di Italo Grillo
ivl24.it, 29 settembre 2020
Prima dell'estate la Quarta Sezione della Cassazione Penale, con Ordinanza dell'11 maggio 2020 n.ro 14260, rimetteva alle Sezioni Unite alcune questioni di diritto in materia di criteri di computo dello "spazio minimo disponibile" per ciascun detenuto. Nel dettaglio, la sezione semplice chiedeva alle Sezioni Unite di decidere:
a) se i criteri di computo dello "spazio minimo disponibile" per ciascun detenuto - fissato in tre metri quadrati dalla Corte Edu e dagli orientamenti costanti della giurisprudenza della Corte di legittimità - debbano essere definiti considerando la superficie netta della stanza e detraendo, pertanto, lo spazio occupato da mobili e strutture tendenzialmente fisse ovvero includendo gli arredi necessari allo svolgimento delle attività quotidiane di vita;
b) se assuma rilievo, in particolare, lo spazio occupato dal letto o dai letti nelle camere a più posti, indipendentemente dalla struttura di letto "a castello" o di letto "singolo" ovvero se debba essere detratto, per il suo maggiore ingombro e minore fruibilità, solo il letto a castello e non quello singolo;
c) se, infine, nel caso di accertata violazione dello spazio minimo (tre metri quadrati), secondo il corretto criterio di calcolo, al lordo o al netto dei mobili, possa comunque escludersi la violazione dell'art. 3 della Cedu nel concorso di altre condizioni, come individuate dalla stessa Corte Edu (breve durata della detenzione, sufficiente libertà di movimento al di fuori della cella con lo svolgimento di adeguate attività, dignitose condizioni carcerarie) ovvero se tali fattori compensativi incidano solo quando lo spazio pro capite sia compreso tra i tre e i quattro metri quadrati.
Anche sulla scorta della giurisprudenza Cedu in materia, appare evidente che la modalità di calcolo della superficie a disposizione del detenuto è una questione di fondamentale importanza. Includere o meno lo spazio occupato dai servizi igienici, dagli armadi e dal letto può determinare un diverso tipo di presunzione di violazione dell'art. 3 Cedu. Notevolissime, peraltro, sono anche le conseguenze in relazione alle richieste dei risarcimenti all'autorità statale.
Infine, rilevantissime sono pure le ricadute pratiche in materia di edilizia carceraria. Nei giorni scorsi, l'Informazione provvisoria n.ro 17/2020 dalle Sezioni Unite della Cassazione ci ha indicato l'esito del giudizio: in tema di conformità delle condizioni di detenzione all'art. 3 Cedu, nello spazio minimo disponibile di 3 metri quadri per ogni detenuto si deve avere riguardo alla superficie che assicura il normale movimento. Le SS.UU. insomma statuiscono che gli arredi tendenzialmente fissi al suolo, tra cui anche i letti a castello, devono essere detratti.
Considerato che le norme interne italiane non offrono chiarezza in materia e che nessun parametro per calcolare la superficie delle celle è previsto dalla legge n.ro 354/1975 sull'Ordinamento Penitenziario e dagli articoli 6-8 del regolamento di attuazione (D.P.R. n.ro 230 del 30 giugno 2000), questa sentenza delle Sezioni Unite potrebbe davvero segnare un punto fermo sulla questione. Restiamo, comunque, in attesa di leggere le motivazioni per capire fino in fondo l'effettiva portata della pronuncia.
di Guido Salvini
Il Dubbio, 29 settembre 2020
Finalmente una buona notizia. La Procura Generale presso la Corte di Cassazione, che è titolare dell'azione disciplinare nei confronti dei magistrati, ha "depenalizzato" con una sua direttiva le raccomandazioni ed il traffico di influenze all'interno della magistratura. Non saranno punibili le autopromozioni e la ricerca dei vantaggi contattando Consiglieri del Csm o esponenti dell'Associazione Nazionale Magistrati quando si concorra per un posto purché non si denigrino gli altri candidati e non si promettano vantaggi elettorali.
In pratica comportamenti che, se commessi da un politico o da un amministratore per un concorso pubblico o un appalto, spesso non portano neanche ad un procedimento disciplinare ma direttamente al registro degli indagati. Anch'io voglio approfittarne subito, partendo per ora dal basso. C'è il concorso per diventare uno dei responsabili del settore informatico del Tribunale, non un granché ma qualcosa che serve per iniziare un cursus honorum che promette incarichi più prestigiosi.
Anche se di informatica capisco poco telefonerò o cercherò di incontrare un autorevole esponente di corrente a Milano affinché influisca in mio favore sulla Commissione. Gli farò capire che ho votato e voterò sempre, questo è implicito, per la sua corrente e i suoi amici e che comunque resterò a disposizione. Per quanto riguarda gli altri candidati non li denigrerò, gli ricorderò solamente che non sono dei nostri. Di quello che starò facendo non avrò niente di cui preoccuparmi perché sarà deontologicamente del tutto lecito. Un primo passo, poi si vedrà. Magari, dandomi un po' da fare, diventerò Presidente di qualche Tribunale.
Ovviamente questo è uno scenario ironico e un po' provocatorio come la famosa proposta di Jonathan Swift di nutrirsi dei bambini poveri per ridurre il problema della povertà. Nella sostanza i vertici della magistratura sembrano cercare una strada per autoassolvere la categoria nel suo complesso ed evitare che troppo marcio venga a galla. Anche senza attribuire alla direttiva intenzioni maligne, gli sviluppi più probabili sembrano questi. Giudicare in fretta Palamara e mandarlo da solo al rogo entro il 20 ottobre sfruttando una coincidenza fortunata, l'impuntatura di Piercamillo Davigo - che a quella data avrà raggiunto il limite dei 70 anni - a restare al Csm e alla Sezione disciplinare.
Con questa giustificazione, finire subito per disinnescare il problema Davigo, si spiega meglio il "taglio" di quasi tutti i testimoni richiesti dall'incolpato, tra cui alti magistrati e politici. Sarebbe stato del resto imbarazzante chiedere loro di spiegare pubblicamente gli assidui contatti con Palamara per ottenere favori per sé o per altri e per "combinare" le decisioni del Csm sugli incarichi e sarebbe stato difficile a quel punto continuare a sostenere che l'albero della magistratura è sano se ha centinaia di mele marce.
È vero che il procedimento disciplinare in corso nei confronti di Palamara riguarda solo la notte dell'Hotel Champagne e quindi potrebbe concludersi con pochi testimoni Ma questo deriva dal fatto che non è mai stata formulata un'incolpazione generale sui traffici correntizi, a quanto sembra in larga parte "depenalizzati", che avevano come collante Palamara e che portavano a nomine decise, questo è il punto, al di fuori delle Commissioni di concorso, sulla base dei rapporti di forza e dei reciproci favori.
Un procedimento disciplinare ad ampio raggio in cui sarebbe stato inevitabile far venire alla luce tutto con centinaia di testimoni, con il rischio anche di chiamare in causa qualcuno dei Consiglieri che sedevano o anche siedono all'attuale Csm o quelli delle consiliature precedenti. Un processo che però non ci sarà mai perché Palamara con ogni probabilità fra pochi giorni sarà espulso dalla magistratura e uscirà dall'ordine giudiziario con il sollievo di tutti. Questa è la volontà di far pulizia che è mancata.
Tutti coloro che compaiano nelle intercettazioni di Palamara quindi non saranno chiamati a testimoniare e molto probabilmente, visto il messaggio della Procura Generale, nei loro confronti non sarà nemmeno iniziata l'azione disciplinare, o vi saranno processi a singoli frammenti di questa vicenda che non interesseranno più a nessuno.
Con la probabile conseguenza che grazie all'impunità i favori e i traffici continueranno appena con un po' più di cautela rispetto a prima.
Quindi Palamara con pochissimi altri resterà il reprobo colpevole di tutto, un singolo travolto dalla sua personale hybris, quasi un delirio, che lo ha portato a vivere - non c'è in realtà molto da invidiarlo- tutto il giorno al telefono cellulare ad ascoltare e rassicurare i suoi clientes.
In realtà non è affatto così o solo così perché l'ex presidente dell'Anm non ha inventato nulla, ma ha utilizzato, magari migliorandolo con la sua efficienza, un sistema collaudato da molto tempo e che aveva centinaia di corresponsabili e di beneficiari nella magistratura, in basso e in alto, soprattutto Procuratori o aspiranti tali anche prestigiosi.
Un sistema che tutti conoscevano sin dai primi passi in magistratura. Quanto alla riforma del Csm probabilmente, travolta dalle mille emergenze della politica italiana, finirà presto, anche grazie alla via di uscita che ho descritto, nel dimenticatoio, riposta anche per questa legislatura nell'armadio delle scope. Sembra proprio che finirà così. Lo sapevamo tutti.
*Magistrato
di Errico Novi
Il Dubbio, 29 settembre 2020
I giudici dovranno decidere se il trojan è stato usato, come si adombra nella relazione, in modo irregolare. Nel caso, franerebbe l'intero castello, di accuse e di punizioni purificatrici. Non ha parlato di tutto. Non delle intercettazioni, almeno nel loro dettaglio, non ha spiegato in tutti i particolari la cena all'hotel Champagne del 9 maggio 2019, il palcoscenico fatale disvelato dal trojan. Ma Luca Palamara neppure si è nascosto, nell'udienza del procedimento disciplinare al Csm dedicata proprio all'esame della sua figura di incolpato. Semplicemente, la difesa dell'ex presidente Anm ritiene improprio offrire al collegio giudicante - presieduto da Fulvio Gigliotti e segnato dalla presenza, tra gli altri giudici, di Piercamillo Davigo - informazioni su un materiale che, in teoria, potrebbe anche rivelarsi non utilizzabile. Sulla "prova regina" sia del processo a Palazzo dei Marescialli sia dell'indagine penale di Perugia, Palamara ha infatti chiesto di valutare la perizia tecnica di un proprio consulente. I giudici disciplinari hanno dato l'ok. E venerdì prossimo dovranno decidere se il trojan è stato usato, come si adombra nella relazione, in modo irregolare. Nel caso, franerebbe l'intero castello, di accuse e di punizioni purificatrici.
Palamara ha comunque parlato in generale del suo rapporto con Luca Lotti, del fatto che la presenza del deputato alla cena del 9 maggio non sarebbe stata connessa alle pressioni su Palazzo dei Marescialli affinché nominasse Viola quale successore di Pignatone: "Non ho stipulato alcun accordo con Lotti per indicare a Roma un procuratore che dovesse agevolarlo nelle sue vicende processuali", cioè nel filone consip che vede coinvolto l'ex sottosegretario.
In teoria il destino del giudizio disciplinare sembrerebbe segnato, e ancora più compresso nelle tempistiche: dal 16 ottobre, il giorno della discussione finale e della sentenza è stato ieri ufficialmente anticipato a giovedì 8. Vuol dire che in 10 giorni la magistratura completerà probabilmente l'esecuzione capitale nei confronti del predestinato.
Il calendario è ora più puntuale. Eppure si dovrà prima fare i conti con l'iniziativa assunta dal consigliere di Cassazione che assiste l'ex capo dell'Anm, Stefano Giaime Guzzi: ha ottenuto che fosse messa agli atti la perizia di parte. È stata accolta anche una richiesta della Procura generale, rappresentata dall'avvocato generale della Cassazione Pietro Gaeta: prima di valutare le ombre avanzate dalla perizia, dovrà riascoltare il direttore della società, Rcs, che ha materialmente effettuato le captazioni. Secondo Guizzi, le analisi condotte dal perito della difesa fanno emergere incertezze sulla regolarità del procedimento di archiviazione dei colloqui "catturati" dal trojan. Che non sarebbero confluiti direttamente nei server della Procura di Perugia, come impone la legge. Aspetto non irrilevante riguardo la riservatezza della fatale indagine perugina.
Quelle captazioni erano sì legittimamente autorizzate dal gip umbro, ma il Tribunale ancora non si è pronunciato, con l'eventuale rinvio a giudizio, sulla consistenza dell'accusa che fa da presupposto a quell'autorizzazione, i reati corruttivi ipotizzati dai pm di Perugia (che nulla c'entrano con la nomina alla Procura di Roma). Qualora l'ex capo Anm fosse prosciolto dal gup, non decadrebbe, certo, la legittimità delle intercettazioni. Eppure resterebbe più un'ombra relativa al fatto che le sole conseguenze processuali dei colloqui tra Palamara e decine di colleghi finirebbero per consistere nell'incolpazione disciplinare al Csm. È evidente come proprio tale paradosso renda cruciale l'accertamento sulle garanzie di riservatezza assicurate durante l'acquisizione, da parte del Gico, delle conversazioni scoperte col virus spia.
Sono aspetti delicatissimi. Sui quali la sezione disciplinare del Csm scioglierà la riserva presto. Sentito mercoledì il dirigente della Rcs, l'ingegnere Duilio Bianchi, deciderà appunto venerdì se le intercettazioni avevano seguito un percorso regolare, cioè sicuro: dal cellulare di Palamara direttamente, come da articolo 268 del codice di rito, al server della Procura.
Poi si arriverà a giovedì 8 ottobre, in tempo per pronunciare la sentenza Palamara ben prima che, con il congedo di Davigo, ci debba interrogare sulla legittima presenza nel collegio da parte dell'ex pm di Mani pulite. Anche se quel tarlo sul senso delle intercettazioni minacciato da un non impossibile proscioglimento a Perugia, avrebbe forse dovuto indurre il Csm a sospendere il processo disciplinare fino alla decisione del gup. Chissà che la fretta non si spieghi anche con tale, possibile corto circuito.
Al di là di quanto sia fondata la contestazione che potrebbe costare a Palamara l'addio alla toga (è già sospeso da funzioni e stipendio, da un anno ormai) resta il vero enigma dell'intera vicenda: se l'ex capo Anm non fosse responsabile, penalmente, dei reati di corruzione che erano i soli a poter giustificare l'installazione del trojan sul suo cellulare, è davvero accettabile far pagare solo (o quasi) a lui gli scambi di favori sulle nomine, le pressioni e le strategie tra Csm e capicorrente, che senza quel trojan, forse "immotivato", sarebbero rimaste, nella percezione comune, come abitudine diffusa nell'intero ordine giudiziario?
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 29 settembre 2020
Corte di cassazione - Sentenza 28 settembre 2020 n. 26951. L'ignoranza del naturopata in materia medica lo salva in corner dalla condanna per omicidio volontario per aver curato con fanghi e diete una donna malata di cancro. È scattato infatti il diverso e molto meno grave reato di aver cagionato la "morte come conseguenza di altro delitto" - l'esercizio abusivo della professione -, per un uomo che "proprio in ragione dell'orientamento culturale seguito" non si sarebbe accorto della gravità della situazione, ritenendo "la naturopatia alternativa alla medicina".
La Prima Sezione penale, sentenza n. 26951 depositato il 28 settembre, ha così respinto il ricorso della Procura generale della Corte di Appello che insisteva invece sul carattere notorio della gravità e della letalità del cancro. Le sentenze di merito, ricorda la decisione, hanno riconosciuto che l'imputato era consapevole della diagnosi oncologica, ed anche dell'aumento delle dimensioni del tumore, "ma hanno valutato che l'assenza di competenze mediche impedisse al soggetto di essere consapevole, al di là della generica cognizione della gravità di qualsiasi diagnosi oncologica, del fatto che nel caso specifico l'accesso alle terapie indicate dalla scienza medica fosse necessario e indifferibile".
D'altra parte, argomentano i giudici, "è incontestato il dato della assoluta ignoranza nella scienza medica da parte dell'imputato, come il fatto che medesimo esercitasse la naturopatia non tanto come supporto complementare alla medicina, bensì come scienza alternativa alla medicina". Così, venendo all'elemento soggettivo del reato, per la Corte è stato correttamente escluso che il naturopata "avesse previsto la prossima morte della donna proprio in ragione dell'orientamento culturale seguito". "Tale dato è pacifico e costituisce, da una parte, riscontro dell'assenza di dolo omicidiario e, dall'altra, la colpa dell'imputato".
Sì alla ricusazione del giudice se anticipa la sua convinzione sul reato contestato dalla parte civi
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 29 settembre 2020
Corte di cassazione - Sezione II - Sentenza 28 settembre 2020 n. 26974. Via libera alla ricusazione della presidente del collegio del tribunale che esprime indebitamente le sue valutazioni su una prova testimoniale, anticipando così la sua valutazione.
La Corte di cassazione, con la sentenza 26974, accoglie il ricorso della parte civile, presunta vittima di una truffa. Un procedimento finito all'attenzione della presidente del collegio della quale chiedeva una ricusazione esclusa dalla corte d'appello. Ad avviso dei giudici territoriali, infatti, la toga si era sì lasciata andare ad espressioni enfatizzate, ma che non potevano essere considerate tali far scattare la ricusazione.
In particolare la giudice, di un collegio composto da ex colleghi di sezione, si era espressa sul capo di imputazione con il quale si ipotizzava l'occultamento dell'importo effettivo dei premi assicurativi. Cifre effettivamente indicate nel contratto, ma in misura non rispondente a quelle effettivamente richieste.
La giudice, ascoltando un teste della difesa, si era lasciata andare alla considerazione che non c'era "nulla di stupefacente tutto si sapeva dal primo giorno" spiegando, su sollecitazione della difesa, che "le coperture assicurative avevano quel costo scritto chiaro". In più aveva aggiunto che "il bel signor..." ovvero il dante causa della parte civile, aveva illustrato una serie di vantaggi a quest'ultima che evidentemente c'erano.
Per la Cassazione basta a dimostrare che il magistrato è andato oltre il limite consentito. La Suprema corte ricorda infatti che il carattere indebito della manifestazione del convincimento del giudice, su fatti oggetto di imputazione, c'è quando l'esternazione viene espressa senza alcuna necessità e al di fuori di ogni collegamento con le funzioni esercitate nella specifica fase procedimentale. Ad avviso dei giudici di legittimità le espressioni nel caso esaminato, implicano una valutazione della infondatezza dell'accusa indicata nella contestazione e "palesano un anticipato convincimento circa la portata delle clausole contrattuali controverse e, quindi, un'impropria manifestazione di giudizio sulla consistenza dell'addebito".
di Angela Stella
Il Riformista, 29 settembre 2020
Intervista a Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione delle Camere Penali Italiane. "Giletti era rimasto male per un articolo pubblicato dal Riformista e mi ha invitato lo stesso. Lo ho apprezzato. Nella cultura giustizialista si fa un uso strumentale del dolore delle vittime".
Avvocato Caiazza, durante la puntata di domenica di "Non è l'Arena" appena lei ha citato il codice penale e la Costituzione per spiegare perché anche per i condannati per mafia è possibile accedere alla detenzione domiciliare per motivi di salute Massimo Giletti ha sbottato: "Mi sono rotto le balle di giocare con i numeri, con i dati e con gli articoli. Vedere i mafiosi a casa mi dà lo schifo"...
Intanto ci tengo a dire una cosa: Giletti ha detto con molta lealtà che era rimasto molto male per il mio articolo sul vostro giornale. Nonostante ciò ha scelto di invitarmi nella sua trasmissione. Ed io ho apprezzato questo suo gesto. Detto questo, è evidente che la trasmissione è stata impostata su un piano emotivo e suggestivo, quindi indifferente agli argomenti che ho pacatamente cercato di proporre. Si sta facendo una campagna su un certo numero di provvedimenti dei tribunali di Sorveglianza che pochissimo hanno a che fare con l'emergenza covid e con la circolare del Ministro Bonafede. Però poi alla fine parliamo sempre di quei due o tre detenuti che erano al 41bis.
Anche per loro vale il diritto alla salute...
Il diritto alla sospensione della pena in caso di gravi condizioni di salute vale per tutti, anche per i detenuti per fatti di mafia; è chiaro che se a queste argomentazioni si contrappone il ricordo di Carlo Alberto dalla Chiesa, la storia degli attentati a Rino Germanà, e l'intervista a Di Matteo che racconta la sua vita sotto scorta si sceglie di non confrontarsi con gli argomenti razionali e giuridici.
Qualche anno fa il professor Daniele Giglioli in "Critica della vittima" ha scritto: "La vittima è l'eroe del nostro tempo. Essere vittime dà prestigio, impone ascolto, promette e promuove riconoscimento, attiva un potente generatore di identità, diritto, autostima. È tempo però di superare questo paradigma paralizzante, e ridisegnare i tracciati di una prassi, di un'azione del soggetto nel mondo: in credito di futuro, non di passato". È d'accordo nel dire che politica e stampa spesso strumentalizzano le vittime e il loro dolore per chiedere sempre più carcere e pene più severe?
Sicuramente questo è un problema cruciale che nasce da un equivoco di fondo: il reclamare il rispetto di principi costituzionali basilari umanità della pena, diritto alla salute senza distinzione rispetto alla gravità dei reati - viene inteso e rappresentato come una forma di distanza dal dolore delle vittime di quei reati. Questo è quanto di più ingiusto, gratuito e per certi versi violento si possa fare nei confronti di chi ha una cultura liberale del diritto e della garanzie. Il richiamo alle regole non ha nulla a che fare con il giudizio sociale sul crimine e sulle vittime del crimine.
Giletti l'ha accusata di attaccare i giornalisti indipendenti come lui. La stessa cosa ha fatto Nino di Matteo qualche giorno fa quando ha detto che l'avvocatura ha attaccato i magistrati liberi...
In questa cultura populista e giustizialista, che fa un uso strumentale del dolore delle vittime, l'avvocato diviene un fiancheggiatore dei suoi assistiti.
E infatti ad un certo punto Giletti le ha detto: "Noi siamo persone oneste". Lei ha risposto: "Anche gli avvocati"...
Esatto, in quella esclamazione sincera e convinta di Giletti la categoria che rappresento viene percepita come estranea al mondo delle persone perbene. Secondo lui abbiamo una morale borderline perché c'è un equivoco clamoroso, grossolano per cui veniamo sovrapposti ai nostri assistiti.
cityrumors.it, 29 settembre 2020
Ieri mattina, all'ingresso principale del Parco Giovanni Paolo II tra via Sospiri e via Gramsci, si è svolta l'inaugurazione della riqualificazione muraria di "Varcobaleno". L'iniziativa è stata promossa dai Giovani imprenditori edili di Chieti Pescara, in partnership con aziende ed enti tra cui il Comune di Montesilvano, il Tribunale di Sorveglianza, il Garante dei detenuti d'Abruzzo. Un'esplosione di colori rappresentata dalle tinte della bandiera della pace rivisitate e ricomposte a "puzzle" sulla superficie del vecchio muro d'ingresso rimasto sempre al grezzo dal 2006. Il parco è stato inaugurato durante l'amministrazione Fusilli nel 1979 e nel corso degli anni ha subito varie riqualificazioni con l'apertura di altri ingressi.
"Un ringraziamento ai due detenuti volontari, che hanno eseguito i lavori, alla direzione del carcere di Pescara, al suo staff, al tribunale di sorveglianza e al garante dei detenuti regionale Gianmarco Cifaldi, molto sensibile a questo genere di iniziative, che hanno un importante ruolo sociale in città - ha spiegato il sindaco Ottavio De Martinis. Teniamo molto al decoro urbano e questo ingresso rappresenta molto per Montesilvano.
Un'opera è ancora più bella se pensiamo che è stata realizzata da due detenuti e che hanno deciso di offrire un servizio riparando a degli errori commessi in passato. Speriamo sia l'inizio di un percorso da sviluppare insieme anche in altre località del territorio".
"Una iniziativa importante per tre motivi - ha affermato il prefetto Giancarlo Di Vincenzo - perché consente la riqualificazione del territorio, il reinserimento sociale dei detenuti e la partnership pubblico privati. Tre obiettivi di grande modernità e di grande interesse per il territorio".
di Pierpaolo Lio
Corriere della Sera, 29 settembre 2020
Inaugurato il centro: ospiterà 140 persone in attesa di rimpatrio. "Era e sarà un lager. Inutile per la città e per il Paese. Si tratta di una scelta sbagliata che poteva e doveva essere evitata". Anita Pirovano (Milano progressista), presidente della sottocommissione carceri, annuncia l'intenzione di chiedere "al più presto" un sopralluogo.
E l'eurodeputato dem Pierfrancesco Majorino sprona il governo giallorosso ad avere "più coraggio" sulle politiche in materia: "Credo che quella dei rimpatri sia una pratica indispensabile nella gestione dell'immigrazione. Il come li realizzi non è però un dettaglio da poco". "Tra pochi giorni pare si superino i decreti Salvini" prosegue l'ex assessore al Welfare e ideatore della "Milano senza muri": "Un bel passo avanti che purtroppo a Milano sarà sporcato da questa scelta". Se il centrosinistra si divide, il centrodestra saluta la svolta securitaria. Per l'assessore regionale Riccardo De Corato, "è un grande giorno per la sicurezza degli italiani. Da tempo continuo a ribadire l'importanza di questo centro: in Lombardia, infatti, sono quasi 112mila gli irregolari, 51.400 solo a Milano". Ma è Matteo Salvini a intestarsi la decisione: "Ho lavorato io per riaprire i centri dove mettere i clandestini, perché altrimenti gironzolano per l'Italia".
di Ilaria Cucchi
Il Domani, 29 settembre 2020
Non ho mai smesso di chiedermi il perché di tanta violenza. Non riesco a cancellare dalla mia mente l'immagine del corpo di mio fratello Stefano, martoriato dai colpi e poi abbandonato dagli innumerevoli pubblici ufficiali che lo hanno visto durante il suo calvario, sei giorni dopo il violentissimo pestaggio. Una sospensione del diritto.
Come accaduto nel Carcere di Santa Maria Capua Vetere. Video e testimonianze raccolte dai magistrati ricostruiscono una violenza spietata, scientificamente coordinata. Ho assistito, durante il lockdown, chiusa in casa con i miei figli, alle immagini dei convogli militari che portano via da Bergamo le bare dei morti di Covid-19. pensato alle carceri.
Alle celle sovraffollate dove vige la sospensione dei diritti umani. Mi sono chiesta cosa potessero pensare quelle persone, perché di persone si tratta, quando ascoltavano le raccomandazioni pressanti su distanziamento sociale, cautela e mascherine. Mi sono chiesta se qualcuno avesse a cuore la sorte di quei detenuti. La loro paura e la profonda frustrazione che dovevano provare nell'ascoltare quei drammatici appelli a cui loro, per destino e pena, dovevano rimanere estranei. A Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile è accaduto qualcosa di spaventoso. Sono arrivati in trecento, da altri istituti, in tenuta anti sommossa, coperti dai caschi, anonimi.
Hanno picchiato, picchiato e ancora picchiato. Calci, schiaffi, insulti e altre violenze. Non hanno risparmiato nemmeno un detenuto sulla sedia a rotelle. "Avete fatto la protesta?" dicevano. La mente corre alla "macelleria messicana" di Genova della scuola Diaz, nel luglio del 2001 durante le proteste per il G8. Erano in trecento, a Santa Maria Capua Vetere.
Giovani e forti ma tutt'altro che nobili e valorosi. A tutto ciò hanno assistito, in silenzio, forse impotenti, i loro colleghi di servizio in quel carcere. Mi rifiuto di pensare che si tratti soltanto di mele marce. Chi avrà la tentazione di parlare di questo mancherà di rispetto all'intelligenza di tutti noi cittadini. Sarebbe un'intollerabile ipocrisia cui preferirei le violente e strampalate difese di politici privi di scrupoli e umanità.
Ma non voglio nemmeno sentire parlare di violenza di Stato. Vi prego non fatelo perché questo non è lo Stato. Non lo può essere. Questo è anti stato. Questo è crimine efferato commesso verso persone indifese. Qualcuno si affretterà a dire che, in fin dei conti, si tratta di delinquenti: lo considero inaccettabile perché, nella migliore delle ipotesi, sono uomini e donne che hanno sbagliato, che magari hanno anche commesso gravi errori.
Il carcere, però, non può e non deve essere questo. Il carcere in uno stato di diritto ha una funzione sociale: il reinserimento, non l'annientamento. "In galera e buttiamo via le chiavi" sento dire sempre più spesso. Tutto questo è disumano e fa paura perché appartiene a una cultura disumana. Cinica e desolatamente priva di ogni parvenza di sensibilità. Facile parlare in questo modo quando queste tragedie le si vive come se fossero un film americano fantascientifico.
Quando da esse non ci si sente in alcun modo toccati. Tanto di cappello ai magistrati che stanno facendo il loro dovere con competenza e dedizione. Non sarà facile per loro, quando accadono questi fatti così terribili e inaccettabili, è più semplice negarli. Offuscarne i contorni diluendone il ricordo con anni di processi e di propaganda deviante e deviata. L' Italia è un grande paese democratico. Un modello di diritto. Vero. Ma assecondare e negare distorsioni e crimini ne incrina le fondamenta.
di Nello Trocchia
Il Domani, 29 settembre 2020
Nella spedizione punitiva degli agenti penitenziari a Santa Maria Capua Vetere è stato preso a manganellate anche un detenuto in carrozzina. Un testimone: "Ho visto il video degli abusi".
"Ricordo che c'era anche un detenuto sulla sedia a rotelle. Anziano e diabetico. Hanno colpito con il manganello anche lui. Di questa violenza c'è il video, l'ho visto". A parlare è l'ex detenuto che, insieme ad altre decine di persone, ha presentato denuncia per i fatti avvenuti, il 6 aprile, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta.
Il testimone, uscito dal carcere, racconta quanto accaduto e i video che ha visto durante l'interrogatorio al quale è stato sottoposto. Il 6 aprile scorso, un contingente di trecento agenti della polizia penitenziaria, provenienti da altri istituti di pena, è entrato nell'istituto e ha picchiato i detenuti. "Le guardie manganellavano quel disabile e gli urlavano: "ti mettiamo il pesce in bocca, non conti nu cazzo qua dentro e neanche fuori".
Il detenuto in sedia a rotelle, legato a un clan perdente della camorra, è stato colpito sulle braccia nonostante la disabilità. Il pestaggio è documentato anche da un video agli atti dell'indagine. Ci sono anche immagini di reclusi inginocchiati, trascinati, picchiati da quattro, cinque poliziotti. Il testimone ha ricostruito anche la catena di comando e chi c'era quel giorno. Un detenuto morto L'ex detenuto, quando è stato ascoltato dai magistrati della Procura di Santa Maria Capua Vetere, ha visto un album fotografico per riconoscere gli agenti presenti.
"Molti erano coperti dal casco, ma uno di quelli che mi ha picchiato l'ho riconosciuto perché aveva gli occhi chiari, era esagitato e ci sfidava, è quello che ha colpito lo zio, così chiamavano il disabile". Uno degli agenti aveva i guanti rossi, l'hanno ribattezzato "l'animale": "Picchiava forte, era incontrollabile", dice il testimone. Molti avevano i volti coperti, tranne gli agenti interni. Il testimone ha riconosciuto, per esempio, la commissaria di reparto.
"Guardava mentre ci massacravano, ma non interveniva, un ragazzo detenuto di vent'anni mi ha detto "poteva essere mia madre, ma non ha mosso un dito". Gli interni erano presenti, ma assenti: "Alcuni ci dicevano "questi sono i fanatici, abbassate la testa e incassate". Emergono così altri particolari inquietanti su quella giornata. C'è il caso di un detenuto che viene pestato e, successivamente, messo in isolamento. Era già malato, è morto a inizio maggio, un mese dopo la galleria degli orrori. Quella perquisizione straordinaria era finalizzata anche alla ricerca di oggetti contundenti, presumibilmente usati nelle proteste dei giorni precedenti.
E qui si apre un altro capitolo dell'inchiesta, quello cioè relativo a un possibile depistaggio delle indagini subito dopo i fatti. Quel 6 aprile, come emerso da alcune ricostruzioni a difesa degli agenti, sarebbero stati trovati anche bastoni. "Non è vero", racconta il testimone, "noi non avevamo niente, abbiamo solo subito, sono le classiche "pezze d'appoggio" per giustificare gli abusi, ad alcuni detenuti hanno tagliato le barbe, il massimo dell'umiliazione".
Nei video, ha ricostruito il testimone, si vedono gli stessi detenuti che, il giorno prima, durante la protesta rimettono in ordine le sedie. Nessuna traccia di bastoni. C'è anche un altro episodio, relativo proprio ai video del circuito di sorveglianza, che amplia il capitolo dei possibili falsi. "Quello che ho notato quando ho visto i video è che non disponevano delle immagini di alcune videocamere, alcune erano spente", dice il testimone.
Vista la violenza dell'azione, in molti, tra gli agenti, ritenevano che quel sistema di videosorveglianza fosse spento o comunque neutralizzabile. Il sequestro di tutti i video eseguito dai carabinieri ha vanificato ogni eventuale tentativo. Quei video sono ora nelle mani dei pubblici ministeri e sono una prova determinante.
Sarà la procura di Santa Maria Capua Vetere ad accertare possibili falsi e calunnie, sulla base delle decine di video, ma anche del materiale che proviene dal sequestro dei telefoni di alcuni agenti, eseguito lo scorso giugno. La catena di comando Ma chi ha ordinato quella perquisizione? "Io ho mandato gli uomini di supporto, le perquisizioni vengono disposte dai vertici dell'istituto", spiega Antonio Fullone, provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria.
Il direttore del carcere, però, quel giorno non c'era, per problemi di salute. In carcere c'era il comandante della polizia penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere, Gaetano Manganelli, anche lui indagato, e trasferito successivamente in un altro istituto di pena, quello di Secondigliano. Fullone, che non era presente durante l'irruzione degli agenti, è indagato, ma non vuole rispondere alle domande perché "c'è un'indagine in corso".
"Comunque sono sereno, accertare la verità è un bene per tutti", dice. Della perquisizione, precisa Fullone, è stato informato il vertice del Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, all'epoca guidato dal magistrato Francesco Basentini, che non è coinvolto nell'indagine. "Quelli che picchiavano venivano da fuori, da altri istituti: erano coperti con mascherine, foulard, caschi", dice il testimone. Decine di detenuti hanno riportato traumi di ogni genere, ma subito dopo il pestaggio in carcere i detenuti sono rimasti rinchiusi in cella.
"Io non ho potuto chiedere la visita medica, bisognava aspettare, minimo quindici giorni. Un mio amico, al quale hanno spaccato il labbro, non ha potuto neanche denunciare perché è ancora dentro. Nei giorni successivi si è instaurato un regime di silenzio".
La sua testimonianza, come quella di un'altra cinquantina di detenuti, è agli atti dell'indagine. Un'inchiesta giudiziaria che deve appurare le responsabilità della catena di comando, eventuali depistaggi e gli autori che hanno firmato questa pagina degli orrori.
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