di Eleonora Martini
Il Manifesto, 7 ottobre 2020
Le norme targate Bonafede nel Dl Sicurezza. Allontanamenti e pene più severe per i violenti. Diventa reato il telefono in cella. Ogni governo ne ha una: la "tolleranza zero" in salsa giallo-rossa riguarda le risse. Che naturalmente sono state scoperte con l'omicidio del povero Willy Duarte ucciso di botte a Colleferro il 5 settembre scorso da una banda di violenti.
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 7 ottobre 2020
L'ipotesi di riforma di Bonafede punta soprattutto ad incentivare il rito abbreviato. Qual è l'ostacolo? Il problema è la fiducia. In questi anni, man mano che le indagini hanno ceduto il passo al duopolio costituito dalle dichiarazioni dei pentiti, prima, e dalle intercettazioni, poi, i difensori hanno nutrito un sentimento di sempre maggiore sfiducia circa l'affidabilità delle attività del pubblico ministero e della polizia giudiziaria. La gestione dei pentiti e l'incerta completezza e corrispondenza delle intercettazioni trascritte ai contenuti effettivi delle conversazioni, sono divenuti il terreno friabile in cui è affondata la possibilità di un'intesa collaborativa tra accusa e difesa.
La Commissione Giustizia della Camera sta procedendo all'esame del disegno di legge del ministro Bonafede che contiene la "Delega al Governo per l'efficienza del processo penale". Un disegno tutto sommato ambizioso che punta, anche, a mitigare gli effetti distorsivi che si produrranno inevitabilmente non appena andrà a pieno regime la nuova disciplina della prescrizione del reato, entrata in vigore il primo gennaio scorso.
Inutile discutere della parte del testo che descrive il nuovo regime delle notificazioni degli atti processuali. Abbracciata senza remore ed entusiasticamente la tesi che a rallentare le indagini e i processi siano le impicciose comunicazioni da fare agli imputati e ai difensori per far sapere loro cosa sta accadendo sulle loro teste, si vuole intraprendere la strada salvifica delle notifiche telematiche. Qualcuno giura che servirà. Altri giurano che, se si abbandonassero mistificazioni mediatiche e ingenue semplificazioni, ci si accorgerebbe che il deposito telematico degli atti nel processo civile è in piedi da anni e non ha portato alcun serio beneficio all'efficienza della giustizia civile.
Se le pendenze scendono un po' non è perché gli atti processuali circolano via mail, ma perché molti cittadini rinunciano a far valere le proprie ragioni in un'aula di giustizia. Il tutto in un Paese in cui i torti civili (dai danni alla salute ai fallimenti, dai licenziamenti alle locazioni e via seguitando) producono danni molto più gravi dei torti penali e segnano la vera cifra dell'inaffidabilità dei rapporti economici e della precarietà legale della nazione.
L'altra opzione del disegno di legge è quella di favorire la deflazione penale ampliando in modo considerevole le ipotesi di patteggiamento (sino a 8 anni) e di giudizio abbreviato. È noto si tratti di strumenti che, nella trama originaria del codice del 1988, avrebbero dovuto evitare quel che poi è successo per qualche decennio: ossia che praticamente quasi tutto finisse a dibattimento una volta che il pubblico ministero ha esercitato l'azione penale.
La deflazione per riti alternativi ha funzionato male per molto tempo perché troppo marginale e troppo poco allettante per l'imputato. Poi, quando le maglie sono state allargate, ossia a partire dal 1999, è subentrato un atteggiamento ancora più pernicioso per il buon funzionamento di questi strumenti. Man mano che le indagini hanno ceduto il passo al duopolio costituito dalle dichiarazioni dei pentiti, prima, e dalle intercettazioni, poi, i difensori hanno nutrito un sentimento di sempre maggiore sfiducia circa l'affidabilità delle attività del pubblico ministero e della polizia giudiziaria.
La gestione dei pentiti e l'incerta completezza e corrispondenza delle intercettazioni trascritte ai contenuti effettivi delle conversazioni, sono divenuti, tante volte, il terreno friabile in cui è affondata la possibilità di un'intesa collaborativa tra accusa e difesa. Affidarsi (con i riti alternativi) ai risultati delle attività investigative comporta un fidarsi delle stesse. Se questa relazione fiduciaria si incrina, il sistema sprofonda in una palude in cui il pachiderma investigativo viene sottoposto a una minuziosa, capillare e sospettosa verifica.
Non è questa la sede per discuterne, ma tutti i più recenti strappi che si sono imposti in giurisprudenza sul tema del contraddittorio dibattimentale non sono altro che il segnale di questa profonda incomprensione delle ragioni che colorano, talvolta, come ostruzionistico l'atteggiamento delle difese.
Le Alte Corti hanno reagito con una certa durezza a comportamenti delle difese che, distillati nell'alambicco del diritto, sembrano in effetti contrari ai principi di lealtà e di ragionevole durata del processo, ma che una volta ricondotti nella loro sede di incubazione non sono altro che la reazione a opacità, forzature, lacune di un'attività investigativa che troppe volte, riversata nel dibattimento, incespica, annaspa, si scolorisce, quando non inquieta.
Non è il caso di menzionare specificare indagini o singoli episodi in cui pentiti e intercettazioni, giunti al vaglio del dibattimento, hanno mostrato incrinature, vuoti, se non manipolazioni, benevolmente o maldestramente trascurate. In fondo, gran parte della difesa dei magistrati coinvolti nell'affaire Palamara si fonda proprio sulla contestazione delle legittimità e, finanche, della liceità delle intercettazioni svolte, con giudizi severi sulla completezza dell'attività di polizia giudiziaria.
Ossia la durissima contesi svolge esattamente su quel terreno che, oggi, impedisce agli imputati (salvo che siano beccati col classico dito nella marmellata) di farsi giudicare sulla scorta delle attività del pubblico ministero. Snodo fondamentale della questione e che riguarda, soprattutto, i processi per reati che già prima della riforma mai si sarebbero estinti per prescrizione.
Come guadagnare o riguadagnare quella fiducia e quell'affidamento sui risultati delle indagini preliminari è il vero punto su cui si gioca il tema dell'efficienza e della celerità del processo penale. È un tema che, a macchia di leopardo, traspare nella lunga relazione che accompagna il disegno di legge Bonafede, ma che non può che essere affrontato riposizionando il pubblico ministero in un ruolo di responsabile e garante non della legittimità delle indagini (cosa che non gli compete), ma della regolarità e trasparenza delle attività investigative.
Subito dopo Tangentopoli si pretese che gli interrogatori degli arrestati fossero registrati e si fece divieto ai pm, a caccia di confessioni, di interrogarli prima di un giudice. Dopo 25 anni occorre costruire una nuova architettura che rassicuri gli imputati che possono interamente fidarsi delle acquisizioni dell'accusa e farne con serenità la base, se giusta, della loro condanna. Non mancano gli ottimi pm da cui partire.
di Fabio Anselmo*
Il Domani, 7 ottobre 2020
Ecco l'arrivo della "norma Willy". Un provvedimento pensato dalla politica per evitare A che un omicidio come quello di Willy Duarte possa accadere ancora. A Willy non potrà più essere fatto nulla perché Willy è morto barbaramente ucciso. Non potrà essere restituito alla sua vita, alla sua famiglia e al suo paese, Colleferro, alle porte di Roma. Willy è andato per sempre.
di Giorgio Mannino
Il Riformista, 7 ottobre 2020
A Palermo l'incontro di Nessuno tocchi Caino contro i guasti di un sistema di prevenzione asservito a interessi opachi. Cavallotti: "Troppi abusi: ci rivolgeremo alla Corte europea. L'Italia va condannata".
Gli obiettivi, chiari e netti, li fissa Rita Bernardini, membro del consiglio generale del Partito Radicale ed ex deputata: "Dobbiamo informare i cittadini, magari fare qualche sciopero della fame per farci sentire. E poi organizzare in Parlamento una conferenza, con l'associazione Nessuno tocchi Caino, per raccontare le storie di chi ha subito sulla propria pelle misure di prevenzione ingiuste. Persone la cui vita è stata distrutta. Perché c'è una fetta della politica ignara del fatto che parte dell'antimafia è occasione di guadagno, di affari. Con le misure di prevenzione si favoriscono le imprese che si vogliono, si distrugge l'economia del territorio. Serve più trasparenza nel settore troppo opaco della giustizia".
Un intervento che suona come una vera e propria chiamata alle armi, quello che domenica scorsa, ha concluso il convegno tenutosi a Palermo dal titolo "La difesa nel processo di prevenzione - la vita del diritto per il diritto alla vita delle imprese", organizzato dall'associazione Nessuno tocchi Caino rappresentata, nel capoluogo siciliano, da Pietro Cavallotti, uno dei figli degli imprenditori edili di Belmonte Mezzagno il cui patrimonio è stato ingiustamente sottoposto a sequestro in una lunga vicenda giudiziaria legata a doppio filo col sistema messo in piedi da Silvana Saguto.
Durante la lunga mattina che si è snodata tra i limoneti di un luogo simbolico - lo Spazio Lab di via Faraone, tenuto sotto sequestro per cinque anni e poi dissequestrato - sono state tante le storie raccontate dalla viva voce di quegli imprenditori vessati dalle misure di prevenzione che hanno distrutto le loro vite personali e professionali: da Massimo Niceta, Simona Amodeo, Ester Fedeghini, passando a Francesco Bombolino, Francesco Lena, Pasquale Saraco, Andrea Cuzzocrea, Gaetano Virga e Giuseppe Monaco. Nomi più o meno sconosciuti all'opinione pubblica "ma il cui calvario - ha detto Elisabetta Zamparutti, tra i fondatori di Nessuno tocchi Caino - è l'espressione plastica di uno Stato che usa armi non convenzionali. E noi dobbiamo andare oltre questo uso violento di armi.
Queste storie drammatiche mettono in scena il verosimile della lotta alla mafia i cui strumenti di contrasto sono inadeguati". Da qui nasce l'esigenza, promossa da Zamparutti, "di realizzare un libro che racconti queste storie e un altro docu-film, proprio come Spes contra spem. Pensando anche a una grande marcia che manifesti visivamente il problema di una drammatica tragedia". Perché il passepartout della lotta alla mafia, in molti casi, garantisce carriere e affari. Lo raccontano i casi di molte interdittive sospette, di scioglimenti di Comuni pieni di dubbi che sfociano in inquietanti grumi d'interessi: "Nella lotta alla mafia c'è una vetrina e un retrobottega pericoloso", ha detto Sergio D'Elia, segretario di Nessuno tocchi Caino e coordinatore della presidenza del Partito Radicale, domenica nella veste di moderatore del convegno. "Siamo impegnati - aggiunge - a scongiurare il pericolo concreto che nel nome della lotta alla mafia si compiano mali altrettanto distruttivi per le persone e le imprese. Di solito c'è una colpa, un reato che provocherà una sentenza e semmai una condanna.
Con le misure di prevenzione ci troviamo davanti a un'inversione per la quale prima c'è la pena e poi, forse, si dimostra l'innocenza. Le misure di prevenzione sono afflittive. È il futuro che decide sul presente. Credo molto nel ruolo dell'opinione pubblica, dell'informazione. Ed è fondamentale che Il Riformista stia raccontando le storie di questi imprenditori". Uomini e donne assistiti da avvocati - molti dei quali presenti al convegno - che, però, in materia di misure di prevenzione hanno le armi spuntate.
"Ecco perché lanciamo un appello a tutti gli avvocati per rivoluzionare il modo di difendere", ha detto Cavallotti. "Dobbiamo sollevare - ha proseguito - eccezioni di costituzionalità che metteremo a disposizione degli avvocati. Dobbiamo fare più ricorsi possibile alle alte giurisdizioni e quindi alla Corte Europea, creando un team di avvocati e professori.
Ottenere sentenze di condanna dello Stato Italiano. Il problema non è più eludibile. Prepareremo un dossier da sottoporre alla Corte Europea per fare capire qual è lo stato dell'arte delle misure di prevenzione in Italia. In tal senso faccio un appello agli avvocati che vogliono impegnarsi per sollevare queste questioni. Il rischio è che gli avvocati continueranno a vedere 'morirè, sotto il peso di leggi inadeguate, i loro clienti".
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 7 ottobre 2020
Il parere dell'Avvocatura dello Stato sulla legittimità della permanenza di Piercamillo Davigo al Consiglio superiore della magistratura è coperto dal massimo riserbo. Il parere dell'Avvocatura dello Stato sulla legittimità della permanenza di Piercamillo Davigo al Consiglio superiore della magistratura è coperto dal massimo riserbo. Il parere era stato richiesto nei giorni scorsi, con l'astensione del laico indicato dal M5S Alberto Maria Benedetti, da parte della Commissione verifica titoli. L'Avvocatura dello Stato lo ha inviato a Palazzo dei Marescialli venerdì scorso.
Il vicepresidente David Ermini, come riferito da Repubblica, lo avrebbe messo in cassaforte senza che nessun consigliere abbia avuto modo di leggerlo. Un "giallo", dunque. Davigo compirà il prossimo 20 ottobre i settanta anni. Età massima per il trattenimento in servizio delle toghe da quando l'allora premier Matteo Renzi decise di modificare il termine, voluto dal governo Berlusconi, dei settantacinque anni. I fautori della permanenza di Davigo al Csm affermano che l'incarico di consigliere avrebbe una diversa regolamentazione. II requisito dell'età doveva essere posseduto all'atto della elezione a piazza Indipendenza. Una volta eletto si deve tenere conto solo della durata quadriennale del mandato indicata all'articolo 104 della Costituzione.
Il direttore della rivista di Magistratura democratica Questione giustizia, Nello Rossi, all'inizio dell'estate aveva aperto il dibattito su questo tema. La sua tesi è che Davigo non possa continuare a far parte del Csm, una volta congedatosi dalla magistratura. Fra i motivi, l'impossibilità di essere sanzionato nel caso in cui commettesse un illecito di carattere disciplinare. L'Ufficio studi del Csm aveva redatto anni addietro un parere, che è tornato di attualità, sul tema dell'età pensionabile dei magistrati eletti al Csm, evidenziando i vari scenari. In caso di decadenza di Davigo per perdita dei requisiti, il suo posto verrebbe preso dal primo dei non eletti alle elezioni del 2018, il giudice di Cassazione Carmelo Celentano, candidato nelle liste di Unicost.
Il voto sulla permanenza di Davigo avverrà in Plenun a scrutinio segreto. E di riunioni plenarie, prima del 20 ottobre, ne sono in calendario solo due: una questa settimana e l'altra la prossima. I tempi sono quindi strettissimi. In caso fosse votata la permanenza di Davigo, sarebbe la prima volta nella storia del Csm che un consigliere togato, cessato dalle funzioni giudiziarie, permanga nell'incarico.
In vista delle elezioni per il rinnovo dell'Anm, lo scorso fine settimana si sono tenute quelle per il rinnovo dei Consigli giudiziari, i "piccoli" Csm nei distretti. Dai primi dati, buona affermazione di "Magistratura indipendente", la corrente moderata. Stabile il raggruppamento progressista di "Area". In calo "Unicost", la corrente dell'ex presidente Luca Palamara, finito al centro dello scandalo nomine. Ma in attesa dei risultati relativi all'autogoverno "locale", la tensione è tutta protesa verso il voto per il "parlamentino" dell'Associazione, previsto in via telematica dal 18 al 20 ottobre prossimi. La prima tornata elettorale dopo il caso aperto con l'inchiesta di Perugia, inevitabilmente avvolta in un clima di tensione pesantissimo.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 7 ottobre 2020
Paola D'Ovidio, segretaria generale di Magistratura indipendente: "I colleghi non hanno creduto nell'attuale dirigenza della Anm. Palamara? Quelle condotte non potevano essere totalmente sconosciute a chi con lui si è confrontato per anni". "Guardi, Magistratura indipendente era in crescita esponenziale di consensi ed è stata messa all'angolo con un ribaltone le cui reali dinamiche stanno ora lentamente venendo alla luce: un manuale Cencelli diffuso ad ogni latitudine correntizia, così come il collateralismo con la politica", afferma Paola D'Ovidio, segretaria generale di Magistratura indipendente, la corrente moderata delle toghe, travolta nel 2019 dall'affaire Palamara.
Dottoressa D'Ovidio, Mi è finita lo scorso anno nel tritacarne mediatico- giudiziario. Una sorte che in Italia, purtroppo, capita di frequente...
Si. Inizialmente c'è stata una discovery incompleta ovvero una rappresentazione parziale condotta da alcuni grandi organi di informazione.
Magistratura indipendente, comunque, è uscita rafforzata dalle elezioni per i rinnovi della componente togata dei Consigli giudiziari (diramazione del Csm nei distretti, ndr). Pensava ad un risultato simile dopo i noti fatti dell'Hotel Champagne?
I colleghi hanno dimostrato di saper leggere quegli accadimenti con intelligenza. È un giusto riconoscimento per il percorso di rinnovamento che abbiamo intrapreso, sempre e comunque nel solco dei valori in cui crediamo.
All'ultima assemblea generale dell'Anm, quella per intenderci che ha votato per l'espulsione di Luca Palamara, hanno partecipato poco più di 100 magistrati sui circa 9000 iscritti. Qual è il suo giudizio al riguardo? Esiste un problema di rappresentanza fra l'attuale dirigenza dell'Anm e la base dei magistrati?
I numeri non sono un'opinione. I colleghi non hanno creduto nella idoneità dell'attuale dirigenza della Anm, ormai in prorogatio da oltre sei mesi, ad iniziare un cammino di reale rinnovamento dell'associazione, che non si limiti a censure le condotte del dottor Palamara, ma prenda atto che quelle condotte non potevano essere totalmente sconosciute a chi con lui si è confrontato per anni.
L'attuale dirigenza della Anm non le sembra essere in grado di intervenire per recidere tali condotte?
Ricordo che Magistratura indipendente già nell'assemblea del settembre 2019 aveva proposto di inserire nello statuto dell'Associazione una seria incompatibilità di ruoli, ma la nostra idea non ha ottenuto la maggioranza dei voti necessaria.
Si sente spesso ripetere che fra i magistrati convivono diverse sensibilità. Non ritiene, però, che su un certo modo di esercitare la giurisdizione queste sensibilità siano inconciliabili? Per alcuni, ad esempio, il giudice non deve limitarsi ad applicare al diritto ma andare oltre fino alla cd giurisprudenza creativa. Può dirci il suo punto di vista?
La attività interpretativa è spesso densa di principi valoriali irrinunciabili e quindi in sé non è affatto sbagliata. Ciò che è totalmente sbagliato ed enormemente pericoloso è il cortocircuito magistratura- politica e l'uso politico della giustizia che ne deriva. La separazione deve essere netta.
C'è spazio per una nuova formula associativa in magistratura?
Magistratura indipendente vuole vincere le elezioni dell'Anm (in programma il prossimo 20 ottobre, ndr) proprio per proporre un nuovo modo di fare associazione rilanciando il ruolo dell'Associazione come luogo di confronto alto sui valori; occorre poi riportare l'Anm a promuovere le attività istituzionali previste dallo Statuto a garanzia della autonomia ed indipendenza della magistratura, a fare sindacato nell'interesse dei colleghi piuttosto che ad atteggiarsi a partito politico.
Mi consenta un'ultima domanda. Palamara sembra destinato a diventare il classico capro espiatorio, responsabile solitario della deriva ' spartitoria' degli incarichi fra le correnti. E per questo è destinato a pagare per tutti. Vedendo i recenti lavori del Csm, però, non sembra comunque che sia cambiato molto. Ogni nomina "importante" è oggetto di polemiche e contenziosi amministrativi. Non c'è stata unanimità neppure sulla nomina del Procuratore generale della Cassazione. Concorda?
Già all'indomani dei fatti di maggio del 2019 ebbi a denunciare che il "ribaltone" al Csm stava generando un colossale trasformismo gattopardesco: non ho cambiato idea.
bresciaoggi.it, 7 ottobre 2020
Un 22enne che aveva denunciato violenze sessuali subite, si è tolto la vita in carcere a Brescia dove era arrivato venerdì. Era in detenzione domiciliare per fatti di droga e per non essersi presentato dai medici che lo avevano in cura. Il tribunale di sorveglianza di Brescia aveva aggravato la misura. Il 22enne era sprofondato in una crisi depressiva, certificata dai medici, dopo che aveva denunciato le presunte violenze sessuali subite per anni da un imprenditore locale che in cambio di rapporti offriva soldi e capi d'abbigliamento firmati. La Procura di Brescia stava per chiudere l'indagine a carico dell'uomo.
di Antonio Iorio
Il Sole 24 Ore, 7 ottobre 2020
Corte di cassazione - Sentenza 27603/2020. La comunicazione di dati e informazioni non veritiere nella relazione di accompagnamento allegata alla domanda di voluntary disclosure consente il sequestro della liquidità del contribuente. Il profitto illecito sul quale eseguire la misura cautelare va quantificato nel maggiore onere fiscale che sarebbe derivato da una fedele dichiarazione. L'illecito è riferibile al soggetto che si avvale di questo strumento anche se la relazione è stata redatta da un professionista, salvo l'ipotesi di una sua autonoma iniziativa. A fornire questi principi è la Corte di Cassazione, con la sentenza 27603 depositata ieri.
Un contribuente era indagato per il reato di esibizione di atti falsi e comunicazione di atti non rispondenti al vero previsto dall'articolo 5 septies del Dl 167/1990, introdotto nell'ordinamento a tutela della fedele presentazione della domanda di adesione alla cosiddetta voluntary disclosure. Tale norma, in sintesi, sanziona con la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni, colui che, nell'ambito della procedura di collaborazione volontaria esibisca o trasmetta atti o documenti falsi, in tutto o in parte, ovvero fornisca dati e notizie non rispondenti al vero.
Nella specie l'indagato, nella relazione di accompagnamento prodotta dal proprio professionista, aveva dichiarato falsamente, tra l'altro, di detenere all'estero una collezione di opere d'arte quale semplice collezionista, mentre secondo gli investigatori si trattava di attività imprenditoriale. Aveva poi omesso di indicare la detenzione indiretta di una società titolare di un ingente patrimonio di opere d'arte all'estero ed ancora dava atto di detenere opere d'arte all'estero in realtà custodite in Italia.
La Procura della Repubblica chiedeva il sequestro delle somme liquide nella disponibilità dell'interessato per un importo ritenuto pari al maggior onere fiscale che sarebbe, invece, derivato da una fedele e puntuale dichiarazione. Il Gip rigettava la richiesta del Pm, che veniva invece confermata dal Tribunale a seguito dell'appello cautelare di quest'ultimo.
L'indagato ricorreva così per Cassazione lamentando, tra l'altro, che le compravendite di opere d'arte erano state tutte indicate e non era stato contestato alcun reato tributario. Il patrimonio poi era di origine lecita e di conseguenza non poteva diventare illecito per effetto di un falso nell'ambito di una procedura di collaborazione volontaria avente natura meramente dichiarativa di pregresse attività e disponibilità. Inoltre, la procedura di voluntary disclosure non poteva configurarsi come fatto generatore di evasione fiscale, e comunque era contestato l'inquadramento di imprenditore e non di collezionista operato dagli investigatori.
La Cassazione ha rigettato il ricorso e ritenuto validi, per la fase cautelare, gli elementi addotti dall'accusa. I giudici precisano peraltro che la condotta illecita contestata è riferibile al soggetto che si avvale della voluntary disclosure anche se la relazione sia stata redatta da un professionista salvo l'ipotesi di un'autonoma iniziativa di quest'ultimo.
È stata poi condivisa la quantificazione delle somme sequestrate (quali profitto del reato) corrispondenti all'importo "risparmiato" in conseguenza della condotta illecita e calcolati, in buona sostanza, per il differente inquadramento dei redditi "emersi" considerati di impresa da parte degli investigatori.
casateonline.it, 7 ottobre 2020
È stato rinvenuto senza vita nella cella del carcere Bassone di Como, dove si trovava detenuto da qualche settimana. È stata già rimpatriata in Pakistan per la sepoltura la salma di un giovane di 23 anni appena, residente insieme alla famiglia a Cesana Brianza. Con un gesto estremo avrebbe deciso di farla finita, anche se solo poche ore prima del decesso, aveva inviato lettere di speranza nelle quali si diceva pronto a ricominciare, una volta lasciata la casa circondariale comasca.
Proprio per queste ragioni e per non lasciare alcun dubbio sulle circostanze nelle quali è avvenuto il decesso, la Procura di Como ha disposto l'autopsia, come ci ha confermato il difensore del giovane, l'avvocato lecchese Simona Crippa, che ora resta in attesa dei risultati, per decidere eventualmente il da farsi.
Sul 23enne gravava una pena di due anni e quattro mesi per rapina e furto aggravati che stava finendo di scontare, a seguito delle indagini effettuate dai carabinieri di Valmadrera avviate nell'estate 2018, quando un minore era rimasto vittima di un'aggressione sfociata in rapina a Malgrate. Ottenuto il marsupio del ragazzino, contenente denaro e uno smartphone, il ragazzo qualche giorno più tardi aveva rubato una bicicletta con pedalata assistita all'esterno di un supermercato di Cesana. Individuato tramite le immagini della videosorveglianza, i carabinieri lo avevano rintracciato e arrestato, scoprendo presso la sua abitazione anche un ciclomotore rubato a Malgrate.
Affidato ad una comunità di Castione della Presolana, in provincia di Bergamo, a Ferragosto se ne era allontanato, presentandosi spontaneamente in carcere a Pescarenico. Da lì il trasferimento al Bassone dove un mese più tardi è deceduto. Una morte che resta senza un perché e che ha lasciato sgomenta l'intera famiglia: a Cesana vivono infatti la madre, il fratello e le due sorelle, mentre il padre è mancato da qualche anno. Intanto nei giorni scorsi in tribunale a Lecco il giudice Maria Chiara Arrighi, chiamata ad esprimersi su un fascicolo che riguardava ancora una volta un presunto reato commesso dal cesanese, ha sentenziato il non doversi procedere per morte dell'imputato.
lavocedialba.it, 7 ottobre 2020
"La sanità penitenziaria è una responsabilità della Regione, ora si tratta di consolidare il dialogo e il confronto anche per mettere a sistema procedure e relazioni per rendere sempre più adeguata e moderna la presa in carico socio-sanitaria delle persone recluse".
In merito all'incontro svoltosi ieri all'Assessorato regionale alla Sanità tra l'assessore Luigi Icardi e il provveditore dell'Amministrazione penitenziaria per Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta Pierpaolo D'Andria, il garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale Bruno Mellano dichiara: "Ringrazio l'assessore per la disponibilità dimostrata e l'attenzione dedicata alle problematiche della sanità penitenziaria. Mi è parso un incontro molto positivo e fecondo di possibili significative ricadute La sanità penitenziaria è una responsabilità esclusiva del Sistema sanitario nazionale, e quindi della Regione, sin dal decreto ministeriale del 1° aprile 2008. Con la delibera di Giunta 26/2016 è stato definito il quadro dei servizi che le Asl competenti devono fornire alle 13 carceri per adulti e all'unico istituto penitenziario minorile presenti in Piemonte. Un monitoraggio sull'applicazione della delibera e sul Servizio sanitario regionale in carcere è stato avviato e io sono stato chiamato a coordinare il gruppo di lavoro".
"Il contagio del Covid-19 ha toccato anche la comunità penitenziaria, che ha dovuto organizzarsi nell'emergenza, mettendo in moto una macchina complessa, anche nelle relazioni istituzionali fra due Amministrazioni diverse, Sanità e Giustizia.
Ora si tratta di consolidare il dialogo e il confronto anche per mettere a sistema procedure e relazioni per rendere sempre più adeguata e moderna la presa in carico socio-sanitaria delle persone recluse. Si tratta di essere concreti nella gestione delle tante questioni aperte, che coinvolgono i detenuti ma anche il personale. Le prospettive dell'incontro sono sembrate davvero interessanti anche per il ruolo nazionale dell'assessore Icardi, coordinatore della Commissione Sanità della Conferenza delle Regioni".
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