Il Dubbio, 30 settembre 2020
Aumento dei posti detentivi e incremento dell'organico: la relazione del Guardasigilli in audizione alla Commissione Giustizia del Senato. Sono 112 i detenuti del circuito alta sicurezza e quelli sottoposti al regime del 41bis che, al 23 settembre scorso, sono tornati in carcere. Lo ha detto il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, in audizione davanti alla Commissione Giustizia del Senato. Dunque, ha evidenziato il ministro, sono di nuovo in cella "tutti e 3 i detenuti sottoposti al regime previsto dall'articolo 41bis che erano stati precedentemente sottoposti a detenzione domiciliare", nonché "109 detenuti appartenenti al circuito alta sicurezza: dei 112 rientrati, 70 risultano detenuti definitivi e 42 sono ristretti a titolo cautelare".
antigone.it, 30 settembre 2020
È grave che il concorso per assumere 45 dirigenti penitenziari sia stato messo in un binario che appare morto. Lo scorso 22 settembre avrebbero dovuto essere pubblicate le date per lo svolgimento dei test pre-selettivi, invece neanche quelle. Tutto rinviato a gennaio 2021.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 settembre 2020
Mercoledì 7 ottobre manifestazione a Montecitorio con esponenti della politica e della cultura. Una manifestazione per il diritto al risarcimento dei cittadini che hanno subito una ingiusta detenzione. È quella che si svolgerà mercoledì prossimo, 7 ottobre, alle ore 10 davanti Montecitorio, promossa dal comitato cappeggiato da Giulio Petrilli, colui che si è visto negare il risarcimento a causa di un "giudizio morale".
Subì ingiustamente anni di carcere preventivo, la "colpa" è quella di aver frequentato amici che appartenevano al gruppo armato di Prima Linea. Ma casi come lui non mancano, per questo l'anno scorso aveva inviato una petizione all'Unione europea. La questione sollevata è stata dichiarata ricevibile dalla Commissione europea per le petizioni, perché a norma del regolamento del Parlamento europeo in quanto si tratta di una materia che rientra nell'ambito delle attività dell'Unione europea.
All'appello lanciato dal Comitato hanno risposto in tanti e tante, sia del mondo politico che culturale: dal portavoce nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni al deputato Gennaro Migliore, all'ex segretaria nazionale del Partito Radicale Rita Bernardini, al segretario di Rifondazione Comunista Maurizio Acerbo, a Francesca Scopelliti, presidente della Fondazione Internazionale Enzo Tortora, ai tanti giornalisti, a rappresentanti delle istituzioni locali come il consigliere della Regione Abruzzo Americo Di Benedetto, ad altri esponenti politici da sempre impegnati sul fronte del garantismo, come i già senatori Claudio Grassi e Russo Spena ed Eleonora Forenza, che ha seduto nei banchi dell'Europarlamento fino all'anno scorso.
"Raccogliamo come elemento di grande positività il fatto che diversi rappresentanti che siedono in Parlamento o che hanno occupato posizioni rilevanti sia nelle istituzioni che nella vita politica e civile si sentano investiti di questa battaglia di tutela democratica fondamentale. Dovrebbe essere scontato che chi viene arrestato e costretto alla reclusione ingiustamente, poi assolto, venga poi risarcito dei danni materiali e psicologici subiti. invece nel nostro Paese purtroppo non è così", denuncia Petrilli.
Ogni anno in Italia sono circa 8.000 le persone che chiedono il risarcimento per ingiusta detenzione e a 6000 di loro viene risposto no, adducendo motivazioni ritenute inaccettabili. Ovvero motivazioni che nulla hanno a che vedere con la innocenza del richiedente, accertata da una sentenza del tribunale, ma da presunti errori commessi nella difesa che avrebbero tratto in inganno il Pm e il Gip.
"Nei fatti - sottolinea Petrilli - il giudice non ha responsabilità alcuna se sbaglia e priva un cittadino, anche per anni come spesso accade, della propria libertà ingiustamente. Un paese democratico non può convivere con questa orrenda stortura democratica, che invece è consentita dall'articolo 314 del codice di procedura penale, su cui chiediamo quindi un intervento di immediata modifica".
La Commissione petizioni del Parlamento Europeo, che ovviamente oggi non può interferire in materia sulle vicende nazionali, ha dato ragione ed è a lavoro per una legge europea che sancisca il diritto al risarcimento per tutti gli assolti. "Spero però che il governo Conte mostri attenzione e ragionevolezza verso le questioni da noi sollevate ed intraprenda una iniziativa risolutiva a prescindere dalle indicazioni della Ue", conclude Petrilli.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 30 settembre 2020
Dire che i pestaggi nelle carceri costituiscono la regola sarebbe statisticamente inesatto solo perché, forse, quella violenza non si registra proprio tutti i giorni e in tutte le carceri: ma rappresentano un fatto notorio e tutt'altro che raro, che non bisognerebbe considerare meno grave soltanto perché il personale a guardia delle prigioni non è fatto tutto di picchiatori (ci mancherebbe pure, e ci mancherebbe che proprio ogni detenuto fosse destinatario di quell'abuso).
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 30 settembre 2020
Il Presidente dell'associazione "A Buon Diritto" ha appena pubblicato il saggio "Per il tuo bene ti mozzerò la testa". Luigi Manconi, che insegna sociologia dei fenomeni politici allo Iulm di Milano, esplora gli abissi del diritto, e i suoi confini.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 30 settembre 2020
L'assoluzione del politico campano offre spunti di riflessione a Saviano & co. La Corte di appello di Napoli ha assolto Nicola Cosentino, già sottosegretario all'Economia nei governi di centrodestra, insieme con un'altra cinquantina di imputati per reati connessi al finanziamento di un centro commerciale a Casal di Principe (peraltro mai realizzato).
L'inchiesta era iniziata nove anni fa e in primo grado Cosentino e altri erano stati condannati a pene detentive dai 5 anni in su. Il teorema dell'accusa era basato sulla presunta collusione con il clan dei Casalesi che avrebbe spinto per la realizzazione del centro commerciale e questo aveva portato molti osservatori a impegnarsi in battaglie giustizialiste a senso unico. Tra questi osservatori poco garantisti, diciamo così, vi fu anche Roberto Saviano, che poco garantista fu anche quando considerò un furfante fino a prova contraria anche un altro politico campano di nome Stefano Graziano, allora presidente del Pd campano, prosciolto nel 2016 dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa (rispetto a Cosentino, invece, il 28 ottobre vi sarà la prossima udienza in Appello per un altro processo in cui è stato condannato in primo grado a nove anni sempre per concorso esterno in associazione camorristica).
Il principio costituzionale secondo cui si è innocenti fino a sentenza definitiva naturalmente non vale per i giustizialisti in servizio permanente effettivo, che poi si presentano come i più autentici interpreti del dettato costituzionale. È una patologia che il nostro sistema istituzionale patisce da decenni e che nonostante i numerosi buchi nell'acqua non accenna a decrescere.
E chi viene identificato come nemico viene colpito indipendentemente dalla consistenza o meno degli indizi e anche dopo le assoluzioni viene tenuto in piedi il dubbio: non ci sono innocenti, solo colpevoli che se la sono cavata. Reagire a questo andazzo è difficile, chi cerca di far valere il principio di presunzione di innocenza viene assimilato ai malfattori, le sentenze valgono solo se sono condanne, e da questo cappio non si sa come uscire. Un modo però ci sarebbe: iniziare a dare le notizie delle assoluzioni con la stessa enfasi con cui si danno di solito le notizie delle condanne.
di Jacopo Storni
Corriere della Sera, 30 settembre 2020
La testimonianza di un giovanissimo spacciatore che ora sta seguendo un percorso terapeutico con lo psichiatra: "Guadagnavo oltre 1.000 euro al mese. Ho annullato questa parte della mia vita per arricchirmi spacciando, e fumando dieci canne al giorno. Poi un giorno allo specchio sono scoppiato a piangere".
Per Francesco era tutto semplice e apparentemente bellissimo: "A 15 anni spacciavo droga e guadagnavo più di mille euro al mese". Non si chiedeva cosa stesse facendo, lo faceva e basta, perché dentro di sé, vedendo tutti quei soldi facili, si sentiva un dio.
Il meccanismo, almeno per lui, era semplice: "A Firenze aspettavo il fattorino che arrivava in motorino e mi buttava quasi senza fermarsi un chilo di hashish e marjuana, poi filava via, era alle dipendenze di un signore albanese che ogni mese faceva arrivare, dalla sua villa in Albania, decine di chili di sostanze stupefacenti".
Era così tutti i mesi e Francesco (nome di fantasia), a soli 15 anni, tra una lezione di scuola e una cena in casa coi genitori, era diventato un pusher di riferimento per molte persone a Firenze. Tutto è iniziato con la prima canna e quella presunta sensazione di ebrezza: "La prima canna l'ho fumata a 14 anni, mi piaceva e volevo fumare di più ma vedevo che i soldi della paghetta familiare non bastavano. Allora mi ingegnai e pensai che, se fossi riuscito a diventare non solo acquirente ma anche venditore, avrei potuto fare un po' di soldi per comprarmi più fumo".
E così è stato, basta uno scambio di telefonate, due messaggi ed ecco il numero di chi conta di più nella gerarchia dello spaccio. "All'inizio cominciai a comprare dieci grammi e guadagnavo 30 euro ogni volta, la vendevo agli amici, poi sempre di più, ho cominciato a comprarne un etto, poi due etti, e poi un chilo. E quando cominci a spacciare così tanto, non vendi più soltanto agli amici, perché la gente ti comincia a cercare, sono gli altri che ti trovano, sono gli altri che hanno il tuo numero e conoscono il tuo volto, come clienti ho avuto anche semplici padri di famiglia che nei giardini, con il figlio e la moglie che giocavano, si avvicinavano per chiedermi le sostanze".
Così Francesco comincia ad arricchirsi e a sentirsi forte: "Il mio scopo era aumentare la droga da vendere per aumentare il guadagno, pensavo soltanto a spacciare e vendere, spacciare e vendere, ogni giorno della mia vita questa era diventata la mia ossessione. Perché? Perché nessun ragazzino adolescente guadagna oltre mille euro al mese, io invece sì, e per questo mi sentivo grande. Ho annullato questa parte della mia vita per arricchirmi spacciando, e fumando dieci canne al giorno, ma adesso, che ho 18 anni, mi sento un coglione".
Adesso Francesco ha smesso di fumare e spacciare. "Un giorno mi sono guardato allo specchio e ho cominciato a piangere a dirotto, avevo realizzato che tutta la mia vita aveva perso valore, avrei potuto fare miliardi di cose, dallo sport allo studio, e invece avevo buttato via alcuni degli anni più belli per un ragazzo".
Così, grazie anche all'aiuto dei genitori, ha cominciato a seguire un percorso terapeutico con lo psichiatra. "Adesso sogno di prendere la patente e trovare un lavoro. Ho mandato tantissimi curriculum e spero che qualcuno mi chiami. Mi va bene tutto, qualsiasi lavoro. E poi ho cominciato ad andare in palestra, pian piano voglio riempire le mie giornate, perché la vita deve essere impegnata seriamente". E agli altri adolescenti che fanno come lui e che fanno uso di droga, sa bene cosa dire: "Smettete subito, la vera vita è un'altra, quella è soltanto un'illusione".
di David Allegranti
Il Foglio, 30 settembre 2020
Tre metri quadrati. Secondo la Corte europea dei diritti dell'uomo è questo lo spazio vitale minimo per ogni detenuto. Lo ha stabilito nel 2009 con la sentenza Sulejmanovic e lo ha confermato nel 2013 con la sentenza Torreggiani, con la quale ha condannato l'Italia per sovraffollamento delle carceri, disegnando il limite fra la detenzione umana e quella degradante. In questi anni però le condizioni dei detenuti non sono migliorate, anzi è cominciato un braccio di ferro con il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria sul conteggio di questi tre metri quadrati: ci rientrano, per esempio, i letti?
di Simona Musco
Il Dubbio, 30 settembre 2020
Undicesimo Salone della Giustizia, l'allarme dell'ex presidente della Consulta. Caiazza (Ucpi): "Il processo da remoto? Frutto di una cultura autoritaria". Una visione carcerocentrica e una corsa alla compressione dei diritti. Sono questi i pericoli segnalati da Giovanni Maria Flick, ex ministro della Giustizia e presidente emerito della Corte costituzionale, intervenuto ieri all'undicesima edizione del Salone della Giustizia.
Un dibattito che si è concentrato sul ruolo della tecnologia in una riforma pretesa dall'Europa come condizione fondamentale per l'erogazione del Recovery Fund ma che, secondo gli addetti ai lavori, non risponderebbe alle effettive esigenze del sistema. È proprio Flick ad analizzare gli aspetti critici di un piano che, anziché risolvere i problemi, rischia, a suo dire, di acuirli.
Paventando anche il rischio che l'utilizzo della tecnologia possa portare all'avvento del cosiddetto "giudice robot". "Io mi auguro che non ci si arrivi mai - ha sottolineato -, perché la giustizia ha un carico, una dimensione di tipo umano che sopravanza l'efficienza o l'esigenza dell'efficienza". Il piano pensato dal legislatore, secondo Flick, è però insoddisfacente. Da un lato l'intervento della tecnologia nel processo civile si limita alla digitalizzazione, utile, per l'ex ministro, ma insufficiente per pensare di affrontare seriamente i problemi reali. Che, per il civile, sono almeno due: "tempo del processo e calcolabilità".
Nel penale, invece, la situazione è anche più complessa: il piano presentato alle Camere, infatti, "vede nel carcere e solo nel carcere la soluzione di tutti i problemi" e trova soluzioni sbagliate a problemi reali. Come il sovraffollamento, che viola la dignità dei detenuti e il fine rieducativo della pena. "Invece di pensare di far entrare in carcere meno gente, perché ce ne sta molta di più di quella che dovrebbe esserci - ha sottolineato Flick -, aumentiamo le carceri, come se fossero soltanto un problema di spazio". L'uso della tecnologia nel diritto, poi, pone soprattutto un problema di salvaguardia dei diritti e delle garanzie fondamentali.
La sensazione, per Flick, è quella di "correre verso una compressione delle garanzie difensive", in una situazione in cui "i diritti della difesa, della persona, non vengono rispettati, non solo nell'esecuzione della pena, ma prima ancora nel processo - ha evidenziato -. Un esempio: il cosiddetto trojan, cioè l'utilizzazione di uno strumento tecnico che consente un pressoché totale controllo della persona", a scapito della libertà di pensiero e della segretezza della corrispondenza e delle comunicazioni. Ma a non essere "sopportabile" è anche la possibilità di effettuare intercettazioni a strascico, con un intervento legislativo "che mi ha lasciato perplesso", così come l'equiparazione dei reati di criminalità organizzata e di corruzione, bandiera "per una battaglia fatta dall'opinione pubblica e alimentata dai media nei confronti del modo con cui si amministra la giustizia in questo Paese", ha concluso Flick.
Il piano del governo, dunque, non funziona. E una Giustizia che non funziona condiziona anche l'economia, ha sottolineato il presidente del Salone della Giustizia, Carlo Malinconico. "Gli investitori non sono attratti da un Paese in cui la giustizia non funziona - ha spiegato -. C'è bisogno di una organica riforma della giustizia, e in questa direzione sicuramente la tecnologia può consentire enormi passi avanti.
Nel processo civile e in quello amministrativo la digitalizzazione può fare la differenza, nel processo penale, per quanto riguarda la costituzione del fascicolo, la smaterializzazione può garantire efficienza. Non mi convince invece l'idea di immaginare un processo che si svolge davanti a un giudice robot". A non essere contento di un'eventuale smaterializzazione del processo è di certo Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione delle Camere penali. Secondo cui il processo penale è incompatibile con una dimensione che non sia quella fisica.
"È inconcepibile l'idea di esaminare un testimone senza poter avere la percezione fisica e la sua reazione alle domande", ha spiegato. E se la tecnologia può essere utile per "smaterializzare l'accesso agli uffici e alle cancellerie", pensare di estendere oltre l'emergenza la celebrazione dei processi su piattaforme digitali è pure follia.
"La garanzia difensiva viene vista come ostacolo al fluire del processo penale - ha spiegato Caiazza. Nel periodo più acuto di lockdown abbiamo fatto cose più urgenti anche da remoto, ma la forzatura culturale e ideologica che si è provato a far passare con questo pretesto e cioè che il processo si potrebbe celebrare da remoto, un tentativo fortunatamente sventato, esprime bene l'idea di una cultura autoritaria e burocratica del processo penale".
Per la vice presidente dell'Università Luiss Guido Carli ed ex ministro della Giustizia, Paola Severino, "bisogna cominciare a vedere la giustizia non solo come un diritto del cittadino, ma anche come un investimento economicamente vantaggioso per il Paese".
Se i tempi dei processi sono troppo lunghi, se la burocrazia è opprimente, gli investitori scappano. E per riformare davvero la giustizia, "lo strumento della tecnologia è indispensabile ma, non basta che tutti sappiano usare il computer, è necessario che vengano assunti giovani in grado di programmare in digitale".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 30 settembre 2020
Corte di cassazione - S.U. - Sentenza 27104/2020. I dieci giorni di tempo per il riesame, nel giudizio di rinvio dopo l'annullamento dell'ordinanza che ha disposto o confermato la misura cautelare, decorrono dal momento in cui gli atti trasmessi dalla Cassazione, arrivano alla cancelleria del tribunale.
Le Sezioni unite della Suprema corte (sentenza 27104) dirimono un contrasto sulla lettura del comma 5-bis dell'articolo 311 del Codice di rito penale, che impone al tribunale della libertà 10 giorni di tempo per decidere, in caso di annullamento con rinvio di una misura cautelare. I dubbi riguardavano il momento dal quale far decorrere il termine e l'identificazione dell'ufficio giudiziario utile a far partire il countdown al momento della ricezione degli atti: cancelleria centrale del Tribunale o sezione del riesame.
Il Supremo consesso ricorda che l'articolo 311, comma 5-bis, dedicato al giudizio di rinvio che prevede il termine perentorio di 10 giorni, è stato introdotto solo con la legge di riforma delle misure cautelari (47/2015, articolo 13). Prima di allora questa fase del procedimento non aveva una disciplina specifica ed era regolata dalle disposizioni previste dall'articolo 309 per l'ordinario giudizio di riesame.
Per le Sezioni unite non c'è ragione di ritenere che oggi non sia lo stesso, visto che la riforma del 2015 non ha sovrapposto un'altra norma per governare, in termini altrettanto generali la fase del rinvio. Il giudizio segue quindi lo stesso passaggio procedurale disegnato dall'articolo 309 comma 5 per la trasmissione degli atti al tribunale, in un massimo di 5 giorni, da parte dell'autorità giudiziaria che procede.
E il momento della ricezione coincide, come previsto dal comma 10 dell'articolo 309, con la decorrenza del termine. Una conclusione giustificata dalla disponibilità di atti che consentono di decidere e di valutare le prove. La decisione è in linea anche con l'esigenza di celerità e tempi certi che devono contraddistinguere un procedimento che incide sulla libertà personale. Cadenze rapide nelle quali non si possono inserire momenti di stasi dovuti a esigenze burocratiche.
- Sassari. All'Asinara "liberata" una giornata dedicata a giustizia e carcere
- Genova. detenuti dal carcere di Marassi a Italia's Got Talent, e Salvini s'infuria
- Caserta. Detenuti al lavoro nell'Asi, arrivano i delegati Onu per studiare il progetto
- Santa Maria Capua Vetere (Ce). La politica tace sui pestaggi, ma qualcuno nel palazzo parla
- Santa Maria Capua Vetere (Ce). Pestaggi nel carcere, il Pd a Bonafede: "Lo sapevi?"










