di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 ottobre 2020
Poco affrontato il discorso trattamentale e quindi rieducativo dei detenuti, appena toccata la problematica del sistema sanitario e quindi del diritto alla salute delle persone recluse, nessun accenno alle vicende riguardante i presunti pestaggi che sarebbero avvenuti nei diversi penitenziari. Parliamo della riunione della commissione Giustizia del Senato, dedicata all'indagine conoscitiva sulle condizioni dei soggetti sottoposti a regime carcerario italiano.
di Liana Milella
La Repubblica, 1 ottobre 2020
Il Guardasigilli: "In 111 sono ancora in detenzione domiciliare, ma per una decisione autonoma dei giudici". L'ex 5S Giarrusso attacca: "Perché con la circolare del 21 marzo ne fu consentito il rilascio?". La replica: "L'autonomia costituzionale dei magistrati è la base della democrazia".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 ottobre 2020
Il guardasigilli ha parlato del piano di edilizia carceraria. Durante il suo intervento il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha parlato anche dell'edilizia carceraria. Ha illustrato che nel corso del 2020 sono stati ultimati ed attivati 3 nuovi padiglioni detentivi da 200 posti ciascuno presso gli istituti di Parma, Trani e Lecce, mentre è imminente l'attivazione di un ulteriore nuovo padiglione di pari capienza presso l'istituto di Taranto. Entro l'anno sarà ultimato anche un ulteriore padiglione da 200 posti nella Casa di Reclusione di Sulmona.
di Mauro Palma*
Il Domani, 1 ottobre 2020
La vicenda che si è consumata il 6 aprile nel carcere di Santa Maria Capua Vetere è al vaglio della magistratura. La procura sta acquisendo gli atti, ascoltando i testimoni, raccogliendo le informazioni e gli elementi di prova. È suo il compìto di fare luce su fatti e responsabilità.
Fino in fondo. E siamo certi lo stia facendo. Perché la gravità di quanto ci veniva via via riportato, di ciò che stava accadendo oltre quel muro - e che ora i video aiuteranno a ricostruire - è apparsa chiara fin da subito.
di Susanna Marietti*
Il Domani, 1 ottobre 2020
L'inchiesta del Domani rompe un altro mattone nel muro delle omertà sugli episodi di violenza nel carcere. Ormai molte le denunce, non servono foto con le divise, serve aiutare chi crede in una pena costituzionale. Monza, Milano, Torino. La vicenda di Santa Maria Capua Vetere purtroppo non è un episodio isolato. La magistratura chiarisca con rapidità se le denunce hanno un fondamento.
L'importante inchiesta di Nello Trocchia su questo giornale rompe un altro, decisivo mattone nel muro delle omertà e delle opacità che da sempre avvolge gli episodi di violenza nelle carceri italiane.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 1 ottobre 2020
Il 90% dei ricorsi per trattamento inumano o degradante in carcere si risolve in indennizzi a favore dei detenuti sotto forma di sconti sul tempo di reclusione. Sono ricorsi che si ispirano alla sentenza Torreggiani, quella con cui - con decisione presa all'unanimità l'8 gennaio 2013 a seguito del ricorso presentato da sette detenuti delle carceri di Busto Arstizio e Piacenza per i mesi trascorsi in celle triple e ciascuno con meno di quattro metri quadrati a disposizione - la Corte europea dei diritti umani ha condannato l'Italia per la violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani. "Lo Stato italiano - osserva il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello - preferisce essere condannato per il trattamento degradante nelle carceri e pagare risarcimenti invece di investire seriamente per migliorare le condizioni di vita all'interno delle celle".
di Simona Musco
Il Dubbio, 1 ottobre 2020
Per civile e penale le somme attualmente previste per la riforma sono pari a zero. Ma il piano è in divenire. Zero. È la somma attualmente prevista nelle griglie dei progetti per il Recovery Fund per le voci relative alle riforme del processo civile, del codice di procedura penale e per quella dell'ordinamento giudiziario.
Riforme da portare a termine in due anni, come si legge nel documento, che si accompagnano ad interventi strutturali e di reinserimento, soprattutto per i minori coinvolti nel sistema Giustizia, per i quali lo schema in mano a deputati e senatori prevede cifre anche consistenti.
Per il momento, stando a quanto riferito pochi giorni fa dal ministro Alfonso Bonafede in audizione davanti alla Commissione Giustizia alla Camera, gli impegni sono accennati "in via assolutamente generale". Ma in attesa che il piano venga approfondito ed eventualmente integrato, ciò che si può fare è analizzare numeri e linee generali di intervento. Attualmente, le somme complessive previste per la Giustizia sono per la maggior parte inserite nel campo dell'edilizia giudiziaria.
Con 300 milioni impiegati, tra gli altri, per la riqualificazione del patrimonio immobiliare penitenziario per combattere il cronico sovraffollamento, con il miglioramento delle carceri già esistenti e la realizzazione di nuove strutture, "finalizzate all'obiettivo della rieducazione e del reinserimento sociale". Altrettanti fondi sono previsti per interventi antisismici, 540 milioni per l'impiego di manodopera detenuta anche nei settori ecosostenibili, 45 milioni per lavori di pubblica utilità e oltre 5 milioni per l'inserimento lavorativo dei minori e per il loro diritto allo studio. Mentre per la riforma del processo, almeno allo stato attuale, le risorse non ci sono, escluso un intervento di 35 milioni per il potenziamento dell'ufficio del processo e delle risorse umane per la giurisdizione: un progetto lungo 18 mesi che prevede borse di studio di non oltre 400 euro mensili destinate agli ammessi ai tirocini formativi.
Un intervento, questo, che ricalca una delle richieste avanzate al tavolo aperto a via Arenula con l'avvocatura dall'Unione delle Camere civili. Si tratta di una struttura di staff qualificato in grado di affiancare il giudice nella sua attività, un'idea dell'ex Guardasigilli Andrea Orlando naufragata, soprattutto, a causa della carenza di personale, mezzi e tirocinanti. Il presidente dell'Uncc, Antonio De Notaristefani, ne aveva proposto proprio il ripristino, ma la somma attualmente prevista dal piano, secondo il leader dei civilisti, non basta. "Avevamo caldeggiato fortemente questa soluzione - spiega al Dubbio. Ma non mi pare sia possibile lavorare a questo prezzo per smaltire l'arretrato, solo per 18 mesi, oltretutto".
Ma è soprattutto lo zero che affianca la riforma del processo a preoccupare De Notaristefani. Una riforma che, per quanto riguarda il civile, prevede, stando alle griglie, "di rendere più efficiente la giurisdizione, garantire esecutiva' ai provvedimenti giurisdizionali, aumentare l'area di tutela dei diritti, favorire l'economia rendendo più attrattivi gli investimenti in Italia; implementare la digitalizzazione della giurisdizione, in particolare attraverso la previsione che nei procedimenti davanti al giudice di pace, al tribunale ed alla Corte di Appello e di Cassazione, il deposito dei documenti e degli atti di parte abbia luogo esclusivamente con modalità telematiche". Mentre per quanto riguarda il penale, il progetto si propone di rendere più efficiente la giurisdizione ed aggredire l'arretrato "attraverso un radicale ripensamento della struttura processuale ed un ampio ricorso alla digitalizzazione".
Le risorse per la digitalizzazione, però, sembrano non essere attualmente presenti. "Per farlo - dice De Notaristefani - occorrono le strutture. Può anche darsi che la parte tecnica sia prevista in altre voci di spesa, ma il problema è che la riforma, nella sostanza, continua a essere a costo zero e, siamo tutti d'accordo: senza fondi non serve a nulla".
Alcune voci sono poco chiare: come quella sul "capitale umano", che prevede l'acquisizione di professionalità tecniche funzionali all'implementazione di nuovi modelli organizzativi, portando alla razionalizzazione degli uffici giudiziari per la parte logistica e funzionale, valorizzando gli indicatori green. Una voce che, almeno in linea teorica, potrebbe corrispondere a quella del "manager dei tribunali", per il quale sono previsti 320 milioni.
"Se è così ben venga", dice De Notaristefani. Altra voce, pari a 375.555.000 euro, è quella relativa al rafforzamento della sicurezza perimetrale del ministero della Giustizia, "mediante la predisposizione di un sistema per il Network Access Control (Nac), l'acquisizione di postazioni di lavoro aggiornate a livello hardware e di sistemi operativi e l'adozione di specifici strumenti per la sicurezza delle PdL (desktop o notebook), con particolare riferimento a quelle che si connettono in remoto ai sistemi della Giustizia, come in occasione delle postazioni adibite a smart-working, durante l'emergenza epidemiologica".
Un investimento, dunque, per risolvere i problemi sorti durante il lockdown, che hanno di fatto paralizzato la Giustizia rendendo quasi impossibile il lavoro dei cancellieri da casa. "Mi auguro questo progetto serva a consentire l'accesso da remoto ai cancellieri se si dovesse entrare in un secondo lockdown - conclude De Notaristefani. Ma onestamente, spero che non sia tutto qui: questa è l'ultima occasione per disporre di risorse importanti. Questo piano potrebbe avere un impatto positivo, se l'investimento viene pensato in maniera corretta. Spero che non sia l'ennesimo buco nell'acqua".
di Massimo Malpica
Il Giornale, 1 ottobre 2020
In Commissione la richiesta dell'Anm. Le toghe bocciano anche le sanzioni per i giudici sui processi lumaca. Tempo di riforme per la giustizia, e a mettere il pepe sulla coda a una maggioranza che cerca la quadra tra nuovo Csm e riforma dei processi ci pensa pure la Commissione europea, che nella sua relazione sullo stato di diritto nell'Ue, quanto all'Italia, rimarca come "l'efficacia delle misure repressive" sia "ostacolata dall'eccessiva durata dei procedimenti penali".
Ricordando, appunto, che "è in discussione una riforma globale per snellire la procedura penale". E ieri, proprio sul disegno di legge per l'efficienza del processo penale e per la "celere definizione" dei processi pendenti in appello, che da giugno è all'esame della commissione Giustizia, sono stati ascoltati i vertici dell'Anm e il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho. Il presidente dell'Anm Luca Poniz, per cominciare, ha rivendicato la genesi della proposta di modifica della sospensione della prescrizione contenuta nel testo del disegno di legge, che prevede la sospensione dopo il primo grado solo in caso di condanna, tornano dunque alla Riforma Orlando e "correggendo" la riforma della prescrizione voluta da Bonafede, con sospensione della prescrizione anche in caso di assoluzione.
Per il sindacato delle toghe, il passo indietro non sembra essere un problema, visto che "si ritorna a una nostra proposta originaria", spiega Poniz, "cioè all'interruzione della prescrizione possibile, ma con una condanna". E sempre il numero uno dell'Anm ha ammesso che i numeri del sistema giustizia dimostrano "in maniera molto chiara" che esiste un problema di efficienza. Provocato anche da un grande carico di lavoro che però, si è giustificato Poniz, "non è figlio del modello inquisitorio dei nostri pubblici ministeri ma deriva dalle notizie di reati". Qui i vertici dell'organismo rappresentativo dei magistrati italiani hanno chiuso il capitolo delle concessioni autocritiche per poi alzare paletti su altri punti "sgraditi" della riforma.
È stato il segretario Anm Giuliano Caputo a cambiare linea, prima sottolineando come non servano le sanzioni disciplinari previste dal ddl in caso di violazione dei tempi stabiliti in quanto "abbiamo già un sistema che funziona", per poi aggiungere, restando sull'argomento, che sia "illusorio pensare di predeterminare i tempi delle indagini preliminari dei processi", come prevede il testo della riforma.
Anche Poniz, del resto, ha rimarcato come l'Anm condivida "molte cose" del progetto di riforma del processo, ma ritenga invece "inaccettabili", appunto, "la rigida predeterminazione indagini preliminari e la discovery obbligatoria degli atti, oltre che "le sanzioni disciplinari" in caso di mancato rispetto dei tempi. Questo perché, secondo Poniz, "la previsione di un ulteriore illecito disciplinare mette il pm nel timore di incorrere in sanzioni e rischia di creare una giurisdizione difensiva".
di Vincenzo Musacchio
Il Dubbio, 1 ottobre 2020
La crisi della magistratura accresce l'illegalità che pervade la società civile. Il nostro Paese, un tempo culla e modello della civiltà giuridica mondiale, è sconvolto dallo scandalo che sta compromettendo una parte della nostra magistratura.
Nonostante l'attuale silenzio, è evidente che non siamo di fronte a vicende di singoli, bensì a un sistema di potere che coinvolge politica e magistratura con lo scopo di condizionare nomine in funzioni inquirenti e giudicanti, secondo interessi ancora non sufficientemente chiari. Chi sottovaluta questa situazione o cerca in qualche modo di silenziarla, gioca sporco poiché a essere coinvolti, sono membri del Consiglio Superiore della Magistratura e dell'Associazione Nazionale Magistrati, ossia, gli organi vitali del potere giudiziario. In una situazione simile, toccherebbe, in primis, ai magistrati seri, onesti e leali verso le Istituzioni, intervenire portando a compimento la pulizia al loro interno, senza guardare in faccia a nessuno.
Se questo non avverrà nel breve periodo, a rischio saranno l'indipendenza e l'autonomia dei magistrati costituzionalmente garantite. Altro aspetto incomprensibile è come mai, nell'attuale agenda politica di questo governo, tutto si affronta tranne che la riforma della Giustizia. Sostengo, ormai da qualche tempo, l'urgenza occuparsi del sistema giudiziario e processuale italiano facendolo divenire in concreto il pilastro portante di una democrazia moderna e progredita come dovrebbe essere la nostra.
In Italia sta pericolosamente prendendo piede l'idea che l'illegalità convenga. Se a ciò si aggiunge il sentore di una Giustizia incapace di essere percepita dai cittadini uguale per tutti, garantendoli allo stesso modo, a rischio potrebbe esserci persino l'idea dello Stato di diritto. Il fine della Giustizia è l'uguaglianza tra i singoli, nelle famiglie, nelle relazioni interpersonali e sociali, tra le generazioni, tra le Nazioni e tra i popoli. Theodore Roosevelt affermò che "nessun uomo può essere al di sopra della legge e nessun uomo può essere al di sotto".
L'idea di Giustizia, di conseguenza, non può non reggersi sulla centralità della persona umana, intesa non come mezzo ma come fine principale dell'ordinamento giuridico. Lo strumento per garantire la Giustizia, e cioè il processo, deve incentrarsi sull'individuo e sul diritto di difesa, il che significa facile acceso, ragionevole celerità, rispetto di tutti i diritti, tra cui essenziali quelli del giusto processo. Se continua a passare il messaggio pericolosissimo che il sopruso, specie se contro i più deboli, non è punito in maniera equa e giusta per tutti, non si garantirà un futuro migliore neanche alle generazioni che verranno dopo di noi.
Al sacrosanto principio di rieducazione della pena non può non essere associato il principio della certezza della stessa. Le leggi devono essere ragionevoli, chiare, semplici, facilmente comprensibili da tutti e al tempo stesso effettive ed efficaci. Rispetto della legalità significa innanzi tutto sapere e poter facilmente comprendere cosa la legge prescrive, evitando per quanto possibile l'indeterminatezza e il dubbio. I processi, quindi, devono essere brevi, semplici, chiari nella loro estensione ed essenziali ed efficaci nel loro contenuto.
Personalmente credo molto in una seria informatizzazione dell'intero apparato giudiziario e nella necessità del diritto di difesa che non potrà esistere davvero senza un'avvocatura libera e responsabile. Buona parte della crisi della magistratura e delle sue recenti distorsioni è derivata anche dalle commistioni politiche e dalla spettacolarizzazione dei processi.
I "processi mediatici" sono stati e sono uno dei talloni d'Achille della magistratura moderna. Il mio compianto maestro Antonino Caponnetto mi ripeteva sempre, fino all'ossessione, come i magistrati parlassero solamente attraverso i loro provvedimenti (sentenze, ordinanze e decreti). Considerato lo stato di crisi in cui versa una parte della nostra magistratura, diventa fondamentale una seria ed efficace riforma del sistema elettorale del Csm.
Occorre agire affinché vi sia una separazione netta e definitiva tra la carica di magistrato e quella politica. Non ultimo sarà indispensabile agire sulla netta distinzione tra la carriera del pubblico ministero e quella del giudice. Se non si faranno questi cambiamenti necessari, pur se non risolutivi, continuerà a crescere la percezione che delinquere convenga e, ciò, come ho già detto, potrà mettere in crisi le regole essenziali della convivenza civile e dello Stato di diritto.
*Giurista, docente di diritto penale
Corriere della Sera, 1 ottobre 2020
La Corte d'Appello di Napoli ha assolto "per non aver commesso il fatto" l'ex sottosegretario all'Economia, Nicola Cosentino, nel processo in cui l'ex coordinatore campano di Forza Italia era accusato del reato di tentato impiego di capitali illeciti con l'aggravante mafiosa, in relazione alla costruzione a Casal di Principe (Caserta) di un centro commerciale voluto dal clan dei Casalesi, ma mai edificato. "Dopo 9 anni di inferno, finalmente è finita", ha detto Cosentino, "sono felice dell'assoluzione, ma nessuno potrà cancellare la mia sofferenza e quella dei miei familiari".
In primo grado Cosentino era stato condannato a cinque anni e mezzo di carcere dal tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Ieri il procuratore generale aveva chiesto per lui la conferma della condanna. Alla Camera, momenti di tensione dopo l'intervento di Vittorio Sgarbi che ha parlato di "certa magistratura arbitraria, politicizzata e criminale".
È la seconda assoluzione per l'ex uomo forte di FI nella regione, dopo quella ricevuta in Cassazione nel giugno 2019 per reati relativi all'azienda di carburanti di famiglia, Aversana petroli. Restano aperte altre vicende, come quella relativa a una condanna in primo grado per concorso esterno in associazione camorristica.










