La Repubblica, 5 ottobre 2020
Un rapinatore di 17 anni, Luigi Caiafa, è morto e un altro è stato arrestato dalla polizia nella notte a Napoli. Nella prima ricostruzione di quanto accaduto poco dopo le 4 del mattino, i due hanno affiancato tre automobilisti nella zona tra via Duomo e via Marina, probabilmente per portare via cellulari e denaro, armati con una pistola, che all'esame è risultata essere una pistola a salve. Un equipaggio dei Falchi è intervenuto e gli agenti hanno sparato.
Il 17enne è morto e un 18enne è stato arrestato, si tratta di Ciro De Tommaso, figlio di Gennaro De Tommaso, conosciuto come Genny "la Carogna", l'ex tifoso napoletano della curva A che la sera del 3 maggio 2014 fu fotografato a cavalcioni degli spalti, mentre "calmava" la curva azzurra, allo stadio Olimpico di Roma prima della finale di Coppa Italia segnata dagli scontri sfociati nell'omicidio di Ciro Esposito, morto 53 giorni dopo in ospedale. Genny "la carogna", oltre ad essere in contatto con le frange estreme del tifo azzurro, è ritenuto vicino al clan camorristico Misso e, condannato per traffico di sostanze stupefacenti a 18 anni di carcere, ha scelto di collaborare con la giustizia. Le vittime della rapina sono adesso in questura a Napoli, ascoltate dagli inquirenti per ricostruire la dinamica dei fatti. L'arma giocattolo utilizzata per la rapina in via Duomo è stata sequestrata ed è risultata essere una replica di una pistola vera.
Il poliziotto, al momento, non è indagato. Il Questore di Napoli, Alessandro Giuliano, in mattinata dirama una nota: "Il Capo della Polizia, con cui sono in costante contatto e che segue attentamente la vicenda, pur nel pieno rispetto degli esiti dei doverosi accertamenti della magistratura e dell'umana pietà per la morte di un ragazzo, mi ha raccomandato di rinnovare la sua vicinanza e il sostegno agli operatori della Polizia di Stato come delle consorelle forze di polizia che sono chiamati, rischiando la vita, ad affrontare un contesto criminale diffuso ed estremamente pericoloso". Ora il padre di Luigi Caiafa, chiede "giustizia e chiarezza" e aggiunge: "Mio figlio voleva cambiare, voleva fare il pizzaiolo".
di Silvia Moranduzzo
Il Gazzettino, 5 ottobre 2020
Il dibattito è aperto e sempre più ricco di dettagli. Si parte dalle affermazioni del questore Isabella Fusiello all'incontro con i residenti della Stanga che si è tenuto sabato mattina, durante il quale ha detto: "Noi arrestiamo lo spacciatore ma dopo 48 ore ve lo ritrovate libero sotto casa". Si passa per l'auspicio del presidente della commissione Giustizia al Senato, Andrea Ostellari, per cui "aumentare le pene non basta, l'Italia ha bisogno di una riforma complessiva della giustizia" e si arriva a chi tutti i giorni vive questa situazione sul campo: i poliziotti stessi.
"Siamo assolutamente in linea con il pensiero del questore Fusiello dice Maurizio Ferrara, segretario regionale vicario del sindacato di polizia Fsp. C'è frustrazione ma del resto queste sono le leggi, noi le applichiamo e basta. Purtroppo siamo rammaricati, molte volte non si capisce dove stia la responsabilità e per la situazione attuale la normativa vigente è inefficace. È come dare un'aspirina a un malato di cancro, non funziona". È un circolo vizioso che vede il lavoro dei poliziotti (ma anche dei carabinieri) sfumare non appena il criminale arrestato viene condannato a una pena inferiore ai due anni e, a meno che il pm non pensi che possano esserci esigenze cautelari particolari.
"Ci ritroviamo davanti sempre gli stessi conferma Mirco Pesavento, segretario provinciale del Sap . Da sempre denunciamo la necessità di nuove leggi perché attualmente non c'è certezza della pena. E senza questa i criminali si sentono imbattibili. Proprio per questo spesso capita che non si facciano problemi a mettere le mani addosso agli agenti o ai carabinieri".
Oltre la beffa, il danno. Da questa situazione nasce la manifestazione che si terrà a Roma il 14 ottobre durante la quale i poliziotti chiederanno più tutele per far diminuire il numero di aggressioni che subiscono sul lavoro.
"Ci hanno tolto il taser, unico strumento che ci permetteva di non arrivare alla colluttazione, gli straordinari ci vengono pagati dopo due anni, così come le indennità di missione elenca Pesavento. Quando il questore Fusiello ha preso servizio ha deciso di implementare i controlli di quartiere e abbiamo portato a casa ottimi risultati dal punto di vista degli interventi. Poi però le persone che arrestiamo tornano libere, delinquono di nuovo e noi le arrestiamo un'altra volta".
Quando una persona viene arrestata è accompagnata in questura, dove gli agenti compilano diversi atti, dalla relazione di servizio che ricostruisce la dinamica alla raccolta delle impronte, dalla foto segnaletica all'eventuale sequestro di droga o oggetti rubati. Tutto l'incartamento viene inviato in Procura. Se il pm pensa sia necessario la persona va in carcere, altrimenti se il reato è evidente gli agenti la scortano in tribunale per il rito direttissimo. A seconda della pena stabilita, va dentro o resta fuori dal carcere.
"Questo ha dei costi ingenti anche per la società tutta, non solo in termini di sicurezza, ma anche di denaro fa notare Ferrara. E visto che il sistema costa sarebbe bene funzionasse. Il legislatore dovrebbe rendersi conto che i tempi sono cambiati, anche il garantismo ha dei limiti".
di Maurizio Ferrera
Corriere della Sera, 5 ottobre 2020
Il Decreto Semplificazioni scalfisce solo i margini di quella montagna di regole e procedure con cui la pubblica amministrazione irrigidisce e rallenta quotidianamente il funzionamento dell'Italia. Nel periodo più difficile dei negoziati sul Recovery fund, a maggio, Angela Merkel si trovò più volte a difendere l'Italia: i Paesi frugali non si fidavano di come avremmo speso i "loro" soldi. In una intervista la Cancelliera menzionò espressamente l'impegno di Giuseppe Conte a "rivoluzionare" la burocrazia, creando le condizioni per facilitare gli investimenti.
In effetti, ai primi di luglio il governo di Roma ha varato in pompa magna il Decreto Semplificazioni. Un piccolo progresso, senza dubbio. Che però scalfisce solo i margini di quella montagna di regole e procedure con cui la pubblica amministrazione irrigidisce e rallenta quotidianamente il funzionamento dell'Italia.
Nelle sue linee guida sul Next Generation Eu (il piano straordinario da 750 miliardi), la Commissione ha invitato i governi a spiegare bene da chi e come verranno gestiti i vari progetti. Ribadendo peraltro che, dopo un primo anticipo nel 2021, l'erogazione dei fondi sarà subordinata al rispetto scrupoloso di scadenze e realizzazioni. Come faremo? Gli orientamenti sul Piano di ripresa e resilienza che il ministro Gualtieri ha da poco presentato al Parlamento comprendono l'ammodernamento dell'apparato statale. Ma a parte la nuova enfasi sulla digitalizzazione, gli obiettivi sono gli stessi delle dieci "riforme della pubblica amministrazione" introdotte fra il 1990 e il 2014, che hanno portato a ben pochi risultati.
La situazione è particolarmente allarmante proprio sul fronte delle infrastrutture. Le Relazioni periodiche della Commissione sulle politiche di coesione segnalano con dovizia di dati i ritardi e le manchevolezze italiane. Prendiamo l'indice più sintetico sulla "qualità delle istituzioni e l'efficienza del governo" (capacità e responsabilità esecutiva, corruzione, reclutamento meritocratico, professionalità e così via): il nostro Paese è agli ultimi posti in graduatoria, dietro di noi ci sono solo Grecia, Bulgaria e Romania. Per giunta, questi ultimi due Paesi hanno significativamente migliorato la loro posizione in confronto a dieci anni fa, mentre noi l'abbiamo peggiorata.
Il tempo stringe, è chiaro che non si può fare in pochi mesi ciò che non si è riusciti a fare in trent'anni. Ma non possiamo più nasconderci dietro alle belle parole. Gli esperti hanno da tempo elaborato accurate diagnosi dei problemi e proposte di soluzione, è urgente fornire subito qualche segnale concreto di cambiamento. Provo a suggerirne due.
Il nostro Parlamento vara provvedimenti legislativi troppo complessi e soprattutto incompiuti, in quanto necessitano di numerosi atti ulteriori per diventare esecutivi. Ciò vale anche, paradossalmente, per il Decreto Semplificazioni. La legge di conversione (approvata ai primi di settembre) prevede una sessantina di provvedimenti attuativi, 1,5 per articolo. Ecco allora un primo possibile segnale: il governo s'impegni a varare tutti questi provvedimenti entro la fine dell'anno, di modo che le semplificazioni siano pienamente operative prima che arrivi l'anticipo di Bruxelles.
Il secondo passo deve essere più ambizioso e aggredire l'intera cornice di gestione delle infrastrutture, in particolare quelle co-finanziate dalla Ue. Nel sistema attuale ci sono troppi attori e troppi passaggi, con scadenze indefinite e scarsa attenzione per la sostanza, il monitoraggio, la valutazione dei risultati. In alcune regioni del sud un'iniziativa banale come il restauro di un edificio scolastico a valere su fondi Ue può richiedere fino a cinque anni. Insomma, troppa legge, poco management. E, nonostante il castello di regole, il sistema tende a generare comunque frodi, molta corruzione e poca imparzialità.
Il Piano di ripresa e resilienza dovrebbe contenere un progetto dettagliato di razionalizzazione e sfrondamento regolativo, al netto delle modifiche previste dalla Legge semplificazioni. Il segnale concreto potrebbe essere l'avvio di un programma straordinario di formazione manageriale per i dirigenti pubblici, nonché l'assunzione di un consistente numero di giovani con competenze ed esperienze di analisi e gestione delle politiche europee. I posti ci sono, molti dei funzionari che si occupavano di fondi Ue sono andati in pensione con Quota 100.
La Commissione ha un programma dedicato che fornisce supporto tecnico e risorse per simili iniziative. Fruire di questa opzione avrebbe un duplice vantaggio: di sostanza (ricevere assistenza concreta) e di forma (confermare l'impegno ad allinearsi agli standard "di qualità" europei). E, dal punto di vista simbolico, sarebbe perfettamente in linea con la logica del Next Generation Eu: quella di coinvolgere i giovani nel costruire l'Italia e l'Europa del (loro) futuro.
di Diana Pompetti
Il Centro, 5 ottobre 2020
Mariano Di Rocco, 56 anni, sulmonese, ritrovato senza vita a Castrogno. La procura dispone l'autopsia. Detenuto trovato morto nella sua cella nel carcere di Castrogno, a Teramo. Si tratta di Mariano Di Rocco, 56 anni, di Sulmona (L'Aquila).
L'uomo, che stava scontando una pena per vari reati, sarebbe uscito il prossimo anno. Sul corpo non sono stati trovati segni di violenza e da un primo accertamento fatto dal medico legale si tratterebbe di morte naturale. Il sostituto procuratore di turno, Enrica Medori, ha disposto l'autopsia che, molto probabilmente, sarà eseguita nella giornata di martedì 6 ottobre.
di Andrea Riccardi
Corriere della Sera, 5 ottobre 2020
Il titolo dell'enciclica sociale, e il gesto di firmarla ad Assisi, mostrano chiaramente la radice evangelico-francescana tipica del pontificato di Bergoglio. Sabato scorso, papa Francesco è andato ad Assisi per firmare sulla tomba di San Francesco la sua seconda enciclica sociale, "Fratelli tutti". Il titolo - tratto dagli scritti del santo - e il gesto mostrano la radice evangelico-francescana, tipica del pontificato di Bergoglio dall'inizio, fin dalla scelta del nome.
Che vuol dire enciclica sociale? È un genere "nuovo" di magistero, nato nel 1891, con la Rerum novarum di Leone XIII, che pose al centro la questione sociale e spinse i cattolici a non essere passivi ma a impegnarsi in questo campo, anche in contrasto con il movimento socialista e quello liberale.
Da tempo l'enciclica sociale è un testo rivolto non solo ai cattolici. Paolo VI, nel 1967, con la Populorum progressio, ha posto la questione sociale sull'orizzonte mondiale: i rapporti tra Nord ricco e Sud povero; papa Wojtyla, con la Centesimus annus del 1991, ha delineato una visione sociale non appiattita sul capitalismo, dopo al fine del comunismo. Infatti, fino allora, il pensiero sociale cattolico si era mosso come una terza via, tra liberismo e collettivismo.
Con l'unificazione dei mercati e delle comunicazioni, lo scenario nuovo della globalizzazione ha contraddittoriamente presentato tante frammentazioni e conflittualità. La prima enciclica sociale di Bergoglio, Laudato sì, cinque anni fa, è stata innovativa, perché tutta dedicata all'ambiente, insistendo sul fatto che "tutto è connesso". Oggi il papa lancia una proposta globale centrata sulla fraternità, vista come processo radicale con cui ricomporre la complessità delle relazioni internazionali, locali, interpersonali. Scrive: "Possiamo far rinascere tra tutti un'aspirazione alla fraternità". È consapevole che le visioni e i progetti di respiro sono considerati oggi superati, anzi - osserva - "un delirio". La Chiesa però non rinuncia a una visione globale della società.
Certo ci si chiede se non sia semplicistico parlare di "fraternità" e "amicizia sociale" in un mondo di alta complessità come il nostro. Ma un anno fa, l'anziano sociologo, Edgar Morin, ha scritto sulla fraternità: "fragile come la coscienza, fragile come l'amore la cui forza è tuttavia inaudita", eppure "mezzo per resistere alla crudeltà del mondo".
Il papa constata: "Malgrado si sia iperconnessi, si è verificata una frammentazione che ha reso più difficile i problemi che ci toccano tutti". La grande difficoltà, confermata dalla crisi del Covid-19, è "l'incapacità di agire insieme". L'analisi del papa è preoccupata (Le ombre di un mondo chiuso- è il titolo del primo capitolo). C'è diffusa smemoratezza riguardo alla storia con i suoi dolori. S'incrinano le unioni tra Stati, mentre si sviluppa il nazionalismo. Ma Francesco insiste: "Nessuno si salva da solo". Vale per i singoli e i gruppi umani, come per gli Stati: "Non è possibile essere locali in maniera sana senza una sincera e cordiale apertura all'universale". Pur riconoscendo il valore decisivo delle comunità locali e nazionali (spesso - nota - appiattite dai processi globali), Fratelli tutti lancia la globalizzazione della fraternità come via per ricreare legami, sanare conflitti, affermare la pace, affrontare insieme il futuro in contrasto con l'individualismo contemporaneo.
In linea con la dottrina sociale cattolica, ma con un taglio innovativo, Francesco afferma: "Il mercato non può risolvere tutto, benché a volte vogliano farci credere questo dogma di fede neoliberale". Lo considera un pensiero povero e ripetitivo, inadeguato ai problemi e alle miserie di oggi. D'altra parte segna una forte distanza dal "populismo", che elimina la vera democrazia. Affermazione interessante di un papa, sovente, accusato di un debito verso il populismo latinoamericano (oggi però un fenomeno diffuso ben oltre il Sud America).
Nella sua visione, è centrale l'idea "popolare" che, in nome della fraternità, traccia una via tra individualismo liberale e populismo: un popolo, fatto di comunità intermedie, che abbia un progetto, un sogno di crescita. Se si sente in queste parole l'eco della teologia argentina del popolo, si deve constatare la continuità con la dottrina sociale, specie con la costante ricerca di un'"utopia sociale". È l'espressione di una Chiesa che, di fronte a nuove realtà, non accetta passivamente il mondo qual è: sollecita cattolici e non cattolici, Stati e forze sociali a trasformarlo in una dimensione più umana.
L'enciclica è ampia e tocca tanti temi: condanna la guerra ("ogni guerra lascia il mondo peggiore di come l'ha trovato"), la pena di morte, il disinteresse ai migranti e rifugiati, l'abbandono degli anziani e altro. Non manca il dialogo tra le religioni come terreno di fraternità. Ci troviamo di fronte a una summa del pensiero sociale del papa in tanti capitoli, che faranno discutere anche in un tempo, come il nostro, povero d'idee, che sono una risorsa per una Chiesa oggi piuttosto silente. La sua efficacia si giocherà sul dibattito che si aprirà. Al fondo, oltre i vari temi, risuona l'antico appello cristiano, ingenuo e sapiente: "Tutti fratelli".
di Rossella Avella
interris.it, 5 ottobre 2020
Un progetto che parte tra le mura del carcere di Bollate e che diventa da modello per gli altri istituti penitenziari. È la prima associazione che si occupa del recupero degli sprechi alimentari all'interno del carcere che vale la pena ricordare in occasione della giornata internazionale dell'Habitat. Il 5 ottobre è la Giornata mondiale dell'habitat. Quante volte se ne parla, eppure quanto ancora è strattonato il pianeta Terra? lo scopo di questa giornata è quello di promuovere una riflessione sullo stato delle città nel mondo e sul diritto fondamentale a un'abitazione sicura di ogni cittadino. Inoltre è fondamentale per ricordare il potere e la responsabilità di ogni abitante del mondo nel determinare il futuro della città in cui vive, partendo anche dal carcere.
Da dove nasce la giornata dell'ambiente - La prima Giornata internazionale dell'habitat è stata istitutita nel 1985 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite attraverso la Risoluzione 40/202, ed è stata celebrata per la prima volta nel 1986. Ogni anno, la Giornata si focalizza su un nuovo tema scelto dalle Nazioni Unite, che è associato a UN-Habitat (United Nations Human Settlements Programme), il programma delle Nazioni Unite per gli insediamenti umani. La selezione del tema si propone di richiamare l'attenzione della comunità internazionale sugli obiettivi e la missione di UN-Habitat nel promuovere le politiche di sviluppo sostenibile e assicurare il diritto di tutti a un'abitazione adeguata.
Habitat e rifiuti in carcere - Interris.it ha voluto ricordare questa importante ricorrenza con un'intervista fatta a dei ragazzi carcere di Bollate che negli ultimi anni hanno creato un'associazione per la tutela dell'ambiente. Sono partiti proprio dallo spreco e dalla spazzatura per creare Keep the planet clean. L'idea nasce nel 2015 da Fernando Gomez e Matteo Gorelli dopo aver costatato quanti sprechi di cibo si hanno all'interno della struttura detentiva. Dopo mesi di rilevazione dei rifiuti pro capite andando cella per cella con una bilancina da cucina è stato riportato un report alla direzione del carcere. Ciò ha fatto partire la proposta di avvio alla raccolta differenziata. La direzione ha accettato subito e sono state coinvolte Amsa e Novamont. Finalmente, dopo un periodo di sperimentazione nel novembre 2017 la raccolta differenziata è stata estesa a tutto il penitenziario.
Lo spreco di cibo in carcere - "La nostra attività nasce dalla costatazione dello spreco. Solo nel carcere 4000 chili di pane al mese vengono buttati. Se nello strato più basso della società, che nell'immaginario collettivo è il carcere, lo spreco è questo, come possiamo fare qualcosa per cambiarla? Ci siamo ingegnati, abbiamo pensato tanto ed è nato un progetto che può essere diffuso anche in altri centri penitenziari d'Italia e magari anche all'estero".
Keep the planet clean - "Siamo partiti insieme da un progetto, da un'idea e ora abbiamo una squadra di quasi 30 persone. Siamo riusciti anche ad avere una sede. Dicono che è di fronte alla meraviglia e all'inaspettato di certe cose che uno impara nella vita. Partiamo da un presupposto che nulla deve essere disperso nell'ambiente, tutto può essere recuperato - ha raccontato Matteo Gorelli, responsabile insieme a Fernando Gomez dell'Associazione.
Se partiamo da ciò è perché c'è una storia di reati alle nostre spalle il che porta a volerci riscattare. Facendo un parallelismo tra noi e le persone che in qualche modo vengono considerate quasi dei rifiuti sociali noi vogliamo riscattarci in questi termini. Anche noi possiamo essere delle risorse per gli altri - continua - soprattutto perché stiamo facendo un lavoro importantissimo, il che porta ad incontrare gli altri in una maniera diversa e forse anche a coinvolgerci reciprocamente per vedere che siamo inseriti in un ambiente che deve essere salvaguardato".
di Patrizio Iavarone
Il Messaggero, 5 ottobre 2020
In carcere, secondo i scuoi avvocati, Stefano Michelangelo e Paolo Vecchioli, non doveva proprio esserci: per due volte, a luglio e a agosto, avevano per questo inoltrato richiesta di sospensione della pena ai tribunali di Sorveglianza di Pescara e L'Aquila, perché il suo quadro clinico era incompatibile con il regime carcerario al quale era stato sottoposto a giugno scorso dopo aver violato il "patto" dell'affidamento in prova.
Per Mariano Di Rocco, "il tedesco" (era nato a Berlino), 56 anni di Sulmona, una risposta alla sua richiesta di tornare a casa non è mai arrivata e neanche il fine pena che lo avrebbe portato fuori dal carcere a febbraio e forse anche a dicembre considerando la buona condotta: ieri mattina, alle 6,30, gli agenti di polizia penitenziaria del carcere di Castrogno, Teramo, lo hanno trovato senza vita nella sua cella. Infarto è l'ipotesi più accreditata del decesso, anche se la procura della Repubblica del tribunale di Teramo ha comunque disposto l'autopsia per verificare eventuali concause a un quadro clinico che i suoi legali definiscono "grave e disperato". Una condizione di salute che a lui, che doveva scontare una pena cumulativa di due anni e undici mesi, per furti, lesioni e piccolo spaccio, non è valsa da esimente.
Il tribunale di Sorveglianza lo aveva spedito dietro le sbarre a giugno scorso dopo che non era rientrato nel suo domicilio come doveva: quella sera Di Rocco era stato all'Aquila e aveva perso il treno di ritorno, oltre al telefono per comunicare il suo problema. Un po' su di giri, era stato ritrovato che camminava per strada tra Popoli e Bussi, arrestato e spedito dietro le sbarre.
"Di Rocco aveva, tra i tanti problemi di salute, anche una demenza alcolica riconosciuta da un perito - spiega l'avvocato Michelangelo - che le sue condizioni di salute non fossero compatibili con il carcere era evidente". "Soprattutto era diabetico a uno stadio avanzatissimo - aggiunge Vecchioli - gli avevano dato un sostegno, ma era palese che non potesse stare in carcere.
Nessuno ha però neanche risposto alle istanze di scarcerazione che abbiamo presentato. Perché Di Rocco era un nessuno qualunque. La legge è uguale per tutti, forse, ma non tutti sono uguali davanti alla legge. Passato il dolore e il cordoglio valuteremo con la famiglia di verificare le eventuali responsabilità di questa morte".
di Alberto Melloni*
Il Domani, 5 ottobre 2020
Alla fine "Fratelli tutti", l'enciclica firmata ad Assisi sulla tomba di san Francesco, è stata resa nota e ha tre caratteristiche più rilevanti della cornice in cui è stata varata. La prima è che è una enciclica in cui, ancora una volta, il papa dichiara da dove ha preso le mosse e chi è, al fondo, l'interlocutore col quale dialoga.
Per Laudato sì era stato il patriarca ecumenico Bartholomeos, successore dell'apostolo Andrea e fratello dell'apostolo Pietro, primo nell'onore fra i patriarchi dell'ortodossia, figura chiave del dialogo ecumenico e della pace fra le chiese. Per Fratelli tutti è il grande imam Ahmad Al-Tayyeb, guida dell'università di al-Azhar, difensore delle pene più severe contro i musulmani "apostati", ma che aveva preso le distanze dal terrorismo suicida islamista.
Con Al-Tayyeb il papa aveva firmato una dichiarazione sulla fraternità universale citata otto volte e di cui, in certo modo, l'enciclica costituisce una glossa. La seconda è che il papa ha spiegato il processo redazionale. Questa volta non ci sono ghostwriter, ma un redattore capo. Francesco ha infatti portato ad Assisi e ringraziato pubblicamente monsignor Paolo Braida, prete lodigiano, capo dell'ufficio della I sezione della Segreteria di Stato che curai discorsi pontifici dal 2013 (del quale YouTube conserva una breve meditazione mariana del 2 maggio in pieno lockdown).
E quelthe l'ufficio di Braida ha fatto non è stato tanto quello di dare ordine agli autografi bergogliani e ai pareri ai quali ha dato credito, ma di ritagliare e ricucire una massa di citazioni che copre il 39,42 per cento del testo. Esse rivelano un ricorso martellante, per circa duecento volte, al "già detto" di papa Bergoglio e un ossequio formale al passato (una quarantina di citazioni di Montini, Wojtyla e Ratzinger; due citazioni di Pio XI e Pio XII e due del Concilio). Risaltano così le poche ma significative citazioni di altri: quelle più scontate di Francesco d'Assisi, di Ireneo e Crisostomo, di Agostino (per dargli torto), e dell'Aquinate (letto coi manuali degli anni Cinquanta del giovane Bergoglio).
E quelle a effetto come Paul Ricoeur, il maestro di Emmanuel Macron; il filosofo Georg Simmel (che per l'edizione italiana guadagna la prima menzione di Cacciari in una enciclica), del Talmud (citato con la frase di Hillel cara ad Amos Luzzato, presidente delle comunità ebraiche recentemente scomparso), Vinícius de Moraes (sì quello della samba), Karl Rahner (autore sempre indigesto a qualche asinus germanicus), e a Charles de Foucauld fondatore dei piccoli fratelli di Gesù da cui prende la chiave di lettura di una fraternità fatta di piccolezza e non di farlocche geometrie sul "Dio unico".
La terza cosa è che ancora una volta l'enciclica ricorre e virgoletta il magistero delle conferenze episcopali come fonte dotata di autorità dottrinale, non per caso ma per una decina di volte (una misura quasi identica alle citazioni di Benedetto XVI).
Delle congregazioni di curia invece, il papa, cita solo la correzione imposta alla dottrina della fede, che in età wojtyliana aveva pubblicato un catechismo che includeva la pena di morte e una fonte divulgativa, il Compendio di dottrina sociale. La valorizzazione delle conferenze episcopali, ortogonale rispetto alla minimizzazione che ne faceva l'ecclesiologia ratzingeriana, è decisiva ed è il nucleo della riforma della chiesa bergogliana.
Mentre una schiera di adulatori e indotti disquisisce sul papa che cambia la "pastorale", ma non cambia la "dottrina", solo perché credono che la "dottrina" sia un prontuario di frasi fatte. Francesco mostra che il problema non è di formularità, o di arzigogoli pseudo-teologici, ma topografico: bisogna sapere il luogo in cui la vita di fede produce letture del vangelo del tempo, chiavi del cammino della chiesa nella storia, esperienze di liberazione per capire che "non è il vangelo che cambia, ma che siamo noi a comprenderlo meglio".
E torna a dire che questo luogo è la chiesa locale e la communio ecclesiarum. Soluzione alta, che libera la chiesa da costruzioni che fino a ieri erano dottrina (eccome!) - ad esempio l'esistenza della guerra giusta, la pena capitale, la subordinazione della donna, una concezione dolciastra del perdono. E apre un percorso che per la chiesa di oggi, scossa da prassi spicciative davanti a meschinità disarmanti, sembra più difficile ma che oggi è più urgente intraprendere.
*Storico
di Elisabetta Soglio
Corriere della Sera, 5 ottobre 2020
Ascoltando il discorso del premier Conte ieri ad Assisi e ripensando a quelli fatti da leader politici italiani e internazionali dopo la pandemia, è impossibile non notare il cambio di terminologia. "Rimettere l'uomo al centro". "Coesione". "Solidarietà". "Relazioni". "Comunità". Ascoltando il discorso del premier Conte ieri ad Assisi e ripensando a quelli fatti da leader politici italiani e internazionali dopo la pandemia, è impossibile non notare il cambio di linguaggio. I termini rimandano molto a quelli che Antonio Genovesi aveva scelto nel Settecento per sostenere un modello economico completamente diverso, diventando così il padre dell'Economia Civile e di un mercato che si ispiri ai principi di fratellanza e di sviluppo condiviso. Mentre nostri economisti e intellettuali, da Stefano Zamagni a Enrico Giovannini ed Ermete Realacci per citarne alcuni, hanno continuato a lavorare e sviluppare il pensiero in questa direzione, i mondi dell'economia e della politica hanno per lo più proseguito su strade "tradizionali" noncuranti dei segnali d'allarme continuamente lanciati in tema di diseguaglianze e danni all'ambiente.
Ma l'emergenza Covid ha mutato quadro, prospettive e, appunto, linguaggio. i sostenitori della necessità di un cambio di paradigma hanno prodotto documenti condivisi: pensiamo al Manifesto di Assisi "per un'economia a misura d'uomo" già sottoscritto da 2 mila personalità o alla Carta di Firenze di recente consegnata al Presidente Mattarella dove in otto punti si articola un modello economico diverso "capace di coniugare profitto ed impatto sociale, dignità e qualità del lavoro, sostenibilità ambientale". Anche l'Europa di Next Generation sta chiedendo progetti e visioni più attente all'uomo e al pianeta. Quello che resta da capire è se documenti, discorsi, dichiarazioni d'intenti resteranno relegate nell'oasi di una splendida Utopia. O se, come auspicabile, troveranno applicazione pratica. Perché le parole contano: ma non bastano.
corrierenazionale.net, 5 ottobre 2020
Il progetto Gap "Graffiti Art in Prison" del Simua - Sistema Museale di Ateneo dell'Università degli Studi di Palermo, diretto da Paolo Inglese, ha ottenuto il finanziamento all'interno del programma europeo Erasmus+, Strategic Partnerships for Higher Education. Il progetto, ideato dal team composto da Laura Barreca, Gabriella Cianciolo Cosentino e Gemma La Sita, è realizzato in collaborazione con Giovanna Fiume e in partenariato con il Dems-Dipartimento di Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, Università degli Studi di Palermo (Rita Foti), il Departamento de Historia del Arte, Universidad de Zaragoza (Ascensión Hernández Martínez), il Kunsthistorisches Institut in Florenz - Max-Planck-Institut (Gerhard Wolf) e Abadir, Accademia di Design e Comunicazione Visiva, Catania (Lucia Giuliano).
Si tratta di un progetto scientifico che per la prima volta si pone come obiettivi la ricerca, la valorizzazione del patrimonio culturale e l'inclusione sociale attraverso lo studio di uno dei più importanti complessi artistici e monumentali al mondo, Palazzo Chiaramonte (Steri) a Palermo. I graffiti delle Carceri del Santo Uffizio spagnolo (sec. XVII-XVIII), conservati all'interno dello Steri, insieme ad alcuni esempi di graffiti presenti in altre carceri dell'Inquisizione, come quelle di Narni e Saragozza, saranno oggetto di interesse e studio.
Luoghi sulle cui pareti i carcerati lasciavano tracce della loro permanenza e messaggi da decifrare: un "coro di voci" con diversi livelli di significato e un alto grado di complessità. Un patrimonio di immenso valore storico e culturale oggetto di un progetto multidisciplinare che coinvolge docenti internazionali, studenti delle Università partner e detenuti di istituti penitenziari siciliani. Ricerca scientifica, programmi artistici e impegno sociale sono alla base di un percorso formativo ed educativo che prevede la produzione di pubblicazioni scientifiche, documentari, corsi intensivi, conferenze, workshop e attività seminariali e divulgative che si svolgeranno tra Italia, Spagna, Germania dal 2020 al 2023.
Il progetto si avvale di un database di immagini e fotografie delle Carceri del complesso Chiaramontano già realizzato dal Simua. Oltre alla ricerca scientifica, un ruolo fondamentale è rivestito dall'attività didattica all'interno di sei settimane di studio intensivo per i dottorandi provenienti dalle istituzioni del partenariato e da altre università europee e del Mediterraneo. I 20 dottorandi coinvolti entreranno nelle carceri sia intellettualmente che fisicamente, maturando in tre anni un'esperienza non solo scientifica e artistica, ma anche acquisendo gli strumenti necessari per colmare il "gap" esistente fra il mondo dell'università e la società. I dottorandi, affiancati da artisti, porteranno l'arte in carcere con l'uso di diversi linguaggi contemporanei, dal graffito all'affresco, al video, alla poesia visiva, al disegno.
Inoltre, nel progetto vengono studiate e confrontate altre forme di graffiti carcerari e pitture murali, sia storiche che contemporanee, per una riflessione su vari luoghi di reclusione e sulle risposte artistiche a questi specifici ambienti nelle loro molteplici dimensioni: materiale, corporea, psicologica, spaziale e temporale. I risultati dei tre anni di progetto saranno contenuti in un libro e in un video documentario che testimonieranno le produzioni artistiche del passato e del presente nonché l'urgenza di entrare in contatto con il disagio delle persone recluse.
Così si è espressa la commissione di valutazione di Erasmus+ sul progetto "Graffiti Art in Prison": "Il progetto risponde pienamente alle priorità del bando, ovvero il valore sociale ed educativo del patrimonio culturale europeo, la costruzione di sistemi di istruzione superiore inclusivi e l'inclusione sociale. Il progetto mira a costruire un ponte tra il mondo accademico e la società, concentrandosi sulle persone in condizioni di detenzione".
Il progetto GAP - sottolinea l'ateneo siciliano - "rappresenta l'occasione per promuovere la conoscenza delle carceri non solo come patrimonio culturale oggetto di studio scientifico, ma anche come strumento per una maggiore inclusione sociale. I progetti espositivi e la digitalizzazione degli ambienti storici porteranno alla valorizzazione museale e alla accessibilità turistica del prezioso repertorio iconografico e scritturale dei graffiti delle Carceri del Complesso Monumentale dello Steri.
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