di Massimiliano Minervini
gnewsonline.it, 9 ottobre 2020
"L'Università in carcere. L'accesso allo studio delle persone in detenzione" questo il titolo dell'incontro on-line che si terrà oggi, nell'ambito del "Festival dello sviluppo sostenibile". Tra i protagonisti dell'evento anche il direttore dell'istituto di pena di Padova, Claudio Mazzeo, che sottolinea l'importanza dei progetti formativi: "Nella casa di reclusione di Padova esiste da tempo un polo universitario, con 51 detenuti iscritti. L'offerta formativa è varia ma stiamo pensando anche di aggiungere un corso in scienze motorie, vista la presenza di una area sportiva polifunzionale". La proposta didattica, tuttavia, copre un ampissimo raggio: "Si parte dal corso di alfabetizzazione per arrivare sino alla laurea".
Gli studenti possono contare su una area dedicata "che permette collegamenti telematici - sottolinea il direttore -. Visto il numero degli iscritti, che è sempre in aumento, stiamo valutando un ampliamento degli spazi a disposizione". Mazzeo ricorda che "i detenuti prendono annualmente parte, tranne eccezioni dovute alla pandemia, alle cerimonie di apertura dell'anno universitario e di premiazione degli studenti che hanno completato il proprio percorso, anche per avvicinare i reclusi alla vita della comunità esterna".
Il direttore dell'istituto veneto ha in mente anche un obiettivo ambizioso: "Vorrei creare un progetto pilota, in partnership con l'Università, e attraverso la scienza sperimentare un nuovo approccio rieducativo, modificando alcune procedure e procedendo verso la digitalizzazione, tenendo conto dell'attuale e diversificata popolazione carceraria".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 9 ottobre 2020
Quando Simona, infermiera del turno di notte nel carcere di Bologna, qualche minuto prima della mezzanotte del 25 settembre scorso, risponde a una telefonata proveniente dal reparto Nefrologia dell'Ospedale Sant'Orsola, crede si tratti di un errore. "Una dottoressa - racconta - mi chiedeva come contattare un paziente, in lista d'attesa per il trapianto del rene, doveva comunicargli che era arrivato un organo all'apparenza compatibile e che doveva raggiungere con estrema urgenza l'ospedale".
Nessun errore: il medico, che tempo prima aveva ricevuto un fax con l'intestazione del carcere, sta cercando proprio il detenuto Giulio (nome di fantasia, ndr), deve comunicargli che potrebbe essere arrivato il tanto atteso momento del trapianto. Giulio, però, non è più nel carcere bolognese da circa un anno. "Data l'urgenza mi sono offerta di cercare un suo recapito con l'aiuto del personale di Polizia Penitenziaria che si è messo subito a disposizione dimostrando grande sensibilità - dice Simona. La dottoressa mi aveva detto, infatti, che se non lo avessimo rintracciato entro mezz'ora avrebbe dovuto contattare il paziente successivo nella lista d'attesa".
Nel giro di pochi minuti negli uffici della Matricola e della Sorveglianza generale parte così la frenetica consultazione di archivi, registri, fascicoli alla ricerca di una traccia che porti a Giulio, ma senza alcun risultato.
"Quando il tempo che ci aveva concesso li medico stava per terminare, - rivela Simona - ho notato nel fascicolo che stavo sfogliando, il contatto telefonico del fratello con il quale il nostro ex detenuto aveva detto sarebbe andato a convivere, una volta tornato in libertà. Ho composto subito il numero in presenza della Polizia Penitenziaria". Giulio è proprio in casa del fratello. Riconosce la voce di Simona e, quando lei gli spiega che sta per ricevere una telefonata decisiva per il suo futuro, capisce e si commuove. Pochi minuti dopo, grazie al recapito telefonico fornito dall'infermiera, il reparto del Sant'Orsola comunica a Giulio l'attesa notizia. "Un'ora dopo ho chiamato la dottoressa - conclude Simona - che mi ha confermato l'arrivo del paziente. I controlli erano già in corso e tutto stava andando bene".
piacenzasera.it, 9 ottobre 2020
Dal centro per la gestione delle emergenze microbiologiche di Bologna all'unità per le disabilità gravi dell'età evolutiva di Reggio Emilia; dal centro grandi ustionati a Cesena all'hub per le urgenze micro-vascolari di Modena, fino alla riabilitazione per le cerebro-lesioni gravi a Ferrara: da una parte la sanità dell'Emilia-Romagna punta a una medicina di territorio sempre più vicina ai cittadini, dall'altra valorizza in chiave di sistema le proprie eccellenze più specializzate. E proprio per sostenere questa rete regionale al servizio dell'intero territorio, da Piacenza a Rimini, la Regione si prepara a investire più di 44 milioni di euro.
Nel corso dell'ultima seduta, infatti, la Giunta ha approvato la delibera che assegna alle Aziende sanitarie una quota parte del Fondo sanitario regionale per permettere la realizzazione di progetti a valenza regionale e lo svolgimento di funzioni sovra-aziendali. Si tratta di un importo complessivo di 44.482.100 euro, suddiviso tra 35.459.850 euro destinati all'assistenza ospedaliera, 3.387.250 impiegati per l'assistenza distrettuale, 1.980.000 utilizzati per la prevenzione collettiva e la sanità pubblica e 3.655.000 euro, infine, che fanno riferimento a progetti e attività regionali.
"La sanità che funziona è quella capace di fare sistema, di coordinare attività e interventi per poter mettere a disposizione di ogni emiliano-romagnolo il centro specializzato che compone la rete regionale: deve essere il più presente possibile sul territorio, e non a caso l'Emilia-Romagna è la regione con più Case della salute e quella con il più alto tasso di medicina domiciliare, ma deve saper anche valorizzare i propri punti di forza in un'ottica di sistema- affermano il presidente della Regione, Stefano Bonaccini, e l'assessore alle Politiche per la salute, Raffaele Donini. Abbiamo strutture e professionisti che sono stati in grado di specializzarsi in ambiti definiti ma altrettanto complessi, raggiungendo livelli di eccellenza, a livello nazionale e non solo. Nei casi più difficili, è importante potersi curare contando sulla rete specialistica regionale a disposizione di tutti gli emiliano-romagnoli".
I fondi per l'Ausl di Piacenza - Questi, nel dettaglio, i fondi destinati al territorio piacentino dalla delibera regionale. All'Ausl di Piacenza vanno 350mila euro per il progetto di promozione della salute per la popolazione detenuta; inoltre, per gli Spazi donne immigrate, all'azienda sanitaria locale vanno 13.068; mentre per gli Spazi giovani 33.570 euro. Infine, dei due milioni previsti a livello regionale per la riduzione del danno e la prevenzione dei rischi dei consumatori di sostanze psicoattive, 188.149 euro vanno all'Ausl di Piacenza.
di Massimo Romano
napolitoday.it, 9 ottobre 2020
Ci sarebbero nuove foto a sostegno della tesi che Diego Cinque non si sarebbe suicidato in carcere, bensì sarebbe stato ucciso. Ad annunciarlo è il fratello Cristian, che da due anni si batte per scoprire la verità su quanto accaduto. Il giovane, 29 anni, è stato trovato morto 16 ottobre 2018, impiccato nel bagno della sua cella, nel penitenziario di Poggioreale, dove era entrato per il reato di rapina.
Pochi dubbi per il medico legale nominato dal carcere: suicidio. Eppure, quella tesi non ha mai convinto la famiglia del detenuto: per Diego non era la prima volta in cella e non aveva mai manifestato cedimenti, neanche nei giorni precedenti alla morte. "Abbiamo incaricato un nostro medico di parte - racconta Cristian - che ha riscontrato almeno tre prove incongruenti con l'ipotesi del suicidio. Innanzitutto le ecchimosi, che nel caso di impiccagione si formano sulle mani e sui piedi. Sul corpo di Diego, invece, erano lungo la schiena, come se fosse morto supino e, solo in un secondo momento, messo in posizione verticale.
La seconda cosa che non torna sono i segni alla gola di mio fratello, a forma di X, come se fosse stato afferrato alle spalle e strangolato. Il terzo indizio nasce dal test fatto agli occhi, secondo il quale Diego sarebbe passato direttamente dal sonno alla morte. A questo, aggiungo un mio sospetto: come è possibile che un ragazzo di 100 chili sia riuscito a impiccarsi con un laccio di scarpe".
Ma i dubbi non finiscono qui. Anzi, con le nuove immagini acquisite dal legale della famiglia, ancora non pubblicabili, le perplessità aumentano: "C'è un'immagine che ritrae Diego ancora legato alla finestra del bagno, ma i suoi piedi toccano a terra. Come se non bastasse, in caso di impiccagione, il soggetto spesso espelle le feci, invece mio fratello era pulito".
Nonostante le due richieste di archiviazione, la famiglia si è sempre opposta. Il giudice per le indagini preliminari ha imposto un supplemento di indagine, ma il 15 dicembre prossimi ci sarà una nuova udienza. "Lo faccio per Diego - conclude Cristian - ma lo faccio anche per tutti quei ragazzi che scelgono una strada sbagliata ed è giusto che paghino il loro debito. Ma non devono pagarlo con la vita".
regione.puglia.it, 9 ottobre 2020
"Il carcere e la prevenzione del contagio: proseguire in sicurezza" è stato uno dei tanti eventi di interesse che si sono tenuti oggi al Centro Congressi per la seconda giornata del Forum della Salute. L'evento è stato introdotto e moderato da Piero Rossi, Garante regionale dei diritti delle persone sottoposte a limitazioni della libertà personale.
Alla sessione di studio ha partecipato Mario Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà: "Le carceri sono oggi il luogo della doppia ansia, quella per i posti angusti e quella per ciò che potrebbe avvenire. Dobbiamo prestare attenzione per fare in modo che il virus non entri nelle carceri ma, nello stesso tempo, non possiamo degenerare in un isolamento totale. La vita del carcere non può essere vuota ma dobbiamo fare in modo che il tempo abbia significato.
Giuseppe Martone, Provveditore Amministrazione Penitenziaria Puglia e Basilicata, ha ribadito l'importanza della tutela della salute: "dobbiamo chiederci se dobbiamo controllare la salute di tutti quelli che accedono, se servono screening ripetuti. Per quello che riguarda le attività istituzionali, va detto che non abbiamo mai smesso di avere contatti con la scuola e l'università. Contiamo di sottoscrivere un protocollo entro la fine dell'anno. Dobbiamo abituarci sempre più all'idea di vivere a distanza, di comunicare a distanza, di sostenere i contatti con gli strumenti digitali. Nonostante il Covid però i progetti di riqualificazione sono molti a partire dal carcere di Trani dove il 19 si chiude la "sezione blu" e ci sarà lo spostamento in area nuova.
Molto si parla anche della salute mentale delle persone private della libertà: i dati ci dicono che abbiamo sempre più persone affette da patologie psichiatriche che si sommano ad altre problematiche di natura sanitaria. Su questo io garantisco la nostra massima attenzione".
La seconda giornata del Forum si è aperta con un confronto tra le nuove esigenze sanitarie e sociali chiamando allo stesso tavolo di analisi l'Anci, Federsanità e Fiaso. Al centro dell'attenzione l'assistenza sanitaria territoriale e il possibile sviluppo del ruolo sempre più centrale dei servizi non ospedalieri. Per Enzo Bianco, Presidente del Consiglio Nazionale Anci, "dobbiamo fare un salto di qualità e per questo proporremo al Ministro Speranza ed al Parlamento di istituzionalizzare delle forme di collaborazione sull'elemento della pianificazione, della formazione e delle sempre più puntuale attenzione agli aspetti socio-sanitari. La collaborazione sociosanitaria è un fattore critico di successo".
All'evento ha partecipato anche Tiziana Frittelli, Presidente Federsanità-Confederazione delle Federsanità Anciregionali: "A luglio abbiamo siglato un importante accordo di collaborazione con l'obiettivo di garantire l'integrazione tra servizi sanitari e sociali per la reale presa in carico dei bisogni del cittadino. La realtà italiana è frammentaria mentre noi puntiamo a servizi omogenei ed equi".
Per Francesco Ripa Di Meana, Presidente Nazionale Fiaso (Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere) "alla luce della esperienza che abbiamo attraversato dobbiamo abbattere le barriere tra ospedale e territorio. Tutta l'assistenza territoriale ha mostrato la sua importanza ma ha bisogno di crescere, partendo dal presupposto che bisogna misurare come funziona il percorso del paziente. La flessibilità del sistema di assistenza territoriale a cui abbiamo assistito deve diventare normalità, dobbiamo molto riflettere sui sistemi di sicurezza dei nostri servizi e poi dobbiamo finalmente dare potere a una figura territoriale di integrazione che non può più essere quello del passato, formato solo sulla medicina dei servizi, ma che sia formato per sostenere un ruolo centrale e di collegamento anche con le istituzioni territoriali".
di Simona Musco
Il Dubbio, 9 ottobre 2020
"Secondo questo Patto l'Europa è una fortezza, da tutelare da invasioni e minacce. Non c'è l'impegno ad aiutare le persone che vorrebbero esercitare un loro diritto: si ritrovano a rischiare la propria vita per farlo". Laura Ferrara, europarlamentare del M5S, non ne fa un mistero: il nuovo Patto su migrazione e asilo, che dovrebbe superare il regolamento di Dublino, non risolve i problemi. Anzi, finisce per peggiorarli, non solo lasciando ai Paesi di primo approdo l'onere dell'accoglienza, ma prevedendo anche un aggravio di spesa per i controlli pre-ingresso. La soluzione? "Sanzioni per chi non si dimostra solidale", spiega. E una rivoluzione delle politiche d'asilo su cui, per il momento, l'Ue appare sorda.
Cosa non la convince del nuovo Patto?
Ci sono diversi nodi da sciogliere, sui quali bisognerà lavorare molto nei prossimi mesi. Ci aspettavamo, soprattutto dopo l'annuncio fatto con grande enfasi dalla presidente Von der Leyen, che realmente vi fossero delle novità importanti, soprattutto per risolvere quelle difficoltà che hanno generato scontri accesi all'interno dell'Ue sulla gestione dei flussi migratori. Invece più si approfondisce questa proposta più si rimane delusi. Questo perché tra i criteri per l'individuazione del Paese responsabile per l'esame della domanda d'asilo resta quello del Paese di primo ingresso, che noi avevamo chiesto di abolire, di pari passo con la previsione di un ricollocamento automatico e obbligatorio dei richiedenti asilo. Invece non troviamo nulla di tutto ciò.
Il meccanismo di solidarietà non funziona, dunque?
Per quanto durante le audizioni la commissaria Johansson e il vice presidente Schinas abbiano detto che ogni Stato membro è obbligato ad attivarsi nel momento in cui un altro Stato faccia richiesta di sostegno per evitare pressioni eccessive, di fatto non sono previste delle sanzioni, qualora non si adempia al ricollocamento, alla sponsor-ship per i rimpatri o al sostegno economico. Quindi, di fatto, è un meccanismo facoltativo.
La pressione sui Paesi di primo ingresso, dunque, rimane con il rischio, però, di un aggravio di spesa per i controlli pre-ingresso previsti dal Patto. Oltre al danno la beffa?
Esatto. Viene introdotta una procedura di frontiera obbligatoria, con uno screening che richiede una serie di aggravi economici, per risorse umane e anche per la realizzazione di strutture adeguate per accogliere le persone che arrivano sul territorio. Abbiamo sentito dire, soprattutto negli ultimi tempi, di voler scongiurare, quanto più possibile, episodi simili a quelli accaduti nel campo di Moria, in Grecia, ma di fatto ci ritroviamo a discutere di un sistema che ricalca esattamente questo tipo di rischio. Perché se bisogna tenere o addirittura detenere delle persone fino a quando non viene effettuata la procedura di screening e, soprattutto, fino a quando non si avvia la procedura di frontiera per capire come procedere, allora passano mesi. È una situazione grave che ricadrebbe, in particolare, sulle coste del Sud.
Il piano non prevede nulla in termini di canali di accesso regolari. Ne chiedete la costituzione?
Di questo si dovrà parlare nel momento in cui partiranno i lavori del Parlamento sulla revisione della proposta arrivata dalla Commissione, con tutti gli emendamenti che verranno presentati. Ma di fatto, introdurre qualcosa che non è del tutto previsto nella proposta legislativa è difficile. Quando parliamo di vie legali di accesso all'Ue si dovrebbe creare un sistema del tutto diverso, potenziare i reinsediamenti e i rapporti con i Paesi di transito. Però, per ora, non c'è traccia di questo nelle proposte legislative. È stato annunciato che fino al 2023 arriveranno altre proposte e la commissaria Johansson ha anticipato che l'anno prossimo verrà presentata una proposta legislativa per canali regolari per migranti economici: ad oggi i canali di accesso regolare per chi arriva in cerca di lavoro sono inefficaci, c'è la cosiddetta "Blue card", ma solo per persone altamente qualificate, selezionando drasticamente chi può beneficiarne.
Con una discriminazione per titolo d'istruzione, di fatto...
Esatto. Quindi l'obiettivo è quello di ampliare tale possibilità anche a persone meno qualificate, in modo da avere canali legali per chi cerca lavoro.
Salvare vite in mare è però un obbligo per gli Stati. Il patto non dice nulla in merito alle operazioni di ricerca e salvataggio?
No, anzi, il vicepresidente Schinas ha sempre definito questo patto un edificio a tre piani e il primo step è proprio la protezione delle frontiere esterne. L'approccio è quello dell'Europa fortezza, da tutelare da invasioni e minacce, non quello di una tutela per persone che vorrebbero esercitare un loro diritto e, di fatto, si ritrovano a rischiare la propria vita per farlo. Il quadro, purtroppo, è a tinte fosche: è un punto che l'Ue non intende affrontare ed è chiaro che delega alle Ong o ai singoli Stati membri la gestione della situazione. Quando si concluse l'operazione Mare Nostrum e cominciarono le varie operazioni dell'agenzia Frontex fin da subito si capì che, a dispetto degli annunci, che parlavano di operazioni identiche ma a livello europeo, il mandato era totalmente diverso, tanto che da subito si cominciò a parlare di pattugliamento delle frontiere esterne. Il discorso delle operazioni di ricerca e salvataggio, che più volte è stato sollevato, anche nella passata legislatura, di fatto è rimasto un tema non affrontato da parte dell'Ue, nonostante i continui annunci sulla volontà di contrastare i trafficanti di esseri umani e la criminalità organizzata. C'è un vulnus: da un lato si riconosce il diritto d'asilo, a livello europeo, ma dall'altro non si dà la possibilità di esercitarlo, se non costringendo chi deve fuggire per guerre e persecuzioni a mettersi nelle mani dei trafficanti. Le vie legali d'accesso non sono mai di fatto istituite, ma richiederebbero una revisione davvero coraggiosa, cominciando a parlare di diritto d'asilo a livello europeo: chi lo ottiene dovrebbe essere libero di circolare sul territorio europeo come un cittadino europeo. Ma su questo evidentemente, ancora, non c'è alcuna volontà politica.
Che emendamenti proporrà il M5S?
Chiederemo un'equa ripartizione delle responsabilità tra tutti gli Stati membri, un ricollocamento automatico e obbligatorio, con l'abolizione del principio del Paese di primo ingresso, sanzioni, magari anche con una condizionalità rispetto ai fondi europei, per chi non adempie e non rispetta la solidarietà e la ripartizione delle responsabilità. Poi, per quanto riguarda la procedura di frontiera, un primo step potrebbe essere di renderla facoltativa, in modo da lasciare agli Stati membri la possibilità di valutare se adottarla in base a situazione specifiche. Questo velocizzerebbe le procedure, con minori costi e minori aggravi per gli Stati membri.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 9 ottobre 2020
Nessuna invasione, i dati smentiscono la propaganda. Appello alla politica: "Bene la modifica dei decreti sicurezza. Ora supportare percorsi di regolarità". "Conoscere per comprendere": dice tutto il titolo del Rapporto Immigrazione 2020 di Caritas italiana e Fondazione Migrantes.
Il pregiudizio che si è fatto largo, amplificato negli studi TV dalla propaganda di qualcuno, si scontra con la realtà dei numeri. I migranti diminuiscono, rovesciando un trend di alcuni decenni. I 5.300.000 che risiedono da tempo in Italia, l'8,8% della popolazione, a dispetto della sbandierata "invasione africana", provengono essenzialmente da Romania, Marocco, Albania, Cina, Ucraina e India. Dal 2018 al 2019 vi sono stati appena 47 mila residenti e 2.500 titolari di permesso di soggiorno in più. In calo anche le nascite di figli di immigrati e le acquisizioni di cittadinanza.
"Conoscere per comprendere": dice tutto il titolo del 29mo Rapporto Immigrazione 2020 di Caritas italiana e Fondazione Migrantes. Il pregiudizio che troppo a lungo si è fatto largo, amplificato negli studi televisivi dalla propaganda di qualcuno, si scontra con la realtà dei numeri che le due istituzioni cattoliche hanno presentato, all'indomani dell'enciclica Fratelli Tutti.
Il segretario generale della Cei, monsignor Stefano Russo, lancia strali da scomunica: "Vedere nel migrante soltanto una insidia e come tale giudicarlo, è un comportamento che non può definirsi cristiano; come non è cristiano giudicare pericolosi coloro che si impegnano nelle operazioni di soccorso e di accoglienza". Una sottolineatura che fa seguito all'archiviazione dei decreti sicurezza voluti dall'allora ministro dell'Interno Matteo Salvini, modificati di peso dal governo. Il numero due della Cei osserva che "uno sguardo interessato a conoscere l'altro, a incontrarlo, pur con tutte le difficoltà e gli ostacoli che questo implica, dà vita a una prospettiva che si colloca a grande distanza dall'opinione, diffusa a più livelli, che vede nel migrante solo un'insidia e nell'opera di coloro che lo soccorrono un pericolo. Si tratta - sottolinea monsignor Russo - di sentimenti contrari alla vita cristiana, che nella fede ci spinge invece ad avere il coraggio di riconoscere in chi è bisognoso del nostro aiuto un fratello".
Spaginando il documentato dossier, sorprendono i dati che compongono la fotografia scattata da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes. Intanto: i migranti diminuiscono, rovesciando un trend di alcuni decenni. I 5.300.000 migranti che risiedono da tempo in Italia, l'8,8% della popolazione, a dispetto della sbandierata "invasione africana", provengono essenzialmente da Romania, Marocco, Albania, Cina, Ucraina e India.
Parchi tanto nelle nascite quanto nelle acquisizioni di cittadinanza. Dal 2018 al 2019 vi sono stati appena 47 mila residenti e 2.500 titolari di permesso di soggiorno in più, insieme ad un calo delle nascite di figli di immigrati, da 67.933 nel 2017 a 62.944 nel 2019. Scendono anche le acquisizioni di cittadinanza, da 146 mila nel 2017 a 127 mila del 2019. E si conferma la tendenza all'inserimento stabile con il 62,3% dei permessi a lunga scadenza. Appena il 5,7% sono i permessi collegati all'asilo e alla protezione internazionale, solo l'1,5% quelli per studio.
A delinquere è una minoranza esigua. La controprova si ottiene confrontando i dati con quelli del Dap, a via Arenula. Su una popolazione carceraria di 60.971 detenuti, a fine gennaio di quest'anno risultano essere presenti 19.841 cittadini stranieri: erano 20.255 nel 2018. "I cittadini stranieri, piuttosto, sono fra le principali vittime di reati collegati a discriminazioni", dice il Rapporto: in generale, si osserva, in Italia negli ultimi dieci anni il numero di reati denunciati all'autorità giudiziaria dalle forze di polizia è diminuito del -9,8%: nel 2019 sono stati denunciati 2.629.831 delitti rispetto al 2018, quando erano stimati in 2.371.806. Una diminuzione che prosegue dal 2003 e che investe tutte le fattispecie criminose.
Non meno infondato è il Dagli all'untore. "Non c'è stato in questi mesi alcun allarme sanitario ricollegabile alla presenza di cittadini stranieri nel nostro Paese. La prevalenza di casi positivi è analoga a quella della popolazione generale".
Caritas e Migrantes chiudono l'incontro pubblico salutando "con viva soddisfazione" il recente via libera del Consiglio dei Ministri al decreto legge contenente disposizioni urgenti in materia di immigrazione che modificano i cosiddetti decreti sicurezza. "Molte delle raccomandazioni contenute nel Rapporto - si legge nell'introduzione al dossier sull'immigrazione che viene presentato oggi - hanno sottolineato, nei vari temi affrontati, l'importanza di favorire i percorsi di regolarità dei cittadini migranti nel nostro Paese".
"Auspichiamo dunque che i decisori politici proseguano in questo percorso di legalità e integrazione, sostenendolo oltre che con l'importante processo di revisione delle norme, anche con politiche attive di supporto". In molti sperano che adesso, ad approvazione avvenuta dei nuovi decreti, si possa riaprire il tema dello Ius Culturae. Laura Boldrini ha fatto un appello in questo senso ai colleghi del Pd e della maggioranza.
Dai banchi del governo, parla il Vice Ministro dell'Interno, Matteo Mauri: "I numeri del rapporto Caritas e Migrantes - dichiara Mauri a Il Riformista - dimostrano, dati alla mano, quello che ripetiamo ogni giorno. E cioè che in Italia non c'è un'emergenza migranti. Né tantomeno quella cosiddetta invasione che viene sbandierata da chi prova a fare propaganda usando il fenomeno migratorio per provare a guadagnare consensi. E che invece può essere governato e gestito con politiche pubbliche attente, razionali e finalizzate all'interesse di tutti".
La Repubblica, 9 ottobre 2020
"Mai più vuol dire mai più". È il monito di Medici Senza Frontiere e da un'alleanza senza precedenti di organizzazioni umanitarie, mentre il Consiglio Giustizia dell'UE discute del nuovo Patto sulle migrazioni. A un mese dagli incendi che hanno distrutto Moria e nonostante le promesse pubbliche dei commissari UE che non ce ne sarebbe stata un'altra, più di 7.500 persone sono ancora intrappolate in condizioni disumane in un nuovo campo costruito sull'isola di Lesbo. E altre migliaia, tra cui 7.000 bambini, continuano a vivere in altri campi indegni e pericolosi nelle isole dell'Egeo. È il monito lanciato oggi da Medici Senza Frontiere (Msf) e un'alleanza senza precedenti di oltre 400 organizzazioni, mentre il Consiglio Giustizia e Affari Interni dell'UE discute del nuovo Patto sulla migrazione presentato due settimane fa.
"Nel patto la conferma delle stesse politiche". "Nell'ultimo mese - silegge in una nota diffusa da Medici Senza Frontiere - oltre mezzo milione di persone hanno firmato diverse petizioni per chiedere ai leader europei di evacuare le persone intrappolate sulle isole greche e porre fine alle politiche di contenimento che hanno causato questa spirale di sofferenze e abusi. Il nuovo Patto sulla migrazione della Commissione Europea - si afferma nel documento - non risponde a queste richieste ma riafferma l'impegno dei governi e delle istituzioni europee nelle stesse politiche che hanno portato agli incendi".
Esposti alla pioggia e alle tempeste marine. "Il nuovo campo di Lesbo perpetua la miseria di quello di Moria - è il giudizio espresso dall'organizzazione Premio Nobel per la Pace del 1999 - uomini, donne e bambini dormono in tende su stuoie, non c'è acqua corrente e il cibo viene distribuito una volta al giorno. Le persone lavano se stesse e i propri figli in mare perché non ci sono docce, i bagni chimici sono pochi. Il campo, costruito alla svelta su un ex poligono di tiro a ridosso del mare, è esposto ad ogni tipo di condizione atmosferica e con l'avvicinarsi dell'inverno non resisterà alla pioggia e alle tempeste. Intanto - si aggiunge - l'epidemia di Covid-19 è ancora in corso ed è impossibile per i residenti del nuovo campo adottare misure di prevenzione come il distanziamento fisico".
"L'approccio fallimentare dell'UE sulle migrazioni". Anche le persone che vivono negli altri hotspot a Samos, Chios, Kos e Leros sono intrappolate in condizioni disumane e di sovraffollamento. A Kos, i nuovi arrivati sono stati automaticamente detenuti da gennaio. Nell'hotspot di Samos, 4.314 persone vivono all'interno o intorno a un campo pensato per ospitarne 648. Ci sono più di 90 casi positivi di Covid-19, ma non c'è ancora un adeguato piano di risposta. "Niente fa pensare che il modello di contenimento, causa scatenante di queste emergenze cicliche negli ultimi cinque anni, sia messo in discussione - si afferma ancora nella nota di Msf - il Patto europeo sulla migrazione sembra invece consolidare le stesse politiche che hanno causato anni di sofferenza umana in tutte le isole greche. Il Patto riflette l'approccio fallimentare dell'UE, amplia le procedure di frontiera obbligatorie ed è apertamente orientato alla deterrenza e al rimpatrio invece che all'accoglienza e alla protezione umanitaria".
"Quando è troppo è troppo". "Ribadiamo il nostro appello a decongestionare urgentemente le isole greche e portare le persone in sistemazioni sicure e dignitose - conclude il documento diffuso - intensificando i ricollocamenti in tutta Europa. Esortiamo i leader dell'UE a porre immediatamente fine al contenimento delle persone sulle isole greche e ad abbandonare le proposte di rafforzamento delle strutture di confine in tutta Europa. Mai più significa mai più". L'appello è un'iniziativa congiunta di Medici Senza Frontiere, Europe Must Act, Help Refugees, Legal Centre Lesvos, Lesvos Solidarity, Refugee Rights Europe e Still I Rise, che hanno guidato una mobilitazione a livello europeo dal giorno degli incendi nel campo di Moria l'8 settembre. Ad oggi, l'iniziativa è diventata un'alleanza senza precedenti costituita da oltre 400 organizzazioni.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 9 ottobre 2020
Salvatore Fachile (Asgi): "Forti timori per la sorte delle persone che arrivano alla frontiera"
Salvatore Fachile, lei è un avvocato dell'Asgi, l'Associazione studi sull'immigrazione. Trova tutto negativo nel provvedimento del governo che cancella i decreti sicurezza di Matteo Salvini?
No assolutamente. Personalmente ritengo che ci siano due parti positive, e sono il ripristino dell'umanitaria, e quindi una ritrovata possibilità da parte dello Stato di riconoscere vari tipi di forme di protezione alle persone che si trovano in condizioni particolari, ma anche il ripristino di un sistema di accoglienza specializzato per i richiedenti asilo. Però...
Però ci sono dei punti che non la convincono...
Punti gravissimi che sono passati sotto silenzio. Come un pilastro intero della riforma di Salvini che rappresenta il mandato più importante che la Commissione europea ha dato all'Italia e ad altri Paesi sulla riforma integrale della procedura di asilo. Cioè una serie di norme che cercano di trovare dei meccanismi, per noi palesemente incostituzionali, per far sì che le persone che arrivano in frontiera vengano sottoposte a una lunghissima detenzione di tipo amministrativo durante la quale subiscono una procedura velocissima, senza garanzie e con la possibilità di tenerle bloccate e di dargli un diniego in tempi molto brevi, visto che si trovano da sole, senza la possibilità concreta di essere assistite da un avvocato o dalle organizzazioni umanitarie. In questo modo diventano irregolari, oppure restano detenute fino a quando non c'è il rimpatrio forzato. Un'altra norma del decreto Salvini sopravvissuta riguarda il trattenimento nel cosiddetto luogo idoneo, cioè la possibilità di prendere una persona irregolare e non portarla dentro un Cpr, bensì dentro una struttura della polizia e da lì direttamente all'aeroporto. Si tratta di misure violentissime che riducono la libertà personale e il diritto di asilo e che messe insieme prevedono un meccanismo di grossissima selezione.
Almeno con le Ong qualche passo in avanti è stato fatto...
Il discorso è complesso. È vero che è stata modificata la norma, ma non in maniera radicale. Rimane il principio per cui il governo, seppure non più attraverso il ministro dell'Interno, può vietare a una nave l'ingresso nelle acque territoriali perché ritiene che ci sia stata una violazione del diritto dell'immigrazione, quindi una mancanza di visti, oppure quando la ong che ha operato il soccorso non ha rispettato le indicazioni ricevute dalla Guardia costiera del Paese competente. A monte c'è il passaggio, che è stato normalizzato da Minniti in poi, per cui è stati costituita una zona Sar libica e alle ong viene indicato di rivolgersi alla Guardia costiera di Tripoli per operare il soccorso. Naturalmente nessuna ong può obbedire a questo ordine, quindi disobbedisce alle indicazioni ricevute rendendosi soggetta a ricevere un divieto di ingresso nelle acque territoriali. Un meccanismo voluto prima da Minniti e poi normato dal centrodestra con Salvini, adesso viene normalizzato prevedendo una garanzia che è solo formale, come la zona Sar libica, mentre si continua a criminalizzare l'attività delle ong. O meglio a sottometterle al volere del governo. In questo modo si restituisce normalità a un impianto che a noi sembrava incredibile come quello di Salvini.
Sta dicendo che l'immigrazione continua a essere vista come un problema di ordine pubblico?
Sto dicendo che il complesso disegno del decreto Salvini trasformava l'immigrazione sempre più in una questione di ordine pubblico, un'operazione complessa fatta su mandato politico della Commissione europea. Quello che fa il governo attuale è obbedire sempre allo stesso ordine: bloccare le persone in Africa ma anche all'arrivo in Italia, Spagna, Grecia. Così, di fatto svaniscono le differenze tra centrodestra e centrosinistra.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 9 ottobre 2020
A volte ritornano, o forse non se ne sono mai andati. L'Isis è stato sconfitto e ora riportiamo a casa "i nostri ragazzi", è uno dei mantra di Trump che è stato ripreso dal suo vice Mike Pence nel dibattito con Kamala Harris. Ma la pandemia e la crisi economica globale hanno permesso all'ex Stato Islamico di riorganizzarsi. Altro che "missione compiuta", abusata formula dei presidenti americani per tentare di coprire i vasi di Pandora mediorientali. La realtà è diversa da come la descrive la Casa Bianca, che aveva cominciato l'anno del Covid ammazzando con un drone il 3 gennaio nella capitale irachena il generale iraniano Qassem Soleimani, colui che nel 2014, dopo la caduta di Mosul e la disfatta dell'esercito iracheno, aveva fermato con le milizie sciite il Califfato alle porte di Baghdad.
E non è un caso che la Harris nel corso del dibattito con Pence abbia criticato aspramente questo omicidio e l'uscita dall'accordo con l'Iran sul nucleare voluto da Obama nel 2015. Vedremo se anche il suo capo, Joe Biden, la penserà allo stesso modo nel caso venisse eletto. C'è da dubitarne.
Tre notizie ci dicono che la guerra all'Isis e in Siria non è per niente finita e ricordano, anche a noi qui in Italia, un passato recente che si vorrebbe archiviare.
Due militanti dello Stato islamico, conosciuti come i "Beatles", sono arrivati negli Usa per affrontare un processo in cui sono accusati di avere preso parte alla decapitazione di quattro ostaggi occidentali. Alexanda Kotey ("Jihadi Ringo") e El Shafee Elsheikh - britannici cui Londra ha ritirato la cittadinanza - sono sospettati di appartenere a una cellula dell'Isis di 4 membri nota come "The Beatles" perché parlavano inglese con accento britannico. La seconda notizia è che secondo la procura antiterrorismo della Sardegna la Saras, controllata dalla famiglia Moratti, avrebbe acquistato tra il 2015 e il 2016 petrolio del Califfato, convogliato via Turchia, frodando il fisco per 130 milioni di euro e finanziando di fatto il jihad dell'Isis.
La terza vicenda riguarda la città siriana di Idlib, occupata dalle milizie jihadiste alleate della Turchia: i jihadisti europei che ancora combattono qui potrebbero tentare di rientrare in Europa attraverso i confini turchi, almeno così sostiene il presidente siriano Bashar Assad. Mosca e Damasco vorrebbero riprendere la città ma anche questo nodo siriano per Putin è un motivo di scontro con Erdogan, oltre alla questione libica e al Nagorno Karabakh. Il Califfato non è sparito come sostiene la Casa Bianca, contro gli stessi rapporti dell'intelligence americana. Gli Usa hanno contribuito alla disgregazione territoriale del Califfato, insieme ai curdi del Rojava - poi lasciati alla mercé di Erdogan - e all'esercito siriano alleato con i russi, ma non lo hanno sconfitto.
L'Isis è tornato a colpire in Siria e in Iraq e persino a imporre un controllo, sia pure sporadico e simbolico nella Siria orientale, dove nei villaggi a est di Dayr Ezzhor riescono persino a riscuotere dagli abitanti, la zakat, tassa prevista dalla legge islamica. Nel marzo del 2019 con la caduta della roccaforte di Baghouz il Califfato era stato dichiarato formalmente sconfitto e l'uccisione in ottobre del suo leader al Baghdadi (sostituito dal controverso Al Quraishi) aveva spinto Trump a dichiarazione trionfaliste. Ma l'Isis è tornato. Gli attacchi all'esercito siriano e in Iraq si sono moltiplicati e l'ex Califfato ha beneficiato della redistribuzione delle truppe americane in Turchia, in Siria e in Iraq, tanto è vero che le milizie curde e arabe dell'Sdf sono state messe in allerta per sferrare nuove offensive. Basta leggere l'ultimo rapporto dell'Onu: l'Isis conta ancora su almeno 10mila combattenti e riserve finanziarie stimate 100 milioni di dollari. A volte tornano, ma qualcuno fa finta di non vedere.
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