di Alessia Grossi
Il Fatto Quotidiano, 9 ottobre 2020
Il dossier: l'ascesa di André Ventura e del partito Chega coincide con la ripresa della caccia al migrante. Sulla foto profilo del suo account Twitter, lui e Salvini si misurano la mascherina e l'italiano sembra indicargli di averne una nera, mentre quella dell'amico è una semplice chirurgica d'ordinanza. La copia lusitana dell'ex vicepremier italiano è André Ventura, leader dell'ultradestra portoghese che grazie all'1,29% dei voti alle elezioni dell'ottobre scorso, siede in Parlamento a dare manforte da palazzo ai gruppi peudo-nazi che stanno proliferando in Portogallo.
Da quando Ventura e il suo partito Chega (Basta), nato nel 2019, hanno fatto irruzione sulla scena politica, infatti, sono aumentate le violenze a sfondo razzista dei movimenti para-nazisti nel Paese.
A legare i due fenomeni è il rapporto delle Rete europea contro il razzismo (Enar) che indica nell'auge del leader amico di Salvini l'aumento dei pestaggi che a luglio hanno portato alla prima vittima. L'inchiesta, approfondita dal Guardian, racconta come l'estate scorsa Mamadou Ba, responsabile della organizzazione Sos Razzismo di Lisbona abbia ricevuto una lettera. "Il nostro obiettivo è uccidere tutti gli stranieri e gli antifascisti e lei è nel nostro mirino", recitava la missiva. Una settimana dopo Mamadou ha trovato un secondo messaggio: se non avesse abbandonato il Portogallo, a farne le spese sarebbe stata la sua famiglia. Dentro la busta, anche un bossolo. Secondo l'enar, che chiede "una risposta urgente alle Istituzioni del Paese" di denunce come questa ne sarebbero arrivate tante. Si tratta di vittime "quotidiane" di un assedio razzista.
A gennaio, scrive il Guardian, una donna nera e sua figlia sono state aggredite perché non possedevano il biglietto dell'autobus. A febbraio, la polizia ha aggredito due donne brasiliane e, nello stesso mese, il calciatore del Porto, Moussa Marega, originario del Mali, ha lasciato la partita per i cori razzisti. Ma l'episodio più cruento è quello di luglio, un sabato pomeriggio l'atto re nero Bruno Candé è stato assassinato con sei colpi alla schiena: "Un crimine razziale palese", scrive l'enar nel rapporto. "Negli ultimi mesi abbiamo registrato un aumento preoccupante degli attacchi razzisti di estrema destra in Portogallo, il che conferma che i messaggi di odio stanno ravvivando strategie più aggressive indirizzate ai difensori dei diritti umani e alle minoranze razziali". E l'aumento è più evidente dalle scorse elezioni, quando, cioè, anche in Portogallo, come in altri Paesi europei, vedi la Spagna di Vox (52 seggi in Parlamento), si è verificato un exploit dell'estrema destra.
Certo, c'è da dire che Chega di scranni ne ha ottenuto solo uno, eppure la presenza di Ventura in Parlamento e la sua sovraesposizione mediatica giustificherebbero, secondo l'enar, la legittimazione percepita dai gruppi violenti. Questo anche grazie alla nomina tra i dirigenti del partito di persone legate ai gruppi radicali di estrema destra o membri di formazioni neonazi. A saldare queste scelte in un'ideologia di partito sono le dichiarazioni pubbliche del 37enne leader, come quando definì "candidata gypsy" una candidata, o quando ha consigliato "la drastica riduzione delle comunità musulmane d'Europa". Quanto all'agenda, Ventura porta avanti slogan populisti: lotta contro la delinquenza degli stranieri, che si tratti di rumeni o afroportoghesi, o l'azzeramento delle élite politiche corrotte, in una retorica che per molti analisti somiglia a quella del presidente del Brasile, Jair Bolsonaro. In Parlamento, Chega ha proposto l'inasprimento delle pene per corruzione e l'interdizione dai pubblici uffici per 10 anni, oltreché il ridimensionamento del governo (12 ministri), il taglio del numero dei deputati e la limitazione della carica di primo ministro ai soli politici nati in Portogallo.
le tre proposte sono state giudicate incostituzionali dalla commissione par lament are. Poi ha presentato un progetto di revisione costituzionale che prevede la castrazione chimica per i pedofili, l'ergastolo per i reati gravi e il lavoro obbligatorio in carcere. Così Ventura riesce a tenere in scacco il Parlamento, oltre che a dare voce al razzismo. Forse anche per questo, il movimento Black Lives Matter lusitano ha proposto invano un dibattito sulle discriminazioni in Portogallo, mai affrontato dai tempi della decolonizzazione post- rivoluzione dei garofani (1974). Ventura si è opposto: "Il Portogallo non è razzista". Contro le manifestazioni seguite all'uccisione di George Floyd - l'afroamericano che ha perso la vita a Minneapolis, negli Stati Uniti, il 25 maggio, mentre un poliziotto lo teneva bloccato a terra, la cui morte ha poi scatenato l'estate di proteste della comunità di colore - i neonazi hanno inscenato un corteo in stile Ku Klux Klan di fronte alla sede di Sos razzismo, sulla cui facciata hanno disegnato svastiche e scritto insulti razzisti. Per loro nessuna punizione.
di Carlo Nicolato
Libero, 9 ottobre 2020
Società civile, politici e Ong si mobilitano in favore dello studente egiziano. Ma si dimenticano dei nostri catturati in Libia. Patrick Zaki rimarrà in carcere in Egitto per altri 45 giorni e chissà per quanto tempo ancora. Gli attivisti ieri sono scesi in piazza per protestare contro l'ingiusta detenzione che prosegue ininterrotta da otto mesi, sottoposto a torture fisiche con percosse e scosse elettriche, privato, come sottolinea la rete "Patrick Libero", "dei suoi diritti legali come imputato e come prigioniero", e dei più elementari diritti come essere umano.
Gli appelli si rincorrono, richiami alla giustizia egiziana, alla "Procura Suprema di Sicurezza dello Stato" perché usi la sua autorità e rilasci il ragazzo durante le indagini in corso. Appelli anche al governo italiano perché si impegni seriamente "e faccia uscire Patrick da questo incubo" come ha chiesto Amnesty International. E appelli dalla politica perché si faccia tutto il possibile e il più in fretta possibile, perché il ragazzo è provato, ha l'asma, ha bisogno di cure e con il coronavirus rischia più di tutti gli altri. Nessuno vuole che Patrick Zaki rimanga in carcere in Egitto, noi per primi, e allora perché il governo italiano oltre a non riuscire a smuovere la coscienza di Al Sisi sul ragazzo egiziano che studia a Bologna sta facendo di tutto perché di casi come quello di Zaki ce ne siano altri 18?
Incolpevoli pescatori tra i quali 8 italiani, 6 tunisini, 2 senegalesi e 2 indonesiani, tutti provenienti da Mazara del Vallo, che dal primo settembre sono bloccati a Bengasi, arrestati in alto mare dalla guardia costiera del generale Khalifa Haftar. Abbandonati dalla nostra politica, quella che conta di Roma, che finora non ha mosso un dito per riportarli a casa, né ha mosso avvocati esperti di diritto internazionale, come se quei 18, italiani e non, lo vogliamo sottolineare, siano dei cittadini di serie B. Né si sono mosse le associazioni umanitarie.
Dov'è Amnesty International? Eppure le premesse sono le peggiori possibili, perché in mezzo c'è una guerra, uno scontro internazionale in cui i pescatori rischiano di rimanere schiacciati come incolpevoli pedine senza alcuna importanza. O peggio utilizzati come arma di ricatto. Per il momento sono accusati da un'entità mai riconosciuta, quella di Bengasi che fa capo ad Haftar, di essere entrati clandestinamente nelle acque libiche e per questo motivo, ha confermato qualche giorno fa il portavoce dell'autoproclamato Esercito nazionale Khaled al-Mahjoub "saranno sottoposti a un procedimento da parte della Procura generale competente e giudicati secondo la legge dello Stato libico".
Ma l'accusa, a seconda dei benefici che Haftar vorrà trarne, potrebbe trasformarsi in traffico di droga, come hanno fatto presagire alcune foto fatte circolare ad arte con sospetti pacchi gialli ritrovati all'interno dell'imbarcazione sequestrata. Lo stesso Khaled al-Mahjoub ha assicurato che loro "non arrestano nessuno se non viene violata la legge e i marinai italiani hanno violato le acque territoriali ed economiche della Libia", cosa, a suo dire, che fanno spesso.
Ma la verità è un'altra, è che il governo italiano ha abbandonato il Mediterraneo, specie quel tratto tra le nostre coste quelle libiche e quelle tunisine dove i nostri pescatori a fatica e sotto costante minaccia per la loro vita fanno il loro lavoro. Minacciati dalle motovedette libiche di una sponda, quella di Tripoli, e dell'altra, quella di Bengasi. Dagli scafisti e perfino dai pescatori di frodo, specie i tunisini. Ha abbandonato la politica estera e perfino quel ruolo di predominante influenza in Libia, scalzati dai turchi che da quelle terre avevamo sloggiato più di 100 anni fa. E sta abbandonando i 18 pescatori di gamberi rossi.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 9 ottobre 2020
Il sacerdote della Società delle missioni africane era stato sequestrato in Niger nel settembre di due anni fa. L'altro connazionale era nel Paese come turista. È finita la trattativa per la liberazione in Mali degli ostaggi occidentali rapiti negli ultimi anni nell'ampia regione del Sahel da parte dei gruppi jihadisti legati ad Al Qaeda. Tra quelli rilasciati ieri anche due italiani: il missionario Pier Luigi Maccalli e il turista-viaggiatore Nicola Chiacchio. Ma il prezzo da pagare è molto alto: quasi duecento pericolosi militanti islamici liberati tra coloro che nell'ultima settimana erano stati catturati o condannati dalle autorità di Bamako vengono messi in libertà. Uno scambio di prigionieri in piena regola, a cui hanno partecipato attivamente le autorità del Mali coadiuvate dai militari francesi attivi nella regione e dai servizi d'informazione italiani. Segno che l'Africa sub-sahariana resta più che mai terreno di crescita del jihadismo qaedista, pericoloso e attivo dal Mali, al Niger, al Burkina Faso, sino alla Libia meridionale e di recente anche in alcune zone di Congo e Kenya.
Secondo i comunicati che giungono da Bamako, i prigionieri liberati sarebbero almeno quattro. L'operatrice umanitaria francese Sophie Petronin: era stata rapita in Mali nel dicembre 2016. La sua prigionia è durata ben 1.380 giorni. Un altro è l'ex ministro maliano Soumalla Cisse. Si ritiene che i loro rapitori siano parte di un gruppo collegato ad Al Qaeda e noto localmente come Jama'a Nusrat ul Islam. Pare siano specializzati nel rapimento di stranieri: avrebbero infatti avuto nelle loro mani altri cinque ostaggi, tra cui il medico australiano Ken Elliott, la svizzera Beatrice Stockly e la suora colombiana Gloria Cecilia Narvaez Argoti.
In Italia la vicenda di padre Maccalli ha sollevato non poche inquietudini. Nato nel 1961, formatosi nella diocesi di Crema, un veterano delle missioni cattoliche in Africa, prima in Costa d'Avorio, dal 2007 aveva operato nella parrocchia di Bomoanga, circa 150 chilometri a sud-ovest della capitale del Niger. Il suo rapimento era avvenuto nella notte tra il 17 e 18 settembre 2018. I suoi amici e collaboratori nella Società delle Missioni Africane avevano raccontato di un gruppo di uomini armati e molto bene organizzati.
Sapevano del suo recente rientro da una vacanza in Italia ed avevano pianificato il sequestro. Un anno dopo, nel corso di una visita in Niger dell'ex presidente del parlamento europeo Antonio Tajiani, erano stati gli stessi giornalisti maliani a raccontare del caso di Maccalli come prova drammatica della crescita di Al Qaeda in stretto rapporto con i gruppi locali di Boko Haram.
"Da dopo il rapimento del missionario italiano è stato evidente che i terroristi miravano alla capitale", spiegavano. Le speranze di liberazione erano cresciute lo scorso aprile, quando al quotidiano Avvenire era giunto un video lungo 24 secondi di lui in compagnia di Chiacchio. Entrambi apparivano fortemente dimagriti, con una lunga barba e abiti tradizionali locali.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 9 ottobre 2020
Mercoledì prossimo si deciderà se può mantenere l'incarico anche da pensionato. Certi i ricorsi al Tar. La conta dei voti va avanti da giorni, il verdetto è fissata per la prossima settimana e l'interessato - Piercamillo Davigo, l'ex pm di Mani pulite già presidente dell'Associazione nazionale magistrati - sembra in leggero vantaggio. Ma è ancora presto. Mercoledì il Consiglio superiore della magistratura deciderà se tenere al proprio interno uno dei giudici più famosi d'Italia (che andrà pensione il 20 ottobre, quando compirà settant'anni) oppure mandarlo via, visto che chi non indossa più la toga non può far parte della componente "togata".
Qualunque sarà l'esito, è scontato un ricorso al Tar e poi al Consiglio di Stato; da parte di Davigo se verrà estromesso, oppure di Carmelo Celentano, il magistrato destinato a sostituirlo, qualora il pensionato dovesse rimanere al proprio posto. A difendere il Csm, davanti al giudice amministrativo, ci sarà l'Avvocatura dello Stato, che però s'è già espressa con il parere richiesto dalla commissione verifica titoli del Csm: Davigo non può restare dov'è. Quindi, se nell'organo di autogoverno dei giudici dovesse prevalere la tesi opposta, gli avvocati dello Stato si troverebbero a dover sostenere una posizione contraria a quella appena dichiarata.
Davigo e chi lo appoggia ritengono che la questione sia abbastanza semplice: la Costituzione prevede che i consiglieri restino in carica quattro anni, e tra le norme che regolano la decadenza dall'incarico non è espressamente previsto il pensionamento. Dunque quello che conta è che al momento dell'elezione il candidato avesse il requisito di esercitare la funzione giudiziaria.
La replica dell'Avvocatura è altrettanto semplice, ma in favore della "incompatibilità logica e giuridica" di un pensionato al Csm: "Appare innegabile che la permanenza in servizio costituisce la stessa ragione d'essere della partecipazione del componente togato all'organo di autogoverno". Lasciando un ex magistrato all'interno dell'istituzione si arriverebbe "all'alterazione dell'assetto strutturale prefigurato dalla Carta costituzionale".
Il totovoto prevede una spaccatura del Consiglio. A favore di Davigo, oltre a 3 consiglieri della sua corrente e almeno 2 laici di estrazione grillina, vengono conteggiati i 5 componenti di Area, la cosiddetta "sinistra giudiziaria". Nonostante il direttore di Questione giustizia (la rivista di Magistratura democratica, che fa parte di Area) Nello Rossi avesse pubblicato un articolo dove si dichiarava nettamente contrario alla permanenza di Davigo al Csm. Non a caso ieri, sulla stessa rivista, è comparso un articolo di segno opposto, della professoressa Maria Agostina Cabiddu, ordinaria di Diritto pubblico, intitolato: "I membri elettivi del Csm durano in carica quattro anni, anche quando si chiamano Davigo".
Contrarie a questa tesi dovrebbero essere le correnti di centrodestra, Unicost e Magistratura indipendente. Decisive saranno le scelte dei rimanenti componenti "laici" e, se opteranno per non astenersi, i voti del comitato di presidenza: il vicepresidente David Ermini assieme al primo presidente della Cassazione, Pietro Curzio, e il procuratore generale Giovanni Salvi.
di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 9 ottobre 2020
La ricercatrice era in gravi condizioni di salute e sarebbe stata colpita in carcere anche dal Covid.
Dopo otto anni e mezzo trascorsi in carcere per dei reati d'opinione, l'attivista iraniana per i diritti umani Narges Mohammadi è stata rilasciata dall'autorità giudiziaria. A luglio Amnesty International aveva fatto appelli pubblici per la sua liberazione, anche perché la Mohammadi è in difficili condizioni di salute e nelle carceri iraniane si è diffuso senza controllo il Coronavirus.
Narges Mohammadi era in carcere nella città nord-occidentale di Zanjan: la condanna a 10 anni le era stata comminata con l'accusa di aver "pianificato reati contro la sicurezza dello Stato", per aver diffuso "propaganda illegale" e aver gestito un "gruppo illegale". Il gruppo "illegale" sarebbe il "Centro per la Difesa dei Diritti Umani", la cui fondatrice era stata l'avvocato Premio Nobel Shirin Ebadi: la Mohammadi aveva avuto incarichi di rilevo nel Centro, diventandone il portavoce, e aveva continuato a tenerlo in piedi anche quando la Ebadi aveva lasciato il paese nel 2009, dopo la contestata rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Narges Mohammadi è un ingegnere ed è laureata anche in fisica; nel 2008 è stata premiata con il Premio Andrei Sacharov che viene assegnato a scienziati che si fanno notare per il loro impegno in difesa dei diritti umani.
di Barbara Pollastrini*
Il Domani, 9 ottobre 2020
Tre giorni a Minsk e il mondo ti cade addosso nella sua immensità di coraggi e nella sua brutalità fatta di tirannie e repressioni odiose. Quando venerdì scorso a Fiumicino hanno impedito a Laura Boldrini ed Emanuele Fiano di imbarcarsi perché, al pari di Lia Quartapelle, già segnalati, con Andrea Orlando abbiamo deciso di usare la "distrazione" del regime nei nostri confronti e di partire ugualmente.
Che invidia per chi scrivendone sa comunicare l'intensità e il dramma di un popolo. Non ne sarò capace però se ci provo è perché le donne e gli uomini che abbiamo incontrato ci hanno chiesto di raccontare, fare conoscere il loro dramma anche come un modo perché maturi il senso esteso di una solidarietà. In Bielorussia c'è un regime oppressivo e torturatore.
Aleksandr Lukashenko è al potere da ventisei anni, per molto tempo ha goduto del consenso di un paese che doveva ricostruirsi. È stato il padre-padrone dell'amministrazione, della magistratura, della polizia, della tv di stato, delle carriere e del parlamento. In cambio offriva una qualche sopravvivenza dello stato sociale tacitando e reprimendo le opposizioni. Qualcosa però a un certo punto non ha più funzionato e di quello scarto oggi Minsk è la fotografia più evidente e inquietante. In apparenza una città "distesa".
Ma poi? Ma dentro? Ma poi, e dentro, ci trovi la stratificazione di abusi, privilegi, ingiustizie, e ancora il dramma del Covid-19 e la crisi fino alla scintilla scattata ora in tutta la sua carica di ribellione. Racconti terribili Come un orologio che da tempo indicasse un'ora falsata sino a quando una bimba ha svelato quel che molti sapevano, che l'ora era un'altra.
Quella bimba ha avuto il profilo di un popolo offeso dalla truffa elettorale del 9 agosto e che questa volta si era organizzato in gruppi spontanei. Un popolo organizzato anche piegando la scheda in un certo modo. Comunicando via social la vittoria di Svetlana Tikhanovskaya, invece il risveglio brusco è stato quello di urne sparite, seggi bloccati con verbali distrutti, dati truccati sino all'annuncio-provocazione di un dittatore che sarebbe stato votato dall'80 per cento della popolazione.
A quel punto l'indignazione è esplosa e la rete l'ha rilanciata e moltiplicata, convocando la prima manifestazione accompagnata da migliaia di fermi, arresti, pestaggi, 7.000 carcerazioni solo nei primi giorni. Abbiamo ascoltato racconti terribili Una dottoressa accorsa per prestare soccorso e arrestata, testimonianze di violenze, stupri, ricatti che usano la minaccia sui figli. Cosa deve succedere ancora a due ore e mezzo di volo da noi, dalla mia Milano? Forse solo ascoltando, vedendo, capisci il senso più vero della politica, la difesa ovunque dei diritti umani e della dignità di ciascuno. Sono loro, a Minsk, che in questo momento ci insegnano qualcosa: non si fanno chiamare "dissidenti" perché si sentono maggioranza
Si definiscono "protestanti", nel senso letterale di essere quelli della protesta per i diritti politici. O anche "resistenti" di una rivoluzione per la libertà di ciascuno. Quello in Bielorussia è un movimento pacifico, plurale, creativo nell'uso delle tecnologie. Hanno figure riconosciute a partire da Svetlana Tikhanovskaya, Veronika Tsepkalo e Maria Kolesnikova, le tre donne simbolo della protesta. Senza una ideologia predeterminata usano con sapienza i social, il passaparola, la street art, dispongono la merce nelle vetrine per messaggi impliciti, tante donne indossano l'abito bianco. Nel salutarci, alcuni tra quelli con maggiori responsabilità ci hanno detto: "Se domani dovessi finire in carcere, cercate un'altra o un altro amico".
Tentavo di interpretare quella compostezza e forza. Domenica la manifestazione mi ha dato una risposta: un fiume fatto di tanti affluenti dai vari quartieri, il sentimento che li muove è in quel messaggio, insieme (together) per reinventare democrazia e indipendenza. Come? Donne e uomini, ragazze e ragazzi neppure nati al tempo, mi dicono. "Siamo un nuovo '68".
Altri semplicemente si battezzano bielorussi, innamorati del loro paese. Io dico che sono la libertà e allora che il governo italiano incontri le loro leader, che l'Europa usi sanzioni più severe, che si liberino tutti i detenuti politici, che si facciano libere elezioni con osservatori internazionali, che si costruiscano diplomazie e aiuti. Si deve fare tutto tranne una cosa, operare una rimozione della tragedia che li si consuma perché quello sì equivarrebbe a una rimozione dei nostri valori più profondi. E questo per nessuna ragione ci è consentito farlo.
*Deputata Pd
di Davide Varì
Il Dubbio, 8 ottobre 2020
Il ministro della Giustizia commenta le novità introdotte con il nuovo dl sicurezza: "Il decreto non spalanca le porte all'immigrazione clandestina". "Entro il 2020 tutto il processo civile, dal primo grado alla Cassazione, sarà digitale, mentre è già stata avviata la digitalizzazione del processo penale".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 ottobre 2020
Per ora, secondo l'ultima relazione al Parlamento della Corte dei Conti, sono pari a zero le spese stanziate dal ministero della Giustizia per la promozione e sviluppo della formazione professionale per i detenuti. Una questione non da poco, considerando il fatto che il lavoro - non quello volontario, ma quello retribuito e professionalizzante - è funzionale alla rieducazione del detenuto.
di Luciano Lucania*
Il Sole 24 Ore, 8 ottobre 2020
Il tema dell'eradicazione dell'Epatite C nelle carceri ha avviato il XXI Congresso nazionale Simspe (Società italiana di Medicina e sanità penitenziaria) "L'Agorà Penitenziaria 2020" dell'1-3 ottobre scorsi. Le relazioni si sono sviluppate su quattro moduli principali che esprimono, a nostro parere, le attuali principali criticità della sanità in carcere: "La gestione dei pazienti detenuti in era CoViD" (focus su screening e vaccinazioni, Hcv e Hiv), "Infermieristica penitenziaria e conflittualità ambientali", "Il paziente psichiatrico detenuto e la presa in carico multidisciplinare" e infine "Aspetti di medicina legale per medici e professioni sanitarie". Si sono portate al centro del dibattito anche le situazioni che gli operatori sanitari tutti hanno vissuto in questi mesi e le esperienze acquisite, preziose per trovare le soluzioni migliori ai diversi problemi clinici, organizzativi e logistici che quotidianamente emergono in questo ambito.
di Giacomo Andreoli
Il Riformista, 8 ottobre 2020
In cella per droga a 22 anni denuncia molestie e si uccide. È solo l'ultimo dei suicidi in carcere, in drammatico aumento rispetto allo scorso anno. Bernardini (Radicali): "Detenuti fragili non seguiti e disperati, mentre al Dap c'è poca trasparenza. Con Bonafede deriva securitaria".
"Perché il Dap non pubblica via via i nomi di chi muore in carcere? C'è reticenza. E capita che i suicidi non siano registrati, soprattutto quando si tratta di stranieri, perché spesso non ci sono parenti che li "reclamano".










