di Giordano Stabile
La Stampa, 7 ottobre 2020
I curdi aprono le porte dell'accampamento nelle ex zone del Califfato. Dentro restano solo i miliziani dell'Isis. Gli sfollati sono più di 15 mila. Amira ha da poco compiuto cinque anni ed è in volo per Toronto, Canada. Era stata trovata dai guerriglieri curdi da sola, mentre vagava ai bordi del villaggio di Baghouz, l'ultima roccaforte dello Stato islamico in Siria, nel marzo dell'anno scorso. I suoi genitori, due canadesi, erano rimasti uccisi pochi giorni prima in un raid, assieme ai suoi tre fratellini. ll premier di Ottawa, Justin Trudeau, ha annunciato ieri il salvataggio ma ha escluso che altri ne seguiranno. Amira, come decine di canadesi e centinaia di europei, era rinchiusa nel campo profughi di Al-Hol, nel Nord-Est della Siria. La sua storia è la stessa dei quattro figlioletti di Alice Brignoli, la moglie di un foreign fighters italiano, portati in Italia dopo il suo arresto. Gli altri attendono di essere salvati ma il loro destino è sempre più incerto.
Al-Hol è il più grande campo profughi per le famiglie del Califfato, metà rifugio e metà prigione, ma soprattutto un fardello per l'amministrazione autonoma curda, che non ha risorse né uomini sufficienti per gestirlo ed è assediata da tutte le parti.
La Turchia lo scorso ottobre si è presa un pezzo del Rojava, il Kurdistan siriano, gli americani si sono ritirati lungo una striscia di territorio al confine con l'Iraq, mentre le forze del regime e i militari russi premono e allargano le zone sotto il loro controllo. E che l'area sia instabile lo dimostra anche l'autobomba esplosa ieri nella città di al-Bab, nella provincia di Aleppo controllata dai turchi. Il bilancio parla di 18 morti e più di 70 feriti. Curdi e turchi si accusano a vicenda.
Proprio per questa pressione i curdi hanno deciso di svuotare il campo. Verranno rilasciati tutti i cittadini siriani, a parte gli ex militanti jihadisti. Sono soprattutto donne e bambini, almeno 15 mila in tutto sui 65 mila profughi che ancora vivono ad Al-Hol. I combattenti detenuti sono circa 10 mila, sia all'interno del campo che in prigioni in altre città del Rojava.
I siriani sono quasi tutti delle province di Raqqa e di Deir ez-Zor, la maggior parte proviene da zone ormai passate sotto il controllo del governo di Bashar al-Assad e non sanno dove andare. "Quelli che vorranno rimanere - ha avvertito Ahmed - non saranno più sotto la nostra responsabilità". Bisogna dar loro da mangiare e vestire, mandare i bambini a scuola e gli aiuti internazionali arrivano con il contagocce. I curdi devono chiedere aiuto al regime che in cambio rivendica la sua sovranità anche su quelle zone.
Il Consiglio democratico siriano ha cercato finora di svuotare il campo poco alla volta. Le famiglie venivano rilasciate in accordo con gli sceicchi delle tribù beduine che popolano la media valle dell'Eufrate. I capi clan si facevano garanti, per evitare che gli uomini venissero riarruolati nelle cellule dell'Isis ancora attive nel deserto. In questo modo i curdi mantenevano i rapporti con le tribù arabe ed evitavano che si schierassero con i governativi, o con lo Stato islamico.
Oltre quattromila persone hanno ritrovato la libertà a partire dal marzo 2019 ma adesso occorre dare una casa a 15 mila, molti ex famigliari dell'Isis. Sono "i profughi dei profughi", i più poveri fra i poveri. La loro integrazione nelle comunità locali si è rivelato difficilissima e per Omar Abou Leila, direttore del sito d'informazione Deir ez-Zor 24, la liberazione in massa "è un atto di irresponsabilità", con il rischio ulteriore di mescolare "famiglie dell'Isis con altre che non lo sono". Resta poi il nodo dei foreign fighters. Circa cinquemila sono arrivati dall'Europa. Secondo l'Egmont Institute, almeno 400-500 adulti, e 700-750 bambini, dovrebbero essere rimpatriati, come ha fatto il Canada con Amira.
di Victor Castaldi
Il Dubbio, 7 ottobre 2020
L'intervento di Michelle Bachalet, Alto Commissario per i diritti umani. Un intervento per la liberazione di tutti i prigionieri politici in un Iran sferzato dalla repressione e dal Covid. A cominciare dall'avvocata e attivista per i diritti umani Nasrin Soutudeh, condannata a n a 33 anni di carcere e a 148 frustate.
"Profonda preoccupazione" arriva infatti dall'Alto Commissario Onu per i diritti umani, Michel Bachelet, per la situazione in cui si trovano attivisti per i diritti umani, avvocati - Nasrin Sotoudeh per prima - e prigionieri politici in carcere in Iran. Preoccupazione unita alla denuncia secondo cui le misure adottate dalle autorità iraniane per contenere la diffusione del virus "sono state utilizzate in modo discriminatorio contro questo gruppo specifico di detenuti".
Da febbraio le autorità iraniane hanno concesso "rilasci temporanei" per ridurre il sovraffollamento nelle carceri e contenere i rischi di contagio (l'Iran ha confermato quasi 480.000 casi di Covid-19 e oltre 27.000 morti). Ne avrebbero beneficiato, secondo i dati ufficiali, circa 120.000 detenuti. Ma ora sarebbe tutto sospeso e molti detenuti sarebbero tornati in carcere. In particolare i detenuti politici non hanno beneficiato di alcuna agevolazione per la pandemia; per il regime degli ayatollah si tratta infatti di detenuti "simbolici" la cui prigionia serve ad esercitare pressione su tutte le voci critiche che si alzano dalla società iraniana, E comunque sono rimasti esclusi i detenuti condannati a più di cinque anni di reclusione per reati contro la "sicurezza nazionale" fa notare ancora Bachelet.
Condanne spesso inflitte a persone "arrestate in modo arbitrario", anche e soprattutto "attivisti per i diritti umani, avvocati, cittadini con la doppia nazionalità o stranieri", e altre persone "private della loro libertà di esprimere le proprie opinioni o esercitare i propri diritti". Vittime di accuse montate ad arte e condannate in seguito a processi farsa decisi ancora prima che inizino le udienze in cui gli imputati non possono nemmeno esercitare il diritto ad avere una difesa legale.
"Sono turbata nel vedere come queste misure volte a contenere la diffusione del Covid-19 vengano usate in modo discriminatorio contro questo gruppo di detenuti in particolare - ha proseguito Bachelet - Le persone detenute solo per le loro opinioni politiche o altre forme di attivismo a sostegno dei diritti umani non dovrebbero essere in carcere e questi detenuti non dovrebbero assolutamente essere trattati in modo più severo o essere esposti a maggiori rischi". "Esprimere il dissenso non è reato - ha incalzato - È un diritto fondamentale che deve essere protetto e difeso".
di Yurii Colombo
Il Manifesto, 7 ottobre 2020
Asia centrale. Notte di guerriglia dopo le elezioni contestate. La piazza rovescia i poteri in carica. A guidare la rivolta popolare a Bishkek i socialdemocratici esclusi con i brogli dal parlamento. Sono bastate meno di 24 ore perché un'insurrezione popolare rovesciasse, dopo le contestate elezioni di domenica, governo e presidente nella repubblica centroasiatica del Kirghizistan.
Subito dopo che la tv aveva annunciato l'esito del voto che dava vincenti i partiti sostenitori del presidente Sooronbai Jeenbekov, nella capitale Bishkek, intorno alla presidenza e alla sede del parlamento si andavano radunando i membri del partito socialdemocratico, erede formale del partito comunista e membro dell'Internazionale socialista. Il partito più vecchio del paese. che ha governato fino al 2017, denunciava giganteschi brogli ai suoi danni che gli avrebbero impedito di sedere nel nuovo parlamento e invitava i sostenitori degli altri 10 partiti esclusi a unirsi a loro. Ma a cambiare la situazione ci pensava "il popolo dell'abisso" della capitale, quella massa di proletari e sottoproletari che vivono nelle banlieue di Bishkek, che davano vita a una guerriglia che accendeva la notte della capitale. I reparti antisommossa dopo ore di scontri in cui secondo l'agenzia kirghiza kloop.kr "hanno usato gas lacrimogeni, proiettili di gomma e cannoni ad acqua, non sono stati in grado di fermare i manifestanti".
E così dopo la morte di un dimostrante il ferimento di altri 700, di cui 150 ospedalizzati, la polizia decideva di ritirarsi nelle caserme, non si sa se dietro indicazioni del presidente in carica o del ministero dell'Interno. Nella notte i manifestanti hanno fatto irruzione nell'edificio del Comitato statale per la sicurezza nazionale e hanno rilasciato l'ex presidente socialdemocratico Almazbek Atambayev e altri detenuti dello stesso partito e messo a sacco la residenza presidenziale. La mattina dopo entravano anche nella sede del parlamento e chiedevano, un po' sbrigativamente le dimissioni del presidente giudicato corrotto, del governo, e l'indizione di nuove elezioni.
I poteri in carica in poche ore si scioglievano come neve al sole. La commissione elettorale dichiarava le elezioni non valide e si dimetteva. Seguita in poche ore dal governo, mentre la banca centrale decideva in via cautelativa di non distribuire contanti negli sportelli bancomat. Mentre isolato e al sicuro in qualche parte del paese il presidente Jeenbekov per ora non si dimette accusando in una intervista mandata in onda dalla Bbc Russia i suoi avversari di aver ordito un colpo di Stato, il popolo kirghizo sembra aver voltato pagina e pensare già al futuro.
Equidistante per ora la posizione del governo russo, primo partner commerciale del paese, che ospita milioni di migranti nelle sue grandi città europee ed è presente militarmente sul territorio con una base aerea. Una insurrezione questa - la terza in 15 anni - che mostra come la fase di assestamento politico del vicino oriente, dopo il crollo dell'Urss, non sia ancora conclusa. La Kirghizia è uno dei paesi più poveri della regione. Il reddito medio è di 1360 dollari l'anno, i poveri sono il 25,2% della popolazione e molte famiglie vivono delle rimesse che i parenti mandano dalla Russia. Il paese è il più dinamico politicamente tra quelli centroasiatici e sono attivi oltre 20 partiti, mentre i sindacati malgrado la deindustrializzazine, organizzano ancora il 20% della popolazione.
Paradossalmente però è anche quello più arretrato da punto di vista civile: esiste ancora oggi, anche nella capitale, la consuetudine del "ratto della sposa" che prevede il rapimento delle donne costrette poi a sposare uomini sconosciuti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 ottobre 2020
Nonostante l'ordinanza di risarcimento per carcerazione disumana e degradante sia definitiva, sono passati tre anni e il ministero della Giustizia ancora non versa la somma dovuta. Una vicenda, e forse non l'unica, dove il ministero risulta inadempiente. A denunciare tutto questo a Il Dubbio, è l'avvocata Desi Bruno, già garante regionale dei detenuti dell'Emilia Romagna.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 ottobre 2020
Due morti nelle carceri nel giro di poco tempo: uno di "morte naturale" e l'altro, invece, si è tolto la vita impiccandosi. Entrambi le morti sono accomunate da un denominatore comune: l'incompatibilità con il carcere per evidenti motivi di salute, una fisica e l'altra psichica.
di Stefano Barricelli
agi.it, 6 ottobre 2020
Nicola Morra: "Nel corso degli ultimi anni si sono centuplicati i ritrovamenti di microcellulari che si tentava di far pervenire a detenuti, stante anche l'impunibilità di fatto di chi ci provava, non essendoci reato alcuno che sanzionava tale comportamento". "Nel dl sicurezza approvato poche ore fa in Cdm è stato introdotto, su proposta del ministro Bonafede, una nuova fattispecie penale: chi introduce in carcere un cellulare a vantaggio di un detenuto si rende responsabile di reato, con la pena che andrà da 1 a 4 anni sia per chi lo introdurrà sia per chi lo riceverà".
Lo sottolinea Nicola Morra, presidente della commissione Antimafia, ricordando che "nel regime precedente al decreto sicurezza il nuovo reato si configurava come un semplice illecito disciplinare sanzionato all'interno del carcere".
"Perché è importante questo provvedimento? Tanti non sanno - continua Morra - che chi è detenuto al regime del 41bis (dovrebbero esserlo i capi di organizzazioni criminali di stampo mafioso) o comunque nel regime dell'Alta sicurezza - e sono migliaia di ristretti - ha severe limitazioni in relazione alle possibilità di comunicazione, sia all'interno dell'istituto di pena sia all'esterno, dal momento che la forza di un sodalizio mafioso è data dalla capacità di relazionamento dei suoi affiliati e comunicare equivale a relazionarsi appunto".
"Nel corso degli ultimi anni - prosegue il presidente della commissione Antimafia - si sono centuplicati i ritrovamenti di microcellulari che si tentava di far pervenire a detenuti, stante anche l'impunibilità di fatto di chi ci provava, non essendoci reato alcuno che sanzionava tale comportamento. Questa innovazione normativa a livello penale finalmente pone un argine a prassi criminali che stavano fiaccando l'efficacia del regime carcerario del 41bis ed anche dell'Alta sicurezza, in un contesto in cui anche culturalmente si sta cercando di screditare tali regimi, figli delle intuizioni di Giovanni Falcone in particolar modo.
Sono, infatti, continui gli attacchi al 41-bis, anche a livello europeo, da parte di chi reputa che tale regime carcerario leda i fondamentali diritti dell'uomo. Senza comprendere che non potendo ipotizzare lo scioglimento del vincolo associativo mafioso per il ristretto, la possibilità di comunicare con altri garantita da un cellulare rappresenterebbe una leva formidabile di recupero d'efficacia criminale". "Altro discorso - conclude Morra - sarebbe schermare, con strumenti che tecnologicamente già oggi lo consentono, gli ospiti degli istituti di pena da tentativi di comunicazione non via cavo. Ma intanto si è fatto un passo in avanti con l'introduzione di questo nuovo reato".
quotidianosanita.it, 6 ottobre 2020
"La condizione contrattuale dei colleghi che operano tra i detenuti dev'essere oggetto di concreta rivalutazione e valorizzazione". Questo l'invito degli infermieri del sindacato al ministro degli interni, che lanciano un appello anche agli infermieri che operano nelle carceri: "Scendano in piazza con noi in occasione della manifestazione nazionale del prossimo 15 ottobre".
di Valter Vecellio
Il Dubbio, 6 ottobre 2020
È ormai trascorsa una settimana, dall'assoluzione, in Appello, dell'ex parlamentare Nicola Cosentino, condannato in primo grado a cinque anni e mezzo di carcere, nell'ambito del processo "Il Principe e la scheda ballerina". Di questa assoluzione (e quello che comporta e significa) quasi tutti se ne sono bellamente "liberati", con una scrollata di spalle. Dimenticate le paginate a suo tempo dedicate alla vicenda, senza neppure l'avvertenza di un cautelativo punto interrogativo. Capofila l'Espresso.
Nell'ottobre del 2008 scrive di una "rete dove affari e politica si confondono, con l'ombra dominante della mafia campana". E ancora: l'Espresso rivelò come nasceva il potere di Cosentino con una copertina dell'ottobre 2008. Titolo inequivocabile: "La camorra nel governo".
Tra i commentatori più implacabili, il carissimo Roberto Saviano, che il 25 marzo 2013, tra l'altro, scrive: "Nella distorta visione della mia terra, il carcere non è percepito solo come una vergogna. È uno svantaggio, una tragedia, a volte un'ingiustizia, un ostacolo su cui però inciampa chi si relaziona al potere. Su cui inciampano le persone ambiziose... Sono nato e cresciuto dove molti considerano il carcere un'accademia, un luogo di "formazione", una prova che solo gli "uomini" possono sostenere. Se non sei capace di affrontare il carcere non sarai mai un uomo di responsabilità, un uomo di potere. Non inciderai mai sulle cose... Cosentino, costituendosi e non aspettando l'arresto, intende dimostrare di essere il più forte dei diadochi berlusconiani, più forte di Berlusconi stesso".
Poi arriva l'assoluzione. Saviano questa volta non commenta. Neppure un rigo su l'Espresso, poco o nulla gli altri. Nel dispositivo della sentenza che cancella la condanna di Cosentino si legge: "Assolto per non aver commesso il fatto". Non per non essere riusciti a provare la colpevolezza; perché gli avvocati siano stati così bravi da trovare chissà quale diavoleria giuridica; per prescrizione. Per "non aver commesso il fatto".
A parte il comportamento di stampa e commentatori, c'è la politica. Politica politicante, ma pur sempre politica. Occorre fare un passo indietro, al 16 gennaio del 2012. Soccorre una dichiarazione di voto, resa dall'allora deputato del Partito Radicale Maurizio Turco, membro della Giunta per le Autorizzazioni a procedere. Conviene, almeno ora, leggerla con attenzione: "Il contesto ed il testo nel quale maturano le accuse rivolte al collega Cosentino fanno riferimento all'esistenza, storicamente accertata e giudiziariamente cristallizzata, del gruppo camorristico denominato "clan dei Casalesi. La natura, la struttura, i protagonisti e le dinamiche del "clan dei Casalesi" sono state approfonditamente delineate nelle sentenze conclusive e definitive dei processi denominati Spartacus 1 e Spartacus 2, oltreché nel saggio "Gomorra".
Sia le citate sentenze, sia il noto saggio, prendono in esame ed approfondiscono un lungo arco temporale di vita dell'associazione criminale di Casal di Principe, paese nel quale è nato ed ha lungamente vissuto l'on. Cosentino. Ciò nonostante e sino al 2005, cioè sino a quando l'on. Cosentino non ha ricoperto un ruolo politico di livello nazionale, le strade del clan dei Casalesi e dell'on. Cosentino non si sono mai, neppure per sbaglio, incrociate.
Nessuna traccia nei procedimenti e nei saggi. Oggi l'on. Cosentino viene accusato di condotte che non hanno, in sé, a alcun rilievo penale e delle quali l'on. Cosentino ha fornito ampia ed esaustiva spiegazione nelle memorie depositate presso questa commissione. Ritengo pertanto che la richiesta di esecuzione dell'ordinanza di custodia cautelare nei confronti del collega sia infondata e frutto di un obiettivo fumus persecutionis.
Il Partito Radicale, quindi, vota contro l'autorizzazione richiesta. Perché, spiega Turco, "sulla base della documentazione prodotta alla Giunta, più che il fumus della persecuzione è ravvisabile un fumus della Procura stessa che ha agito un po' come ai vecchi tempi, come il caso Tortora per intenderci. Siamo passati dai processi in stile Tortora a quelli che io definisco gli spezzatini". Il fatto è che pur nello spazio delle poche ore concesse, Turco coscienziosamente, legge le migliaia di pagine inviate dalla procura. Per questo può giungere alla conclusione cui è giunto. Altri si sono invece "fidati" di quanto veniva detto loro; "semplicemente" non si sono documentati.
È vero, come si dice, che ci si deve difendere nel processo, e non dal processo; ma se il compito della Giunta per le autorizzazioni è quello di accertare se vi sia o meno "fumus" nei confronti di un parlamentare, è proprio quello che Turco ha fatto, a differenza della maggioranza dei suoi colleghi di allora. Per aver svolto con coscienza e acribia il suo compito, lui i suoi colleghi, in quei giorni vengono non solo metaforicamente, linciati.
Marco Pannella, Turco, i radicali invitano Saviano a leggere con loro le migliaia di carte, per aiutarli a trovare qualcosa che "inchiodi" Cosentino, come chiede la pubblica accusa. Saviano non raccoglie l'invito. Questi sono i fatti. Ignorati allora; occultati ora. La stampa, la comunicazione da una parte; il modo di essere e fare il parlamentare dall'altra. Come si vede c'è ampia materia per riflettere, dibattere, confrontarsi. Cosa si aspetta?
di Errico Novi
Il Dubbio, 6 ottobre 2020
Alla vigilia del voto per il "parlamentino" delle toghe, da "mi" non si esclude un esito clamoroso. A volerla mettere in termini paradossali, l'unica prospettiva di grande coesione, per l'Anm, potrebbe essere compromessa da una mossa del guardasigilli Alfonso Bonafede.
"Se la norma sulle sanzioni ai magistrati per il mancato rispetto dei tempi fosse stata definita, nel ddl penale, così come era apparsa nella prima versione del testo, si sarebbe prodotta una reazione talmente forte, da parte della magistratura, che le distanze fra le correnti si sarebbero rimarginate, nonostante la battaglia in corso per eleggere il comitato direttivo dell'Associazione".
Ecco, il periodo ipotetico dell'irrealtà è proposto da un magistrato attivo nell'Anm, e riconducibile allo schieramento moderato, che preferisce parlarne in forma riservata. Quel lungo periodo introdotto dal "se" ha una valenza notevole. Perché Bonafede, in realtà, non ha lasciato "nuda" la norma sulle sanzioni.
Come anticipato sabato scorso dal Dubbio, il ministro l'ha "vestita" con un correttivo che attenua la portata delle "punizioni", e che nello stesso tempo smorzerebbe la potenziale rivolta delle toghe. È stato previsto cioè, nel ddl penale, che per gli uffici giudiziari più in difficoltà, con il carico più gravoso, il Csm possa prevedere una sorta di esimente, che esclude sanzioni per pm e giudici. "Con una correzione simile sarà più difficile che l'Anm insorga.
E paradossalmente sarà più facile che si divida", osserva sempre il magistrato della componente moderata delle toghe. Una volta che saranno acquisiti i risultati del voto (si va alle urne telematiche dal 18 a 20 ottobre) ci sono possibilità molto alte che all'interno dell'Associazione nazionale magistrati si crei una scissione. "Avrebbe del clamoroso, certo, ma è ipotesi da non escludere per due motivi. Primo", spiega la fonte riservata, "perché quando è iniziata la crisi legata all'indagine di Perugia, tutti gli altri gruppi lasciarono intendere in modo esplicito che Magistratura indipendente avrebbe dovuto restare "sotto osservazione".
È chiaro che un simile precedente crea una frattura difficilmente riparabile. In secondo luogo proprio "Mi", che rappresenta la magistratura moderata insieme con Movimento per la Costituzione, il gruppo formato da chi è fuoriuscito da Unicost, ha un rapporto di forte contrapposizione innanzitutto con Area. Soprattutto se l'esito del voto dovesse essere positivo per la lista "Mi-Mpc", lo strappo rischierebbe di avvicinarsi. Se invece lo schieramento ottenesse un risultato molto sfavorevole, è plausibile che si limiterebbe a un'opposizione di testimonianza e a una traversata nel deserto, in attesa di tempi migliori".
Analisi molto chiara a cui è difficile trovare limiti di tenuta. E insomma, l'ipotesi di una clamorosa scissione fra le toghe pare sul tappeto. Ai motivi segnalati dall'interlocutore sentito dal Dubbio se ne posso o aggiungere altri. Innanzitutto "Mi" e "Movimento per la Costituzione" non si troverebbero da soli nell'eventuale creazione di una "nuova Anm".
C'è infatti una lista che corre alle elezioni del 20 ottobre e che è in piena sintonia con l'ipotesi della svolta traumatica: è "Articolo centouno", la compagine che a sorpresa ha deciso di sfidare le altre correnti - che sono, oltre a "Mi- Mpc", Area, Unicost e Autonomia e indipendenza, il gruppo fondato da Piercamillo Davigo. Articolo 101 schiera magistrati non nuovi alla sfida antagonista interna, come Andrea Reale e Giuliano Castiglia, e non resterebbe indifferente a un'ipotesi scissione. Andrà verificato se il nuovo gruppo riuscirà ad aggiudicarsi qualche seggio nel parlamentino dell'Anm. Se cioè lo scandalo del 2019 favorirà chi chiede, come lo schieramento di Reale e Castiglia, "una palingenesi dell'Anm". Certo è potrebbero essere due, i gruppi schierati su una linea di contrapposizione ad Area e Unicost.
Mentre "Aei" appare molto condizionata dall'eventuale permanenza di Davigo al Csm, su cui si deciderà nei prossimi giorni.
E un magistrato di Unicost che pure preferisce parlare riservatamente, quasi va oltre l'analisi proveniente dal gruppo moderato: "È difficile fare previsioni sui rapporti fra Anm e governo senza sapere ancora quale forma assumerà il testo del ddl penale.
Ma anche se la norma sulle sanzioni venisse mitigata dai poteri derogatori del Csm, è probabile che le spinte verso una scissione, in "Mi", non si attenuerebbero. Da mesi le voci all'interno dell'Anm indicano un esito simile. La situazione di crisi generale", spiega il magistrato del gruppo centrista, "è tale da non poter escludere che uno "sparo di Sarajevo" qualsiasi apra una lesione nella casa comune dei magistrati".
Difficile comprendere quali conseguenze ne verrebbero rispetto al rapporto con la politica. Però è probabile che partiti, Parlamento e governo non ricaverebbero certo vantaggi, da uno sdoppiamento della rappresentanza togata. Ovvio che i fuoriusciti entrerebbero in concorrenza con l'Anm sul piano dell'intransigenza, nella "dialettica sindacale" con l'esecutivo. Eppure c'è chi sposa un altro pronostico: è il segretario di Area Eugenio Albamonte, che dell'Anm è stato presidente subito dopo Davigo e che, interpellato dal Dubbio, non esita a definire "davvero poco comprensibile la scissione di qualche componente".
Il motivo è semplice: "La norma di cui si parla, la sanzione relativa ai tempi, non sarebbe affatto resa innocua dall'ipotesi di derogatorie operate dal Csm. Si salvano i colleghi di qualche ufficio: e gli altri? Sa cosa avverrebbe? Assisteremmo a un fenomeno definibile di "giurisdizione difensiva". Il giudice consapevole dell'approssimarsi del termine massimo imposto dalla legge per il deposito della sentenza si vedrebbe forzato a revocare i testi a difesa, magari anche quelli dell'accusa, e a pervenire a una pronuncia con minore accuratezza istruttoria di quanto avrebbe voluto. Il procedimento disciplinare non vuole prenderselo nessuno.
Idem dicasi per il pm costretto a sfuggire alla tagliola sui tempi massimi consentiti per comunicare la chiusura indagini, e poi esercitare l'azione penale: piuttosto che violarli, opterebbe per un'archiviazione di ripiego, o comunque scaricherebbe sul gup il peso di una valutazione complicata dall'impossibilità di concludere accuratamente l'indagine. Sui rischi della giurisdizione difensiva", ricorda Albamonte, "abbiamo riscontrato attenzione anche da parte dell'Unione Camere penali.
Il presidente Caiazza comprende i rischi e condivide la nostra critica". Albamonte può rivendicare una primogenitura, sul punto: denunciò i pericoli delle sanzioni ai magistrati con un articolo pubblicato proprio su questo giornale. "Adesso a me sembra insensato che alcuni, nell'Anm, di fronte a tutto questo, anziché pensare a una battaglia comune, ipotizzino una fuoriuscita. Si tratterebbe di una scelta miope. Mi auguro che non si verifichi". Ma mai come ora la crisi dei magistrati apre uno scenario di fratture impensabile solo fino a pochi mesi fa.
di Martina Di Domenico
identitainsorgenti.com, 6 ottobre 2020
Qualche giorno fa girovagavo tra gli scaffali di un bookshop di un noto museo italiano, rimanendo colpita da una piccola trousse con un intreccio geometrico in bianco e nero. Giro e rigiro tra le mani quel piccolo oggetto, ne ammiro i dettagli, le rifiniture, la perfezione quasi industriale e seriale.
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