Disgrega, perché i magistrati si distaccano dall'associazionismo, ne colgono la riduzione a nominificio. La sola maniera per uscirne è una seria presa di coscienza critica sulle dinamiche di cui parliamo, che però deve essere collettiva.
C'è il rischio che non tutti la condividano?
Io ho letto l'intervista rilasciata al vostro giornale dalla segretaria di Magistratura indipendente Paola D'Ovidio. Dire che dietro la vicenda Palamara ci sono un complotto e un ribaltone mi pare equivalga a negare i problemi in cui ci si è trovati all'interno dei gruppi.
Circolano voci su un distacco di "Mi" dall'Anm: se avvenisse, la magistratura perderebbe presenza culturale nella società e forza con la politica?
Di sicuro un ordine disarticolato in più rappresentanze parallele sarebbe assai più debole. Sarebbe un errore, un danno arrecato, in ultima analisi, alla tutela del singolo collega. Né condivido il richiamo al ripiegamento su una rappresentanza dei magistrati solo sindacalistica, priva di slancio ideale. Serve un'analisi collettiva, e una riscoperta delle identità, della cultura giudiziaria: è il solo antidoto alla dissoluzione che abbiamo vissuto. Il sindacalismo spicciolo enfatizza solo il ripiegamento sul personale.
Ma oggi l'Anm non è troppo conflittuale al proprio interno?
Lo è stata anche in passato. Si è trattato di un carattere specifico dell'associazionismo. Ma dividersi è persino balsamico, se lo si fa sulle idee. Ripeto, la via d'uscita, per i magistrati e per l'associazionismo, è nella capacità di tornare a offrire la tutela ai colleghi insieme con la presenza culturale nella società. E di far prevalere così la critica e l'elaborazione collettive sull'individualismo clientelare e disgregatore.
L'eventuale allontanamento di Palamara dalla magistratura rischierebbe di portare a una sorta di "archiviazione della pratica", rispetto al percorso autocritico collettivo di cui lei parla?
Sarebbe un errore gravissimo. Innanzitutto ci sono altri procedimenti disciplinari da svolgere, in gran parte collegati alla vicenda di Palamara, ma c'è anche la necessità di non limitarsi all'accertamento disciplinare. Serve anche una verifica sul piano etico, deontologico. Certo è che siamo solo all'inizio, se vogliamo voltare pagina, ed è un'azione che imporrebbe un impegno comune.
A proposito di azioni comuni, mercoledì l'avvocatura ha espresso dissenso sul ddl penale rispetto a punti ritenuti disfunzionali anche dall'Anm: crede sia possibile un'iniziativa congiunta di rappresentanze forensi e Anm per chiedere la modifica del testo?
Lo chiede a me? Nella fase in cui ho assunto la presidenza dell'Anm mi sono fatto carico proprio del dialogo con il Cnf, con l'Unione Camere penali, basato su una convinzione: non c'è nulla, dico nulla, che nel dibattito pubblico sulla giustizia possa avere la stessa forza di un'iniziativa politica comune fra magistratura e avvocatura.
Non ci sono proposte politiche dei partiti o di altri che, nel campo della giurisdizione, possano competere per autorevolezza e forza con un'azione congiunta di magistrati e avvocati. È solo da auspicare che quel rapporto, che per vari motivi si è rarefatto, torni ad assumere tutta l'efficacia sperimentata in passato.
di Raul Leoni
gnewsonline.it, 9 ottobre 2020
Il sottosegretario Vittorio Ferraresi interviene nel dibattito nato a seguito del rinvio delle prove scritte previste dal bando di concorso a 45 posti di Dirigente di istituto penitenziario, il cui calendario sarà pubblicato il 12 gennaio 2021. "Qualcuno ha accusato la politica, che ha indetto e finanziato il primo concorso dopo ben 24 anni, di disinteresse rispetto al valore che questa figura ha nel sistema carcerario, un'accusa gratuita e ridicola", dichiara Ferraresi nella nota diffusa oggi, riferendosi a una procedura in cui sono state presentate 11.500 domande di partecipazione.
"Le prove per assumere 45 direttori di penitenziario - ha precisato il sottosegretario - si faranno il più presto possibile e nel pieno rispetto delle esigenze di sicurezza sanitaria causate dall'emergenza Covid-19".
Il sottosegretario ha pure rivendicato l'ampiezza del programma avviato dall'amministrazione per l'incremento degli organici a tutti i livelli: "Nelle due ultime leggi di bilancio 2019 e 2020, il Ministero della Giustizia ha già finanziato e avviato decine di procedure di concorso per vari profili tra organizzazione giudiziaria e amministrazione penitenziaria, cui hanno risposto decine di migliaia di candidati".
Ricordando le difficoltà organizzative causate dall'emergenza pandemica, Ferraresi ha poi ribadito l'impegno del dicastero nel portare a termine appena possibile il programma delle assunzioni: "È nostra intenzione portare avanti tutti i concorsi con la massima celerità, ma rimanendo sempre coscienti dei limiti di un'organizzazione che deve tenere conto delle numerose procedure in atto, doverose dopo decenni senza assunzioni, e di un'emergenza sanitaria totalmente inedita, di cui non si può ignorare l'esistenza".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 9 ottobre 2020
Ogni anno in Campania si contano in media 5mila ragazzi, tra i 12 e i 18 anni, identificati e riaffidati ai genitori o condotti in comunità di recupero per episodi di disagio e devianza, atti di bullismo, risse. Circa 250 sono quelli che affrontano percorsi rieducativi, 150 quelli affidati a comunità, circa 70 quelli detenuti nei centri di accoglienza per minori per accuse relative a reati penalmente rilevanti. Sono un mondo, delicato e complesso al tempo stesso. Dietro ognuno di loro c'è una diversa storia di povertà e disagio, di abbandono e sofferenza, di criminalità e mancanza di alternative.
Nel 40% dei casi hanno abbandonato la scuola troppo in fretta e così la povertà culturale diventa uno dei fattori che alimenta il fenomeno della criminalità minorile. L'altro fattore è la camorra, presente e diffusa anche nelle vite dei più piccoli attraverso legami familiari o amicizie di quartiere. A rischio sono quindi i figli dei camorristi, i figli degli affiliati, i boss in erba, i giovani che si armano per fare stese e rapine a mano armata. A queste realtà se ne affiancano però anche altre, non meno pericolose: sono le cosiddette baby gang, quelli della violenza anche senza motivo, degli accoltellanti e delle risse in strada, delle aggressioni a tutte le ore del giorno ad opera di ragazzini che spesso non hanno nemmeno l'età imputabile.
"La vicenda di Luigi Caiafa e l'attuale virulente connotazione del complesso fenomeno della criminalità minorile impongono di rivedere sia il ruolo dello Stato nella capacità educativa del minore sia le strategie di contrasto al fenomeno della devianza", commenta l'avvocato Gennaro Demetrio Paipais, esperto in diritto minorile, presidente dei giovani penalisti di Napoli e promotore di iniziative per il recupero dei minori a rischio. "Se, nonostante i buoni propositi di reinserimento sociale, il giovane diciassettenne aveva optato per un percorso alternativo non può non segnalarsi un corto circuito nel sistema educativo. È pertanto improcrastinabile - aggiunge - l'attuazione di politiche sociali proiettate al rafforzamento della formazione, del lavoro e più in generale dell'inclusione in favore di minori, soprattutto dei territori a rischio, con l'auspicio che il disagio familiare o territoriale non si traduca in devianza".
In questa ottica, l'Unione Giovani Penalisti ha sollecitato un incontro/confronto alla Camera dei deputati tra i componenti delle Commissioni Infanzia e Adolescenza, Giustizia, Lavoro e Difesa nonché con le istituzioni nazionali e locali e con il terzo settore, al fine di tratteggiare un itinerario correttivo dei minori a rischio di esclusione. Intanto a Napoli, venerdì, si riuniranno i garanti territoriali delle persone private della libertà. L'assemblea sarà presieduta dal garante della Campania, Samuele Ciambriello. Parteciperanno, tra gli altri, il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Giorgis, il capo dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, Bernardo Petralìa, il capo del Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità, Gemma Tuccillo. Sarà una due giorni di confronti e dibattiti sui vari aspetti della funzione rieducativa della pena in contesti di criminalità organizzata, del reinserimento sociale e dell'accoglienza delle persone private della libertà.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 9 ottobre 2020
Corte di cassazione - Sezione I Ordinanza 8 ottobre 2020 n. 21730. Nell'azione proposta dal curatore per la responsabilità degli amministratori nel fallimento, è corretto quantificare il danno, tenendo presente la dispersione di elementi dell'attivo patrimoniale e il colpevole protrarsi dell'attività produttiva che genera ulteriori debiti per la società.
Né la legittimità del criterio è smentita dal fatto che l'importo oggetto di liquidazione, sulla base di tali criteri, sia poi ridotto, fissandolo nella differenza tra il passivo e l'attivo fallimentare, in virtù del limite della pretesa fatta valere. La Corte di cassazione, con la sentenza 21730, respinge il ricorso degli amministratori della società fallita che contestavano sia l'esistenza di una prova che il danno subito dalla società fosse collegato alle loro condotte, sia i criteri di liquidazione.
Per la Cassazione però la via seguita è corretta. Nella quantificazione si era tenuto conto del depauperamento del patrimonio della società fallita, a causa della cooperazione dolosa o comunque gravemente colposa dei ricorrenti, già condannati per bancarotta fraudolenta, per la distrazione di elementi attivi del patrimonio sociale: poste la cui destinazione era rimasta sconosciuta, perché non risultavano impiegate né per l'acquisto di beni aziendali né per il pagamento delle retribuzioni dei dipendenti.
Ad aumentare il pregiudizio era stato anche il debito accumulato per le retribuzioni dovute ai lavoratori, ammessi al fallimento. Dipendenti rimasti in servizio e non licenziati, anche dopo la cessazione dell'attività della fallita perché impiegati presso una seconda società che lavorava in stretta cooperazione con la fallita e della quale uno dei ricorrenti deteneva significative quote sociali. Entrambe le condotte sono state legittimamente considerate ai fini della quantificazione del danno. "A nulla rilevando - si legge nella sentenza - che l'importo oggetto di liquidazione sulla base di tali criteri sia ridotto a minor somma, nella specie corrispondente alla differenza tra attivo e passivo fallimentare, in ragione del limite quantitativo della pretesa fatta valere".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 ottobre 2020
In Italia esiste una disparità di trattamento, tra il soggetto che ha fatto ricorso alla Corte europea di Strasburgo (Cedu) e chi alla Corte nazionale. Questa situazione, ora, viene ulteriormente cristallizzata con il ricorso ritenuto ammissibile dalla Corte Europea presentato dall'ex senatore democristiano Vincenzo Inzerillo, assistito dall'avvocato Stefano Giordano. Ma andiamo con ordine.
Fino al 1994 non esisteva il concorso esterno in associazione mafiosa, quindi non può esserci una condanna se l'accusa risale a fatti antecedenti di quell'anno. Un principio che la Cedu ha riconosciuto a l'ex 007 Bruno Contrada. Teoricamente, ciò deve valere per tutti coloro che sono stati condannati per i fatti antecedenti, appunto, al 1994. Parliamo dei cosiddetti "fratelli minori" di Contrada che però, puntualmente, la Cassazione non riconosce. Eppure la Corte Europea, il 14 aprile del 2015, aveva stabilito che la sentenza è legittima solo per fatti commessi dopo il 1994.
Lo ha stabilito certamente per Contrada, ma ha identificato un deficit sistemico nell'ordinamento: fino a quel momento il reato non era infatti, per la Corte, configurato in modo sufficientemente chiaro. Un principio che riguarda proprio quella "certezza della pena" che oggi però viene citata confondendolo con altro. La pena è certa quando il cittadino che tiene una certa condotta sa se essa costituisce reato oppure no, e in caso positivo quali sono le sanzioni previste.
Con le pronunce della Cassazione nei confronti dei "fratelli minori", si è cercato di annullare le conseguenze che la pronuncia Contrada avrebbe avuto nel sistema (di fatto, una sentenza "pilota"), perché si sarebbero dovute revocare tutte le sentenze di quelli che, pur non avendo fatto ricorso a Strasburgo, erano comunque nelle stesse condizioni di Contrada. Ma nulla da fare.
Per questo sono fioccati numerosi ricorsi alla Cedu. Ma ora è arrivata la prima conferma. La Cedu ha ritenuto ricevibile il ricorso presentato dall'ex senatore dell'ex Dc Vincenzo Inzerillo, assistito dall'avvocato Stefano Giordano, lo stesso legale - ricordiamo - che ha fatto annullare la condanna a Contrada ed è riuscito ad ottenere anche un risarcimento di 667 mila euro a titolo di riparazione per l'ingiusta detenzione.
Nel ricorso di Inzerillo - condannato per concorso esterno in associazione mafiosa per fatti antecedenti al 1994 - si fa presente che ci sono state diverse violazioni degli articoli della Cedu. Come ad esempio l'articolo 46 e 32, perché - come scrive l'avvocato Giordano nel ricorso - "dall'inestensibilità degli effetti della sentenza Contrada deriva l'assenza di un rimedio interno idoneo a far valere la violazione convenzionale patita e ottenere l'eliminazione delle relative conseguenze".
C'è anche la lesione dell'articolo 7 Cedu "in relazione all'assenza di prevedibilità e accessibilità del precetto penale che ha condotto alla sua condanna, al fine di conseguire l'eliminazione di quest'ultima". Ma non solo. Altro aspetto degno di nota del ricorso è che si fa un riferimento alla presunta mancata imparzialità di due magistrati membri del collegio delle sezioni unite della Cassazione che ha dichiarato infondato il ricorso di Inzerillo.
Perché? Si legge sempre nel ricorso alla Cedu che un magistrato era stato membro del collegio che emise (in sede di rinvio) la sentenza di condanna a carico di Contrada, l'altro avrebbe invece scritto un libro di diritto penale dove in un capitolo ha criticato la sentenza Cedu "Contrada c. Italia". Quindi, secondo l'avvocato Giordano, ci sarebbe stata la violazione dell'articolo 6 della convenzione, perché privi del requisito di imparzialità. In effetti si fa riferimento a diverse sentenze Cedu dove si evince che "l'imparzialità viene infatti esclusa se il giudice sia portatore di un pregiudizio personale, manifestato anche attraverso dichiarazioni rese fuori dal processo". Il ricorso è ammissibile, ora si attende la sentenza.
di Eleonora Francklin
ilquotidianoitaliano.com, 9 ottobre 2020, 9 ottobre 2020
Due casi di positività sono stati registrati all'interno del carcere di Trani. Si tratta di due detenuti in regime di semilibertà che pare abbiano contratto il virus all'esterno della casa circondariale durante le ore di lavoro. Uno dei due è al momento ricoverato, mentre l'altro sta scontando la pena a casa per via dell'isolamento domiciliare. Stando a quanto siamo riusciti ad apprendere pare che all'interno del carcere sia scoppiato un focolaio e che i due casi siano quelli noti. "Un mio assistito in regime di semilibertà - spiega l'avvocato Nicola Lerario - mi ha riferito l'assurdità della situazione ambientale in cui vivono. Al rientro serale, dopo aver trascorso la giornata in esterno a lavorare, sono allocati in un unico padiglione, chiuso, senza guardie, né medici".
"La semilibertà - conclude l'avvocato penalista - è una misura assolutamente fuori luogo in questo periodo storico poiché consente l'introduzione nell'istituto del virus esponendo a contagio detenuti e operatori carcerari".
telebari.it, 9 ottobre 2020
Da aprile ad oggi nelle carceri di Bari, Altamura, Turi e nell'istituto minorile Fornelli sono stati eseguiti più di mille tamponi sui detenuti, tutti risultati negativi al Covid. Nelle prossime settimane la Asl di Bari è pronta a partire con i tamponi rapidi, gli stessi che saranno utilizzati nelle scuole, anche nelle carceri.
Lo ha spiegato Nicola Buonvino, responsabile del servizio di Assistenza Sanitaria Penitenziaria della Asl di Bari, durante l'incontro dal titolo "Il carcere e la prevenzione del contagio: proseguire in sicurezza" nell'ambito del Forum Mediterraneo e Sanità organizzato nella Fiera del Levante di Bari.
"Saremo pronti tra 15-20 giorni - ha detto Buonvino - ad eseguire i tamponi rapidi in carcere, sui detenuti ma anche sugli operatori, cioè tutti quelli che accedono al carcere a vario titolo e che possono veicolare il contagio". "I tamponi rapidi consentiranno di ottenere il risultato del test entro un'ora, rispetto alle 12-24 ore dell'odierno tampone - ha spiegato Buonvino - e saranno utilizzati a partire da Bari, che è una comunità particolarmente fragile, perché è una delle otto carceri italiane con il Servizio Assistenza Intensificato", cioè un reparto ospedaliero, e accoglie detenuti con patologie oncologiche e situazioni immunitarie precarie.
Il Messaggero, 9 ottobre 2020
Torna l'allarme Covid anche a Rebibbia. Dopo i primi casi registrati a inizio pandemia, ieri un altro focolaio nel braccio femminile. In cinque sono risultate contagiate: due detenute, due agenti di guardia e un'infermiera.
Sono ora in corso tutte le procedure di isolamento e tracciamento: "Ci preoccupa l'assenza dei dispositivi di protezione individuale come la mascherina, i guanti, ma anche i plexiglass", denuncia il sindacato di Polizia Penitenziaria. Una miccia pronta ad accendersi.
I primi disordini nel penitenziario di via Tiburtina si erano registrati il 9 marzo, all'indomani delle direttive per il contenimento del coronavirus. Oltre cinquanta persone avevano occupato il piazzale mentre all'interno, l'allarme era scattato nella mattinata quando i detenuti avevano dato fuoco ai materassi assaltando le infermerie.
Dopo giorni di rivolte e disordini, per i detenuti sono stati allestiti termo strutture e triage esterni. Mentre continua a salire il numero degli studenti malati: all'istituto Santa Margherita di Savoia di San Giovanni, per due alunni positivi, tre classi sono in didattica a distanza da mercoledì.
Per i compagni e i docenti è stato predisposto l'isolamento fiduciario in attesa del risultato dei tamponi. "La sua compagna di classe è risultata positiva e ora tutta la famiglia è a casa" racconta la mamma di una studentessa che ieri mattina, insieme alla figlia, era in fila al drive in della via Palmiro Togliatti: "anche il fratello non sta andando a scuola, io e mio marito siamo in smart working. Mia figlia e l'amica - spiega - sono anche uscite insieme nel fine settimana.
Quindi il rischio che l'intero nucleo familiare sia stato contagiato è altissimo. Mio marito e mio figlio faranno domani il test".
Sui casi nelle scuole e gli isolamenti che ne sono seguiti, sui potenziali infetti ancora da accertare o che aspettano i risultati e sono a casa, proprio le scuole lanciano un appello alle Asl: "Bisogna accelerare sui risultati", spiega la preside del liceo Lucrezio Caro Paola Fattoretto.
"Al momento abbiamo dieci studenti a casa che attendono l'esito del tampone, i tempi di risposta sono molto lunghi e questi ragazzi stanno perdendo giorni di scuola anche perché è complicato attivare la didattica a distanza per singolo studente". E i ritardi si verificano anche per "sbloccare" le classi in quarantena che restano dunque in isolamento più del dovuto come è accaduto in una sezione del liceo scientifico Righi.
Intanto ieri il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha firmato l'ordinanza che di fatto istituisce il primo "mini-lockdown" nella provincia di Latina "tenuto conto dell'incremento dei casi registrati dal 4 ottobre - spiega l'assessore alla Sanità Alessio D'Amato - pari al 155%". Il consueto bollettino giornaliero ieri ha fatto registrare sull'intero territorio 359 positivi di cui 144 nella Capitale a fronte di 13 mila tamponi eseguiti (mille in più rispetto a quelli svolti mercoledì).
Ci sono stati anche 6 decessi, mentre 81 sono le persone guarite. A fronte dell'elevata pressione nei "drive-in" saranno raddoppiati i punti di analisi e già ieri è partito il "drive-in" pediatrico (su appuntamento allo 06/33778787) del policlinico Sant'Andrea mentre sabato pomeriggio partiranno le postazioni a Guidonia, Labico e Monterotondo Scalo e lunedì a Ladispoli e Gaeta. L'Asl Roma 1 ha registrato ieri 62 casi positivi, 31 dei quali legati a un link già isolato.
L'Asl Roma 2, invece, nelle ultime 24 ore ha contato 55 nuovi casi di Covid-19 e infine l'Asl Roma 3 con 27 positivi. Rispetto a mercoledì salgono a 55 i ricoveri nelle Terapie intensive (il 7 ottobre il dato si fermava a 48) così come aumentano i ricoverati: in un giorno si è passati da 808 a 821.
- Padova. Il Festival dello sviluppo sostenibile si occupa di "Università in carcere"
- Bologna. Un angelo chiamato Simona, l'infermiera che ha "salvato" un ex detenuto
- Piacenza. Sanità penitenziaria, dalla Regione 350mila euro all'Ausl
- Napoli. Suicidio sospetto in carcere, la famiglia: "Acquisite nuove foto: è stato omicidio"
- Bari. Ieri il convegno: "Il carcere e la prevenzione del contagio: proseguire in sicurezza"










