di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 2 ottobre 2020
Corte di cassazione - Sezioni unite - Sentenza 1 ottobre 2020 n. 27326. Nei reati sessuali l'abuso di autorità scatta anche nei rapporti privati e di fatto, e non solo in caso di una posizione autoritativa di tipo formale e pubblicistico, se c'è una situazione di supremazia sfruttata per costringere la vittima a subire o compiere atti sessuali.
Le Sezioni unite della corte di cassazione, con la sentenza 27326, escludono la necessità della natura formale e pubblicistica dell'autorità di cui l'agente abusa per commettere il reato, previsto dall'articolo 609-bis del Codice penale. Chiarendo poi che l'autorità "privata" non è solo quella che deriva dalla legge ma anche quella di fatto.
Per il Supremo collegio è importante l'esistenza oggettiva di un rapporto autoritario. E va dimostrata in modo inequivoco, attraverso un'analisi concreta della dinamica dei fatti "idonea a porre in luce un rapporto di soggezione effettivamente intercorrente tra l'agente e la vittima del reato". Va poi provata anche l'arbitraria utilizzazione del potere, dando conto della relazione tra abuso di autorità e conseguenze sulla capacità di autodeterminazione della persona offesa "poiché una condotta che dovesse diversamente estrinsecarsi dovrebbe inevitabilmente essere inquadrata nei contermini ipotesi di minaccia o induzione".
In linea con questa conclusione le Sezioni unite precisano che per la configurabilità del reato, pesa la valenza coercitiva e dunque non è neppure rilevante che la posizione di preminenza dell'agente sia venuta meno, perché resta una sudditanza psicologica che deriva dall'autorità da questo esercitata in passato e dalla relazione di dipendenza indiretta tra autore e vittima "quando il primo abusando della sua autorità concorre con un terzo che compie l'atto sessuale non voluto dalla persona offesa".
di Davide Varì
Il Dubbio, 2 ottobre 2020
Per il procuratore Gratteri l'ordine degli avvocati e le camere penali dovrebbero vigilare sui colleghi che corrompono i magistrati. Di chi è la colpa della deriva morale della magistratura?
Ma degli avvocati naturalmente. La singolare teoria arriva dal procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri il quale riconosce che sì: nella magistratura italiana "c'è anche un problema corruzione", ma la responsabilità è degli avvocati che non denunciano: "Noi magistrati guadagniamo bene, io sono contento dello stipendio che ho - riconosce Gratteri - quindi il resto si chiama ingordigia, e allora bisogna essere feroci nei confronti di questi magistrati che commettono reati ricevendo soldi e regalie.
Ben vengano, dunque, queste indagini per scoprire un problema che c'è ed esiste, che molti avvocati sanno che esiste, quindi mi auguro che ci siano avvocati che denuncino queste corruzioni, che non sopportino che i loro colleghi più spregiudicati riescano a vincere una causa o ad avere un'assoluzione perché riescono a trovare il canale per pagare".
Per Gratteri, "ci vorrebbe, dunque, maggiore attenzione anche da parte del Consiglio dell'ordine degli avvocati e delle Camere penali, non solo del Csm, Ufficio ispettivo perché gli avvocati sono i primi a sapere quello che accade nei tribunali, nelle cancellerie e dietro le quinte di un processo". Dopo la lezione sulla reale missione degli avvocati, il procuratore Gratteri è poi passato ai suoi cavalli di battaglia, al repertorio classico.
A cominciare dalle presunte scarcerazioni dei boss in tempi di Covid: "La verità è che si è cavalcata la tigre, e sono usciti minimo 8mila detenuti. Fra questi anche gente detenuta al 41bis. E stato un pessimo segnale anche perché è avvenuto un mese dopo le rivolte nelle carceri".
E il fatto che lo stesso ministro della giustizia abbia spiegato più e più volte - non ultimo ieri - che il numero degli scarcerati dell'alta sorveglianza non ha mai superato le "223 unità", il procuratore Gratteri, e con lui la solita schiera di indignati - continua a raccontare una storia diversa e non suffragata da fatti e prove. Senza contare che ognuna di quelle scarcerazioni è stata decisa da un magistrato di sorveglianza che, giustamente, ha seguito le nostre leggi e la nostra Costituzione. Ma questo, per qualcuno, evidentemente è un dettaglio.
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 2 ottobre 2020
Corte di cassazione - Sezione IV penale - Sentenza 1 ottobre 2020 n. 27242. Il datore è responsabile nei confronti del prestatore deceduto quando non abbia fornito le principali regole in materia di sicurezza. Lo chiarisce la Cassazione con la sentenza penale n. 27242/20.
La vicenda. Il socio lavoratore - all'oscuro delle corrette tecniche di abbattimento degli alberi - aveva commesso un errore e la pianta era caduta in direzione del prestatore che moriva per un infarto. La colpa del datore era per negligenza, imprudenza e imperizia e in violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro e in particolare per aver omesso di indicare nel documento di valutazione dei rischi lavorativi le idonee misure di prevenzione e protezione attuate in relazione alle mansioni di operaio addetto all'abbattimento delle piante.
Il lavoratore era intento ad abbattere i pioppi. Dopo aver proceduto a realizzare la cosiddetta "tacca di direzione" alla base dell'albero per determinare appunto la direzione di caduta, la pianta cadeva ma urtava con i rami l'albero vicino andando a colpire il torace del lavoratore con esito fatale per quest'ultimo. Il figlio ha evidenziato, peraltro, che il padre deceduto, non si allontanava dalla pianta quando iniziava a tirarla con il cavo (pratica corretta), ma solo nella fase finale del taglio, ovvero quando la pianta stava ormai per cadere con tutti i rischi del caso.
In altre parole il prestatore non aveva mai ricevuto alcuna istruzione e formazione sul punto e aveva adottato una tecnica operativa rischiosa che l'azienda per cui lavorava non aveva cercato in alcun modo di modificare. A tal proposito i Supremi giudici hanno ravvisato una mancanza di formazione (trasferire ai lavoratori conoscenze utili per lavorare in sicurezza); informazione (come ridurre i rischi sull'ambiente di lavoro) e addestramento (come usare correttamente le attrezzature). Respinto in definitiva il ricorso del datore per tutte le inadempienze a suo carico.
torinoggi.it, 2 ottobre 2020
Il 6 ottobre il punto della situazione sugli interventi progettuali in corso nei singoli Istituti. "La pandemia non ha fermato l'azione dei garanti dei detenuti del Piemonte che, anche in vista di una possibile recrudescenza del virus nei prossimi mesi, si sono dati appuntamento martedì 6 ottobre per fare il punto della situazione sugli interventi progettuali in corso nei singoli Istituti". Lo ha annunciato oggi il garante regionale dei detenuti Bruno Mellano.
I garanti territoriali, ha aggiunto, prenderanno inoltre parte il 9 e il 10 ottobre all'Assemblea nazionale annuale, che si svolgerà nella sede del Consiglio regionale della Campania e che lo vedrà impegnato nella sessione dedicata al tema "Reinserimento sociale e accoglienza delle persone private della libertà".
"Sarà un'ottima occasione di scambio e di confronto - ha sottolineato Mellano - per affrontare problemi legati alla prevenzione sanitaria, al lavoro, all'istruzione e al reinserimento sociale, nella convinzione che la ripartenza post Covid del mondo del carcere non possa prescindere da un'attiva partecipazione al dibattito da parte di tutte le componenti del mondo dell'esecuzione penale". Infine ha espresso la propria soddisfazione per la conferma di Sonia Caronni al ruolo di garante comunale dei diritti delle persone private della libertà per la Città di Biella.
di Errico Novi
Il Dubbio, 2 ottobre 2020
Firmata la convenzione tra ministero della Giustizia e Demanio. Bonafede: "Passo decisivo". E il presidente dell'Ordine, Giovanni Stefanì, ora chiede procedure straordinarie. Se si vuole avere idea di cosa potrà significare, per la giustizia, il Recovery fund, bisogna mettere due immagini a confronto.
La prima è evocata dalle parole che il guardasigilli Alfonso Bonafede ha affidato ieri a un post su Facebook: "Quando mi sono insediato come ministro, a giugno 2018, a Bari la giustizia veniva celebrata nelle tende: una situazione vergognosa e irrispettosa dei diritti dei cittadini e del lavoro di magistrati, avvocati e personale amministrativo". Il secondo fotogramma rimanda di nuovo al dicastero di via Arenula, che ieri ha siglato la convenzione con l'Agenzia del Demanio per la realizzazione del "Parco della Giustizia" nel capoluogo pugliese. Un passo importante per restituire, a una delle più importanti città italiane, le strutture attese da lustri. L'opera, come spiega il guardasigilli, costituisce "uno dei principali progetti realizzati dal ministero in vista del Recovery plan: per il primo lotto", oggetto appunto della stipula di ieri, "sono già stati stanziati 95 milioni di euro". Ed è chiaro che le risorse straordinarie assicurate dall'Europa saranno un carburante decisivo per la rapidità e la qualità dell'opera.
Ecco, con la firma per il polo giudiziario di Bari si ha un'idea plastica, istantanea, dei benefici che il fondo Ue potrà assicurare per i tribunali e per chi concretamente vi opera. A cominciare dagli avvocati, protagonisti a Bari di un impegno che definire tenace sarebbe riduttivo: "È un indiscutibile passo avanti", spiega al Dubbio il presidente dell'Ordine degli avvocati di Bari Giovanni Stefanì, "e anzi ci chiedevamo da tempo perché si tardasse nella firma della convenzione. Credo che per l'avvocatura barese sia giusto rivendicare il merito di aver esercitato, in questi due lunghi anni, una pressione costante, spesso in piena sintonia con il sindaco Decaro.L'auspicio è che la destinazione, al Parco della Giustizia, di quote del Recovery fund possa trascinare con sé un particolare valore aggiunto connesso all'eccezionalità di quelle risorse: vale a dire la procedura commissariale e straordinaria. Se non ci fosse", nota Stefanì, "i tempi rischierebbero di diventare comunque troppo lunghi, tra gara europea per la progettazione e gara interna per l'esecuzione. La firma tra ministero è Demanio è un segnale concreto per l'avvio dell'iter. Crediamo che debba diventare il presupposto per l'individuazione di un commissario e di una procedura straordinari".
Finora il ministro Bonafede non si è mostrato favorevole all'ipotesi. Di certo tiene molto a fare del polo barese un esempio di risposta forte ai gravissimi limiti dell'edilizia giudiziaria nazionale. Non a caso, nell'audizione alla Camera della scorsa settimana, ha indicato proprio nelle "infrastrutture sia materiali che digitali" l'asset decisivo nel Recovery plan della giustizia. "Dopo aver assicurato in via provvisoria una sistemazione dignitosa agli uffici giudiziari", assicura, "adesso l'obiettivo è consegnare alla città di Bari, in tempi ragionevoli, un Polo della Giustizia degno di questo nome".
Nella nota di via Arenula si forniscono alcuni dettagli: la convenzione "prevede che l'Agenzia provvederà all'espletamento delle gare d'appalto necessarie all'affidamento dei servizi tecnici e delle opere". La location è già individuata da tempo ed è "l'area delle caserme dismesse "Capozzi" e "Milano".
La convenzione, materialmente sottoscritta dal direttore generale delle Risorse materiali di via Arenula Lucio Bedetta e dal direttore del Demanio Antonio Agostini, disciplina "la programmazione, la progettazione, l'esecuzione e il collaudo delle opere riguardanti il Primo Lotto funzionale del nuovo polo giudiziario barese".
Tra gli interventi previsti, "la demolizione degli edifici preesistenti, la bonifica dell'area e la realizzazione delle opere di urbanizzazione". Il ministero ricorda anche che la "prima pietra virtuale" risale al gennaio 2018, alla firma del Protocollo d'intesa non solo col Demanio e le Infrastrutture, ma anche con i vertici del distretto di Corte d'appello barese. Di fatto, è un intervento epocale. Che davvero potrebbe fare del Recovery fund non un sollievo dall'emergenza ma l'occasione per assicurare strutture degne di un Paese europeo.
milanotoday.it, 2 ottobre 2020
Al via il progetto Freedom: un ranch in carcere a Opera aperto a tutti. Libertà, anche se in carcere. Sabato al penitenziario di Opera inaugura "Freedom", libertà appunto: un grande maneggio, una fattoria didattica e un ranch che portano con sé un nome simbolico, un percorso di rieducazione e reinserimento. Gli ospiti dell'istituto di pena potranno infatti così apprendere l'arte del maniscalco, dell'artiere e del sellaio, utili per il proprio reingresso nella società. All'evento, parteciperà il Garante dei detenuti di Regione Lombardia Carlo Lio, che porterà un saluto anche a nome del Presidente del Consiglio regionale della Lombardia Alessandro Fermi.
Il progetto prevede l'accesso al maneggio degli esterni a prezzi contenuti ed è volto ad accogliere in particolare ragazzi diversamente abili. Oltre ai cavalli, sequestrati alla criminalità organizzata, nel ranch sono presenti altri animali: asini, maialini thailandesi, pavoni, tartarughe e pappagalli. Il team di volontari che ha dato vita e sostanza al progetto è composto dalle "Giacche verdi" Onlus attiva con i cavalli all'Idroscalo, oltre ai membri della Polizia penitenziaria dell'istituto di pena, con il contributo di Fondazione Cariplo. Due detenuti già operano all'interno del centro ippico: il primo si è formato con le "Giacche verdi" come maniscalco, mentre l'altro si occupa degli animali della fattoria, in particolare degli asini.
srlive.it, 2 ottobre 2020
I pubblici ministeri Tommaso Pagano e Massimo Tricomi hanno chiesto la condanna per sei degli otto medici finiti sotto processo per la morte di un detenuto. La richiesta è stata avanzata dai due rappresentanti della pubblica accusa a conclusione della requisitoria al processo che si sta celebrando davanti al giudice monocratico del tribunale aretuseo, Federica Piccione.
La vicenda giudiziaria ruota attorno alla morte di Alfredo Liotta di 41 anni, avvenuta il 26 luglio 2012. Il detenuto proveniva da Avellino ed era stato appoggiato provvisoriamente alla casa circondariale di Cavadonna. La denuncia era stata sporta dal difensore civico dell'associazione che si occupa delle condizioni dei detenuti nelle carceri italiane, su segnalazione della sorella della vittima. Il 6 giugno 2013 Antigone depositava un esposto alla Procura di Siracusa per chiedere che venissero individuati i responsabili della morte di Liotta.
Il 29 novembre del 2013 la Procura informava dell'avvenuta iscrizione nel registro degli indagati di nove medici che avevano visitato Liotta, incluso il perito della Corte di Assise di Appello e l'allora Direttore del carcere. La consulenza tecnica collegiale, depositata il 23 giugno 2014 censurava il comportamento del personale medico dal 21 luglio al 25 luglio 2012: Alfredo è morto nel letto della sua cella per collasso cardiocircolatorio "dovuto a rettorragia da verosimile lesione emorroidaria".
Il 14 dicembre 2016 il Pubblico ministero ha chiesto l'emissione del decreto che dispone il giudizio per omicidio colposo per nove dei dieci indagati, stralciando la posizione del direttore. Tra le persone offese, il Pubblico ministero indicava anche l'Associazione Antigone. Il 17 maggio 2018 si è conclusa l'udienza preliminare con il rinvio a giudizio di otto medici del carcere e del perito nominato dalla Corte di appello che aveva definito Liotta un "simulatore".
lecceprima.it, 2 ottobre 2020
Un contributo di Sharon Orlandi e Ilaria Piccinno, osservatrici dell'associazione Antigone sulla condizione carceraria in Puglia.
Le condizioni di detenzione nei penitenziari sono un indicatore della civiltà di un Paese. Il monitoraggio è affidato, oltre che alle strutture di riferimento del ministero di Grazia e Giustizia, anche a organismi terzi che in modo indipendente si incaricano di vigilare sul rispetto delle leggi e delle convenzioni in materia.
Attraversando i corridoi del Reparto di Osservazione Psichiatrica e del Reparto Infermeria della Casa Circondariale Borgo San Nicola di Lecce si sente solo il silenzio di un'istituzione che lascia i propri operatori in balia di vuoti normativi, sovraccarico di lavoro e servizi territoriali assenti che parcheggiano e dimenticano le persone detenute in reparti in cui non dovrebbero stare, o perlomeno non permanere sine die.
Svariati e differenti sono stati i tentativi messi in atto dal ministero della Giustizia e dal ministero della Sanità per garantire a detenuti ed internati con patologia psichiatrica un'assistenza sanitaria personalizzata e continuativa. Nella nostra città ha preso avvio nel 2017, a seguito della definitiva chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari. nel 2015, il Reparto di Osservazione Psichiatrica (R.O.P.), una sezione speciale all'interno dell'istituto carcerario prevista dall'ordinamento Penitenziario. Il R.O.P. dipende dal Distretto Asl competente per territorio ed è destinato al trattamento sanitario di imputati o condannati che durante la detenzione sviluppino una patologia psichiatrica, a condannati a pena diminuita per vizio parziale di mente (art. 111 c.7 D.P.R n. 230/2000) ed a detenuti od internati, la cui condizione psichica debba essere posta sotto osservazione nelle apposite sezioni, dette "sezioni osservandi", per una durata non superiore a 30 giorni, prorogabile (art.112 D.P.R n. 230/2000), i quali versino in una condizione di infermità o minorazione psichica, non compatibile con la detenzione in sezioni ordinarie.
L'ingresso e l'uscita avvengono su decisione interna dell'amministrazione sanitaria e penitenziaria, senza alcuna previsione di un controllo giurisdizionale, come accade nel caso di ricovero in luogo esterno al carcere. È altresì sancito il rispetto del principio di territorialità, in base al quale dovrebbero essere inviati solo detenuti dalla regione di residenza.
Nei fatti è tutto ben diverso. Nel Rop di Lecce sono ospitate persone con patologie psichiatriche la cui permanenza si protrae oltre i 30 giorni previsti, per arrivare anche a diversi mesi. Il principio di territorialità non viene sempre rispettato, pena la lontananza dagli affetti da parte di soggetti con un equilibrio psichico già molto precario. Ad oggi sono solo 10 le persone presenti a fronte dei 20 posti disponibili, ma il reparto non ha accolto mai più di 15 pazienti dall'inizio della gestione. Innumerevoli le richieste di invio di detenuti da sottoporre ad osservazione psichiatrica, e a complicare ulteriormente la situazione c'è la carenza di personale; da ben cinque mesi all'interno del reparto vi è un solo medico psichiatra sui quattro previsti in organico. Una situazione precaria pronta ad esplodere improvvisamente. Una pazzia, è innegabile, lasciare un solo medico all'interno di un reparto così fragile e complesso.
Il rischio di burnout è dietro l'angolo, laddove la pressione psicologica e la responsabilità di una struttura dipendano esclusivamente dalle decisioni di un singolo. Un luogo in cui dovrebbe prevalere la funzione diagnostica e riabilitativa del soggetto con patologie psichiatriche, lascia il posto ad un luogo in cui, come accadeva negli Opg., sembra piuttosto predominare l'aspetto custodiale, a scapito dunque dell'osservazione e trattamento del soggetto psichiatrico. Il carcere, limitandosi a contenere la malattia psichiatrica, assume così il ruolo di istituzione di "scarico" di soggetti problematici, precedentemente svolta dagli scomparsi Opg, spostando le problematiche senza realmente risolverle.
Di recente è stato indetto un bando di concorso per la selezione di medici psichiatri da inserire nell'organico del Rop di Lecce, ma è andato tristemente deserto. Manca, altresì, un lavoro di equipe, come assente è la formazione all'ingresso del personale medico che si troverà poi a contatto con soggetti con importanti patologie psichiatriche, e per di più in un contesto, quello penitenziario, fatto di regole ben precise da osservare.
Infine, 250 sono le persone detenute che attualmente, all'interno della casa circondariale di Lecce, assumono una terapia psichiatrica. Nel 2019 i detenuti in trattamento nell'istituto leccese rappresentavano il 29% del totale della popolazione detenuta. Nel reparto Infermeria di Borgo San Nicola, dove sono allocate anche persone detenute con disturbi psichiatrici, la situazione non è di certo migliore. Sono solo due i medici psichiatri a fronte dei 1054 detenuti. Il burnout anche qui è pronto ad entrare in scena.
Il disturbo di personalità è la diagnosi più diffusa all'interno del penitenziario e nei casi più attenzionati l'unica soluzione è il collocamento del soggetto in una comunità terapeutica esterna. Peccato per le liste d'attesa con tempi di inserimento molto lunghi che costringono il detenuto ad attendere in sezione finché non si libera un posto. Molto spesso, l'unica risposta che il soggetto ha verso questa attesa è quella di mettere in atto gesti auto-etero aggressivi, aggravando ulteriormente il proprio stato di salute.
Nel carcere di Lecce è stato fatto molto dal punto di vista del reinserimento, della proposta professionale e della promozione della cultura. Si può dire che è un angolo virtuoso di umanizzazione della pena ma tuttavia è circondato dal deserto; un territorio che non investe e valorizza le risorse umane che lì dentro si sono formate negli anni. I servizi territoriali, che dovrebbero fungere da ponte, sono in realtà ponti tibetani fragili e ingolfati dove spesso si cela anche il pregiudizio verso il proprio utente.
di Mattia Ondelli
parmareport.it, 2 ottobre 2020
Rivolto agli studenti di corsi di laurea magistrale e ai dottorandi di ricerca dell'Ateneo. Domande fino alle 13 del 25 ottobre. L'Università di Parma propone ai propri studenti di corsi di laurea magistrale e ai dottorandi di ricerca l'attività di tutor didattico in favore di studenti detenuti negli Istituti Penitenziari di Parma e iscritti all'Ateneo. L'attività è finalizzata al miglioramento della didattica degli studenti detenuti attraverso una comunicazione costante e la facilitazione delle interazioni con i docenti titolari dei corsi.
Il tutorato didattico prevede fino a un massimo di 80 ore di attività per ogni tutor e un compenso orario di 20 euro. Fermo restando l'interesse per tutte le discipline insegnate nell'Ateneo, va sottolineato che gli ambiti disciplinari maggiormente scelti dagli studenti detenuti sono quelli dei settori umanistico, socio-politologico ed economico.
Possono presentare domanda per partecipare alla selezione:
- gli studenti iscritti all'Ateneo di Parma nell'a.a. 2020/2021 al primo anno di un corso di laurea magistrale la cui ultima laurea conseguita abbia votazione pari o superiore a 100/110
- gli studenti iscritti all'Ateneo di Parma nell'a.a. 2020/2021 dal secondo anno e fino al secondo anno fuori corso di un corso di laurea magistrale e gli studenti iscritti agli ultimi due anni di corso di laurea magistrale a ciclo unico con non più di due anni di ripetenza o di fuori corso, che abbiano maturato una media di almeno 30 crediti formativi universitari per anno di iscrizione
- i dottorandi di ricerca iscritti nell'a.a. 2020/2021 provenienti da tutte le aree di studio la cui ultima laurea conseguita abbia votazione pari o superiore a 100/110.
Possono presentare domanda di ammissione tutti gli studenti in possesso dei requisiti che regolarizzino l'iscrizione entro il 31 dicembre 2020 e anche gli studenti preiscritti o iscritti sotto condizione: la regolarizzazione dell'iscrizione dovrà essere fatta entro il 31 marzo 2021, come indicato nel Manifesto degli Studi.
La domanda, scaricabile dalla pagina della U.O. Contributi, Diritto allo Studio e Benessere Studentesco del sito di Ateneo www.unipr.it, dovrà essere compilata integralmente dal 1° ottobre al 25 ottobre 2020 e inviata dal proprio indirizzo e-mail istituzionale a
di Carlo Lania
Il Manifesto, 2 ottobre 2020
Tra le ipotesi anche il trasferimento su piattaforme petrolifere dismesse nel mare del Nord, su delle isole o addirittura all'estero. Per il 2021 previsto un sistema a punti: entra solo chi è qualificato.
Non sono solo i problemi legati alla futura gestione del mercato interno a far salire la tensione tra Gran Bretagna e Unione europea. Anche se per ora se ne parla poco o niente tra il governo di Boris Johnson e Bruxelles c'è un altro argomento che rischia di inasprire ulteriormente i rapporti e riguarda l'immigrazione. Quando mancano tre mesi alla Brexit, Londra non ha infatti ancora un piano su come gestire un fenomeno che negli ultimi mesi, pur mantenendosi lontano dai numeri che si vedono in Spagna, Grecia o Italia, ha comunque fatto registrare un aumento degli sbarchi di migranti provenienti dalla vicina Francia. Cosa fare di queste persone è una delle questioni sul tavolo che Londra sa di dover risolvere al più presto.
Con la fine del periodo di transizione fissata per il 31 dicembre, e quindi con la conseguente uscita dall'Unione europea, finisce anche la possibilità per la Gran Bretagna di usufruire di quanto previsto dal regolamento di Dublino, per il quale la responsabilità del migrante ricade sul Paese di primo approdo. In futuro non sarà quindi più possibile per Londra rimandare indietro quanti arrivano dal Continente come accade oggi.
Per ovviare a questa situazione un mese fa il governo britannico ha presentato a Bruxelles una bozza di accordo che di fatto non cambierebbe nulla, prevedendo la possibilità di rimandare indietro "tutti i cittadini di Paesi terzi e gli apolidi" che entrano nel suo territorio senza documenti verso i Paesi attraverso i quali hanno viaggiato. Insomma una specie di Dublino fatto in casa e in maniera unilaterale che secondo il Guardian non sarebbe piaciuta ai funzionari dell'Unione europea, al punto da respingere la proposta perché "troppo sbilanciata".
"Stiamo sviluppando piani per riformare le nostre politiche migratorie e di asilo in moda da poter continuare a fornire protezione a chi ne ha bisogno, mentre evitiamo criminalità e abusi del sistema", ha dichiarato un portavoce di Dowing Street ammettendo di considerare anche alle misure adottate in altri paesi.
In realtà, almeno per ora, il governo britannico sembra essere preso da una specie di isteria in grado di produrre soluzioni tra le più disparate. Tra le ultime, anticipate dalla stampa inglese, c'è quella di affittare vecchie navi in disuso da ancorare e sulle quali confinare i migranti arrivati attraverso il canale della Manica, in attesa che venga definito il loro status. Stando a quanto rivelato dal Financial Times Londra starebbe trattando con l'Italia l'acquisto per sei milioni di euro di una imbarcazione di 40 anni in grado di ospitare 1.400 persone in 141 cabine.
Un'altra ipotesi riguarderebbe una nave da crociera dove potrebbero trovare posto 2.417 persone in mille cabine. In questo caso il prezzo sarebbe di 100 milioni di euro. Ma nella lista delle proposte figura anche la possibilità di trasferire i migranti su piattaforme petrolifere dismesse nel mare del Nord, su delle isole o addirittura all'estero, in Paesi come Moldova, Marocco, Papua Nuova Guinea, Ascensione e Sant'Elena. Proposte che ricordano le misure adottate in passato dall'Australia.
Accordo o no per il dopo Brexit la Gran Bretagna lavora da tempo a un ulteriore giro di vite nei confronti dei migranti. L'idea è che dal 2021 nel Paese debbano entrare solo quelli qualificati e in grado di parlare inglese da selezionare grazie a un sistema a punti che favorirà i migranti in grado di svolgere le attività più ricercate dal mercato del lavoro britannico. La riforma è stata illustrata a in parlamento a luglio dal ministro dell'Interno Priti Patel, equipara comunitari e non e prevede ingressi privilegiati solo per medici, infermieri e altri addetti ai servizi sanitari.
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