di Alessandro Sallusti
Il Giornale, 4 ottobre 2020
Opinionisti e presunti esperti di diritto lo avevano già condannato senza appello: Matteo Salvini va processato e condannato per il blocco dei porti del 2019. Invece non solo non la pensano così i pm che hanno in mano il suo fascicolo e che per ben due volte hanno chiesto il suo proscioglimento, ora anche il Gup il giudice che deve decidere sul rinvio a giudizio ha seri dubbi sulla fondatezza dell'ipotesi di reato (sequestro di persona).
di Anna Russo
Gazzetta del Sud, 4 ottobre 2020
Caso di Covid accertato nel carcere di Rossano: si tratta di un detenuto. A quanto si è appreso siamo in presenza di un "caso di ritorno", ossia di un detenuto che era tornato per un periodo nel paese di origine usufruendo di un permesso premio e poi rientrato alla data stabilita in carcere.
In base alle disposizioni vigenti, i detenuti che fanno rientro in carcere vengono posti in una stanza di isolamento e sottoposti a tampone prima di poter rientrare nella propria cella e venire in contatto con gli altri detenuti. Procedura che è stata osservata anche per il detenuto in questione e che ha permesso di accertare la positività al Covid. Ciò per fortuna ha permesso di scongiurare un contatto di diretto con il soggetto risultato positivo e gli altri detenuti evitando di dar vita a un possibile focolaio.
Scattate quindi tutte le attività previste di isolamento del paziente, mentre si sta procedendo in queste ore a scopo meramente precauzionale a sottoporre a tampone il personale impegnato nella struttura, che comunque da tempo ha attuato tutti i protocolli anti contagio. Con il caso accertato di venerdì scorso del carcere salgono a 89 complessivamente i casi di soggetti positivi a Corigliano Rossano dall'inizio della pandemia. Dopo una primavera del tutto tranquilla anche il comune unico ha risentito della seconda ondata del virus che ha iniziato a circolare nella popolazione soprattutto per casi di ritorno. Ora si spera che seguendo scrupolosamente le indicazioni anticovid si ritorni al più presto ad una situazione di relativa tranquillità mantenendo comunque alta l'attenzione.
cagliarilivemagazine.it, 4 ottobre 2020
"Il mese di settembre si è chiuso con un altro dato negativo per la Casa Circondariale di Cagliari, ubicata nel territorio del Comune di Uta, a 23 chilometri da Cagliari. I dati del Ministero rivelano infatti che a fronte di 561 posti disponibili sono recluse 572 persone (lo scorso 31 agosto erano 563).
Un numero che, superando abbondantemente il limite regolamentare, fa riflettere sulla situazione dell'Istituto più grande della Sardegna, dove spesso si registrano numeri in crescita. Ma a destare preoccupazione è la presenza nell'Istituto di Sassari-Bancali di una donna straniera con una creatura al seguito. Ancora una volta un neonato (o neonata) è costretto a vivere in cattività senza colpe. L'auspicio è che si tratti di una condizione temporanea e che si provveda al più presto a trovare una alternativa al carcere per garantire al piccolo un ambiente adeguato alle sue esigenze".
Lo afferma Maria Grazia Caligaris di Socialismo Diritti Riforme commentando i dati del Ministero della Giustizia che fotografano la realtà isolana dietro le sbarre al 30 settembre.
"Complessivamente - sottolinea - il numero dei detenuti in Sardegna è quasi stabile, anzi si riscontra una lieve flessione. Attualmente infatti sono ristretti nei 10 istituti 2.047 detenuti (39 donne) erano 2051 (37 donne) lo scorso 31 agosto.
Si conferma senza flessioni significative anche la presenza di stranieri passati da 550 a 540 (26,3%) con il "picco" dell'82% a "Is Arenas", dove su 73 detenuti gli stranieri sono 60, e del 79,5% a "Mamone", dove invece su 132 presenti gli stranieri sono 105. Invariato anche il numero dei detenuti nelle Colonie Penali dove a fronte di 613 posti ci sono 271 detenuti che possono lavorare in campagna o svolgere diverse attività legate alle produzioni agro-pastorali".
"Destano perplessità e sorpresa la scarsa attenzione che il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e il Ministero della Giustizia riservano in particolare alle Colonie Penali, oltre al sistema penitenziario sardo nel complesso. Le carenze d'organico di Agenti, Funzionari giuridico-pedagogici, amministrativi, vice direttori e Direttori sembrano rendere davvero difficile - conclude Caligaris - quel percorso riabilitativo e d'integrazione sociale delle persone recluse, indispensabile per rispettare pienamente l'art. 27 della Costituzione".
di Emanuele Imperiali
Corriere del Mezzogiorno, 4 ottobre 2020
Un passato da spacciatore, adesso gestisce una fattoria didattica a Scampia "Alcune associazioni che operano alle Vele vogliono soltanto fare business". "Sono un analfabetizzato di ritorno". Così ama definirsi Davide Cerullo, in un dialetto napoletano dolcissimo e appassionante. Lo incontro a Bologna, al Festival del lavoro organizzato da Osvaldo Danzi e Stefania Zolotti di "Senza Filtro-Nobilita", dove tante persone, tra i 30 e i 50 anni, affollano l'auditorium di Fico. Cosa ha da dire un ex detenuto, un ex malavitoso delle Vele di Scampia dove spacciava droga e l'hanno arrestato, a tanti esperti di lavoro?
"Vedi - replica sornione - il lavoro nobilita l'uomo, il non averlo lo rende come le bestie. La criminalità organizzata prospera proprio dove c'è fame di occupazione. Gomorra ha fatto un gran male a noi di quel territorio, perché i suoi personaggi diventano miti distorti per i giovani. Perciò sono venuto, per testimoniare il dramma di tanti ragazzi delle periferie di Napoli che vivono un grado di disperazione che fa paura".
Come un delinquente cambia pelle e decide di redimersi, attraverso il drammatico percorso del carcere?
"Quando ero nella malavita la morte e la galera non mi spaventavano, la disperazione, invece, sì".
Perché sei diventato uno spacciatore?
"Avevo 14 fratelli tutti malavitosi, a cominciare da mia madre che conservava droga e armi per i clan. Non mi potevo permettere, mi umiliava avere le scarpe rotte, una camicia di taglia troppo grande o troppo piccola, gli altri coetanei mi prendevano in giro. Appena diventato spacciatore, a 14 anni, guadagnavo un milione di lire al giorno".
Cerullo dal palco bolognese parla di dignità di vivere, non di sopravvivere. Davide, cosa comporta entrare nella camorra?
"È l'unica mafia nella quale puoi aderire subito, nella 'ndrangheta sei costretto a un lungo tirocinio. In quartieri come Scampia è facile trovare chi si serve di te, pagandoti, ma il prezzo è la propria libertà, quando non la vita". Poi Cerullo ci tiene a chiarire una cosa: "C'è la malavita e c'è la mala gente, come chi ti offre un lavoro dandoti 70 euro a settimana, perché tanto guadagna un ragazzo in un negozietto delle periferie".
Il carcere e il rispetto da boss Davide, raccontaci l'esperienza del carcere: "Ho incontrato gente dei padiglioni Napoli e Palermo a Poggioreale che soffre molto, tossicodipendenti che non sono assistiti. Capisci di non essere più una persona. Un ragazzo una volta mi ha detto di sentirsi addosso la puzza di chiuso, aggiungendo che sapeva di aver sbagliato, e che era giusto pagarne il prezzo, ma era inaccettabile che oltre a privarlo della libertà gli togliessero anche la dignità di esistere". Davide è stato in carcere un anno, nel '92, aveva 18 anni e un giorno, ma si faceva già rispettare, perfino dai boss. "Sarei dovuto andare nel padiglione "Genova" di Poggioreale, invece mi hanno recluso in quello Avellino, alla stanza numero 31, dove eravamo in 25 in una cella, 25 criminali con un unico bagnetto e un cucinino. Alla 30 c'era l'intero clan camorristico dei Sarno di Ponticelli. La mattina alle 5 ci buttavano giù dalle brande per il controllo e buttavano tutto all'aria. La notte spesso non riuscivamo a chiudere occhio per le urla e le grida".
Capisci perché chi entra in quella "scuola di vita" ne esce più criminale di prima. Una volta
Cerullo ha litigato con un Sarno, volevano regolare i conti a coltellate, "un mio compagno mi impedì di uscire per l'ora d'aria, altrimenti mi avrebbero ammazzato".
Poi, la svolta, quel Vangelo trovato un giorno sulla branda, rientrato dall'ora d'aria: "Lo sai che nel Vangelo del carcere ci sono due pagine strappate perché le presi io e le conservai, ma mi vergognavo a leggerle davanti agli altri". Perché Davide, ti consideravi San Paolo convertito sulla via di Damasco? "Le presi perché in quelle pagine ricorreva tante volte il nome Davide, e capii che un carcerato, ancor più che di giustizia, ha bisogno di misericordia".
Quando esce da Poggioreale Cerullo si sente cambiato dentro, incontra le persone giuste, decide di rinascere ai propri occhi oltre che a quelli del suo mondo di sempre. Oggi Davide è un altro uomo, ha capito che la vera scommessa è l'istruzione, che la scuola deve essere maestra di vita, come diceva don Milani, secondo il quale l'abbandono scolastico è la vera piaga sociale.
Il ritorno a Scampia - Dopo essere stato sei anni a Modena, è tornato a Scampia, ha pubblicato un libro di fotografie con una casa editrice francese, ha creato nel quartiere una fattoria didattica con l'asinello Ciro, il cane Coco, le caprette; si chiama "L'albero della Storia", e accoglie i bambini della zona. Su un punto non transige: "Sappi che ho più timore dell'antimafia che della mafia, perché tra le 80 associazioni che operano alle Vele e dintorni la volontà è spesso quella di sostituirsi allo Stato, per fare business". Il messaggio è chiaro: spetta alle Istituzioni il compito di risanare le periferie degradate.
targatocn.it, 4 ottobre 2020
"Il dramma del Covid-19 ci ha risparmiato. Abbiamo compreso l'importanza delle attività culturali nel momento in cui ne siamo stati privati". L'8 settembre la data in cui si festeggia l'Armistizio e la nascita della Resistenza è simbolicamente stata scelta per inviare ogni anno una lettera ai cittadini. Quest'anno arriva un po' in ritardo per via dell'emergenza sanitaria.
Anche quest'anno, dopo quella prima volta dell'8 settembre 2018, non vogliamo venire meno all'impegno che avevamo preso. È vero, siamo in ritardo di un mese rispetto all'8 settembre, data in cui si festeggia l'Armistizio e la nascita della Resistenza che simbolicamente avevamo scelto per inviare una nostra lettera alla cittadinanza.
Chiediamo scusa per il ritardo, ma il 2020 è stato l'anno del Coronavirus. In questi mesi di chiusura totale ci è venuta a mancare la nostra figura principale, la nostra guida, il nostro docente Pietro Tartamella dell'associazione di promozione sociale Cascina Macondo, colui che ci ha introdotto e accompagnato in questi anni nel mondo magico della scrittura e della poesia e che, come tutti gli altri professori e volontari, è rimasto bloccato all'esterno delle mura.
È stata per noi una grande perdita. L'unico modo di comunicare o di interagire con lui in questi mesi è stato solamente tramite lettera. Di solito, diverse settimane prima della data prevista, cominciavamo a discutere tra di noi, cercando di individuare i contenuti che avremmo scritto: appunti, bozze, rifacimenti venivano letti e corretti in continuazione ogni giorno, per trovare le parole giuste da inserire in quella che poi sarebbe diventata la lettera definitiva. Quest'anno non ci è stato possibile dedicare così tanto lavoro alle revisioni e alle riletture, e non ci è stato possibile essere puntuali.
Per noi, mantenere questo impegno, non è così semplice, come di primo acchito può sembrare, e un anno, anche se lungo, passa velocemente, così velocemente che siamo arrivati agli sgoccioli della scadenza senza nemmeno rendercene conto.
Il dramma del Covid-19 non ha certo risparmiato il carcere. Tutte le attività trattamentali e scolastiche sono state bruscamente e completamente interrotte, anche a causa di alcuni contagi provenienti da detenuti incautamente trasferiti a Saluzzo da altre zone infette d'Italia.
Non aver avuto più alcun contatto con il mondo libero ha molto aumentato il nostro isolamento oggettivo e la sua percezione. Abbiamo anche dovuto fare a meno delle visite dei famigliari, particolarmente preziose per i reclusi. Di contro sono aumentate le nostre telefonate ai famigliari, comprese le videochiamate, completamente innovative rispetto al consueto. Come sempre avviene, abbiamo compreso l'importanza delle attività culturali nel momento in cui ne siamo stati privati ed è dura sentirsi tagliati fuori dal contesto sociale.
Per questo motivo, nonostante si comprenda la necessità della tutela sanitaria e i limiti che questa impone, non vediamo l'ora che l'emergenza termini, in modo da poter nuovamente fruire di tutte le opportunità culturali che il contatto con gli operatori esterni ci consentiva.
Voi del mondo libero, tra ogni sorta di paure e chiusure di ogni genere e, per ultimo, privati anche di molte libertà, siete andati avanti giorno dopo giorno per contrastare questo male nuovo che è il Coronavirus. Anche qui, in carcere, i giorni sono volati, impegnati nel seguire con attenzione e dispiacere le notizie che i Tg ci davano su quello che succedeva fuori da queste mura.
Per fortuna durante l'anno nessuno di noi del gruppo è morto, qualcuno è stato trasferito, uno è andato in semilibertà, altri si sono aggiunti, quindi a conti fatti è già un gran successo visto dal nostro punto di vista. L'impegno che ci siamo presi vuole portare una parola dal mondo carcerario al mondo esterno, cercando di far convivere questi due mondi, il vostro e il nostro.
Forse qualcuno penserà che queste nostre parole siano dette così, tanto per dire. Ma forse ci sarà qualcuno, magari anche solo una persona che, leggendo queste righe, sentirà la nostra vicinanza ai tristi giorni passati e a quelli che verranno, e ci auguriamo che possa essere d'aiuto e conforto per tutti.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 4 ottobre 2020
Ben pochi dubitano del ruolo di mandante avuto dall'erede al trono nell'assassinio del giornalista avvenuto nel consolato saudita a Istanbul il 2 ottobre 2018. Lo ha accertato anche la Cia. A proteggerlo è Donald Trump nel nome degli interessi strategici ed economici degli Usa. Si parla ancora del brutale assassinio di Jamal Khashoggi, non è stato dimenticato. Ma a due anni di distanza da quel 2 ottobre 2018 in cui il giornalista e editorialista del Washington Post fu assassinato nel consolato saudita a Istanbul da una squadra di killer giunta da Riyadh, regna la frustrazione tra i difensori dei diritti umani. Lo scorrere del tempo affievolisce la possibilità di vedere sul banco degli imputati l'uomo che è universalmente considerato il mandante dell'eliminazione di Khashoggi, il potente e spregiudicato erede al trono saudita Mohammed bin Salman (Mbs).
Il mese scorso è terminato in Arabia saudita il processo d'appello-farsa contro otto persone, condannate a pene da 7 a 20 anni dopo il "perdono" della famiglia del giornalista contraria alla pena di morte. A luglio in Turchia è iniziato il processo contro i venti killer, tra cui due fedelissimi di Mbs. A questi potrebbero aggiungersi altri sei sospetti, incriminati nei giorni scorsi. Tutti sono però imputati in contumacia: Riyadh nega le estradizioni. Mohammed bin Salman può stare tranquillo, nessuno toccherà il futuro re.
Jamal Khashoggi dagli Stati uniti si era recato a Istanbul per richiedere al consolato saudita i documenti necessari per sposare la ricercatrice turca Hatice Cengiz. Veniva da due anni molto intensi. Da influente sostenitore della famiglia reale era diventato una minaccia alla sicurezza del paese per le critiche puntuali che rivolgeva alla politica e alle scelte di Mohammed bin Salman. Sapeva di essere nel mirino dell'intelligence saudita ma si riteneva al sicuro in Turchia. Invece, allertati dai rappresentanti diplomatici sauditi, il 2 ottobre i killer lo attendevano proprio nel consolato dal quale non sarebbe uscito vivo. Secondo l'inchiesta svolta dalle autorità turche, con l'ausilio di registrazioni video e audio, gli assassini dopo aver strangolato il giornalista lo fecero a pezzi. Quindi lasciarono la Turchia con largo anticipo sull'allarme lanciato da Hatice Cengiz. I resti di Khashoggi non sono mai stati trovati.
La Cia raccolse subito elementi sufficienti per confermare la responsabilità dell'erede al trono saudita nell'omicidio ma Trump mise a tacere l'indagine. Mbs, fece capire, non si tocca perché è un alleato strategico degli Usa. "Gli ho salvato il culo...Sono stato in grado di convincere il Congresso a lasciarlo in pace", dichiara il presidente Usa in un'intervista sull'omicidio di Khashoggi inclusa in Rage, l'ultimo libro del giornalista premio Pulitzer, Bob Woodward, uscito qualche settimana fa. "Credi che sia stato lui (Mbs)?" chiede Woodward. "Dice di non averlo fatto", risponde Trump che poi aggiunge "Bob... (i sauditi) hanno speso 400 miliardi di dollari (per armi e prodotti Usa, ndr) in un periodo di tempo abbastanza breve... Non durerebbero una settimana se non ci fossimo noi e lo sanno". Il candidato democratico alle presidenziali Usa Joe Biden assicura che se andrà alla Casa Bianca avrà un approccio ben diverso con i sauditi. Le promesse non mantenute sono un pilastro delle campagne elettorali.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 4 ottobre 2020
Sull'isola il ricordo della strage del 3 ottobre 2013. Da quel giorno altre 20mila persone hanno perso la vita nello stesso mare. Nessuna autorità politica nazionale presente alle celebrazioni.
"Le autorità italiane e internazionali dissero "mai più", invece da quel giorno sono morte nello stesso mare 20mila persone", dice Tareke Brhane, attivista del Comitato 3 ottobre. In quella data, sette anni fa, trecento sessantotto vite umane furono inghiottite dalle acque che bagnano Lampedusa. Le coste dell'isola erano ormai a vista. Ieri come ogni anno sulla più grande delle Pelagie si sono dati appuntamento sopravvissuti (in tutto furono 151), famiglie delle vittime e una rappresentanza di circa 50 studenti di diverse scuole italiane (da Puglia, Lazio, Trentino e altre regioni). A causa delle misure anti-pandemia le partecipazioni sono state in numero ridotto.
La tradizionale marcia da piazza Castello alla Porta d'Europa, il monumento in memoria di chi ha perso la vita in mare, è stata percorsa solo da poche persone per evitare assembramenti. Le altre hanno atteso sullo scoglio incorniciato dall'opera dell'artista Mimmo Paladino. "Molti studenti si sono commossi ascoltando le storie dei sopravvissuti e le testimonianze di quel terribile giorno", racconta Don Mussie Zerai, prete cattolico nato ad Asmara e candidato nel 2015 al Premio Nobel per la pace in virtù del grande impegno a favore dei rifugiati.
Dopo gli interventi e le preghiere, i familiari delle vittime hanno regalato a ragazze e ragazzi un fiore da lanciare in mare mentre insieme ai sopravvissuti si dirigevano a bordo dei pescherecci per depositare delle corone floreali nel luogo del naufragio. Alle 18 si è tenuta la preghiera ecumenica officiata dal cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento.
Alle iniziative non ha partecipato nessuna autorità politica nazionale. Si è visto solo il sindaco di Lampedusa Totò Martello. Di queste assenze non ha colpa il Covid-19. L'attenzione dei politici si è andata riducendo negli anni e già nel 2019 i rappresentati delle istituzioni erano stati assenti ingiustificati. Quel che è peggio, racconta chi ha partecipato alle diverse cerimonie, è che anche tra la popolazione dell'isola c'è stato un cambio di sensibilità forse riflesso nella ridotta partecipazione dei pescatori: i primi anni erano tanti, ieri solo due o tre.
Segno che i discorsi d'odio e la disumanizzazione delle persone migranti rischiano di attecchire perfino nei luoghi che del mare hanno la cultura più profonda. Quella dell'incontro tra diversi, del soccorso come imperativo morale, della contaminazione. "Oggi si ricordano i 368 morti del 3 ottobre a Lampedusa, ma si impedisce il soccorso in mare. Proprio la memoria dell'orrore che ho visto quel giorno di 7 anni fa rende penosa la celebrazione di morti che continuano a morire. La Memoria pretende l'azione per fermare le stragi", ha twittato l'ex sindaca dell'isola Giusy Nicolini.
Due le richieste principali della mobilitazione. "Primo, i sopravvissuti vogliono che sia fatta piena luce su ciò che è accaduto, continuano a ripetere che due imbarcazioni li hanno avvicinati senza soccorrerli - afferma Don Zerai - Secondo, nessun altro essere umano deve essere costretto a rischiare la vita attraversando il mare: servono canali legali di ingresso e un lavoro sui paesi di partenza".
C'è un aspetto della strage del 3 ottobre che non va dimenticato. Lo sottolineò molte volte Alessandro Leogrande, giornalista e scrittore scomparso prematuramente, nel suo splendido libro La frontiera. 360 dei 368 morti erano eritrei. Non è un dettaglio secondario.
"Sono arrivato in Italia nel 2015 e non ho mai ascoltato una presa di posizione di un governo di qualsiasi colore politico su ciò che accade in Eritrea. Questa è la cosa che mi stupisce di più. Quando arrivano 500 tunisini i politici italiani vanno subito a Tunisi, ma a nessuno sembra interessare perché migliaia di giovani fuggono dal nostro paese", dice Brhane.
Oltre a quella di Lampedusa ci sono state piazze in diverse città d'Italia: da Palermo a Brescia, da Milano a Pescara. Alle mobilitazioni hanno partecipato anche le Ong attive nei salvataggi in mare. A Roma i manifestanti hanno chiesto: riforma della cittadinanza, abolizione dei decreti sicurezza e cancellazione degli accordi con la Libia.
di Susanna Paparatti
osservatoreromano.va, 4 ottobre 2020
Il documentario girato in un centro di detenzione minorile iraniano. Le inquadrature si alternano fra momenti di ordinaria condivisione di giornate e spazi: l'apparecchiatura della tavola, una festa di compleanno, piccole intimità con i loro bimbi, giochi e persino risate e, se non fosse per i momenti di spiegazioni e lacrime, non si avrebbe la percezione di essere nel vortice di uno spaccato reale e drammatico che loro, le giovani detenute, vivono apparentemente senza prendere coscienza trovando, all'omicidio commesso che le ha portate in carcere, motivazione e giusta reazione verso una società aggressiva.
Omicidi compiuti talvolta assieme alle madri delle quali sono state complici e che sono detenute in un'altra ala dell'istituto. Così la cinepresa del regista Mehrdad Oskouei, nato a Teheran nel 1969, è stata testimone della quotidianità di un gruppo di ragazze rinchiuse in un centro di detenzione minorile per aver ucciso il padre, il marito o un altro componente maschile della famiglia.
Il documentario intitolato "Sunless Shadows - Ombre senza Sole" - aprirà la sezione dedicata al cinema dell'XI edizione di Middle East Now 2020 festival di cinema arte e cultura medio orientale in calendario a Firenze dal 6 all'11 ottobre. Ideato e organizzato dall'associazione culturale Map of Creation, si svolgerà in diversi luoghi fra i quali il Cinema La Compagnia, MAD Murate Art District. La manifestazione è sempre stata sensibile alle tematiche sociali attuali, al racconto di esse, all'essere interprete di culture del Medio Oriente che gli organizzatori ritengono dover essere meglio conosciute e approfondite in ogni ambito: cinema, documentari, mostre, musica, cibo, incontri ed eventi speciali.
Una rassegna che rispetterà ovviamente le precauzioni sanitarie in vigore, con proiezioni fisiche, ovvero tornando in sala, e proiezioni online sulla speciale sala virtuale Più Compagnia in collaborazione con My Movies che garantirà ad una più vasta platea di spettatori la visione dei film in anteprima. Visual Voices è il tema di questa edizione del festival e mai come oggi immagini e narrazioni si possono rivelare strumento efficace per rendere tangibili messaggi di cambiamento, culturale e sociale. "Faccio riprese nei Centri di correzione e riabilitazione da dodici anni - ha spiegato il regista Oskouei - ho visto tante carceri e prigionieri che mi hanno sempre affascinato. Il mio film si concentra sull'atto dell'omicidio. Non tanto il "come" ma più sul "perché". Le donne che uccidono i loro mariti mostrano pochissimo rimorso, anche dopo anni di prigione ma perché una madre dovrebbe uccidere con l'aiuto di sua figlia? Cosa è successo nella sua vita per portarla a un tale atto? Volevo esaminare il loro gesto da varie prospettive, capire le loro "ragioni" e capire come portano il fardello delle loro azioni per anni e anni".
Fotografo e ricercatore, laureato in regia cinematografica all'Università delle Arti ha all'attivo numerosi film apprezzati dalla critica durante festival in patria e all'estero. Nel 2010 ha ricevuto l'olandese Prince Claus Award, è membro fondatore dell'Istituto di antropologia e cultura nonché ambasciatore culturale per il Comitato umanitario delle Nazioni Unite Ucha.
L'elenco delle pellicole è dunque corposo, con trentasette titoli in programma - già premiati nei migliori festival internazionali - fra i quali tredici cortometraggi, ventuno anteprime italiane, 10 internazionali e due mondiali. Un viaggio in Paesi molto diversi dal nostro che proprio per questo necessitano essere conosciuti anche oltre i pregiudizi e le convinzioni, oltre la politica che non sempre rispecchia la volontà della gente, anche nelle piaghe culturali e sociali delle quali sono vittime e carnefici le adolescenti di Sunless Shadow. Uno spaccato illustrato viaggiando in Iran, Iraq, Israele, Palestina, Egitto, Emirati Arabi, Kuwait, Afghanistan, Siria, Algeria, Marocco, Tunisia. Particolare attenzione sarà dedicata al Libano e a Beirut.
In calendario fra i progetti speciali "7x7. Seven by Seven. Transcultural Narratives from The Middle East and North Africa" che riunisce gli scatti di sette giovani fotografi mediorientali chiamati a illustrare le loro città - Baghdad, Beirut, Marrakesh, Teheran, Dubai, Istanbul e Algeri - ognuno in un giorno preciso della settimana. E ancora tra le iniziative speciali "Medio Oriente a fumetti": storie a colori e in bianco e nero che si prefiggono di narrare in chiave alternativa la vita e la cronaca delle città, accompagnate da una serie di talk con gli autori.
di Barbara Delle Monache
espressione24.it, 4 ottobre 2020
Sarà aperto entro fine anno il nuovo padiglione detentivo del carcere di Sulmona. A deciderlo la Commissione 2ª (Giustizia) - seduta n. 194, dello scorso mercoledì 30 settembre 2020, il Ministro Alfonso Bonafede ed il Capo Dap Bernardo Petralia hanno partecipato una serie di iniziative politiche sulle nuove assunzioni e sull'edilizia penitenziaria.
Alla stregua della notizia annunciata a livello nazionale la Fp Cgil chiede l'adeguamento degli organici di Polizia Penitenziaria. "Il carcere di Sulmona ha bisogno di più personale - scrive Giuseppe Merola -. Questo abbiamo scritto nella lettera inviata alle rappresentanze istituzionali in modo da poter fronteggiare una prossima ed articolata gestione del lavoro, vista anche gli affanni che già si stanno verificando". In chiosa al documento il sindacalista scrive: "Non accetteremo mai di assistere a nozze con i fichi secchi. Tuteleremo, in ogni sede, i nostri lavoratori e le nostre lavoratrici".
targatocn.it, 4 ottobre 2020
Il sindaco di Alba Carlo Bo deve nominare il "Garante comunale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale" istituito con deliberazione del Consiglio Comunale n. 56 del 26/06/2015. Il garante resta in carica cinque anni e può essere confermato una sola volta.
Requisiti: esperienza nel campo delle scienze giuridiche; dei diritti umani; delle attività sociali presso istituti di prevenzione e pena e/o all'Ufficio per l'esecuzione penale esterna; nel campo delle attività sociali.
Il ruolo è incompatibile con altre cariche istituzionali, anche elettive, ovvero incarichi di responsabilità in partiti politici. Non può essere un dipendente del Comune di Alba e dell'Amministrazione della Giustizia. Non possono essere candidati coloro che hanno riportato le condanne definitive, o condanne per delitti contro l'Amministrazione della Giustizia.
Il garante non ha diritto ad indennità od emolumenti per l'attività prestata, solo diritto al rimborso delle spese sostenute, autorizzate e documentate.
Le candidature dovranno arrivare entro e non oltre le ore 12.00 di martedì 20 ottobre 2020 alla Segreteria Generale del Comune di Alba (Ufficio Contratti) - Piazza Risorgimento n. 1 - 12051 - Alba, attraverso l'indirizzo pec
La domanda deve essere completa di nome e cognome, luogo e data di nascita, residenza, domicilio, codice fiscale, recapito telefonico, e-mail ed eventuale indirizzo Pec e corredata della seguente documentazione: curriculum vitae dettagliato, sottoscritto in calce e dichiarato veritiero sotto la propria responsabilità, dal quale si evinca il possesso dei richiesti requisiti; titolo di studio; attività lavorativa svolta. Ulteriori dettagli sul bando pubblicato integralmente sul sito web comune.alba.cn.it e all'Albo Pretorio on line dal 03/10/2020. Per eventuali informazioni: 0173.292271.
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