di Margherita Badiali
La Nazione, 28 settembre 2020
Quattordici carcerati si sono prestati a farsi soccorrere dai cani-bagnino per l'iniziativa "Mi fido di te". C'era chi da 23 anni non faceva un bagno. Era da 23 anni che non faceva un bagno in mare ed ha vissuto una "bella sensazione di libertà".
Si tratta di uno dei 14 detenuti del carcere di Massa che si è prestato a buttarsi in acqua e a farsi salvare dai cani-bagnino in merito all'iniziativa "Mi fido di te", promossa dalla Casa di reclusione di Massa in collaborazione con Telefono Azzurro, Capitaneria di Porto, Associazione Sogit, Carrefour e Tassoni Salumi e Formaggi.
È successo ieri al bagno Rap di Marina di Massa, lo stabilimento balneare in uso della polizia penitenziaria. Una giornata di spensieratezza per i detenuti e le loro famiglie che grazie alla presenza dei cani sono stati coinvolti in attività di 'pet therapy' ed hanno condiviso momenti di gioia. Nala, Balù, Pluto, Spirit e Marino sono solo alcuni degli amici a quattro zampe che hanno eseguito la dimostrazione di alcune tipologie di salvataggio in mare insieme ai propri addestratori.
Tanta soddisfazione e commozione per Maria Giovanna Guerra presidente del Telefono Azzurro di Massa Carrara che ha voluto fortemente il protocollo d'intesa con Enci (Ente Nazionale Cinofilia Italiana) per permettere ai figli minorenni dei detenuti di essere accompagnati dai cani durante i colloqui presso la casa di reclusione, per rendere gli incontri e i controlli all'entrata meno traumatici.
"Le regole predisposte per il Covid hanno fortemente penalizzato gli incontri tra le famiglie e i detenuti - ha detto la direttrice della casa di reclusione di Massa Maria Cristina Bigi- Ci sembrava opportuno fare un po' di formazione e avendo i cani a disposizione abbiamo messo in piedi l'iniziativa. Quello che vorremmo fare è far capire anche ai detenuti che l'amministrazione penitenziaria è sensibile alle loro problematiche".
I detenuti presenti all'evento fruiscono già di permessi premio: "Abbiamo presentato l'iniziativa in carcere e alcuni di loro hanno scelto spontaneamente di aderire - ha aggiunto la direttrice del carcere di Massa. È importante per noi fare leva sulla loro curiosità. La grande fortuna è stata anche quella di avere la presenza della Capitaneria di Porto che ha dato lustro all'iniziativa. L'idea che vorrei cercare di mettere in atto, anche qui a Massa, è quella di creare una rete intorno al mondo carcere, ovvero non far sì che la realtà carceraria sia isolata.
Creare un ponte con la cittadinanza, come ad esempio far fare ai detenuti corsi, o altre attività e questo possiamo farlo grazie all'inserimento di altre realtà associative. Vogliamo mettere in atto il nostro compito istituzionale più importante, che è quello di reintrodurre le persone all'interno della collettività".
di Gennaro Scala
cronachedi.it, 28 settembre 2020
La visita dei Garanti dei detenuti. Ciambriello: "Comprendeva quello che dicevamo, ma non poteva sollevare la testa dal cuscino". La famiglia: "Vogliamo solo che sia curato in maniera adeguata". L'attesa è stata lunga, ma alla fine l'incontro c'è stato.
Parliamo della visita annunciata dei Garanti dei detenuti, il regionale Samuele Ciambriello, e il cittadino Pietro Ioia che, insieme a una loro collaboratrice si sono recati presso la Casa circondariale "Giuseppe Salvia" di Poggioreale per verificare le condizioni di salute di Francesco Petrone, il 43enne del rione Traiano che è stato riportato in carcere malgrado versi in gravi condizioni. Il direttore sanitario ha incontrato Ciambriello e successivamente si sono recati entrambi da Petrone che si trova in isolamento all'interno del padiglione San Paolo, nel "Servizio di assistenza integrata".
Il "San Paolo" è un Centro diagnostico terapeutico, che raccoglie degenti anche provenienti da altre strutture penitenziarie, uno dei punti in cui si presta assistenza sanitaria ai detenuti all'interno del carcere di Poggioreale, dove è presente anche il Servizio di assistenza integrata, il cosiddetto "Sai". "Già da venerdì sera ha avuto un piantone, ovvero un detenuto più giovane deputato dargli una mano - ha affermato Ciambriello, che ha aggiunto - Sono rimasto molto turbato quando ho visto Petrone perché non è riuscito a muoversi, neppure sollevare la testa dal cuscino.
Eppure sembrava vigile. Comprendeva, ma non riusciva a muoversi. Un altro detenuto con cui ho parlato sempre ieri e che ha un tumore si è alzato, è venuto a parlare con noi, ma Petrone no. Ne ho viste tante in 40 anni, ma un detenuto ridotto così mai".
Ma la visita non si è limitata al solo Petrone. "Abbiamo visto Francesco, un altro detenuto che deve scontare altri due anni. Doveva farsi una visita specialistica, un'ecografia total body. Al Cardarelli avevano predisposto tutto, ma il giorno in cui avrebbe dovuto spostarsi, non c'era la scorta. Bisogna salvaguardare la sicurezza certo, ma quello alla salute è un diritto inviolabile".
I garanti hanno avuto un incontro con il direttore sanitario del carcere che già venerdì aveva incontrato i familiari di Francesco Petrone, chiedendo loro quali farmaci assumesse per poter continuare la terapia. "Una vita non può valere una condanna".
Era questo lo striscione affisso all'esterno del carcere di Poggioreale nella giornata di venerdì, quando è stata organizzata una protesta da parte dei familiari del 43enne rione Traiano. Una protesta organizzata perché per lui era arrivata la decisione di revoca del regime dei domiciliari e un nuovo trasferimento a Poggioreale.
"Vergogna, vergogna" scandivano le persone presenti all'esterno della casa circondariale. La manifestazione è poi rientrata dopo un faccia a faccia con un ispettore e un dirigente sanitario. Ha 43 anni Francesco Petrone detto 'o nano, ed è indicato dall'Antimafia come un personaggio di spicco della mala del rione Traiano. Fu arrestato nel 2017 e in aprile fu colpito da ischemia. Il mese successivo arrivò per lui una anche una condanna a 19 anni di reclusione.
Venerdì il ritorno in carcere perché, secondo i giudici, Petrone può avere un'assistenza sanitaria adeguata anche in carcere. Ma cosa ne pensano i familiari? "Non insistiamo per farlo scarcerare, ma non vogliamo che muoia in carcere. È necessario che abbia assistenza a tutte le ore e che venga curato in maniera adeguata".
di Nello Trocchia
Il Domani, 28 settembre 2020
Il 6 aprile a Santa Maria Capua Vetere uno squadrone di agenti ha picchiato selvaggiamente i detenuti. Salvini ha difeso i poliziotti, ma ora c'è il video. Schiene sfregiate, detenuti in ginocchio, contusioni. Il 6 aprile si è consumato un episodio di inaudita violenza nel carcere Francesco Uccella di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta.
"Ci hanno distrutti", dice un ex detenuto che chiede di rimanere anonimo. Ora, da uomo libero, ricostruisce i fatti di quelle ore. La sua testimonianza degli abusi agghiaccianti trova conferma nei video che hanno ripreso le violenze. Si tratta di documenti che permettono di scrivere la verità su quella giornata e di raccontare il pestaggio ai danni di decine di detenuti da parte di mi contingente speciale composto da circa trecento poliziotti penitenziari.
Dopo le prime denunce dei detenuti e le repliche del Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, su questa vicenda è calato il silenzio, interrotto solo lo scorso 11 giugno, con un decreto di perquisizione nei confronti di 57 agenti della polizia penitenziaria.
L'arrivo di Matteo Salvini - "Non si possono trattare come delinquenti i servitori dello stato, indegnamente indagati, visto che le rivolte non le tranquillizzi con le margherite, pistole elettriche e videosorveglianza prima arrivano e meglio è, oggi è una giornata di lutto".
Il leader della Lega, Matteo Salvini, davanti alla casa circondariale aveva commentato così il provvedimento della procura di Santa Maria Capua Vetere, guidata dal magistrato Maria Antonietta Troncone, che ordinava di perquisire alcuni agenti e il sequestro dei loro telefoni. Quello che Salvini non sapeva è che proprio nelle registrazioni video del sistema di sorveglianza ci sono le immagini dei pestaggi. Gli operatori carcerari sono indagati per tortura, violenza privata e abuso di autorità per quanto accaduto quel giorno.
È stato un terremoto anche istituzionale, perché proprio nel giorno della perquisizione gli agenti della penitenziaria sono saliti sui tetti per protestare contro l'azione portata avanti da altre forze dell'ordine: l'arma dei carabinieri.
Lo stato contro lo stato. All'esterno c'era anche Alessandro Milita, procuratore aggiunto a Santa Maria Capua Vetere che è intervenuto personalmente per riportare la calma. Fino a oggi si è parlato di presunti pestaggi. Ma di dubbi ne restano pochi: i video agli atti dell'inchiesta mostrano minuto per minuto l'azione fuori da ogni regola del battaglione di agenti.
Gli indagati sono circa un centinaio, e la perquisizione serviva a ricostruire quanto accaduto nel giorno delle violenze. L'ex detenuto che ha accettato di raccontare quelle ore sotto assedio si trovava nel padiglione Nilo. È lui a confermare l'esistenza delle immagini che provano le violenze. "Mi hanno interrogato, qualche mese fa, e mi hanno mostrato i video, in quelle immagini mi sono rivisto, ho rivissuto quel giorno", dice. "Mi creda, non ho mai preso così tanti colpi, manganellate e botte in vita mia e non avevamo fatto nulla".
La ritorsione per le proteste - A marzo c'erano state diverse proteste nelle carceri a causa delle restrizioni previste per l'emergenza del Covid-19, con quattordici detenuti morti per intossicazioni da metadone e psicofarmaci sottratti negli ambulatori durante le rivolte.
La situazione si è aggravata a causa della gestione del Dap, guidato dal magistrato Francesco Basentini, che poi si è dimesso in seguito alle polemiche per la scarcerazione di alcuni boss. Al carcere di Santa Maria Capua Vetere detenuti e guardie penitenziarie, all'inizio della pandemia, non avevano neanche le mascherine. Una prima protesta all'inizio di marzo si era risolta senza conseguenze. Qualche settimana più tardi ai detenuti è arrivata una notizia.
Alla sezione Tamigi, quella dei reclusi con reati associativi, si è scoperto il primo caso di contagio da Covid-19, cosa che ha rinfocolato la paura e le proteste. Si arriva così al 6 aprile quando in carcere entra il magistrato di sorveglianza Marco Puglia, che parla con una rappresentanza dei detenuti "Gli abbiamo detto che avevamo paura, paura di morire", dice l'ex detenuto.
Ma nel primo pomeriggio entra il contingente di trecento uomini per quella che viene presentata come una perquisizione straordinaria. Arrivano agenti anche dagli altri istituti di pena campani. "All'improvviso abbiamo sentito passi pesanti, abbiamo visto dalle finestre decine e decine di poliziotti, quasi tutti a volto coperto, avanzare verso il nostro padiglione, il Nilo, da lì a poco l'inferno". I poliziotti entrano. "Aprono una cella alla volta. Entrano nella mia e dicono "avete fatto la protesta?" e giù manganellate, botte. Ci hanno devastato".
In cella il testimone era con altri tre detenuti. "Mi hanno fatto spogliare, e mentre mi abbassavo i pantaloni sono arrivati gli schiaffi, i calci". In quel momento si sentivano le urla degli altri. Quello che stava accadendo nelle celle era solo l'inizio. "Nel corridoio c'erano poliziotti a destra e sinistra, al nostro passaggio partivano con calci, pugni, manganellate, fino al piano terra". I video confermano il racconto.
C'erano guardie penitenziarie nell'intero padiglione Nilo, arrivavano fino al piazzale dove i detenuti fanno l'ora d'aria. Ogni cella, che contiene in media quattro detenuti, è stata aperta e i reclusi dovevano guadagnarsi l'uscita attraversando il corridoio e le scale. Detenuti inginocchiati, schiacciati contro il muro, finiti con costole rotte e traumi di ogni genere.
"Sono tornato in cella in ginocchio, non riuscivo a stare in piedi", racconta il testimone. Nei giorni successivi, i reclusi hanno comunicato ad avvocati e familiari la brutale azione di cui sono stati vittime, con il supporto dell'associazione Antigone e di Samuele Ciambriello e Pietro Ioia, garanti dei detenuti della Campania e di Napoli. In decine hanno presentato denuncia.
"Chi ha la testa rotta, chi ha perso i denti, mi hanno manganellato ovunque", dice un altro detenuto in lacrime alla moglie. "Ci hanno trasformato in prigionieri. Non ci vedo più, ho l'occhio gonfio". La procura ha aperto un fascicolo d'inchiesta. Ma per ogni denuncia è arrivata puntuale la nota del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, che chiarisce che gli agenti non sono armati e in caso di agitazione dei detenuti "l'ordine è quello di contenere. E il contenimento "non prevede mai in alcun caso la violenza". Una nota ormai cancellata dai fatti del 6 aprile, che hanno trasformato il Francesco Uccella in un carcere degli orrori.
di Milena Gabanelli e Luigi Offeddu
Corriere della Sera, 28 settembre 2020
La Repubblica Popolare ha poco rispetto dei diritti umani, la pandemia ha mostrato qual è il prezzo (per tutti). Dal dissenso alle minoranze: i lati oscuri di un Paese.
accaduto anche con la pandemia da Coronavirus: la Cina, dal 1945 membro del Consiglio di sicurezza dell'Onu con diritto di veto, tace o nega da sempre quando le si chiede conto di come rispetta i diritti umani, in questo caso la libertà di informazione. Stavolta però il suo silenzio viene pagato anche da molti altri Paesi.
Il South China Morning Post, storico quotidiano di Hong Kong, riporta più volte informazioni da fonti governative: il primo contagio del nuovo morbo è stato registrato in Cina il 17 novembre 2019. L'informazione all'Oms dovrebbe essere immediata, ma le autorità attendono fino al 31 dicembre prima di comunicare al corrispondente ufficio di Pechino una "strana polmonite" sviluppatasi a Wuhan nel mercato di animali vivi.
I "wet market" erano già i principali indiziati del precedente Sars-Cov1 del 2002. Però solo il 9 gennaio 2020 Pechino parla di "nuovo coronavirus" simile al precedente Sars. Il 30 gennaio l'Oms dichiara l'emergenza internazionale.
Nel frattempo il business e il turismo mondiale va e viene dalla Cina come se nulla fosse. Solo nel mese di dicembre e solo con l'Europa i voli sono 5.523 (dati Eurocontrol). Secondo fonti dell'Enac - l'Ente nazionale italiano dell'aviazione civile - il 13 gennaio, mentre si prepara il lockdown di Wuhan, Pechino firma con l'Italia (ignara) un memorandum d'intesa per un aumento fino a 164 voli settimanali per parte, di cui 108 con decorrenza immediata. Poi c'è stato il blocco. Il prezzo di quel mese e mezzo di silenzio è incalcolabile. La Cina nega ogni responsabilità e reagisce alla perdita di credibilità aumentando la repressione con lo schiacciamento della libertà a Hong Kong, con le nuove mire strategiche nel Mar Cinese Meridionale, con il pugno sempre più pesante sulle minoranze etniche, sulla libertà di espressione interna, con il gelo nei rapporti con la chiesa cattolica, con arroganti minacce agli Stati sovrani.
La notte di Hong Kong - È stata tenuta segreta fino a poche ore prima della pubblicazione, la notte del 30 giugno: settemila parole, 66 articoli. La nuova "legge sulla sicurezza" punisce con condanne fino all'ergastolo ipotesi di reato come "secessione, sovversione, collusione con Paesi stranieri per minacce alla sicurezza nazionale".
Elaborata a Pechino, ha posto fine a un anno e mezzo di proteste a Hong Kong, oggi regione amministrativa speciale, ma con il patto Pechino-Londra di conservarne alcune libertà civili fondamentali fino al 2047: "un solo Paese, due sistemi". Le proteste erano iniziate perché la Cina pretendeva di processare nei tribunali di Pechino gli imputati di presunti reati (anche politici) commessi a Hong Kong. La pretesa è stata poi ritirata, ma intanto "Pechino - spiega una fonte - ha approfittato della distrazione dell'Occidente causata dalla pandemia per varare la legge sulla sicurezza nazionale".
Così, rinviate di un anno le elezioni previste per metà settembre (i sondaggi davano già al 60% l'opposizione liberal), fuggiti in esilio i principali leader democratici, centinaia di arresti solo nei primi giorni, in manette anche l'editore liberal Jimmy Lai, con i due figli, ufficialmente per "collusione contro l'unità dello Stato cinese".
Dodici cittadini di Hong Kong sono invece stati arrestati nelle ultime settimane, mentre cercavano di raggiungere Taiwan in barca. Londra ha offerto "una nuova via di immigrazione" ai 3 milioni di cittadini residenti a Hong Kong che nel 1997 scelsero, con l'accordo di Pechino, di conservare il loro passaporto inglese. La risposta di Pechino: "non considero validi quei passaporti".
Il nodo Taiwan - Dal gennaio 2021 Taiwan avrà un nuovo passaporto. In copertina la parola "Repubblica di Cina" non si legge quasi più, al suo posto "Taiwan". Un segno preoccupante per Pechino che ha sempre ammonito: se "quelli dichiareranno l'indipendenza, attaccheremo militarmente". Perché Taiwan, indipendente di fatto dal 1949, non è uno Stato indipendente di diritto, non siede - per volontà di Pechino - nelle organizzazioni internazionali.
Per la Cina è una "entità ribelle", e solo 14 Stati la riconoscono diplomaticamente. Un solo esempio: Pechino ha impedito che l'Oms invitasse al suo vertice annuale 2020 Taiwan come esempio di buona gestione sanitaria. E l'Oms ha obbedito. Non è solo questione di orgoglio imperiale, ma soprattutto geostrategica, perché il Mar Cinese Meridionale è al centro dei suoi piani di espansione: gremito di isole artificiali cinesi, è una miniera sottomarina con 11 miliardi di barili di petrolio e 190 trilioni di piedi cubi di gas naturale. Taiwan si è attrezzata: tutti i suoi piani militari sono calibrati su un'ipotesi di invasione anfibia proveniente dalla Cina, che a sua volta si è armata con tecnologia in grado di distruggere e uccidere senza intervento umano.
Le esecuzioni - Secondo Amnesty International la Cina ha il primato mondiale delle esecuzioni capitali, previste per 46 diversi reati, inclusa la sovversione. Le esecuzioni sarebbero "migliaia all'anno", ma Pechino dice che non esistono "statistiche separate", che il numero include gli ergastoli e le pene oltre i 5 anni. In pratica le considera un segreto di Stato. Solo nel 2014 l'Onu ha approvato 20 raccomandazioni contro la pena di morte, tutte non vincolanti, lasciate cadere da Pechino come "inapplicabili e in contrasto con la realtà cinese".
Senza risposta anche le proteste del Consiglio Onu per i diritti umani: anzi, nell'aprile 2020, proprio in quel Consiglio da cui nel 2018 si è dimesso il rappresentante americano, la Cina, bocciata dalle periodiche "revisioni" del Palazzo di Vetro in tema di libertà e giustizia, ha ottenuto un suo seggio fino al 2021. Forse perché, sostiene il "Centro per una Nuova Sicurezza Americana", sta riempiendo il vuoto lasciato da Trump nelle organizzazioni internazionali, e perché ha appena promesso una donazione all'Onu di 2 miliardi di dollari nell'arco dei prossimi due anni.
Repressione delle minoranze etnico-religiose - Il Tibet è una regione autonoma, i suoi 3,1 milioni di abitanti sono quasi tutti buddisti, con una loro lingua e una identità nazionale risalenti al 127 a.C. Hanno sempre rivendicato l'indipendenza da Pechino e hanno pagato un prezzo: templi distrutti e repressione sanguinosa. Il Dalai Lama, premio Nobel per la Pace, vive in esilio nell'India del Nord, ha rinunciato a ogni potere temporale e alla linea indipendentista. Chiede però ancora "compassione" e il rispetto dei diritti umani.
Nella regione autonoma occidentale dello Xinjiang vivono 23 milioni di abitanti, il 47% sono musulmani uiguri. Inaccettabile per Pechino la loro richiesta di libertà religiosa. Alla repressione violenta si alterna la "rieducazione politica" o "formazione ideologica e civile" attraverso il lavoro forzato. Lo scorso 1 settembre il World Uyghur Congress, in occasione della visita a Berlino del ministro degli Esteri cinese Wang Yi, chiede aiuto al governo tedesco: da 1 a 3 milioni di uiguri sono detenuti senza accuse nei campi di "rieducazione", dove avvengono torture e sterilizzazioni forzate.
La Germania ha protestato più volte, anche se nello Xinjiang si trovano fabbriche tedesche come la Volkswagen (a Urumqi), la Siemens, la Basf. I 4022 campi di rieducazione sono stati formalmente aboliti nel 2013, ma un drone inglese ha catturato immagini di un campo nello Xinjiang dove migliaia di persone produrrebbero giocattoli, abiti, e merce a basso costo poi venduta in Occidente.
Pechino l'ha liquidata come propaganda trumpiana, ma non autorizza l'accesso agli ispettori Onu chiesto nel 2019 da 22 Stati con una lettera del Consiglio per i diritti umani. Dalla lettera mancava la firma americana, ritirata ormai da un anno. Intanto gli uiguri emigrati in Europa, e ormai cittadini di Olanda o Finlandia, quando denunciano il dramma dello Xinjiang vengono minacciati da agenti cinesi: "Pensa alla tua famiglia". Nella Mongolia esterna, indipendente dal 1921 e popolata dagli eredi di Gengis Khan, da quest'anno l'insegnamento non avverrà più nella lingua locale, ma sarà obbligatorio il mandarino.
Rapporti Cina-Vaticano - Oggi in Cina ci sono 10 milioni di cristiani, 101 vescovi, 146 diocesi, 4000 preti, circa 4500 suore. È in scadenza l'accordo provvisorio Pechino-Roma del 2018. Dovrebbe confermare che l'ultima parola nell'ordinazione dei vescovi spetta al Papa. Un compromesso teorico, insomma.
Ma la situazione reale è ben diversa, sostengono proprio fonti cattoliche: i patti non sono stati rispettati dal regime, le chiese sono sbarrate e dominate dalla bandiera del partito, e chi aspira a essere assunto in un ufficio governativo deve prima rinunciare a ogni fede religiosa.
O meglio: lo Stato proclama la libertà religiosa e riconosce ufficialmente 5 fedi, ma poi spiega ai membri del partito che ogni culto è "anestesia spirituale", incompatibile con l'iscrizione al partito. Però la tessera di quel partito è almeno nei fatti indispensabile per accedere agli impieghi pubblici. Intanto i missionari italiani devono tornare a casa, incluso Bernardo Cervellera, direttore di Asia News.
Le minacce agli Stati sovrani - Che succede alle voci critiche? Cheng Lei, cittadina australiana di nascita cinese e nota conduttrice di una Tv pubblica di Pechino, è finita agli arresti domiciliari in un luogo sconosciuto, senza un'accusa esplicita. I leader di Tienanmen sono in esilio fra Usa, Francia, Australia e anche Italia. Le minacce si estendono anche agli Stati sovrani.
"Con gli amici noi usiamo del buon vino, e i fucili con i nemici", ha ringhiato l'ambasciatore cinese a Stoccolma quando il governo svedese ha annunciato di voler premiare l'editore e scrittore Gui Minhai, svedese nato in Cina, dove era stato condannato a 10 anni per presunto spionaggio. Durante il suo tour europeo il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha fatto tappa il 3 settembre nella Repubblica Ceca, e rivolgendosi al Presidente del Senato Miloš Vystrčil, che era appena stato in visita a Taiwan, ha dichiarato testualmente "pagherete caro il vostro opportunismo politico".
Il 31 agosto era passato dalla Norvegia. Un giornalista aveva chiesto al ministro cosa pensasse della possibilità di estendere "ai ragazzi di Hong Kong" il Nobel per la Pace. Risposta: "la Norvegia non usi il Premio per interferire nei nostri affari interni, pensi piuttosto a coltivare relazioni "sane" che si sono finalmente realizzate dopo il "gelido inverno" seguito al Nobel conferito nel 2010 al dissidente incarcerato Liu Xiaobo".
Il prezzo del silenzio - Quanto conta la libertà di parola in un mondo sempre più interconnesso, che dovrà fare i conti con minacce sanitarie e riscaldamento globale, e dove la Cina ha un ruolo centrale? Il giurista dell'università di pechino He Weifang ha dichiarato: "l'assenza in Cina di libertà di parola e di espressione ha favorito il diffondersi del contagio", lo aveva ribadito un suo illustre collega, Xu Zhangrun, arrestato. Li Wenliang, l'oculista cinese che per primo individuò il virus è stato prima fermato, poi censurato, e infine ne fu vittima.
Oggi nel mondo si contano quasi un milione di morti, e una recessione globale. La Cina non si è scusata, ed esalta la superiorità del modello cinese, che avrebbe gestire in modo straordinario la pandemia, mentre i paesi democratici non sono in grado. Oggi dichiara di avere solo 8 casi su 1,4 miliardi di abitanti. Impossibile sapere se quel numero sia reale.
Non c'è dubbio che Stati Uniti, Brasile, e qualche Paese europeo abbiano sottovalutato, ma come sarebbero andate le cose se le autorità cinesi avessero subito informato la comunità internazionale della gravità di ciò che stava succedendo? Non lo sapremo mai, come non sapremo esattamente cosa è successo perché l'inchiesta internazionale indipendente votata all'Oms all'unanimità a maggio, è ancora un pezzo di carta.
di Massimo Basile
La Repubblica, 28 settembre 2020
La nuova legge voluta dal governatore democratico Newsom sottrae alle autorità penitenziarie la facoltà di decidere la destinazione dei carcerati in base ai dati anagrafici. Per Michelle Kailani Calvin è la fine di un calvario: nata uomo, in un corpo che ha avviato la transizione verso quello femminile, da quindici anni Michelle è rinchiusa in carcere, circondata solo da uomini vestiti di azzurro. Presto non sarà più così. Il governatore della California, il democratico Gavin Newsom, ha firmato una legge che autorizza i detenuti transgender a indicare la prigione in cui stare, in base all'identità di genere.
di Riccardo Noury*
Il Fatto Quotidiano, 28 settembre 2020
Mentre scrivo questo post (è venerdì 25) la sentenza è stata solo annunciata. Forse, quando lo leggerete, sarà stata già eseguita. La Corte suprema iraniana ha recentemente confermato la condanna all'amputazione di quattro uomini giudicati colpevoli di furto e attualmente detenuti nella prigione di Urmia: Hadi Rostami (33 anni), Mehdi Sharfian (37), Mehdi Shahivand (42) e Kasra Karami (40).
Secondo quanto dispone meticolosamente l'articolo 278 del codice penale islamico, "saranno tagliate quattro dita della mano destra in modo che restino solo il palmo della mano e il pollice".
Karami è stato condannato il 12 febbraio 2017, gli altri tre il 19 novembre 2019. Non vale neanche la pena sottolineare che due prigionieri abbiano denunciato di essere stati torturati affinché confessassero la loro colpevolezza e che altri due si siano difesi dichiarando di essere stati costretti a rubare a causa delle estreme condizioni di povertà.
Il punto è che pene quali le amputazioni, le frustate e gli accecamenti sono vietate dal diritto consuetudinario e anche dal Patto internazionale sui diritti civili e politici, di cui l'Iran è Stato parte, che proibiscono la tortura in ogni circostanza e senza alcuna eccezione.
A poco valgono le affermazioni delle autorità iraniane, secondo le quali l'amputazione di quattro dita di una mano è un efficace deterrente contro i furti. Secondo il Centro Abdorrahman Boroumand, solo quest'anno sono state emesse almeno 237 condanne all'amputazione delle dita, 129 delle quali eseguite.
*Portavoce di Amnesty International Italia
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 28 settembre 2020
Una nuova intolleranza, sia a destra che a sinistra, mostrifica le opinioni degli avversari e squalifica il valore immenso del dissenso. Stiamo andando paurosamente indietro, nella dimensione pubblica, sui social, ma anche in tv, sui giornali, nei libri, nelle aule universitarie persino. Tutti funzionari della scomunica, tutti sacerdoti della censura.
Nel suo "In prima persona" appena tradotto e pubblicato da Marsilio. Alain Finkielkraut, un pensatore formidabile e coraggioso che in Francia viene spesso linciato dalle vestali intellettuali del perbenismo neo-dogmatico, riporta un meraviglioso elogio della polemica e del dissenso scritto da Lessing: "Sembra che ci dimentichiamo a quante domande importanti si è potuto rispondere solamente grazie agli avversari, e che gli esseri umani non sarebbero d'accordo su nessuna cosa se non avessero litigato su nulla".
Una boccata d'ossigeno in un'epoca sempre più oscurantista, allergica alla discussione, che tende sempre più a cancellare la disputa, il dibattito, il conflitto di idee per rimpiazzarli con la "feroce pratica della scomunica", come scrive Finkielkraut, "con la gogna al posto della polemica" in un crescendo di intolleranza e di arroganza sbrigativa in cui ci si arroga il "monopolio della parola legittima", un clima "pedante, teso, opprimente" che soffoca ogni diversità di opinione (anche di opinioni sgradevoli) per "regnare sulla società senza confronti e senza interlocutori".
La forza delle parole di Lessing è che mettono a fuoco il valore della differenza e del conflitto, non come ostacolo da superare per arrivare a una lugubre uniformità, ma come prova e rafforzamento delle nostre opinioni che accettano il confronto anche aspro per vincere sul piano delle argomentazioni e non su quello della censura. Il conflitto migliora, ci rende più sottili, ci costringe ad aver ragione sulle obiezioni, rafforza le nostre posizioni esposte all'aria aperta, e non nel chiuso di una gabbia in cui tutti dicono la stessa cosa e fanno il coro.
Una nuova intolleranza che, sia a destra che a sinistra, mostrifica le opinioni degli avversari e squalifica il valore immenso del dissenso. Stiamo andando paurosamente indietro, nella dimensione pubblica, sui social, ma anche in tv, sui giornali, nei libri, nelle aule universitarie persino. Tutti funzionari della scomunica, tutti sacerdoti della censura.
Prepotenti convinti di possedere la verità rivelata e che non sopportano la contestazione anche aspra a ciò che sostengono. E per fortuna che c'è un giovane come Pietro Castellitto che a Venezia, ringraziando per il premio al suo film, lo ha voluto dedicare "a chi non è d'accordo" con lui. Un piccolo gesto di resistenza. Grazie.
di Viviana Mazza
Corriere della Sera, 28 settembre 2020
Una lettera da Auschwitz cerca di salvarlo. Un ragazzo nigeriano condannato a 10 anni. Il direttore del memoriale: mi offro al posto suo. E un avvocato contesta l'intero sistema delle Corti della Sharia in vigore nel Nord. Una lettera scritta ad Auschwitz può aiutare a salvare un tredicenne musulmano dalla prigionia in Nigeria.
"Non posso restare indifferente", spiega Piotr Cywinski in una missiva indirizzata al presidente della Nigeria, nella quale propone di scontare insieme ad altri 119 volontari di tutto il mondo la pena - dieci anni di carcere - inflitta per blasfemia a Omar Farouq, tredicenne di Kano, nel nord del Paese. "In quanto direttore del memoriale di Auschwitz, che commemora le vittime e preserva i resti del campo di concentramento e di sterminio della Germania nazista dove anche i bambini venivano imprigionati e uccisi, non posso restare indifferente di fronte a una sentenza disgraziata per l'umanità".
Lo scambio - Lo storico polacco Cywinski, che dirige il memoriale di Auschwitz-Birkenau dal 2006, è noto per le iniziative di dialogo tra ebrei e cristiani ed è stato premiato anche con la Legion d'Onore francese, ma la lettera inviata al presidente Muhammad Buhari è un intervento insolito per il museo. Solo nelle prossime settimane si capirà se è servita a smuovere le coscienze. Cywinski chiede la grazia per un "ragazzo che non può essere ritenuto completamente consapevole e responsabile, data la sua età" e offre di pagare per la sua istruzione, in modo che "la Nigeria guadagni un cittadino anziché un giovane distrutto".
Ma, aggiunge, "se le parole di questo bambino devono assolutamente essere pagate con 120 mesi di prigionia e persino Lei non può cambiare le cose, suggerisco che 120 volontari adulti, io ed altri che mi occuperò di radunare, servano ciascuno un mese della sentenza al suo posto in un carcere nigeriano".
Il caso di Omar Farouq - Del caso di Omar si sa poco. Avrebbe "insultato Dio" mentre discuteva con un amico. L'avvocato nigeriano Kola Alapinni lo ha scoperto per caso, mentre rappresentava un musicista, Yahaya Sharif-Aminu, condannato a morte lo stesso giorno dallo stesso tribunale per aver offeso Maometto con una canzone. In appello la sentenza di morte del musicista è stata revocata, come spesso accade, ma l'avvocato, legato alla Foundation for Religious Freedom, vuole portare il caso alla Corte Suprema per contestare l'intero sistema usato in 12 Stati del Nord per giudicare i musulmani.
"I genitori hanno paura" - Alapinni non è ancora riuscito a incontrare Omar. "I genitori hanno paura, non vogliono l'attenzione dei media, avevano rinunciato a difenderlo. Ma lo zio ci ha dato l'autorizzazione a rappresentarlo", spiega il legale al Corriere. Il tredicenne è stato giudicato come un adulto, perché avendo raggiunto la pubertà ha piena responsabilità legale secondo la sharia.
La condanna, afferma Alapinni, non è solo incompatibile con la convenzione Onu sui diritti dell'Infanzia, come evidenzia l'Unicef, ma anche con la Costituzione nigeriana per cui la blasfemia non è neppure un crimine. "Il sistema stesso delle Corti della Sharia è incostituzionale. La Nigeria non è una teocrazia, ma un Paese multi religioso e laico. Queste Corti sono strumenti di potere nelle mani degli Stati del Nord. Non sono sotto giurisdizione federale, bensì sotto quella dei governatori. E il governatore di Kano ora usa casi come questi per placare i fondamentalisti islamici in uno Stato che è da decenni un focolaio di conflitti religiosi".
Verso la Corte Suprema - La lettera da Auschwitz può aiutare? "Certo! È già fonte di imbarazzo e pressioni sul governo", dice l'avvocato. "Ma è improbabile che il presidente conceda la grazia. Mi aspetto che il caso vada alla Corte d'appello federale e alla Corte suprema. Dovremo stare a vedere che cosa succede".
La Repubblica, 28 settembre 2020
Più di 1000 uomini rilasciati: ma soprattutto un raro avvicinamento di posizioni fra il governo e i ribelli Houthi. Per le Nazioni Unite un buon punto di partenza per arrivare a una svolta nel conflitto che dura da cinque anni e mezzo. Al termine di una settimana di negoziato in Svizzera, il governo yemenita e i ribelli Houthi hanno concordato uno scambio di 1.081 prigionieri.
L'inviato speciale dell'Onu per lo Yemen, Martin Griffiths, ha definito l'accordo come "il più importante" nella storia del sanguinoso conflitto, che va avanti dal 2014. I rispettivi capi delle delegazioni, che non hanno rilasciato dichiarazioni, si sono però stretti la mano e si sono baciati, hanno fatto notare Griffiths e il direttore regionale del Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr) per il Vicino e il Medio Oriente, Fabrizio Carboni.
Nell'ambito dell'accordo di pace raggiunto in Svezia nel 2018 sotto gli auspici delle Nazioni Unite, il governo, sostenuto da una coalizione militare guidata dai sauditi, e i ribelli Houthi sostenuti dall'Iran avevano concordato un scambio di circa 15 mila detenuti in totale. Ma finora gli scambi erano stati sporadici. Il rilascio di centinaia di lealisti e ribelli rappresenterebbe il primo scambio su larga scala dall'inizio della guerra.
La guerra in Yemen è iniziata cinque anni fa, quando una coalizione internazionale sostenuta dall'Arabia Saudita è intervenuta contro i separatisti Houthi e a sostegno del governo, attualmente in esilio a Riad. Secondo il bilancio fornito dalle Nazioni Unite a marzo, in occasione del quinto anniversario dell'inizio del conflitto ci sono quasi 250mila morti (di cui circa 100mila come conseguenza diretta dei combattimenti e circa 130mila a causa di fame e malattie acuite dal conflitto). Oltre 20 milioni di persone - circa i due terzi della popolazione - sono ridotte alla fame, con 1,6 milioni di bambini affetti da malnutrizione acuta severa. Su un totale di 30 milioni di abitanti, 24 milioni hanno bisogno di aiuti umanitari. Una situazione drammatica a cui è andato ad aggiungersi il Covid, che sta facendo molte vittime - impossibile quantificare - in un Paese di fatto privo di sistema sanitario.
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 28 settembre 2020
Riparte la guerra dei 30 anni. Offensiva azera dopo che gli indipendentisti armeni avevano attaccato nella notte. Mosca chiede un cessate il fuoco immediato, Erevan dichiara la legge marziale. Sullo sfondo, lo scontro nel Caucaso tra la Russia e la Turchia, e la più delicato conflitto alle porte dell'Europa.
Riecco la guerra dei trent'anni. Armeni contro azeri: per ora il bilancio è di sedici soldati armeni morti e oltre un centinaio di feriti. Torna il più lungo conflitto ereditato dalla fine dell'Unione Sovietica. La più dimenticata delle ostilità nell'atlante internazionale. Che apparve al mondo nel 1988, quando non era ancora caduto il Muro di Berlino e il Nagorno-Karabakh, 143 mila abitanti, una regione grande meno della metà della Sardegna, aveva deciso di rifiutare "l'azerificazione forzata imposta fin dai tempi di Stalin" per unirsi alla vicina Armenia. Che è proseguita prima con 30 mila morti e migliaia di sfollati, poi a bassissima tensione nella piccola pace siglata nel '94 e in quest'ultimo trentennio, mentre s'accendevano e si spegnevano i fuochi in Cecenia e in Georgia, mentre ci si scannava in Dagestan o esplodeva l'Ucraina. Fino alla crisi del 2016, 110 ammazzati. Fino allo scorso a luglio, coi primi tamburi di guerra. Fino a questa domenica, con la provincia contesa che riprecipita in uno scontro aperto e nelle solite accuse reciproche delle prime ore di trincea: Erevan ad additare gli azeri per aver bombardato a freddo, Baku a replicare che è stata una ritorsione alle provocazioni armene.
Con l'Armenia che dichiara la legge marziale in tutto il Paese, mobilita chiunque abbia più di 18 anni e annuncia la distruzione di due elicotteri, tre droni e tre carri armati. Con l'Azerbaijan che denuncia la violazione della Convenzione di Ginevra del 1949, avverte che non accetterà comportamenti aggressivi ed elenca un elicottero abbattuto nel Tartar, assieme a dodici batterie missilistiche polverizzate.
Con l'autoproclamata repubblica del Nagorno-Karabakh, riconosciuta solo dall'Armenia, che denuncia d'essere sotto tiro azero e invita i 53 mila abitanti di Stepanakert, la sua capitale, a rifugiarsi il meglio possibile. Con l'Europa che si ritrova a maneggiare un'altra polveriera ai suoi confini: "Grande preoccupazione", dice il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, appellandosi ai negoziati perché "un ritorno immediato" a trattare "senza precondizioni, è l'unica strada da percorrere".
Già, i negoziati. Per anni, ogni mese, azeri e armeni si sono incontrati in una tenda dell'Osce montata e smontata al confine. A discutere, litigare, rompere, riaggiustare. Sempre inutilmente. Sempre rivendicando le stesse posizioni. L'Armenia decisissima a difendere i diritti dell'enclave armena del Nagorno-Karabakh. L'Azerbaijan a non mollare un millimetro sulla sovranità perduta di fatto nel 1994, dopo la proclamazione della repubblica indipendentista. Entrambi a contendersi la zona demilitarizzata e minatissima che corre per 50 chilometri lungo il confine, un posto dove ogni mese gli osservatori Osce sono chiamati a registrare decine di violazioni del cessate il fuoco. S'è vivacchiato per anni, in questa tensione ridotta quasi allo zero e tenuta sotto controllo da russi, francesi e americani nel cosiddetto Gruppo di Minsk.
A luglio, sfruttando l'emergenza Covid e la partenza di molti funzionari internazionali, le prime scintille e le contestazioni dei negoziati ormai limitate via video, causa virus. La scorsa settimana, la pubblica denuncia di un'escalation militare. Ora, la guerra. Pericolosissima. Che rischia di sconvolgere il Caucaso, compromettere la fragilità di Paesi vicini come la Georgia, coinvolgere nell'eterno Great Game di questa parte d'Asia gli antichi attori che già compaiono nel nome della regione contesa: laddove Nagorno è una parola russa che significa montagna e Karabakh, invece, è d'origine turco-persiana e sta per "giardino nero".
Tutti in gioco: l'attivissima Russia, alleata e garante della sicurezza armena, da sempre cauta sulla questione del Nagorno-Karabakh, la sola ad avere ottenuto un vero successo diplomatico nel 2008 con una dichiarazione distensiva (l'unica) firmata dalle due parti; la Turchia, che dal 1993 è legata al turcofono e ricco (di petrolio) Azerbaijan in un accordo d'assistenza militare reciproca (modello di cooperazione che ora vorrebbe replicare in Libia, col governo tripolino del dimissionario Serraj) ed è subito intervenuta, condannando "la provocazione" dell'immortale nemico armeno.
Se sia l'inizio d'una nuova stagione bellica o solo un blitz, favorito dalla disattenzione internazionale, si capirà nelle prossime ore. Le parole di queste settimane sono state perfino più violente delle mitragliate. L'Armenia promette a giorni "una risposta proporzionata": è quella che sembra una sconfessione della linea trattativista garantita da Nikol Pashinyan, il premier della "rivoluzione di velluto", il primo leader armeno che non sia cresciuto al fronte combattente del Nagorno-Karabakh. L'Azerbaijan accusa lo stesso Pashinyan, che pure un tempo incoraggiava al dialogo, d'avere fatto deragliare i negoziati Osce cercando di coinvolgervi i leader della repubblica indipendentista, ricordando come perfino la moglie e il figlio del premier armeno siano impegnati in prima linea. Toni pesantissimi. Finora però erano solo parole, appunto. Che guerra sarà, si vedrà.
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