di Amedeo Junod
Il Riformista, 10 ottobre 2020
Con il diffondersi dell'epidemia di Coronavirus è stata scritta un'altra pagina nera nella triste storia delle carceri in Italia. Nell'anno delle rivolte e, più di recente, delle numerose denunce di maltrattamenti e violenze, si contano, ad oggi, già 44 suicidi negli istituti di pena, di cui 8 persone solo nella regione Campania. In un simile contesto assume un rilievo ancor maggiore la Conferenza dei garanti territoriali delle persone private della libertà.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 ottobre 2020
Il 29 settembre il Dap chiede di rispettare le sentenze di Consulta e Cassazione, dopo due giorni arriva lo stop del capo Petralia e del vice Tartaglia. Il direttore della Direzione generale Detenuti e Trattamento del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) Turrini Vita, tramite circolare, ordina alle direzioni delle carceri di rispettare le sentenze della Corte costituzionale e della Cassazione sul 41bis.
di Vincenzo Maria Siniscalchi
Il Mattino, 10 ottobre 2020
Il Ministro della Giustizia ha svolto nei giorni scorsi un intervento in forma di comunicazioni innanzi alla Commissione Giustizia della Camera. In quelle comunicazioni ha precisato che si trattava della informativa non su un piano definito di interventi già pronti per trasformarsi in strumenti operativi bensì della enunciazione di una sorta di ideale piano strategico destinato a porre una serie di questioni all'interno del "Recovery Plan".
di Guido Vitiello
Il Foglio, 10 ottobre 2020
Dove si daranno convegno un ergastolano e la sua amata, se non in sogno? È ciò che accade in "Peter Ibbetson", romanzo di George du Maurier del 1891. Il telefono esisteva già da qualche anno, ma nessuno poteva ancora immaginare fino a che punto avrebbe stravolto il nostro senso dei luoghi e delle mura, creando un ambiente immateriale e tuttavia non onirico.
redattoresociale.it, 10 ottobre 2020
In corso a Napoli l'Assemblea della Conferenza dei Garanti. Il portavoce, Stefano Anastasìa, ha fatto il punto sulle carenze del sistema, sui problemi della didattica a distanza e sul decreto sicurezza. "Il decreto sicurezza del governo è un atto molto importante che farà emergere dalla clandestinità migliaia di persone. Riconosce e amplia il ruolo del Garante delle persone private della libertà, consentendo a coloro che sono trattenuti nei Cpr (i Centri di permanenza per il rimpatrio) di rivolgersi ai garanti, per rappresentare i propri problemi e presentare reclami".
di Rossella Grasso e Giacomo Andreoli
Il Riformista, 10 ottobre 2020
"Porto e porterò sempre la toga nel cuore essendomi sempre ispirato ai principi di una giustizia giusta". Così Luca Palamara ha commentato a caldo, durante una conferenza stampa, la decisione dei giudici della disciplinare del Csm che hanno accolto le tesi accusatorie della Procura generale di Cassazione e hanno deciso che l'ex presidente dell'Anm va rimosso dall'ordine giudiziario.
"Sono consapevole di aver pagato io per tutti, per un sistema che non funzionava, che nei fatti si è dimostrato obsoleto e superato - ha continuato Palamara - So che pago io per tutti che è esistita una magistratura silenziosa di tanti che mi hanno chiesto di andare avanti e non vengono allo scoperto".
Nel processo disciplinare, "il dottor Palamara aveva chiesto di difendersi depositando una lista di testi di 133 persone. Non gli è stato consentito. Non gli è stato consentito di difendersi provando". Lo ha detto Giuseppe Rossodivita, legale di Luca Palamara, parlando alla stampa. "La prova è assolutamente mancata nel processo che ha portato alla radiazione di Palamara", ha aggiunto. "È un modo di procedere purtroppo molto utilizzato nelle aule di tribunali quello di avere un parametro di riferimento del materiale probatorio molto molto traballante e lasco pur essendo più che sufficiente, secondo la giurisprudenza, per arrivare a sentenze che vanno a incidere pesantemente sulla vita delle persone", ha aggiunto Rossodivita.
Durante la conferenza stampa Palamara, visibilmente provato, ha detto di essere intenzionato a ricorrere tanto alle Sezioni unite, quanto, dovesse esserci bisogno, alla Corte europea dei diritti dell'uomo. "23 anni di carriera ispirati ai principi della magistratura, messa in discussione per una cena con un parlamentare - ha continuato Palamara - ribadisco che non ho mai fatto nessun accordo con nessun parlamentare".
"Il sistema delle correnti nei fatti si è dimostrato obsoleto e superato - ha continuato Palamara - Io i politici li ho frequentato nel corso della mia attività. Per me il relazionarmi con la politica era funzionale alla tematica che stavo affrontando. Non ho mai barattato la mia funzione per fare un favore al politico di turno". Si è scagliato contro il il sistema delle correnti in Italia: "Non l'ho inventato io - ha detto - Domina la magistratura da circa 40 anni e ha avuto sostenitori e forti critici all'interno della stessa magistratura. Indubbiamente ha penalizzato i non iscritti alle correnti anche sul versante delle nomine".
Continua a professare la sua innocenza e non ha intenzione di arrendersi. Spiega che di cene con politici ne ha fatte tante ma questo era sempre in virtù del suo lavoro e delle tematiche che andava ad affrontare. "Non solo Lotti - dice - I nomi dei politici che ho incontrato li farò, ma deve tutto essere documentato e circostanziato. Io sarò in grado di dire e documentare con chi mi sono trovato a parlare di nomine con politici diversi da Lotti. Di cene ne ho fatte tantissime".
A chi gli chiede se è pentito di qualcosa risponde: "La parola pentimento è una parola che faccio fatica a metabolizzare. Dal punto di vista dell'opportunità politica posso dire che la partecipazione di Lotti era meglio che non ci fosse ma è una partecipazione che in alcun modo ha alterato la nomina del procuratore di Roma". E rimanda al mittente l'accusa di "fare la vittima" e dice: "Non voglio assolutamente assumere il ruolo di vittima, state tranquilli, così come non voglio abbattermi rispetto a quello che è accaduto oggi, il mio impegno sarà di battermi per la verità".
"La magistratura ha bisogno di uomini coraggiosi. Ci siamo difesi nel processo, sempre. Siamo stati sempre presenti in un processo che ha contingentato le udienze in 10 giorni. Questa è la mia risposta di rispetto e di ossequio delle istituzioni". Il partito Radicale intanto chiede una Commissione di inchiesta sull'affaire Palamara. "Ci attiveremo con i capigruppo di Camera e Senato perché ci sia una risposta a questa nostra richiesta" ha detto il segretario del partito Maurizio Turco.
di Eriberto Rosso
Il Riformista, 10 ottobre 2020
Il tempo presente è quel che è. Manca qualsiasi afflato politico culturale che consenta di immaginare serie riforme per la effettività delle garanzie del giusto processo. Del resto, gli oltre mille interventi che si sono succeduti dal 1988 - anno di svolta per l'adozione del codice accusatorio - al netto della legge n. 63/2001 di attuazione dei principi costituzionali del giusto processo e del tentativo riformatore del 2006 (la cd. Legge Pecorella), sono sempre stati contrassegnati da logica emergenziale e volti ad un efficientismo del quale hanno sempre fatto le spese i diritti della difesa. È con questa consapevolezza che noi dell'Unione delle Camere Penali Italiane ci siamo accostati alle consultazioni volute dal Ministro Bonafede sulla riforma del processo penale.
Un'era glaciale fa, dunque, con il Governo Conte I, avevamo individuato proposte comuni con la Magistratura associata, per alcuni essenziali interventi in grado di incidere sui tempi morti del procedimento e così contribuire all'effettiva attuazione alla garanzia costituzionale della ragionevole durata del processo: riduzione del numero dei processi a dibattimento attraverso l'innalzamento della soglia di pena per il patteggiamento, ampio spazio all'iniziativa della difesa nell'abbreviato condizionato, valutazione sostanziale delle fonti di prova in sede di udienza preliminare, una incisiva depenalizzazione. Proposte ragionevoli che dovevano accompagnarsi con il rafforzamento delle regole di realizzazione del contraddittorio al dibattimento. Avevamo poi da soli insistito nel proporre sanzioni processuali finalizzate a garantire la certezza del tempo delle indagini e il ripristino di una seria disciplina della prescrizione, istituto di garanzia e di civiltà giuridica che gli allora neofiti giustizialisti avevano rimosso dal nostro ordinamento, abolendola dopo il primo grado di giudizio.
È noto come, nonostante gli impegni assunti dalle forze parlamentari chiamate a comporre la parzialmente diversa maggioranza di governo, l'Esecutivo abbia proposto un disegno di legge di riforma del processo che ha ignorato gli approdi del tavolo di consultazione, incentrato su di una farraginosa responsabilità disciplinare del Pubblico Ministero a fronte dell'eventuale sforamento del tempo delle indagini, di nessuna utilità per il malcapitato cittadino sottoposto a processo. È poi previsto che i criteri di priorità per la trattazione delle cause penali siano affidati all'autorità giudiziaria, così chiamata a svolgere scelte di politica criminale che debbono invece appartenere al potere legislativo. Timidissimi gli interventi sui riti speciali, concepiti in modo tale da non incidere sul numero dei processi. Già che c'erano, hanno previsto anche l'estensione della regola per la quale - pure mutando il Giudice - ordinariamente non si procede a rinnovare l'acquisizione della prova e ridotto la collegialità in appello.
Ieri, in sede di audizione dinanzi alla Commissione Giustizia della Camera dei deputati, l'Unione ha illustrato le proprie critiche, e ha avanzato le proprie proposte, le une e le altre qui semplicemente tratteggiate. Ma soprattutto ha rivolto un appello ai parlamentari giuristi: voi che siete avvocati, magistrati, accademici impedite che il già scassato processo accusatorio vada definitivamente al macero. Non è in gioco semplicemente questo o quell'equilibrio parlamentare. Si tratta per davvero di non rendere ancor più buio il nostro tempo.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 10 ottobre 2020
La toga strappata di dosso a Luca Palamara segna l'epilogo di un processo disciplinare, ma non chiude il caso. Per lui e per la categoria che ha rappresentato per oltre un decennio. Il condannato nega di sentirsi vittima ma parla da vittima: "Pago per tutti"; ritiene ingiusto un giudizio limitato ai fatti addebitati, ma sa che non è vero: sono state applicate le regole che ogni giorno applicano i suoi (ora ex) colleghi.
Tuttavia questa condanna non può suonare come un'assoluzione per la magistratura nel suo insieme. L'autoriforma, in attesa delle riforme annunciate, deve proseguire per restituire all'istituzione la credibilità incrinata. Espellere un colpevole non risolve il problema. Se Palamara è vittima, lo è di sé stesso; giunto all'apice del potere nel suo mondo, inseguiva le proprie aspirazioni con spregiudicate manovre (illecite secondo il verdetto) e rapporti border line con magistrati a mezzo servizio in politica (Cosimo Ferri) e ex ministri imputati (Luca Lotti), considerandosi intoccabile.
Ma è anche il frutto avariato di un sistema che gli ha consentito di coltivare certi metodi. La sua apparizione nella sede del Partito radicale, a poche ore dalla radiazione, è sembrata evocare un po' Enzo Tortora (se il paragone non suonasse ingiurioso per una vera vittima della "giustizia") e un po' Joe Valachi, pronto per la commissione d'inchiesta invocata dai suoi nuovi compagni di strada politica.
"Se parlo io crolla la magistratura", confidava agli albori dello scandalo, prima di venirne travolto, lasciando in sospeso possibili e dirompenti rivelazioni. Da allora accenna e allude, come ha fatto pure ieri, portando però sulle spalle il pesante silenzio opposto al suo giudice disciplinare, quando ha preferito non rispondere alle domande dell'accusa sui fatti contestati (le trame dell'hotel Champagne). Per adesso è crollato lui, sebbene la storia non sia finita.
Ma la magistratura, con le prassi opache o poco commendevoli scoperchiate dalle indagini su Palamara, continua a non stare tanto bene. Per questo il caso non è chiuso. Al di là del destino di una toga strappata, urgono nuove pratiche (solo in parte avviate) e comportamenti trasparenti. Senza aspettare le riforme.
di Simona Musco
Il Dubbio, 10 ottobre 2020
L'ex pm aderisce ai Radicali: "Ora lottiamo per la Giustizia". Solo tre ore di camera di consiglio dopo un processo lampo durato non più di una decina di udienze e una sentenza che non lascia scampo: rimozione e radiazione dalla magistratura.
Si chiude così il processo disciplinare a carico di Luca Palama, l'ex presidente dell'Anm accusato di aver condizionato e pilotato le attività del Csm. Ma lui si difende: "Farò ricorso alle Sezioni unite e, se ce ne sarà bisogno, arriverò fino alla Corte europe dei diritti dell'uomo"
"Pago io per tutti". Luca Palamara non è più un magistrato, rimosso da quel Csm di cui è stato parte e nel cui seno si sarebbe reso "infaticabile organizzatore, sceneggiatore e regista della strategia" per arrivare alle nomine ai vertici delle Procure di Roma e Perugia, con la volontà di "condizionare in modo occulto l'attività istituzionale del Csm", secondo l'avvocato generale della Cassazione Piero Gaeta. La polvere è stata nascosta sotto il tappeto: il sistema, con la sua condanna, sarebbe stato distrutto.
Perché un sistema, per il Csm, non esiste. Ma per l'ex presidente dell'Anm la partita non è chiusa: dicendosi contrario a vestire il ruolo della vittima, annuncia di voler accogliere l'invito del Partito Radicale che ieri lo ha ospitato per la conferenza stampa post sentenza - per una battaglia comune per "una giustizia giusta" e per la creazione di una Commissione d'inchiesta in grado di fare luce sul mondo della magistratura.
Un mondo che Palamara ha frequentato per 23 anni, durante i quali tante sono state le interlocuzioni con la politica, e dove a ragionare su nomine e logiche correntizie, spiega, non sarebbe stato solo lui. "Posso dire oggi di avere pagato io per tutti, per un sistema che non funzionava che nei fatti si è dimostrato un sistema obsoleto e superato", aggiunge, sottolineando che "sarò in grado di fare i nomi delle persone con cui ho parlato di nomine, anche dei politici, non solo Lotti, non solo quelli del Pd". E assicurando di non aver "mai barattato la funzione per fare un favore a questo o quel politico di turno".
Con occhi segnati e voce pacata, Palamara annuncia ricorso. Prima alle Sezioni Unite della Cassazione, poi, se necessario, alla Cedu. Ma il processo alla magistratura, intanto, si sposta fuori dalle aule. "La mia nuova esperienza mi ha fatto maturare idee nuove e diverse, che prima non avevo", dice parlando di separazione delle carriere, tema sul quale nella sua vita da magistrato era orientato su un secco "no".
"Prima avevo una visuale dei problemi della magistratura, la visuale di chi esercita il terribile potere di giudicare, che spesso travolge fatti, persone e situazioni", sottolinea. La prospettiva ora è diversa, al punto da abbracciare le battaglie del Partito Radicale, contro il quale prima stava dall'altra parte della barricata: "Riflettiamo sul perché un fascicolo va avanti e un altro no", aggiunge parlando con i giornalisti.
Non fa nomi - promettendo di farli a tempo debito - ma descrive un sistema che "ha tagliato fuori coloro che non facevano parte". Un fatto "oggettivo, piaccia o non piaccia", di cui lui non sarebbe stato l'unico protagonista. E racconta di come proprio al Csm "i segretari delle correnti davano indicazioni sui nomi, sul perché qualcuno doveva ricoprire una carica anziché l'altra". Dall'altra parte però, spiega, "esiste una magistratura silenziosa", fatta "di tanti colleghi che mi hanno chiesto di andare avanti e che non vengono allo scoperto".
Per il sostituto procuratore generale Simone Perelli e per l'avvocato generale Gaeta, il comportamento di Palamara è stato di "una gravità inaudita". Ma per il difensore di Palamara, il consigliere di Cassazione Stefano Giaime Guizzi, non si è trattato di una "sentenza politica". Guizzi, durante il processo, ha contestato aspramente l'utilizzo del trojan, piazzato dai pm di Perugia per scoprire la presunta corruzione da 40mila euro poi eliminata dalle accuse, l'utilizzabilità delle intercettazioni e la riduzione della lista testi da 133 a sei.
"Quando ero in disciplinare - spiega Palamara ho visto processi che saltavano per un certificato medico presentato più volte. Io sono stato processato in 10 giorni". Il diritto alla difesa, dunque, sarebbe stato compresso. Convinzione fatta propria anche dai Radicali. "Il caso Palamara per qualcuno è chiuso, per noi si apre oggi", afferma Maurizio Turco, segretario del Partito. Perché nelle pieghe di questo processo "abbiamo ritrovato gli orrori dei processi e della Giustizia italiana, che noi chiediamo imperterriti che sia riformata".
A partire, secondo l'avvocato Giuseppe Rossodivita, membro del Consiglio generale dei Radicali, dall'utilizzo del materiale probatorio. Per l'accusa, infatti, Palamara voleva un "procuratore di Perugia addomesticato, che doveva assecondare il sentimento di rivalsa suo e di Lotti nei confronti di Paolo Ielo (procuratore aggiunto a Roma, ndr)".
Uno schema, sottolinea Rossodivita, del quale "Viola non ne sapeva nulla", ma soprattutto di cui è mancata la prova "nel processo che ha portato alla radiazione di Palamara. E questo è un modo di procedere molto utilizzato nelle aule dei tribunali". Le critiche trasversali non mancano: per l'ex procuratore Carlo Nordio si è trattato di "un processo stalinista", per il presidente dell'Unione Camere penali Giandomenico Caiazza di "un esorcismo", con un capro espiatorio sacrificato "per salvare dal peggio innanzitutto i sacerdoti officianti".
E lui, Palamara, non fa che ripetere il mantra: "Porto e porterò sempre la toga nel cuore. I valori che mi hanno portato ad essere magistrato - equità, senso civico e amore per la giustizia - sono quelli che oggi, come privato cittadino, intendo mettere a disposizione della collettività".
di Paola Fucilieri
Il Giornale, 10 ottobre 2020
Domenico de Robertis, assistente capo della Polizia penitenziaria: "Ero perso, mi ha salvato Morricone". "Come è cambiata la mia vita dopo che mi sono ammalato di Covid? Ho compreso fino in fondo l'importanza delle piccole cose.
Quelle che diamo per scontate, quelle di tutti i giorni: prendere una boccata d'aria in santa pace, abbracciare i propri figli, parlare con un amico, un collega, guardandolo negli occhi, di persona, persino portare in giro il cane. Chissà, magari ci sentiamo immortali. Oppure semplicemente pensiamo: a me non capiterà mai. Ecco: dopo questa esperienza io non ragionerò più così, mai più.Ci sono delle linee di demarcazione, un prima e un dopo. E forse non tutto accade per caso".
Domenico de Robertis, cinquantunenne, sposato, padre di tre ragazzi di 19, 18 e 13 anni, una famiglia con cui vive a Tavazzano (Lodi) è assistente capo coordinatore nel carcere di San Vittore dall'aprile 1998. Arruolatosi volontario in Marina a 17 anni, sguardo diritto di quelli che non mentono, "Mimmo", come lo chiamano qui tutti nella casa circondariale di piazza Filangieri, è uno di quelli che in questi ambienti definiscono "operativo".
È rimasto infatti contagiato dal Covid proprio durante la rivolta di San Vittore il 9 marzo, nel pieno dell'emergenza Coronavirus. Ufficialmente i detenuti devastarono completamente il carcere, lo misero a ferro e fuoco e salirono sul tetto per la sospensione dei colloqui con i familiari; in realtà i disordini furono una scusa per protestare contro le condizioni di vita in carcere. Giovanna Di Rosa, presidente del Tribunale di sorveglianza dal 2016, quel giorno definì gli agenti della penitenziaria "eroici".
"Appena terminata la rivolta, dal punto di vista della salute, sono progressivamente peggiorato, giorno dopo giorno - racconta de Robertis -. Ho cominciato ad avvertire una forte spossatezza ed ero anche molto raffreddato. Subito ho minimizzato, pensando a un malanno stagionale. Quando però ho iniziato a perdere gusto e olfatto, beh, allora mi sono preoccupato.
Una sera mentre stavo cenando non sentivo nulla, più nessun sapore, mi sembrava di mangiare del cartone. No, non avevo ancora la febbre, ma sapevo che quei sintomi erano tra i principali del Covid. Ho fatto il tampone negli ambulatori di San Vittore il 24 marzo. Il giorno dopo ho lavorato. La sera sono tornato a casa e avevo la febbre a 40. ho pensato a una influenza".
La mattina successiva de Robertis va dal medico di famiglia per il certificato di malattia. Ma, dopo avergli auscultato i polmoni la sua dottoressa, l'ottima diagnosta Giuseppina Orecchia, lo manda subito al pronto soccorso per una radiografia al torace. "Mi hanno individuato una polmonite interstiziale da Covid e una leggerissima dispnea. Il prelievo arterioso per controllare la quantità di ossigeno che avevo nel sangue però era okay, quindi sono stato rimandato a casa. La mattina del 26 è arrivato il referto del tampone: positivo".
"Inizialmente avevo il terrore di andare in ospedale perché sentivo i racconti di gente che da lì non tornava più a casa. Ho iniziato ad avere paura quando la saturazione, che misuravo con il saturimetro da casa, ha iniziato ad abbassarsi: arrivai a 92, il minimo era 94 quindi avrei già dovuto farmi ricoverare, come mi aveva detto il medico. Non ho detto nulla, fortunatamente poi sono migliorato".
Chiuso in camera da letto in isolamento totale per 40 giorni la vita di de Robertis cambia radicalmente. "Passavo tutto il tempo a guardare dalla finestra le pochissime persone che passavano di lì: abito nel Lodigiano, una delle zone più colpite dal contagio. Social, giochi, tivù, letture...Ma ho avuto anche momenti di sconforto. Mi sono commosso profondamente ascoltando il chitarrista Jacopo Mastrangelo che, da un terrazzo che affacciava su una piazza Navona deserta, suonava le note della colonna sonora di C'era una volta in America del grande Ennio Morricone...Struggente. In quei momenti non sapevo più cosa pensare".
Piano piano i sintomi del Covid passano. "Ho iniziato a fare i tamponi, solo che non riuscivo a negativizzarmi: ne ho fatti 8, erano tutti positivi. A fine aprile finalmente è arrivato quello negativo. Tuttavia, se ci fosse stato anche un minimo segno di polmonite interstiziale, nonostante l'assenza di sintomi e il tampone negativo, la mia quarantena non sarebbe ancora stata sciolta. E allora mi è crollato nuovamente il mondo addosso. Per fortuna la radiografia è andata bene".
Esito positivo il 4 maggio, il 5 de Robertis torna al lavoro a San Vittore. "È stato a dir poco meraviglioso rivedere tutti insieme i colleghi che non incontravo da quaranta giorni, riabbracciare (virtualmente, s'intende) gli amici, il comandante Manuela Federico e il direttore del carcere Giacinto Siciliano" conclude de Robertis. Che, già impegnato a donare il plasma, da allora non ha mai più tolto la mascherina.
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