di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 7 ottobre 2020
Peculato d'uso per il dirigente Rai che fa utilizzare il telefono di servizio al marito. Giustificato il no al minimo edittale, oltre che per l'intensità del dolo, per la durata dell'abuso e i costi delle telefonate internazionali. La Corte di cassazione, con la sentenza 27742, bolla come inammissibile per la non specificità dei motivi, il ricorso di una dirigente della Rai, contro la condanna per peculato d'uso, con una pena superiore al minimo previsto dal Codice, e un no alla pena pecuniario sostitutiva.
La ricorrente, senza successo, aveva fatto presente ai giudici di aver interamente rimborsato l'intero importo delle telefonate illecite alla Rai. In più aveva affermato la sua buona fede, perché l'uso del cellulare aziendale da parte del marito, che si trovava all'estero era frutto di un errore: un semplice scambio di telefonini. Circostanza che i giudici considerano non credibile per una serie di fattori: i numeri erano diversi e il telefono era stato usato dal consorte per le telefonate internazionali per ben 4 mesi senza che la ricorrente si accorgesse dello scambio.
In più, l'uso "improprio" era stato interrotto solo dopo la denuncia dell'amministrazione Rai. Pesa poi l'intensità del dolo, "la gravità oggettiva del fatto desunta dalla durata dell'abuso del telefono protrattasi per quattro mesi e dai costi delle telefonate internazionali".
Pari a poco meno di 4 mila euro al mese. Non passa neppure la richiesta di far valere la dichiarazione della prescrizione avanzata in sede di discussione. I giudici ricordano, infatti, che l'inammissibilità del ricorso in Cassazione, preclude la possibilità di far valere o di rilevare d'ufficio l'estinzione di un reato maturata nel corso del giudizio di legittimità. E anche la manifesta infondatezza rientra tra le cause di inammissibilità.
di Vincenzo Morgera, Silvia Ricciardi e Giovanni Salomone
La Repubblica, 7 ottobre 2020
La morte di un ragazzo di 17 anni è sempre una tragedia. Una morte che non avviene per caso, per mano di un giustiziere delia notte, ma per un colpo di pistola sparato da un poliziotto impegnato nel proprio compito di garantire la sicurezza di tutti e che porterà sulla propria coscienza la responsabilità morale, prima che giudiziaria, di aver tolto la vita ad un ragazzo di 17 anni.
Tutto questo avviene in uno scenario di violenza dove il ragazzo è protagonista, con un suo amico appena maggiorenne, di una rapina, e questo, oltre ad essere preoccupante e desolante, pone alla coscienza di tutti noi degli interrogativi che non possono restare senza risposta.
È normale che un minorenne giri alle 3 del mattino con un amico appena maggiorenne, su un motorino rapinato, alla ricerca della preda di turno da sacrificare? Domande pregnanti ad un livello generale, ma che assumono un rilievo ancora maggiore se si pensa che quello stesso ragazzo è già nel circuito penale e sta svolgendo un
programma di messa alla prova. Ecco, se un ragazzo in questa condizione continua ad avere uno stile di vita a dir poco discutibile, bisogna prendere atto che forse qualcosa non ha funzionato, e riflettere anche sull'istituto della messa alla prova, che sta diventando come quel gioco che si faceva da bambini e che torse adesso non va più di moda: "31 salvi tutti".
Anche perché questo episodio è l'ultimo di una lunga serie. Una lunga seria di giovani vite tutte uguali che si spengono come si spengono i riflettori della cronaca accompagnati dalle solite dichiarazioni di rito degli esperti che lasciano ben poco nella coscienza collettiva.
Di certo, e la storia recente ce lo insegna, non restano né lo sdegno né la vergogna di vivere in una città dove lo Stato arretra perché incapace di garantire a questi ragazzi un diritto essenziale come quello alla salute, figuriamoci la prospettiva di una vita diversa.
In questo vuoto la camorra avanza contagiando con i suoi modelli vincenti tanti giovani ragazzi che vivono nell'indifferenza generale. I risultati di questo fallimento sono sotto gli occhi di tutti. Contiamo i morti ma non facciamo l'errore di contare solo quelli stesi a terra, mettiamo nel conto, e facciamolo una buona volta, anche le migliaia di ragazzi che in questa nostra città non hanno nessuna speranza di uscire dalla loro condizione di povertà economica, emotiva e sociale, da questa "non vita".
Parliamo di quei ragazzi che sono dei "morti viventi" perché lasciati soli in famiglie che vivono di illegalità o in povertà, ragazzi lasciati soli da una scuola che non ha timore di lasciare indietro gli ultimi ed infatti molti di loro lasciano la scuola o se arrivano al "pezzo di carta" presentano un altissimo tasso di analfabetismo di ritorno; ragazzi lasciati soli da un sistema di welfare incapace di guardare oltre l'assistenzialismo.
La verità è che attorno a questi ragazzi purtroppo ci sono solo slogan vuoti: una bolla mediatica che ancora oggi è buona per riempire i talk show utili agli esperti di turno per costruirsi carriere e attività. Questa è la verità e se la si vuole cambiare non la si può più tacere.
Senza ipocrisia bisogna avere il coraggio di ammettere il fallimento delie politiche messe in campo per fronteggiare l'attuale devianza minorile, politiche orientate al risparmio, o sarebbe più corretto dire al ribasso, che non tengono conto dei cambiamenti e dell'evoluzione che tale fenomeno ha avuto negli anni.
Soprattutto in termini di investimenti economici e di professionalità nei servizi che accolgono questi ragazzi (e le comunità dell'area penale ne sono l'esempio più lampante). A questo punto la questione richiede una riflessione più approfondita, in considerazione del fatto che molti ragazzi sono fortemente condizionati dall'assenza dello Stato e da una presenza strutturata e organizzata della camorra e quando diventano "visibili" presentano già una personalità e un'adesione formale ai valori e ai modelli della camorra.
Teoricamente, ai tempi degli scugnizzi, dei muschilli, il "Metodo Montessori" poteva avere un suo significato. Ma oggi ai tempi delle "paranze", che poi sono niente altro che veri e propri clan formati da minorenni, bisogna, come sosteneva Amato Lamberti, essere più attratti vi della camorra nei servizi e nelle opportunità che offriamo a questi ragazzi.
Non è possibile pensare, in un momento in cui il mondo del lavoro sta attraversando una vera trasformazione, continuare ad offrire come opportunità di formazione esclusivamente corsi di pizzaioli e pasticcieri. Ci vorrebbe una rivoluzione che nessuno vuole fare. Una riqualificazione dei servizi e degli interventi. Ovvero migliorare la loro qualità di vita investendo nella formazione professionale in settori più diversi per mettersi al passo con i tempi che viviamo.
Ci sono esempi concreti di come l'acquisizione di competenze possa creare occasioni di lavoro anche nei ragazzi con una bassa scolarizzazione. Di questi esempi siamo testimoni diretti; di come ragazzi accolti in comunità si sono allontanati dalla "bella vita" promessa dalla camorra per una alternativa reale e concreta basata sul lavoro e sul sacrificio.
E sarebbe anche l'occasione, nell'economia di una riflessione generale, ragionare in termini di prevenzione primaria e secondaria, vale a dire ragionare senza pregiudizi, sull'ipotesi di allontanare i bambini (prima che diventino ragazzi) da contesti familiari inadeguati ed "inquinati" da modelli e comportamenti devianti, come viene teorizzato, a nostro avviso in maniera ineccepibile, dal modello "Liberi di Scegliere" del giudice Roberto Di Bella.
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 7 ottobre 2020
Sono guaglioni a miez'a via. Figli di una Napoli che partorisce la prole direttamente sul marciapiede, in una nuttata fatta per non passare, prossima a un'alba che è una beffa: così vicina ed eternamente irraggiungibile.
Vittime, vittime, vittime: i tentati rapinatori, i poliziotti, i mancati rapinati. Uguali pur essendo diversi, uniti da un appuntamento tragico alle quattro e mezza di mattina, che se stai lì, a quell'ora, la tua vita è in bilico, qualunque sia la giacca che indossi. A Napoli lo Stato ha realizzato il paradosso perfetto: per vincere ha perso.
Ha spazzato via i clan con migliaia di arresti e sepolture carcerarie e non ha saputo creare un mondo normale, le opportunità. Ha lasciato che i clan venissero sostituiti dalle bande, dall'anarchia di una malavita stracciona. E Napoli è passata dall'immoralità alla amoralità, la camorra si è trasformata in gomorra e le pistole, a volte finte, sono finite in mano ai bambini: che non c'è un meglio o un peggio, un prima o un dopo. È tragedia sempre, solo con meno speranza, con vie d'uscita ridotte.
Luigi guidava il motorino e Ciro stava dietro, la versione della Polizia è che abbiano tentato di rapinare tre ragazzi che avevano appena parcheggiato la macchina. I Falchi della squadra mobile sono intervenuti: Ciro ha puntato la pistola, un poliziotto ha sparato.
A terra, faccia alla luna, è rimasto Luigi. La pistola è risultata finta, ma questo non cambia le cose, e non ci saranno piazze piene a chiedere verità, si lascerà urlare una madre in solitudine, la mamma di un ragazzino di 17 anni che non è più figlio della città, ne sta cercando una migliore fra le nuvole.
Ha raggiunto Ugo, che per un rolex è morto uguale a 15 anni, qualche mese fa. Staranno insieme ai tanti bambini di Napoli che nella vita hanno fatto da tappeto all'asfalto. Staranno insieme ai morti del passato, che campavano qualche anno in più perché i clan comandavano e i Falchi le pistole le usavano raramente: la camorra era orribile ma restava un fatto da grandi.
I bambini, per quel paradosso perfetto della vittoria-sconfitta, non si azzardavano a salire sui motorini di notte, e nemmeno uno soprannominato Carogna si sarebbe lasciato sfuggire il figlio dal controllo. C'era una legge dei fuorilegge, ignobile non buona, ma che aveva una breccia in cui potersi infilare e mutare il destino, si poteva oltrepassarla per costruirle contro qualcosa di buono. La speranza di salvare.
Lo Stato ha eliminato i prodotti della disperazione, ha lasciato intatte le ragioni del disagio, e ogni bottega che chiude, ogni saracinesca che si abbassa, ogni porta sbarrata in faccia al bisogno, è una banda che nasce, un cane arrabbiato che si scioglie: infrange un patto sociale tradito. Oggi il terreno è senza punti di riferimento, la malavita è nebbia: l'attraversi e si riforma alle spalle. Napoli non lo ha più un Eduardo che la porti sul palcoscenico, le note di Pino Daniele non li bazzicano i vicoli, il genio di Maradona è sostituito dalla burocrazia dell'ASP.
La città nemmeno si è accorta che un bambino è mancato, Napoli è una madre distratta, se accenni alla rapina non pensano a quella in cui Luigi è volato giù dallo scooter: scattano, imprecando, riferendosi al Napoli che non ha giocato a Torino e temono che gli venga rapinata la partita. Luigi è morto perché Napoli, il Sud, non sanno fare le rivoluzioni: i meridionali si agitano un poco per poter dire, dopo, che si stava meglio quando si stava peggio.
Per poter fare le restaurazioni, campo in cui sono campioni imbattibili. Luigi è morto perché tutti capissero quanto Napoli sia andata a fondo, con quelli che si aggrappano sulle salite aristocratiche e non le sentono le urla dei bambini, giù nei quartieri.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 7 ottobre 2020
Su un campione di 423 ragazzi napoletani destinatari del provvedimento di estinzione del processo per messa alla prova, 176 si sono resi protagonisti da maggiorenni di altri reati. La percentuale di recidivi tra giovanissimi a Napoli è del 41,6%.
Un dato allarmante che spinge a domandarsi cosa si può fare per invertire questa tendenza, per salvare giovani vite da destini di galera o di morte. Il dato è emerso dallo studio condotto dal centro di ricerca Res Incorrupta dell'università Suor Orsola Benincasa a fine 2019 su richiesta della Commissione parlamentare antimafia.
È una delle fotografie più aggiornate della realtà dei minori a rischio in città. Giovani che sono tanti e sempre più condizionati da contesti familiari e ambientali. Quando non è l'arruolamento vero e proprio nelle fila di clan della camorra, è l'ambiente della microcriminalità ad assorbirli, influenzarli, portarli su strade dalle quali è quasi sempre difficile tornare indietro.
La giustizia ripartiva è uno strumento utile per contrastare il fenomeno della delinquenza minorile ma non basta. "Ci troviamo di fronte a dati scoraggianti - spiega la criminologa Simona Melorio, che ha curato la ricerca - La messa alla prova non riesce a essere un argine effettivo rispetto alla commissione di altri reati.
Dobbiamo renderci conto del fatto che Napoli e le zone di criminalità organizzata sono ambienti particolari per cui richiedono specifici interventi. Dove ci sono quartieri che sono da tempo conquista di clan, serve un intervento ancora più specifico". Per la criminologa è importante puntare su "spazi di ascolto e di osservazione più lunghi", su "interventi personalizzati per ogni ragazzo".
"Ogni percorso deve tener conto dell'indagine socio-ambientale e dei fattori di rischio del territorio - aggiunge l'esperta, citando il caso di Luigi Caiafa, protagonista del più recente fatto di cronaca che ha riacceso a Napoli il dibattito sui minori a rischio - Luigi era in una situazione di messa alla prova, ma lavorava nella pizzeria accanto casa e quindi in qualche modo rimanda all'interno del suo territorio, continuava ad avere rapporti con il suo gruppo amicale che poteva essere anche un gruppo deviante.
È su questo che dobbiamo cominciare a ragionare". "Non sto dicendo - chiarisce - che bisogna togliere i ragazzi dal loro ambiente e portarli altrove, però l'intervento di messa alla prova richiederebbe un'attenzione più lenta, più lunga, uno spazio di osservazione maggiore, che possa garantire un accompagnamento costante del ragazzo perché dalla nostra ricerca è emerso che la messa alla prova rimane spesso un'esperienza che non ha contatto con la realtà".
Per molti ragazzi finisce per essere una sorta di vacanza, e i problemi tornano quando si ritorna alla vita di sempre. "I ragazzi sono sempre molto bravi ad accogliere tutti gli stimoli. Sicuramente è a loro vantaggio terminare il percorso e vedere estinto il reato, ma spesso sono sinceramente coinvolti - racconta Melorio. Poi però, quando le attività finiscono e i ragazzi rientrano nel loro ambiente, se intorno ad essi non si è costruita una rete, se non si è lavorato con le famiglie, se non si è individuato il problema nella rete amicale è difficile immaginare che questi ragazzi siano del tutto cambiati, con una nuova pelle. Spesso il rientro alla normalità comporta il dismettere i panni nuovi e rimettere i panni vecchi". Ed ecco, dunque, la necessità, secondo l'esperta, di un potenziamento della rete di assistenza sociale territoriale, di spazi di ascolto, di percorsi più mirati.
di Marco Noci
Il Sole 24 Ore, 7 ottobre 2020
Il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge che introduce disposizioni urgenti in materia di immigrazione, protezione internazionale e altro. Il provvedimento affronta il tema della convertibilità dei permessi di soggiorno rilasciati per altri motivi in permessi di lavoro subordinato o autonomo. Alle categorie di permessi convertibili già previste dall'articolo 14 del Dpr 394/1999, si aggiungono i permessi per protezione speciale, per calamità, per residenza elettiva, per acquisto della cittadinanza o dello stato di apolide, per attività sportiva, per lavoro di tipo artistico, per motivi religiosi e per assistenza ai minori.
La scelta governativa appare dettata per un verso dalla giurisprudenza amministrativa consolidatasi nel tempo (si pensi ai permessi di soggiorno per motivi religiosi) che ha visto prevalere la tesi dello straniero, mentre in altri casi la volontà ministeriale appare quella di ridurre il contenzioso pendente avanti ai Tribunali per i minorenni (si pensi ai ricorsi ex articolo 31 del Testo unico immigrazione per il rilascio del permesso di soggiorno per assistenza minore che, di solito, vengono reiterati fino alla maggiore età del figlio) e dall'altro, infine, nel tentativo di limitare l'occupazione irregolare (per acquisto della cittadinanza o dello stato di apolide visti i lunghi tempi dell'istruttoria delle domande).
Meno chiara la scelta della convertibilità dei permessi di soggiorno per residenza elettiva che riguardano gli stranieri che hanno scelto di vivere in Italia dimostrando considerevoli disponibilità economica. La convertibilità dei permessi di soggiorno per assistenza minore non tiene conto della possibilità che tale scelta - che, fino ad oggi, ha rappresentato la soluzione (unitamente alla richiesta di asilo - protezione internazionale) per un soggiorno regolare sul territorio italiano - potrebbe, in futuro, determinare una forte immigrazione di famiglie che, attraverso la soluzione prevista dall'articolo 31 citato, cerchino, in un arco temporale di circa due anni, una stabilizzazione definitiva per sé ed il loro nucleo familiare (ricorso al Tribunale per i minorenni, rilascio del soggiorno per assistenza minore e, alla scadenza, rinnovo per lavoro). Il decreto legge apporta modifiche al divieto di espulsione e di respingimento nel caso in cui il rimpatrio determini, per lo straniero, il rischio di tortura. Con il nuovo decreto, si aggiunge il rischio che lo straniero sia sottoposto a trattamenti inumani o degradanti e se ne vieta l'espulsione anche nei casi di rischio di violazione del diritto al rispetto della sua vita privata e familiare e si prevede il rilascio del permesso di soggiorno per protezione speciale.
Il provvedimento riforma anche il sistema di accoglienza destinato ai richiedenti protezione internazionale e ai titolari di protezione, con la creazione del nuovo Sistema di accoglienza e integrazione che si articolerà in due livelli di prestazioni: il primo dedicato ai richiedenti protezione internazionale, il secondo a coloro che ne sono già titolari, con servizi aggiuntivi finalizzati all'integrazione.
Il provvedimento interviene poi sulle sanzioni relative al divieto di transito delle navi nel mare territoriale. In caso di violazione previste sanzioni della reclusione fino a due anni e una multa da 10.000 a 50.000 euro, quelle dettate dal Codice della navigazione. Si prevede che, nel caso in cui ricorrano i motivi di ordine e sicurezza pubblica o di violazione delle norme sul traffico di migranti, il provvedimento di divieto sia adottato, su proposta del ministro dell'Interno.
di Nello Trocchia
Il Domani, 7 ottobre 2020
I deputati di Giorgia Meloni vogliono l'encomio solenne per gli agenti indagati. In una interrogazione parlamentare gli esponenti di Fdl chiedono il riconoscimento per i poliziotti della Penitenziaria che sarebbero coinvolti nelle violenze di Santa Maria.
Matteo Salvini, leader della Lega, lo scorso 11 giugno, è andato a Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, per esprimere la sua vicinanza agli agenti della polizia penitenziaria. Quel giorno 57 di loro sono stati destinatari di un decreto di perquisizione, indagati dalla procura per reati gravissimi come abuso di autorità, violenza privata e tortura per i fatti accaduti in nel carcere della cittadina campana i16 aprile.
L'iniziativa del leader della Lega non è niente, però, rispetto a quanto è accaduto il 15 giugno quando quindici deputati di Fratelli d'Italia, il partito di Giorgia Meloni, hanno chiesto al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, di conferire un encomio solenne agli agenti della polizia penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere. Un encomio ad agenti indagati per tortura e incastrati dai video ripresi dalle telecamere di sorveglianza.
Il pestaggio degli agenti Il 6 aprile un contingente di 300 poliziotti penitenziari entra nel carcere Francesco Uccella, la perquisizione finisce con pestaggi e violenze contro i detenuti. I fatti vengono denunciati, subito, dai garanti per i detenuti e dall'associazione Antigone. Manca la prova, si resta nel campo delle ipotesi, dei dubbi, delle ricostruzioni contrapposte.
Il Dap, Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, dice che non è possibile che ci siano stati episodi di violenza e che i poliziotti siano entrati in carcere con caschi e volti coperti. Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato la notizia dell'esistenza di video che mostrano i pestaggi, confermati da testimonianze incrociate di un detenuto picchiato oggi libero di raccontare la sua verità, ma anche di un alto funzionario del Dap.
In mezzo c'è un atto ufficiale della procura di Santa Maria Capua Vetere. Lo scorso 11 giugno i carabinieri hanno infatti notificato un decreto di perquisizione a 57 agenti, indagati con accuse gravissime che vanno dalla violenza privata alla tortura. Il primo a difenderli è stato Salvini. Sollecitato dagli agenti, l'ex ministro è corso all'esterno del carcere per abbracciare gli indagati. "Le rivolte non si tranquillizzano con le margherite, pistole elettriche e videosorveglianza prima arrivano e meglio è.
Costringere domani 50 persone a venire sul posto di lavoro derisi, aggrediti e sbeffeggiati da spacciatori e camorristi è demenziale". Sulle violenze, Salvini tagliava corto: "Qualcuno è indagato per presunte violenze senza neanche essere sul luogo di lavoro, uno il 6 aprile come ha fatto a torturare qualcuno a distanza visto che non era in carcere. Le violenze? vengano dimostrate".
Di fronte alle testimonianze e alla notizia dei video che mostrano i pestaggi, l'ex ministro, pur sollecitato a rispondere, non ha mai voluto rilasciare un commento. Ma c'è di più. Il 15 giugno quindici deputati di Fratelli d'Italia hanno presentato un'interrogazione parlamentare. Il primo firmatario è il responsabile giustizia del partito, Andrea Delmastro Delle Vedove.
"Il giorno 5 aprile 2020 - scrivono raccontando quanto avvenuto a Santa Maria Capua Vetere - è esplosa una violentissima rivolta nell'istituto penitenziario nel corso della quale circa 150 detenuti, dopo aver occupato alcuni reparti, hanno minacciato gli agenti della polizia penitenziaria con olio bollente e alcuni coltelli; dopo diverse ore, gli agenti della polizia penitenziaria sono riusciti a contenere la rivolta iniziata alle ore 20.30 circa e terminata alle ore 24.00 circa".
Nessuna menzione al fatto che il 6 aprile il magistrato di sorveglianza Marco Puglia era entrato nel carcere e aveva negato che fosse scoppiata una rivolta violenta. La ricostruzione, frutto del materiale raccolto dai deputati attraverso i sindacati di categoria, continua: "Nel corso della predetta gli animi si sono surriscaldati e vi sono stati alcuni contusi che, comunque, non hanno riportato conseguenze tali da essere ricoverati in ospedale fra i detenuti mentre 50 agenti della Polizia penitenziaria sono stati refertati".
I deputati passano poi a criticare metodo e merito dell'iniziativa della magistratura. "In data 11 giugno 2020, con operazione altamente spettacolare di dubbia utilità investigativa, la procura di Santa Maria Capua Vetere, contestando, ai danni degli agenti di polizia penitenziaria, i reati di tortura, violenza privata, abuso di autorità, asseritamente avvenuti il 6 aprile nell'istituto di pena, ha notificato 44 avvisi di garanzia ad altrettanti agenti della polizia penitenziaria e sequestrato diversi dispositivi mobili, oltre a notificare 57 decreti di perquisizione, senza alcuna discrezione e per il tramite dei militi dei carabinieri".
L'interrogazione si conclude con una richiesta al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: "Se il ministro interpellato intenda sollecitare da parte del direttore generale dell'amministrazione penitenziaria il conferimento dell'encomio solenne al corpo di polizia penitenziaria in servizio presso l'istituto penitenziario di Santa Maria Capua Vetere che, in operazione di particolare rischio, ha dimostrato di possedere, complessivamente, spiccate qualità professionali e non comune determinazione operativa". In attesa della risposta del ministro e nonostante quanto è emerso, il deputato Delmastro non ha alcuna intenzione di ritirare l'interrogazione e la richiesta di un encomio: "Confermo tutto, non c'è nessuna condanna definitiva".
di Valerio Renzi
fanpage.it, 7 ottobre 2020
Un nuovo grave racconto di abusi e violenze arriva dal carcere Mammagialla di Viterbo, dove un detenuto trasferito da pochi mesi racconta di essere sottoposto a insulti, minacce, isolamento punitivo e arbitrario, violenze di vario genere. "Mi hanno squagliato dei pezzi di plastica sulle dita", scrive in una missiva indirizzata alla compagna. Fanpage ha raccolto la sua denuncia e letto le sue lettere.
Il carcere Mammagialla di Viterbo è un istituto penitenziario tristemente noto per le denunce di abusi da parte dei secondini nei confronti dei detenuti, dei suicidi e delle condizioni durissime di detenzione. Un buco nero nell'ordinamento democratico del nostro paese da dove, nonostante le denunce coraggiose dei detenuti, gli accessi dei pochi rappresentanti istituzionali che si interessano alle condizioni di vita e ai diritti di chi si trova in carcere, l'azione delle associazioni e del Garante, continuano ad arrivare testimonianze che parlano di torture e pestaggi. Solo lo scorso gennaio il Comitato per la prevenzione della tortura aveva comunicato una situazione preoccupante, tra violenze e insulti a sfondo razzista. Sono passati altri dieci mesi e nulla sembra essere cambiato
Ecco la lettera che Valerio, arrivato al Mammagialla poco prima del lockdown, ha inviato alla sua compagna: "Usano violenze, mi hanno messo in isolamento, ogni giorno si divertono a fare degli esposti nei miei confronti. Me ne hanno già fatti quindici, tranquilla uno in più. Mi hanno messo in una stanza buia, stretta, uno schifo. La sera vengono in quattro e si divertono a squagliare della plastica sulle mie mani, un inferno. L'unica forza sei tu. Esponi quanto prima tutto. Mi dicevano 'tanto noi ti vogliamo morto'. Invia tutto al magistrato. Noi sai come si divertono a farmi male, ma non sento nulla, sono forte no?".
Sara dopo aver letto questa e altre missive di denuncia del suo compagno, si è recata dai carabinieri, ma sporgere denuncia non è così semplice. In un primo caso gli viene consigliato di lasciare perdere e la denuncia non viene presa dai militari, così ripiega sulla caserma di Ardea dove, dopo lungo insistenze, la sua denuncia viene verbalizzata. "I carabinieri di Aprilia che non hanno voluto raccogliere la denuncia a loro volta rischiando una denuncia per omissione di atti di ufficio. Sta al magistrato decidere se i fatti denunciati hanno rilevanza penale, possono essere oggetto di ulteriori approfondimenti e così via", chiarisce Rita Bernardini del Partito Radicale che sta seguendo la battaglia di Sara.
Chi segue quotidianamente quello che accade nel Mammagialla è Alessandro Capriccioli, consigliere regionale di Radicali +Europa, che spiega come si è in attesa ormai da mesi "che dalla Procura che indaga arrivino segnali di chiarezza" sulle numerose accuse di violenze e pestaggi in quello che si configura come un vero e proprio carcere con un regime punitivo.
"È un contesto su cui bisognerebbe fare luce - aggiunge chiedendo di fare presto, di agire - Nessuno designa colpevoli prima che i fatti vengano dimostrati. Si deve far luce soprattutto a beneficio dei tantissimi agenti di polizia penitenziaria che lavorano bene, con grande dedizione, in condizioni ambientali e strutturali difficili".
Durante il periodo del lockdown Sara e Valerio hanno una videochiamata: "L'ho visto con gli occhi gonfi, con un cerotto in testa, con le vesciche sulle dita. Gli ho chiesto "che hai fatto?" e mi ha risposto 'hanno preso dei piccoli pezzi di plastica e me li hanno squagliati sulle dita".
Poi quella frase che la donna non si riesce a togliere dalla testa: "Sono sepolto vivo". Ciclicamente, dopo il racconto di fatti gravi e gravissimi, i riflettori si riaccendono su quello che accade dentro il Mammagialla. Sarebbe ora di non spegnerli più finché le cose non cambieranno.
lavocediasti.it, 7 ottobre 2020
Modalità di visita "telematica" che potrebbe servire da prototipo anche per le case di riposo. L'assessore regionale alla Sanità del Piemonte, Luigi Genesio Icardi, ha incontrato questa mattina nella sede dell'assessorato il nuovo provveditore dell'Amministrazione penitenziaria di Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta, Pierpaolo D'Andria, accompagnato dalla dirigente dell'Ufficio del Provveditorato Catia Taraschi e dal garante dei detenuti del Piemonte, Bruno Mellano.
Durante l'incontro sono stati analizzati i rapporti tra le due Amministrazioni, anche alla luce delle nuove competenze sanitarie e dell'Area giuridico amministrativa dell'Unità di crisi per l'emergenza coronavirus in Piemonte. Tra gli argomenti in primo piano, la campagna vaccinazione antinfluenzale, per la quale l'assessore Icardi ha garantito ai detenuti gli stessi diritti di tutta la popolazione, con priorità alle persone over 60 e alle categorie a rischio.
Molta attenzione è stata dedicata al possibile avvio di un progetto sperimentale di telemedicina per le visite in carcere, a cominciare dai centri di alta sicurezza di Asti e Saluzzo e delle case di reclusione per il 41bis di Novara e Cuneo. Un modello che, come ha osservato l'assessore Icardi, potrebbe servire anche da prototipo per le case di riposo.
Si è parlato, infine, della situazione dell'assistenza psichiatrica in Piemonte e della necessità di ribadire, in ambito nazionale, l'importanza di attivare quanto prima il Fascicolo sanitario elettronico, per evitare la dispersione e la duplicazione delle informazioni sanitarie personali.
Un tema, quest'ultimo, sul quale l'assessore Icardi, in qualità di coordinatore nazionale della Commissione Salute, ha già avanzato numerose sollecitazioni e che potrebbe trovare nuovo slancio grazie alle misure di semplificazione della privacy varate per l'emergenza pandemica.
La Nuova Sardegna, 7 ottobre 2020
Un convegno della Camera penale di Oristano ha ricordato l'ergastolano Trudu. Grande partecipazione di magistrati nel convegno "L'Asinara liberata" organizzato dalla Camera penale di Oristano per la conclusione del corso di formazione in Esecuzione penale e Diritto penitenziario. All'interno della sala congressi del museo della Tonnara di Stintino - location alternativa per le avverse condizioni meteo climatiche dell'Asinara - si è parlato di 41bis, di ergastolo ostativo, ma anche di figure che all'Asinara hanno trascorso momenti fondamentali della loro vita professionale. Come i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ricordati in particolare da Maria Brucale del foro di Roma.
Durante la sessione del mattino, dopo i saluti introduttivi del sindaco di Stintino Antonio Diana e del direttore del Parco Vittorio Gazale, si è affrontato il delicato tema del tempo della pena con gli interventi coordinati da Rosaria Manconi, presidente della Camera penale di Oristano. Si sono poi susseguiti Stefania Amato, Raffaele Bianchetti, Maria Brucale, Herika Dessì, Antonella Calcaterra, Davide Galliani, Fabio Gianfilippi, Francesco Lai, Veronica Manca, Michele Passione, Riccardo Polidoro, Domenico Putzolu, Claudio Sarzotti e Franco Villa. A concludere la mattinata il Presidente dell'Unione camere penali italiane Giandomenico Caiazza.
La seconda sessione, intitolata "L'epopea di una pena: tra diritto e lirica", si è aperta con un'esibizione musicale del quartetto d'archi del conservatorio Canepa di Sassari, ed è proseguita con la presentazione del libro "La mia Iliade" di Mario Trudu, detenuto condannato all'ergastolo ostativo che ha iniziato a scrivere il suo romanzo poema all'Asinara, e recentemente scomparso dopo aver scontato 40 anni di carcere.
Ha coordinato i lavori l'avvocato di Trudu, Monica Murru, con il giornalista Natalino Piras. Presente alla manifestazione anche il fratello con alcuni familiari. È seguita una suggestiva rappresentazione teatrale per la regia di Giovanni Carroni, che ha interpretato Mario Trudu, e la partecipazione del complesso vocale di Nuoro diretto da Franca Floris.
di Daniele Pagnutti
Il Gazzettino, 7 ottobre 2020
La Polisportiva "Pallalpiede", società che organizza da sei anni la partecipazione di una squadra di detenuti del carcere Due Palazzi al campionato di terza categoria, ha deciso di rinunciare per questa stagione a disputare il torneo.
Vista l'emergenza epidemiologica dovuta al Covid19, Pallalpiede aveva già ottenuto il rinvio delle prime due partite nel tentativo di trovare un protocollo adeguato ad evitare eventuali contagi derivanti dall'ingresso di società calcistiche ospiti all'interno del Due Palazzi.
Per motivi facilmente comprensibili, infatti, la squadra di detenuti disputa tutte le partite sul terreno di gioco del carcere, anche quelle in trasferta. Perciò, il comitato regionale della Figc e il delegato padovano Giampiero Piccoli avevano intrapreso una serie di confronti con Claudio Mazzeo, direttore della casa di reclusione, e con Lara Mottarlini, presidente della società, per discutere la situazione e verificare se c'erano le condizioni di sicurezza sanitaria per impedire la diffusione del virus fra i detenuti.
Questa verifica non ha dato esito positivo. Pertanto, "al fine di evitare qualsiasi rischio connesso all'insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili", è stato deciso di comune accordo di sospendere la partecipazione della società Pallalpiede al campionato di terza categoria.
Quella di Pallalpiede è un'esperienza unica in Italia, un progetto pilota che intende usufruire della pratica sportiva nel quadro del reintegro delle persone nella vita sociale una volta conclusa la pena detentiva.
Un progetto che fin qui aveva dato buoni frutti, non solo sul piano sportivo - la squadra era sempre risultata molto competitiva nonostante il frequente turn-over dei giocatori - ma anche su quello comportamentale, perché nei suoi cinque anni di partecipazione al campionato Pallalpiede aveva sempre vinto la coppa disciplina messa in palio dalla Figc per la squadra più corretta in campo.
Dell'esperienza di Pallalpiede hanno spesso riferito gli organi di informazione e l'anno scorso anche Sky aveva partecipato alla presentazione della squadra. La Figc veneta ha comunque tenuto a precisare che Pallalpiede tornerà a giocare in campionato non appena l'emergenza covid sarà stata superata.










