di Carlo Alberto Romano
Corriere della Sera, 8 ottobre 2020
Un ragazzo si è tolto la vita in carcere; possiamo solo chiedere scusa. A lui e a tutti coloro che abbiano ancora voglia di piangerlo. Un ragazzo si è tolto la vita in carcere. Preferisco non aggiungere altro alla essenzialità di questo fatto, perché ogni aggiunta, anche un semplice aggettivo, porterebbe inevitabilmente qualcuno ad attribuire connotazioni causali. Infatti se al crudo fatto si collegasse, per ipotesi, la circostanza che egli rientrava in carcere da una misura esterna, l'attenzione si sposterebbe sulla magistratura che ne ha disposto il destino.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 8 ottobre 2020
"La legge sull'ingiusta detenzione va cambiata". Giulio Petrilli ha trascorso 6 anni in cella con l'accusa di banda armata. Assolto, la sua richiesta è stata rigettata per un dettaglio della legge. Con il comitato che presiede ne chiede la modifica. I numeri dell'ingiusta detenzione: mille casi (riconosciuti) all'anno, 43 milioni sborsati dallo Stato nel 2019.
di Davide Dionisi
vaticannews.va, 8 ottobre 2020
La due-giorni organizzata dall'Ispettorato Generale dei Cappellani delle carceri Italiane per festeggiare i sacerdoti con 25 anni di servizio, che oggi hanno incontrato il Papa all'udienza generale. Don Grimaldi: seminiamo speranza nel cuore di molti disperati.
di Giusy Santella
linkabile.it, 8 ottobre 2020
Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato: è così stabilito dall'articolo 27 della nostra Costituzione, che pone quindi come fine della pena - che nel nostro ordinamento per mancanza di volontà politica in tal senso è diventata quasi unicamente il carcere - la rieducazione e la risocializzazione del condannato.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 8 ottobre 2020
Tutte le associazioni forensi criticano in audizione alla Camera la riforma che dovrebbe velocizzare i tempi delle udienze: sacrifica i principi costituzionali e non otterrà il risultato. Il disegno di legge delega Bonafede che ha l'obiettivo di velocizzare i processi penali procede, lentamente, in commissione giustizia alla camera dove ieri è andato a sbattere contro una montagna di critiche e di bocciature sollevata dalle diverse associazioni dell'avvocatura. In programma il secondo ciclo di audizioni, dopo quelle dei rappresentanti della magistratura.
"Il disegno di legge interviene in modo random sulle fasi processuali senza realmente incedere sui tempi delle indagini e dei processi", ha detto il segretario dell'Unione camere penali Eriberto Rosso. Aggiungendo che Bonafede "mira a costruire una sorta di velocizzazione, violando l'essenza stessa del contraddittorio".
"Noi abbiamo partecipato a tutti i tavoli con il ministro - ha detto l'avvocato Alessandro Vaccaro, rappresentante dell'Organismo congressuale forense - le nostre proposte sono state bypassate e dimenticate". Mentre secondo l'avvocata Giovanna Ollà, rappresentante del Consiglio nazionale forense, "i principi costituzionali di presunzione di non colpevolezza e della funzione rieducativa della pena, posti a presidio del giusto processo, sono stati relegati a rango accessorio e subordinato".
Molte le critiche nel merito del provvedimento. Gli avvocati penalisti hanno detto no alla norma del disegno di legge che prevede che le notifiche successive alla prima siano fatte al solo difensore. No alle restrizioni della possibilità di proporre appello e no al fatto che l'appello possa essere affidato a un giudice monocratico: "Impatta negativamente contro un sistema che, a garanzia di maggiore correttezza e ponderatezza delle decisioni, è improntato a un principio di collegialità sempre e dovunque". Sui patteggiamenti il Consiglio nazionale forense ha detto di sentirsi "tradito". "È positivo che si aumenti la pena fino a otto anni per aver accesso al patteggiamento allargato, che ora è limitato ai cinque anni", ha detto l'avvocata Ollà. Ma ha aggiunto che questa indicazione "viene smentita da tutti i filtri dei reati ostativi che troviamo nella delega". Mentre il rappresentante delle Camere penali ha attaccato la novità in base alla quale la sostituzione di un giudice durante il processo non comporterà più l'obbligo di rinnovazione degli atti. "È un colpo di grazia al contraddittorio - ha detto l'avvocato Rosso - il tema è molto semplice: o si crede o non si crede alla logica del giudice della decisione".
Le audizioni degli avvocati, secondo la deputata di Forza Italia della commissione giustizia Giusi Bartolozzi, "rassegnano in maniera unanime e convergente il fallimento della riforma annunciata dal ministro Bonafede". Al contrario per il presidente 5 Stelle della commissione, Mario Perantoni, le posizioni critiche dell'avvocatura erano "note" e intervengono "dopo l'orientamento positivo espresso dalla magistratura". Secondo Perantoni "i timori che la riforma possa comprimere i diritti della difesa sono eccessivi".
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 8 ottobre 2020
Tutte le associazioni forensi criticano in audizione alla Camera la riforma che dovrebbe velocizzare i tempi delle udienze: sacrifica i principi costituzionali e non otterrà il risultato. Il disegno di legge delega Bonafede che ha l'obiettivo di velocizzare i processi penali procede, lentamente, in commissione giustizia alla camera dove ieri è andato a sbattere contro una montagna di critiche e di bocciature sollevata dalle diverse associazioni dell'avvocatura. In programma il secondo ciclo di audizioni, dopo quelle dei rappresentanti della magistratura.
"Il disegno di legge interviene in modo random sulle fasi processuali senza realmente incedere sui tempi delle indagini e dei processi", ha detto il segretario dell'Unione camere penali Eriberto Rosso. Aggiungendo che Bonafede "mira a costruire una sorta di velocizzazione, violando l'essenza stessa del contraddittorio".
"Noi abbiamo partecipato a tutti i tavoli con il ministro - ha detto l'avvocato Alessandro Vaccaro, rappresentante dell'Organismo congressuale forense - le nostre proposte sono state bypassate e dimenticate". Mentre secondo l'avvocata Giovanna Ollà, rappresentante del Consiglio nazionale forense, "i principi costituzionali di presunzione di non colpevolezza e della funzione rieducativa della pena, posti a presidio del giusto processo, sono stati relegati a rango accessorio e subordinato".
Molte le critiche nel merito del provvedimento. Gli avvocati penalisti hanno detto no alla norma del disegno di legge che prevede che le notifiche successive alla prima siano fatte al solo difensore. No alle restrizioni della possibilità di proporre appello e no al fatto che l'appello possa essere affidato a un giudice monocratico: "Impatta negativamente contro un sistema che, a garanzia di maggiore correttezza e ponderatezza delle decisioni, è improntato a un principio di collegialità sempre e dovunque". Sui patteggiamenti il Consiglio nazionale forense ha detto di sentirsi "tradito". "È positivo che si aumenti la pena fino a otto anni per aver accesso al patteggiamento allargato, che ora è limitato ai cinque anni", ha detto l'avvocata Ollà. Ma ha aggiunto che questa indicazione "viene smentita da tutti i filtri dei reati ostativi che troviamo nella delega". Mentre il rappresentante delle Camere penali ha attaccato la novità in base alla quale la sostituzione di un giudice durante il processo non comporterà più l'obbligo di rinnovazione degli atti. "È un colpo di grazia al contraddittorio - ha detto l'avvocato Rosso - il tema è molto semplice: o si crede o non si crede alla logica del giudice della decisione".
Le audizioni degli avvocati, secondo la deputata di Forza Italia della commissione giustizia Giusi Bartolozzi, "rassegnano in maniera unanime e convergente il fallimento della riforma annunciata dal ministro Bonafede". Al contrario per il presidente 5 Stelle della commissione, Mario Perantoni, le posizioni critiche dell'avvocatura erano "note" e intervengono "dopo l'orientamento positivo espresso dalla magistratura". Secondo Perantoni "i timori che la riforma possa comprimere i diritti della difesa sono eccessivi".
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 8 ottobre 2020
Tutte le associazioni forensi criticano in audizione alla Camera la riforma che dovrebbe velocizzare i tempi delle udienze: sacrifica i principi costituzionali e non otterrà il risultato. Il disegno di legge delega Bonafede che ha l'obiettivo di velocizzare i processi penali procede, lentamente, in commissione giustizia alla camera dove ieri è andato a sbattere contro una montagna di critiche e di bocciature sollevata dalle diverse associazioni dell'avvocatura. In programma il secondo ciclo di audizioni, dopo quelle dei rappresentanti della magistratura.
"Il disegno di legge interviene in modo random sulle fasi processuali senza realmente incedere sui tempi delle indagini e dei processi", ha detto il segretario dell'Unione camere penali Eriberto Rosso. Aggiungendo che Bonafede "mira a costruire una sorta di velocizzazione, violando l'essenza stessa del contraddittorio".
"Noi abbiamo partecipato a tutti i tavoli con il ministro - ha detto l'avvocato Alessandro Vaccaro, rappresentante dell'Organismo congressuale forense - le nostre proposte sono state bypassate e dimenticate". Mentre secondo l'avvocata Giovanna Ollà, rappresentante del Consiglio nazionale forense, "i principi costituzionali di presunzione di non colpevolezza e della funzione rieducativa della pena, posti a presidio del giusto processo, sono stati relegati a rango accessorio e subordinato".
Molte le critiche nel merito del provvedimento. Gli avvocati penalisti hanno detto no alla norma del disegno di legge che prevede che le notifiche successive alla prima siano fatte al solo difensore. No alle restrizioni della possibilità di proporre appello e no al fatto che l'appello possa essere affidato a un giudice monocratico: "Impatta negativamente contro un sistema che, a garanzia di maggiore correttezza e ponderatezza delle decisioni, è improntato a un principio di collegialità sempre e dovunque". Sui patteggiamenti il Consiglio nazionale forense ha detto di sentirsi "tradito". "È positivo che si aumenti la pena fino a otto anni per aver accesso al patteggiamento allargato, che ora è limitato ai cinque anni", ha detto l'avvocata Ollà. Ma ha aggiunto che questa indicazione "viene smentita da tutti i filtri dei reati ostativi che troviamo nella delega". Mentre il rappresentante delle Camere penali ha attaccato la novità in base alla quale la sostituzione di un giudice durante il processo non comporterà più l'obbligo di rinnovazione degli atti. "È un colpo di grazia al contraddittorio - ha detto l'avvocato Rosso - il tema è molto semplice: o si crede o non si crede alla logica del giudice della decisione".
Le audizioni degli avvocati, secondo la deputata di Forza Italia della commissione giustizia Giusi Bartolozzi, "rassegnano in maniera unanime e convergente il fallimento della riforma annunciata dal ministro Bonafede". Al contrario per il presidente 5 Stelle della commissione, Mario Perantoni, le posizioni critiche dell'avvocatura erano "note" e intervengono "dopo l'orientamento positivo espresso dalla magistratura". Secondo Perantoni "i timori che la riforma possa comprimere i diritti della difesa sono eccessivi".
di Errico Novi
Il Dubbio, 8 ottobre 2020
L'altolà di Cnf, Ocf e Ucpi. Il parere delle rappresentanze forensi audite ieri alla Camera sulla riforma. La cosa sorprendente è che per compensare il blocca-prescrizione, contestatissimo dagli avvocati, si indebolisce proprio il ruolo del difensore.
È il paradosso, grave e poco rassicurante per il sistema dei diritti, descritto ieri, nell'audizione sul ddl penale davanti alla commissione Giustizia della Camera, da Cnf, Ucpi e Ocf. Le modifiche a vari istituti "impattano fortemente sul sistema garantistico e sui diritti di difesa", si legge nella nota diffusa dal Cnf subito dopo l'intervento della consigliera Giovanna Ollà e del componente dell'Ufficio studi Nicola Cirillo. "Una riforma del processo non può prescindere dal porre al centro dell'attenzione l'indagato", mentre "giusto processo", "presunzione di non colpevolezza" e "la stessa funzione rieducativa della pena" sembrano ora relegati "a rango accessorio e subordinato".
E a propria volta l'Unione Camere penali, rappresentata a Montecitorio dal segretario Eriberto Rosso e dal responsabile Comunicazione Giorgio Varano, ricorda in un comunicato che da una parte non si incide realmente "sulla certezza dei tempi delle indagini" e dall'altra si prevedono "ulteriori erosioni delle garanzie al dibattimento". Un esempio? "Gli interventi sul sistema delle impugnazioni che aboliscono la collegialità per una grande parte dei processi in appello, limitando la portata cognitiva del giudizio". È stato così "tradito" il pacchetto di proposte unitarie definito da "Avvocatura e Magistratura", ricordano i penalisti, incentrato su "rilancio dei riti speciali" e "depenalizzazione". Un progetto discusso al tavolo istituito dal guardasigilli Alfonso Bonafede a via Arenula, e che è stato "bypassato e dimenticato", come dichiara il tesoriere dell'Organismo congressuale forense Alessandro Vaccaro. Il quale, intervenuto subito dopo l'audizione dell'Ucpi, ha parlato di un "ascolto che il ministro ha avuto, a lungo, nell'interlocuzione con avvocati e Anm, ma che se il testo della riforma penale restasse com'è ora, si rivelerebbe solo apparente, inutile".
Il vizio di fondo del percorso è in quel paradosso ricordato all'inizio. La storia della riforma è assai intrecciata con la norma che ha stravolto la prescrizione. Fin dalla famigerata "spazza-corrotti" che nel 2019 ha incistato in sé stessa la modifica dell'istituto, già il refrain dell'allora maggioranza gialloverde è sempre staro "ridurremo i tempi dei processi al punto da rendere irrilevante la prescrizione". Continua ad essere la chiave opposta dalla maggioranza attuale a chi contesta il "blocco" entrato in vigore a Capodanno scorso.
Solo che appunto ieri, in un incontro interessante perché scarnificato, in particolare dalla consigliera Cnf Ollà, di ogni connotazione politicista, è emerso che l'obiettivo di risparmiare tempo nel processo penale è perseguito, nel ddl, con modifiche che spesso mortificano la funzione difensiva. Dalla previsione di "rendere l'avvocato destinatario di tutte le notifiche successive alla prima, con il risultato di snaturarlo in messo notificatore, e di imporgli l'onere di provare l'irreperibilità dell'assistito".
Fino alla modifica forse più sgradevole, e sottilmente spregiativa, "la pretesa che l'impugnazione in appello richieda l'attribuzione, da parte dell'imputato, di un nuovo specifico mandato al difensore. Quasi come se", ha detto Ollà, "si volesse insinuare un abuso dell'esercizio della funzione difensiva". Insinuazione che d'altronde nel testo illustrativo del ddl è esplicitata "quando si evoca la necessità di limitare l'abuso di diritto. Ma", spiega la componente del Cnf, "riguardo alla coerente scelta dell'avvocato sulla proposizione dell'appello, è in gioco un profilo di correttezza verso l'assistito perfettamente presidiato dal nostro codice deontologico.
Obbligare l'imputato a sottoscrivere un'espressa volontà di impugnare compromette il diritto di difesa in circostanze in cui, per esempio, la persona sottoposta a giudizio si trova all'estero per lavoro" Ecco, risparmiare tempo. Con soluzioni che rimandano a una supposta interpretazione manipolativa della difesa. Come se a pesare sulla macchina della giustizia non fosse l'urgenza di un "massiccio intervento sugli organici della magistratura, del personale di cancelleria, su una adeguata distribuzione delle risorse e su una corretta ' ristrutturazione' dell'edilizia giudiziaria", reclama la nota del Cnf.
Nel testo galleggia insomma la fantomatica ombra dell'avvocato- intralcio, la presunta implacabile e perfida ricerca dell'appiglio per prolungare il processo. "Non si tiene conto", ha ricordato Ollà, "di casi in cui ad esempio, per motivi sui quali l'ordinamento neppure ha motivo di sindacare, l'avvocato non è in condizioni di connettersi col proprio assistito in quel frammento di tempo disponibile, 45 giorni, per ricorrere in appello. Non si possono sanzionare implicitamente circostanze in cui l'imputato è irreperibile o lontano, e neppure impedire che l'appello sia proposto dal difensore nel proprio Foro di appartenenza, senza poter utilizzare la raccomandata e che sia allo stato disponibile il deposito telematico". Sono forzature che potrebbero risultare in conflitto con l'articolo 24 della Costituzione, in cui si sancisce il diritto inviolabile alla difesa in giudizio. Ma al di là della sopravvivenza di norme simili, è lo spirito stesso di alcune parti della legge a essere definito "sorprendente", e a "lasciare perplessi", come dice Ollà.
L'appello dell'Ucpi ai "deputati-giuristi" - Ci sarà molto da lavorare, dunque, sul testo, nonostante il presidente della commissione Giustizia Mario Perantoni, del M5S, definisca "eccessivi" i "timori espressi dalle rappresentanze dell'avvocatura" per una riforma che "possa comprimere i diritti di difesa". Ma il punto è, come ricorda anche l'Unione Camere penali nel proprio comunicato, l'addio all'impostazione proposta a via Arenula insieme con l'Anm: "Se da un lato aumenta il limite edittale per poter accedere al patteggiamento, dall'altro si rimpolpa l'elenco delle ostatività, e la disciplina del giudizio abbreviato continua a impedire alla difesa l'individuazione di prove necessarie per la decisione".
Le proposte "maturate in sede di consultazione", cioè al tavolo col ministro e l'Anm, hanno ricordato Rosso e Varano, sono "a disposizione" per raggiungere "l'obiettivo della ragionevole durata del processo". L'Ucpi fa appello "in particolare ai componenti giuristi della commissione Giustizia affinché, al di là dello schieramento politico di appartenenza, non consentano ulteriori menomazioni del sistema accusatorio".
Sarebbe possibile, come spiegato ancora da Ollà, se si adottassero con coerenza, appunto, le innovazioni in materia di riti speciali: "Da una parte si innalza dea 5 a 8 anni la pena massima che può essere applicata col patteggiamento. Dall'altra però, in contraddizione con le ipotesi avanzate al tavolo tecnico, sono state previste preclusioni per molti reati.
Se si arriva a un limite di 8 anni vuol dire, tenuto conto dello sconto di pena, consentire il patteggiamento per condotte potenzialmente punibili con 12 anni di carcere. È ovvio", fa notare Ollà, "che si tratti di fattispecie gravi. Escluderle a tavolino come ostative vanifica la prima parte dell'intervento. Solo se si esce da una logica che pare guardare più all'impatto mediatico e al consenso che alla deflazione e all'equilibrio del sistema, solo se si rinuncia a forzature come la scelta delle priorità in capo agli uffici giudiziari, si eviterà di ridurre la riforma a una mortificazione della difesa".
di Errico Novi
Il Dubbio, 8 ottobre 2020
L'altolà di Cnf, Ocf e Ucpi. Il parere delle rappresentanze forensi audite ieri alla Camera sulla riforma. La cosa sorprendente è che per compensare il blocca-prescrizione, contestatissimo dagli avvocati, si indebolisce proprio il ruolo del difensore.
È il paradosso, grave e poco rassicurante per il sistema dei diritti, descritto ieri, nell'audizione sul ddl penale davanti alla commissione Giustizia della Camera, da Cnf, Ucpi e Ocf. Le modifiche a vari istituti "impattano fortemente sul sistema garantistico e sui diritti di difesa", si legge nella nota diffusa dal Cnf subito dopo l'intervento della consigliera Giovanna Ollà e del componente dell'Ufficio studi Nicola Cirillo. "Una riforma del processo non può prescindere dal porre al centro dell'attenzione l'indagato", mentre "giusto processo", "presunzione di non colpevolezza" e "la stessa funzione rieducativa della pena" sembrano ora relegati "a rango accessorio e subordinato".
E a propria volta l'Unione Camere penali, rappresentata a Montecitorio dal segretario Eriberto Rosso e dal responsabile Comunicazione Giorgio Varano, ricorda in un comunicato che da una parte non si incide realmente "sulla certezza dei tempi delle indagini" e dall'altra si prevedono "ulteriori erosioni delle garanzie al dibattimento". Un esempio? "Gli interventi sul sistema delle impugnazioni che aboliscono la collegialità per una grande parte dei processi in appello, limitando la portata cognitiva del giudizio". È stato così "tradito" il pacchetto di proposte unitarie definito da "Avvocatura e Magistratura", ricordano i penalisti, incentrato su "rilancio dei riti speciali" e "depenalizzazione". Un progetto discusso al tavolo istituito dal guardasigilli Alfonso Bonafede a via Arenula, e che è stato "bypassato e dimenticato", come dichiara il tesoriere dell'Organismo congressuale forense Alessandro Vaccaro. Il quale, intervenuto subito dopo l'audizione dell'Ucpi, ha parlato di un "ascolto che il ministro ha avuto, a lungo, nell'interlocuzione con avvocati e Anm, ma che se il testo della riforma penale restasse com'è ora, si rivelerebbe solo apparente, inutile".
Il vizio di fondo del percorso è in quel paradosso ricordato all'inizio. La storia della riforma è assai intrecciata con la norma che ha stravolto la prescrizione. Fin dalla famigerata "spazza-corrotti" che nel 2019 ha incistato in sé stessa la modifica dell'istituto, già il refrain dell'allora maggioranza gialloverde è sempre staro "ridurremo i tempi dei processi al punto da rendere irrilevante la prescrizione". Continua ad essere la chiave opposta dalla maggioranza attuale a chi contesta il "blocco" entrato in vigore a Capodanno scorso.
Solo che appunto ieri, in un incontro interessante perché scarnificato, in particolare dalla consigliera Cnf Ollà, di ogni connotazione politicista, è emerso che l'obiettivo di risparmiare tempo nel processo penale è perseguito, nel ddl, con modifiche che spesso mortificano la funzione difensiva. Dalla previsione di "rendere l'avvocato destinatario di tutte le notifiche successive alla prima, con il risultato di snaturarlo in messo notificatore, e di imporgli l'onere di provare l'irreperibilità dell'assistito".
Fino alla modifica forse più sgradevole, e sottilmente spregiativa, "la pretesa che l'impugnazione in appello richieda l'attribuzione, da parte dell'imputato, di un nuovo specifico mandato al difensore. Quasi come se", ha detto Ollà, "si volesse insinuare un abuso dell'esercizio della funzione difensiva". Insinuazione che d'altronde nel testo illustrativo del ddl è esplicitata "quando si evoca la necessità di limitare l'abuso di diritto. Ma", spiega la componente del Cnf, "riguardo alla coerente scelta dell'avvocato sulla proposizione dell'appello, è in gioco un profilo di correttezza verso l'assistito perfettamente presidiato dal nostro codice deontologico.
Obbligare l'imputato a sottoscrivere un'espressa volontà di impugnare compromette il diritto di difesa in circostanze in cui, per esempio, la persona sottoposta a giudizio si trova all'estero per lavoro" Ecco, risparmiare tempo. Con soluzioni che rimandano a una supposta interpretazione manipolativa della difesa. Come se a pesare sulla macchina della giustizia non fosse l'urgenza di un "massiccio intervento sugli organici della magistratura, del personale di cancelleria, su una adeguata distribuzione delle risorse e su una corretta ' ristrutturazione' dell'edilizia giudiziaria", reclama la nota del Cnf.
Nel testo galleggia insomma la fantomatica ombra dell'avvocato- intralcio, la presunta implacabile e perfida ricerca dell'appiglio per prolungare il processo. "Non si tiene conto", ha ricordato Ollà, "di casi in cui ad esempio, per motivi sui quali l'ordinamento neppure ha motivo di sindacare, l'avvocato non è in condizioni di connettersi col proprio assistito in quel frammento di tempo disponibile, 45 giorni, per ricorrere in appello. Non si possono sanzionare implicitamente circostanze in cui l'imputato è irreperibile o lontano, e neppure impedire che l'appello sia proposto dal difensore nel proprio Foro di appartenenza, senza poter utilizzare la raccomandata e che sia allo stato disponibile il deposito telematico". Sono forzature che potrebbero risultare in conflitto con l'articolo 24 della Costituzione, in cui si sancisce il diritto inviolabile alla difesa in giudizio. Ma al di là della sopravvivenza di norme simili, è lo spirito stesso di alcune parti della legge a essere definito "sorprendente", e a "lasciare perplessi", come dice Ollà.
L'appello dell'Ucpi ai "deputati-giuristi" - Ci sarà molto da lavorare, dunque, sul testo, nonostante il presidente della commissione Giustizia Mario Perantoni, del M5S, definisca "eccessivi" i "timori espressi dalle rappresentanze dell'avvocatura" per una riforma che "possa comprimere i diritti di difesa". Ma il punto è, come ricorda anche l'Unione Camere penali nel proprio comunicato, l'addio all'impostazione proposta a via Arenula insieme con l'Anm: "Se da un lato aumenta il limite edittale per poter accedere al patteggiamento, dall'altro si rimpolpa l'elenco delle ostatività, e la disciplina del giudizio abbreviato continua a impedire alla difesa l'individuazione di prove necessarie per la decisione".
Le proposte "maturate in sede di consultazione", cioè al tavolo col ministro e l'Anm, hanno ricordato Rosso e Varano, sono "a disposizione" per raggiungere "l'obiettivo della ragionevole durata del processo". L'Ucpi fa appello "in particolare ai componenti giuristi della commissione Giustizia affinché, al di là dello schieramento politico di appartenenza, non consentano ulteriori menomazioni del sistema accusatorio".
Sarebbe possibile, come spiegato ancora da Ollà, se si adottassero con coerenza, appunto, le innovazioni in materia di riti speciali: "Da una parte si innalza dea 5 a 8 anni la pena massima che può essere applicata col patteggiamento. Dall'altra però, in contraddizione con le ipotesi avanzate al tavolo tecnico, sono state previste preclusioni per molti reati.
Se si arriva a un limite di 8 anni vuol dire, tenuto conto dello sconto di pena, consentire il patteggiamento per condotte potenzialmente punibili con 12 anni di carcere. È ovvio", fa notare Ollà, "che si tratti di fattispecie gravi. Escluderle a tavolino come ostative vanifica la prima parte dell'intervento. Solo se si esce da una logica che pare guardare più all'impatto mediatico e al consenso che alla deflazione e all'equilibrio del sistema, solo se si rinuncia a forzature come la scelta delle priorità in capo agli uffici giudiziari, si eviterà di ridurre la riforma a una mortificazione della difesa".
di Errico Novi
Il Dubbio, 8 ottobre 2020
L'altolà di Cnf, Ocf e Ucpi. Il parere delle rappresentanze forensi audite ieri alla Camera sulla riforma. La cosa sorprendente è che per compensare il blocca-prescrizione, contestatissimo dagli avvocati, si indebolisce proprio il ruolo del difensore.
È il paradosso, grave e poco rassicurante per il sistema dei diritti, descritto ieri, nell'audizione sul ddl penale davanti alla commissione Giustizia della Camera, da Cnf, Ucpi e Ocf. Le modifiche a vari istituti "impattano fortemente sul sistema garantistico e sui diritti di difesa", si legge nella nota diffusa dal Cnf subito dopo l'intervento della consigliera Giovanna Ollà e del componente dell'Ufficio studi Nicola Cirillo. "Una riforma del processo non può prescindere dal porre al centro dell'attenzione l'indagato", mentre "giusto processo", "presunzione di non colpevolezza" e "la stessa funzione rieducativa della pena" sembrano ora relegati "a rango accessorio e subordinato".
E a propria volta l'Unione Camere penali, rappresentata a Montecitorio dal segretario Eriberto Rosso e dal responsabile Comunicazione Giorgio Varano, ricorda in un comunicato che da una parte non si incide realmente "sulla certezza dei tempi delle indagini" e dall'altra si prevedono "ulteriori erosioni delle garanzie al dibattimento". Un esempio? "Gli interventi sul sistema delle impugnazioni che aboliscono la collegialità per una grande parte dei processi in appello, limitando la portata cognitiva del giudizio". È stato così "tradito" il pacchetto di proposte unitarie definito da "Avvocatura e Magistratura", ricordano i penalisti, incentrato su "rilancio dei riti speciali" e "depenalizzazione". Un progetto discusso al tavolo istituito dal guardasigilli Alfonso Bonafede a via Arenula, e che è stato "bypassato e dimenticato", come dichiara il tesoriere dell'Organismo congressuale forense Alessandro Vaccaro. Il quale, intervenuto subito dopo l'audizione dell'Ucpi, ha parlato di un "ascolto che il ministro ha avuto, a lungo, nell'interlocuzione con avvocati e Anm, ma che se il testo della riforma penale restasse com'è ora, si rivelerebbe solo apparente, inutile".
Il vizio di fondo del percorso è in quel paradosso ricordato all'inizio. La storia della riforma è assai intrecciata con la norma che ha stravolto la prescrizione. Fin dalla famigerata "spazza-corrotti" che nel 2019 ha incistato in sé stessa la modifica dell'istituto, già il refrain dell'allora maggioranza gialloverde è sempre staro "ridurremo i tempi dei processi al punto da rendere irrilevante la prescrizione". Continua ad essere la chiave opposta dalla maggioranza attuale a chi contesta il "blocco" entrato in vigore a Capodanno scorso.
Solo che appunto ieri, in un incontro interessante perché scarnificato, in particolare dalla consigliera Cnf Ollà, di ogni connotazione politicista, è emerso che l'obiettivo di risparmiare tempo nel processo penale è perseguito, nel ddl, con modifiche che spesso mortificano la funzione difensiva. Dalla previsione di "rendere l'avvocato destinatario di tutte le notifiche successive alla prima, con il risultato di snaturarlo in messo notificatore, e di imporgli l'onere di provare l'irreperibilità dell'assistito".
Fino alla modifica forse più sgradevole, e sottilmente spregiativa, "la pretesa che l'impugnazione in appello richieda l'attribuzione, da parte dell'imputato, di un nuovo specifico mandato al difensore. Quasi come se", ha detto Ollà, "si volesse insinuare un abuso dell'esercizio della funzione difensiva". Insinuazione che d'altronde nel testo illustrativo del ddl è esplicitata "quando si evoca la necessità di limitare l'abuso di diritto. Ma", spiega la componente del Cnf, "riguardo alla coerente scelta dell'avvocato sulla proposizione dell'appello, è in gioco un profilo di correttezza verso l'assistito perfettamente presidiato dal nostro codice deontologico.
Obbligare l'imputato a sottoscrivere un'espressa volontà di impugnare compromette il diritto di difesa in circostanze in cui, per esempio, la persona sottoposta a giudizio si trova all'estero per lavoro" Ecco, risparmiare tempo. Con soluzioni che rimandano a una supposta interpretazione manipolativa della difesa. Come se a pesare sulla macchina della giustizia non fosse l'urgenza di un "massiccio intervento sugli organici della magistratura, del personale di cancelleria, su una adeguata distribuzione delle risorse e su una corretta ' ristrutturazione' dell'edilizia giudiziaria", reclama la nota del Cnf.
Nel testo galleggia insomma la fantomatica ombra dell'avvocato- intralcio, la presunta implacabile e perfida ricerca dell'appiglio per prolungare il processo. "Non si tiene conto", ha ricordato Ollà, "di casi in cui ad esempio, per motivi sui quali l'ordinamento neppure ha motivo di sindacare, l'avvocato non è in condizioni di connettersi col proprio assistito in quel frammento di tempo disponibile, 45 giorni, per ricorrere in appello. Non si possono sanzionare implicitamente circostanze in cui l'imputato è irreperibile o lontano, e neppure impedire che l'appello sia proposto dal difensore nel proprio Foro di appartenenza, senza poter utilizzare la raccomandata e che sia allo stato disponibile il deposito telematico". Sono forzature che potrebbero risultare in conflitto con l'articolo 24 della Costituzione, in cui si sancisce il diritto inviolabile alla difesa in giudizio. Ma al di là della sopravvivenza di norme simili, è lo spirito stesso di alcune parti della legge a essere definito "sorprendente", e a "lasciare perplessi", come dice Ollà.
L'appello dell'Ucpi ai "deputati-giuristi" - Ci sarà molto da lavorare, dunque, sul testo, nonostante il presidente della commissione Giustizia Mario Perantoni, del M5S, definisca "eccessivi" i "timori espressi dalle rappresentanze dell'avvocatura" per una riforma che "possa comprimere i diritti di difesa". Ma il punto è, come ricorda anche l'Unione Camere penali nel proprio comunicato, l'addio all'impostazione proposta a via Arenula insieme con l'Anm: "Se da un lato aumenta il limite edittale per poter accedere al patteggiamento, dall'altro si rimpolpa l'elenco delle ostatività, e la disciplina del giudizio abbreviato continua a impedire alla difesa l'individuazione di prove necessarie per la decisione".
Le proposte "maturate in sede di consultazione", cioè al tavolo col ministro e l'Anm, hanno ricordato Rosso e Varano, sono "a disposizione" per raggiungere "l'obiettivo della ragionevole durata del processo". L'Ucpi fa appello "in particolare ai componenti giuristi della commissione Giustizia affinché, al di là dello schieramento politico di appartenenza, non consentano ulteriori menomazioni del sistema accusatorio".
Sarebbe possibile, come spiegato ancora da Ollà, se si adottassero con coerenza, appunto, le innovazioni in materia di riti speciali: "Da una parte si innalza dea 5 a 8 anni la pena massima che può essere applicata col patteggiamento. Dall'altra però, in contraddizione con le ipotesi avanzate al tavolo tecnico, sono state previste preclusioni per molti reati.
Se si arriva a un limite di 8 anni vuol dire, tenuto conto dello sconto di pena, consentire il patteggiamento per condotte potenzialmente punibili con 12 anni di carcere. È ovvio", fa notare Ollà, "che si tratti di fattispecie gravi. Escluderle a tavolino come ostative vanifica la prima parte dell'intervento. Solo se si esce da una logica che pare guardare più all'impatto mediatico e al consenso che alla deflazione e all'equilibrio del sistema, solo se si rinuncia a forzature come la scelta delle priorità in capo agli uffici giudiziari, si eviterà di ridurre la riforma a una mortificazione della difesa".










