di Sharon Orlandi e Ilaria Piccinno*
informalecce.it, 27 settembre 2020
Tra salute mentale e detenzione chi soffre è sempre l'essere umano. Attraversando i corridoi del Reparto di Osservazione Psichiatrica e del Reparto Infermeria della Casa Circondariale Borgo San Nicola di Lecce si sente solo il silenzio di un'Istituzione che lascia i propri operatori in balia di vuoti normativi, sovraccarico di lavoro e servizi territoriali assenti che parcheggiano e dimenticano le persone detenute in reparti in cui non dovrebbero stare. Svariati e differenti sono stati i tentativi messi in atto dal Ministero della Giustizia e dal Ministero della Sanità per garantire a detenuti ed internati con patologia psichiatrica un'assistenza sanitaria personalizzata e continuativa.
Nella nostra città ha preso avvio nel 2017, in via sperimentale, il Reparto di Osservazione Psichiatrica, un polo ASL all'interno delle mura della Casa Circondariale di Lecce. A seguito della definitiva chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari avvenuta nel 2015, oltre all'istituzione delle R.E.M.S., si è reso necessario un potenziamento del ruolo delle Sezioni di Salute Mentale degli istituti penitenziari ora denominate Articolazioni per la Tutela della Salute Mentale (ATSM), i cosiddetti Reparti di Osservazione Psichiatrica (ROP), sezioni speciali penitenziarie previste dall'art.65 dell'Ordinamento Penitenziario e 111 Reg. Es. O.p..
Si tratta, nella formazione attuale, di sezioni dipendenti dal Distretto Asl competente per territorio e di diretta responsabilità di personale riconducibile all'area psichiatrica, destinate al trattamento sanitario di detenuti, condannati in via definitiva o in attesa di giudizio, i quali versino in una condizione di infermità o minorazione psichica, non compatibile con la detenzione in sezioni ordinarie. Nello specifico i R.O.P. sono destinati a quegli imputati o condannati che durante la detenzione sviluppino una patologia psichiatrica, a condannati a pena diminuita per vizio parziale di mente (art.111 c.7 D.P.R n. 230/2000) ed a detenuti od internati, la cui condizione psichica debba essere posta sotto osservazione nelle apposite sezioni, dette "sezioni osservandi", per una durata non superiore a 30 giorni (art.112 D.P.R n. 230/2000). La prevista temporaneità presso tali Reparti è contrastata dalla stessa legge che la regola per cui è stabilito che l'Autorità giudiziaria o il Magistrato di Sorveglianza possano prolungare la permanenza nel reparto, salvo poi il rientro nell'Istituto di provenienza.
È altresì sancito il rispetto del principio di territorialità, in base al quale dovrebbero essere inviati solo detenuti dalla Regione di residenza. Nei fatti è tutto ben diverso. Nel R.O.P. di Lecce sono ospitate persone con patologie psichiatriche la cui permanenza si protrae oltre i 30 giorni previsti, per arrivare anche a superare sei mesi. Il principio di territorialità non viene sempre rispettato, pena la lontananza dagli affetti da parte di soggetti con un equilibrio psichico già molto precario. Ad oggi sono solo 10 le persone presenti a fronte dei 20 posti disponibili, ma il Reparto non ha accolto mai più di 15 pazienti dall'inizio della gestione.
Innumerevoli le richieste di invio di detenuti da sottoporre ad osservazione psichiatrica, e a complicare ulteriormente la situazione c'è la carenza di personale; da ben cinque mesi all'interno del reparto vi è un solo medico psichiatra sui quattro previsti in organico. Una situazione precaria pronta ad esplodere improvvisamente. Una pazzia, è innegabile, lasciare un solo medico all'interno di un reparto così fragile e complesso. Il rischio di burnout è dietro l'angolo, laddove la pressione psicologica e la responsabilità di una struttura dipendano esclusivamente dalle decisioni di un singolo.
Rispondere adeguatamente alle continue richieste dei pazienti, ai colloqui con avvocati e familiari, prendere decisioni su progetti individualizzati e promuovere e sostenere relazioni interpersonali con i detenuti, diviene un macigno sulle spalle anche di chi ci mette tutta la propria passione e professionalità per sopperire alla mancanza di colleghi.
Un luogo in cui dovrebbe prevalere la funzione diagnostica e riabilitativa del soggetto con patologie psichiatriche, lascia il posto ad un luogo in cui, come accadeva negli O.P.G., sembra piuttosto predominare l'aspetto custodiale, a scapito dunque dell'osservazione e trattamento del soggetto psichiatrico. Le criticità riscontrate lasciano spazio al rischio che il carcere, limitandosi a contenere la malattia psichiatrica, assuma il ruolo di Istituzione di "scarico" di soggetti problematici, precedentemente svolta dagli scomparsi O.P.G., così spostando le problematiche senza realmente risolverle.
Di recente è stato indetto un bando di concorso per la selezione di medici psichiatri da inserire nell'organico del R.O.P. di Lecce, ma è andato tristemente deserto. Sicuramente non è facile entrare in relazione e lavorare in un contesto come questo, dove non bastano le competenze ma serve una sincera propensione verso l'altro nella comprensione della sua complessità emotivo/relazionale che si interseca con la patologia psichiatrica e lo stato detentivo. È pur vero che tali sezioni speciali debbano ricevere l'adeguato supporto di personale, non solo in base alla previsione in pianta organica, ma anche in base alla tipologia di pazienti psichiatrici accolti, i quali spesso, a causa dell'eterogeneità delle posizioni detentive e patologiche, richiedono un apporto maggiore di risorse umane specializzate. Manca, al momento, un lavoro di equipe, come assente è la formazione all'ingresso del personale medico che si troverà poi a contatto con soggetti con importanti patologie psichiatriche, e per di più in un contesto, quello penitenziario, fatto di regole ben precise da osservare.
Infine, 250 sono le persone detenute che attualmente, all'interno della Casa Circondariale di Lecce, assumono una terapia psichiatrica. Nel 2019 i detenuti in trattamento nell'Istituto leccese rappresentavano il 29% del totale della popolazione detenuta.
Nel reparto Infermeria di Borgo San Nicola, dove sono allocate anche persone detenute con disturbi psichiatrici, la situazione non è di certo migliore. Sono solo due i medici psichiatri a fronte dei 1054 detenuti. Il burnout anche qui è pronto ad entrare in scena.
Il disturbo di personalità è la diagnosi più diffusa all'interno del penitenziario e nei casi più attenzionati l'unica soluzione è il collocamento del soggetto in una comunità terapeutica esterna. Peccato per le liste d'attesa con tempi di inserimento molto lunghi che costringono il detenuto ad attendere in sezione finché non si liberi un posto. Molto spesso, l'unica risposta che il soggetto ha per questa attesa è quella di mettere in atto gesti auto-etero aggressivi, aggravando ulteriormente il proprio stato di salute.
Nel carcere di Lecce è stato fatto molto dal punto di vista del reinserimento, della proposta professionale e della promozione della cultura. Si può dire che è un angolo virtuoso di umanizzazione della pena ma tuttavia è circondato dal deserto; un territorio che non investe e valorizza le risorse umane che lì dentro si sono formate negli anni.
I servizi territoriali, che dovrebbero fungere da ponte, sono in realtà ponti tibetani fragili e ingolfati dove spesso si cela anche il pregiudizio verso il proprio utente. Quale possibilità possiamo dare a chi sceglie di ripensare la propria vita e di imparare un mestiere se non c'è continuità tra il dentro e il fuori? Come possiamo sperare in nuovi medici psichiatrici se il carcere ancora continua ad essere considerato un Non Luogo, l'ombra oscura della città che a tutti i costi deve essere celata, anziché diventare parte integrante della stessa?
*Osservatrici sulle condizioni di detenzione per l'Associazione Antigone Puglia
di Ilaria Sacchettoni
Corriere della Sera, 27 settembre 2020
Paura a piazzale Clodio, due avvocati denunciati alla Procura: in aula da positivi. "Presto tamponi rapidi". Cluster in Tribunale, il presidente Lamalfa: ancora nessun termo scanner, non c'erano soldi. Si valuta un nuovo stop ad alcuni processi e l'istituzione di altri spazi, con distanziamento, per la consultazione dei fascicoli da parte dei difensori. Si pensa poi a tamponi rapidi da realizzarsi con l'aiuto dell'Asl in modo per circoscrivere il singolo caso positivo. E si lavora all'installazione di termo scanner che permettano di misurare la temperatura all'ingresso nella cittadella di piazzale Clodio. Pressing delle organizzazioni sindacali: "Assenti i controlli in entrata". Antonino Lamalfa: "Salvata la produttività malgrado le difficoltà".
Correre ai ripari, dopo che due avvocati positivi al Covid hanno vagato beatamente per il Tribunale, si annuncia complesso. Si valuta un nuovo stop ad alcuni processi e l'istituzione di altri spazi, con distanziamento, per la consultazione dei fascicoli da parte dei difensori. Si pensa poi a tamponi rapidi da realizzarsi con l'aiuto dell'Asl in modo da permettere di circoscrivere il singolo caso positivo scongiurando eventuali cluster. Si lavora, infine, all'installazione di termo scanner che permettano di misurare la temperatura all'ingresso nella cittadella di piazzale Clodio.
Nessuna tra queste è una soluzione neutra per gli equilibri di un Tribunale complesso come quello romano, a cominciare dalla prima, quella del rinvio di alcuni dibattimenti, già criticata dai difensori che, nei mesi scorsi, s'erano detti penalizzati dalla sospensione dell'attività: "Stiamo ragionando anche sul fermo di alcuni processi ma speriamo che possano bastare le altre misure adottate" dice il presidente vicario del Tribunale Antonino Lamalfa. Nel frattempo potrebbero essere impiegate aule per l'attesa distanziata del processo in caso di ritardo dell'udienza.
Mentre la seconda soluzione, quella dell'impiego di corridoi o eventuali altre stanze (poche) disponibili implica qualche rivoluzione nel modo di lavorare di utenti e personale del Tribunale. Quanto ai "tamponi rapidi" e ai "termo scanner", al momento dovrebbero arrivare a breve. Attraverso una partnership con l'Asl Roma 1, potrebbe andare in porto la procedura che permette di effettuare test veloci su tutti i dipendenti della cittadella giudiziaria: "Una conferma arriverà nei primi giorni della settimana", si augura Lamalfa.
Mentre per i termo scanner bisognerà aspettare che la Procura generale, dalla quale dipende l'installazione, trovi una soluzione logistica adeguata: "I termo scanner devono essere posizionati all'aperto, ma proprio per questo hanno bisogno di uno spazio apposito che li ospiti e che va costruito" spiega Lamalfa che, dopo molti solleciti andati a vuoto (la Procura generale non aveva le risorse economiche per provvedere, i finanziamenti sono stati trovati solo dopo l'estate), si vede spostato di qualche metro più in là il traguardo.
Per inciso c'è chi lamenta disparità fra il Tribunale penale e quello civile, dove è in vigore l'uso dei termo-laser (le pistole che rilevano la febbre). Il problema, come denunciato dal presidente vicario, sarebbe la mancanza di personale a piazzale Clodio, dove non si è trovato disponibile all'operazione di rilevazione della temperatura in ingresso ("Ma abbiamo già chiesto più forze dell'ordine", dice Lamalfa).
Intanto c'è il pressing delle organizzazioni sindacali come il sindacato Flp Giustizia che ha proclamato lo stato di agitazione a causa "dell'altissimo rischio per il personale giudiziario, magistraturale e per tutta l'utenza che si possa creare un cluster di difficile risoluzione a causa della positività riscontrata".
E che ora, a emergenza esplosa, ha buon gioco nel denunciare i ritardi: "Risultano essere stati del tutto assenti i controlli in entrata e le verifiche sulla sicurezza delle distanze da osservare per gli avvocati e l'utenza rispetto al personale amministrativo e ai magistrati". Per Lamalfa lo sforzo di gestire una situazione difficile c'è stato e ha salvaguardato "la produttività". I due avvocati positivi al Covid, intanto, sono stati denunciati alla Procura che ora aprirà un fascicolo in merito.
La Stampa, 27 settembre 2020
La portavoce del movimento si trova in cella dopo la sentenza definitiva a due anni per aver partecipato a un blocco stradale. Circa 300 No Tav si sono riuniti questo pomeriggio davanti al carcere delle Vallette per protestare contro la condanna della loro portavoce, Dana Lauriola, condannata a due anni per aver partecipato a un blocco stradale.
"Mai accetteremo la sentenza che ha colpito Dana" hanno dichiarato i manifestanti che insieme ai militanti del centro sociale Askatasuna e ai genitori della portavoce hanno raggiunto il campo adiacente la sezione femminile del carcere e hanno messo musica ad alto volume. Un segno di solidarietà nei confronti della giovane condannata.
"La condanna - hanno dichiarato i manifestanti - è un'evidente vendetta del sistema contro chi ha messo cuore, testa e coraggio nel difendere la valle dalla speculazione e dall'inquinamento". La manifestazione si è conclusa con un lancio di fuochi d'artificio.
di Giò Barbera
La Stampa, 27 settembre 2020
Nel penitenziario ci sono 93 detenuti contro una capienza di 69: rifacimento di tutte le sezioni con relativi servizi igienici. È vicina una soluzione al sovraffollamento del carcere di Imperia. "Dopo numerose denunce finalmente possiamo annunciare che casa circondariale di Imperia sarà finalmente ristrutturata".
Fabio Pagani, segretario regionale della Uil-Pa Penitenziari è moderatamente ottimista e ricorda che "più volte era stato all'Amministrazione Penitenziaria, coinvolgendo il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Dino Petralia, è stato denunciato che il padiglione "seminterrato", aperto per l'emergenza sanitaria, dove ospitare nuovi detenuti e altri da mettere in quarantena, non era a norma".
Oggi, nel carcere sono detenute 93 persone su una capienza di 69. "Con l'annuncio della ristrutturazione - aggiunge Pagani - gli interventi di ristrutturazione saranno graduali su singole semisezioni con mini "sfollamenti" di circa 25 detenuti". In particolare saranno ristrutturate tutte le sezioni con relativi servizi igienici e docce. "I lavori - spiega il sindacalista Uil - interesseranno il profilo igienico-sanitario, per impedire le attuali pesanti propagazioni di umidità e muffe nei locali annessi alle stanze detentive, dovute a scarsa areazione".
Ma non mancano i problemi di organico. "Bisogna intervenire immediatamente anche su automatizzazione e su vigilanza con videosorveglianza. Soprattutto occorre implementare il personale di polizia penitenziaria. Per questo credo sia necessaria una riunione anche per cercare di migliorare le dotazioni di automezzi e tecnologie, l'organizzazione del lavoro, altrimenti gli sforzi economici saranno inutili.
Bisogna convincere il governo Conte che l'urgenza è costruire in tempi record un nuovo carcere a Savona, dimostrando, come è successo per il ponte Morandi, che quando si vuole le cose si fanno. e in poco tempo". Solo una decina di giorni fa i detenuti del penitenziario imperiese avevano protestato contro il drastico calo delle telefonate: da una al giorno a una la settimana.
di Pasquale Vitagliano
Gazzetta del Mezzogiorno, 27 settembre 2020
Quella di Leonardo Sciascia per la giustizia è stata una "terribile" ossessione. Magnifica, invece è la coincidenza, effetto della sospensione indotta dal lockdown, che il ciclo di Letture Massimo Bordin sia partito proprio da Bari.
Lo ha sottolineato Enrica Simonetti, caposervizio Cultura e Spettacoli, della Gazzetta del Mezzogiorno, che ha introdotto e moderato il convegno, ricordando la "collaborazione militante" di Sciascia con il giornale diretto allora da Giuseppe Giacovazzo, il primo direttore della stessa Simonetti. Organizzato dall'Associazione Amici di Leonardo Sciascia e dalla Unione delle Camere Penali Italiane, in collaborazione con la casa editrice Olschki e Radio Radicale, il ciclo "Ispezioni della terribilità: Leonardo Sciascia e la giustizia", è stato aperto venerdì 25 settembre presso la sala del Consiglio regionale della Puglia.
"Finalmente - ha esordito l'avv. Lorenzo Zilletti, responsabile del Centro studi giuridici e sociali Aldo Marongiu - il destino ha voluto che partissimo proprio dalla città dove Sciascia nel 1956 pubblicò Le parrocchie di Regalpetra. Dopo i saluti istituzionali di Fabiano Amati, neoeletto consigliere regionale, e dell'assessore alla Cultura del Comune di Bari, Ines Pierucci, la quale ha espresso la volontà di fare di Bari "una città europea" nel segno di quella "europeizzazione" della cultura italiana auspicata dallo scrittore siciliano, sono intervenuti Alessio Falconio e l'editore, Maurizio Turco, per Radio Radicale, che ha seguito in diretta l'evento.
Che hanno apprezzato l'intuizione dell'Associazione di abbinare le letture, in occasione del prossimo Centenario, con il ricordo della figura di Massimo Bordin (era presente in sala il figlio Pierpaolo), che raccontando quotidianamente le questioni di giustizia, è, di fatto, divenuto il principale divulgatore di Sciascia. A loro ha fatto eco il presidente, Francesco Izzo, ricordando che "la storia dell'Associazione si è da subito intrecciata con quella di tanti padri nobili del partito radicale".
Quindi, riprendendo l'intervento di Luigi Bramato, che ha raccontato come è nata l'iniziativa di dedicare a Sciascia una via o una piazza di Bari, Izzo ha precisato che "questa scelta non è identitaria". "Sarebbe contrario al suo spirito illuminista rivendicare un senso di appartenenza, si tratta invece di condividere un patrimonio di valori, di lasciare una traccia non effimera e non retorica. Sciascia, infatti, appartiene solo ai suoi lettori".
Per la Camera Penale di Bari e l'ordine degli avvocati di Bari hanno portato il saluto l'avvocato, Ebe Antonia Guerra, e l'avvocato Guglielmo Starace. Questi, dopo aver ringraziato per la presenza il procuratore della repubblica di Bari, Giuseppe Volpe, ha esaltato nell'opera di Sciascia l'allarme profetico contro "il terribile potere di giudicare, i rischi di una magistratura autoreferenziale e i pericoli della giustizia mediatica".
Da Milano in streaming è intervenuto il prof. Gianfranco Dioguardi. Prendendo le mosse dal paradigma del "rasoio" di Guglielmo di Ockham, secondo cui "bisogna evitare di dire con molte parole, ciò che si può dire con poche", ha esaltato la capacità di sintesi dell'amico Leonardo e "la sua quasi mistica devozione per la sacralità delle parole, una per una, da non sprecare mai".
In streaming è intervenuto anche Vincenzo Maiello, avvocato e professore dell'Università Federico II di Napoli, il quale ha rivendicato la vocazione liberale dei penalisti formatisi dentro una cultura che mette sempre al centro il diritto contro ogni forma tracotante di potere.
Il tema centrale del "terribile potere di giudicare" è stato così ripreso da Filippo La Porta, critico letterario de La Repubblica, il quale, con una digressione dentro l'inferno dantesco, ha denunciato la struttura inquisitoriale di ogni forma di amministrazione della giustizia. Per questo essa "è sempre in bilico tra la funzione riparatrice della vendetta e l'umana comprensione dell'amore cristiano. Solo il senso del tragico può mettere in equilibrio questa bilancia e la letteratura può aiutarci a cogliere e coltivare questo sentimento".
La Porta è anche ritornato sulla proposta di una Strada per Sciascia. Ed ha suggerito di scegliere un luogo appartato, adatto al suo carattere solitario. Ad esempio nel centro storico, comunque lontano dal mare, che Sciascia non amava, come ha ricordato Bramato. Marco Nicola Miletti, storico del diritto dell'Università di Foggia, attraverso una rassegna molto ricca e precisa, ha ricostruito la figura di Sciascia quale minuzioso storico del diritto, innamorato del documento scritto a mano, in quanto capace di dare luce all'anello debole della catena logica degli accadimenti. Insomma, grazie agli approfondimenti di questo evento, abbiamo avuto la conferma che il pessimismo di Leonardo Sciascia non è affatto passivo e negativo. Come Pascal scommetteva sul bene e riteneva più conveniente credere in Dio, Leonardo Sciascia, nonostante tutto, ha scommesso sull'uomo e ha ritenuto comunque più conveniente puntare sulla giustizia. Sì, "ce ne ricorderemo di questo pianeta".
di Giuseppe Matarano
Avvenire, 27 settembre 2020
Progetto di Frescobaldi: 9mila bottiglie prodotte grazie al lavoro dei detenuti della colonia penale agricola. Un'esperienza unica in Italia che consente a 70 carcerati di sentirsi utili alla comunità e di pensare al futuro. Tra loro un papà tunisino di 50 anni "I miei figli sono orgogliosi di me, qui ho imparato un mestiere".
"Da otto anni lavoro nelle vigne di Gorgona. Ho imparato un mestiere, mi sento utile e soddisfatto. Penso che un giorno, quando avrò scontato tutta la pena e potrò vivere il mondo fuori, saprò fare una cosa. Potrò spendermi e impegnarmi per avere una vita normale. Oggi grazie ai soldi guadagnati qui riesco a mantenere i miei figli a fargli dei regali. Quando si parla di Gorgona, sui giornali o in tv, loro sono orgogliosi: "E l'isola di papà. È il vino di papà". E io sono felice".
Shargui ha 50 anni, è tunisino, è arrivato in Italia nel 1989. Le strade che in Italia ha percorso lo hanno portano in carcere. A Napoli. Da otto però è a Gorgona, nell'unica isola di detenzione rimasta in Italia, con la straordinaria possibilità di vivere l'esperienza della rieducazione e del lavoro con l'agricoltura e la viticoltura.
Qui dal 2012 c'è un progetto di Frescobaldi per produrre vino, un Cru di gran livello, dai poco più di due ettari di vigneti presenti nell'isola. E lo fa con i detenuti. "Adesso so cosa c'è dentro una bottiglia", dice fiero ed emozionato Shargui, mentre raccoglie i primi grappoli. Con lui c'è Gianluca, 30 anni, una vita ancora davanti, l'unico italiano del gruppo, primo anno nell'isola, che adesso sogna "un futuro diverso. Grazie a queste viti".
E altri 15 detenuti, a giro nel corso dell'anno fra i settanta che ospita la colonia penale agricola istituita nel 1869: il lavoro e il sogno di avere un'altra possibilità per riavvolgere il nastro della propria vita, imparare un mestiere, passare il tempo in modo proficuo, credere nel domani. Così "Gorgona", vino "attraente e selvaggio", sa di riscatto, è intriso di speranza e voglia di rivalsa. Quella iniziata nei giorni scorsi è la nona vendemmia nell'incantevole isola dell'Arcipelago Toscano, con il via lanciato direttamente da Lamberto Frescobaldi.
"Questo progetto mi rende ogni anno sempre più orgoglioso - ha detto il presidente della Marchesi Frescobaldi presentando la bottiglia della scorsa annata davanti al direttore dell'istituto penitenziario di Lucca, Santina Savoca, che questo progetto lo ha visto nascere. A Gorgona nei profumi e nei sapori c'è tutto: l'amore per l'isola, la cura e la passione dell'uomo, l'influenza del mare e l'ambiente straordinario che danno vita a un vino inimitabile ed esclusivo simbolo di speranza e libertà.
In una parola c'è l'essenza di questa terra e di un progetto che non finisce mai di regalare emozioni. Gorgona è... l'isola che non c'è, l'isola dei sogni che - conclude Lamberto Frescobaldi - grazie a queste bottiglie varca il mare, supera i confini, racconta ogni anno nuove storie e porta messaggi in tutto il mondo". Novemila bottiglie di vermentino e ansonica, speciali anche nell'etichetta - disegnata da Simonetta Doni - chiusa per ricordare l'inaccessibilità dell'isola e che una volta aperta svela tutta la sua bellezza.
Vuole essere una "edizione straordinaria" in modo da raccontare ogni anno un aspetto differente dell'isola. L'etichetta di "Gorgona 2019" ne descrive la biodiversità marina, trovandosi l'isola in mezzo al Santuario di Pelagos: una meravigliosa area marina nata dall'accordo tra Francia, Principato di Monaco e Italia.
Un'esperienza unica quella di Gorgona - dove oltre al vino, si allevano animali, c'è un'azienda agricola, si produce miele - che ha avuto il plauso di papa Francesco. In una lettera che i detenuti hanno esposto nell'area ricreativa il Papa evidenzia "il significativo percorso di riscatto e di rieducazione che state compiendo. Vi incoraggio a guardare al futuro con fiducia".
"Tutti noi - riprende il Santo Padre - facciamo sbagli nella vita e tutti siamo peccatori. Quando andiamo a chiedere perdono al Signore, Lui ci perdona sempre, non si stanca mai di perdonare e di risollevarci dalla polvere dei nostri peccati". Il lavoro, la dignità di queste vite segnate che provano a ricominciare. Come "lavoratori della vigna". Quella di Gorgona.
castedduonline.it, 27 settembre 2020
"Giusto per rinfrescare la memoria, ricordo che già nel 2017, con un grande manifestazione che coinvolse cittadini, comitati e amministratori locali abbiamo detto no ad un nuovo centro per migranti a Iglesias". Così Ugo Cappellacci, deputato e coordinatore regionale di Forza Italia Sardegna, commenta la proposta del sindacato Siap al prefetto di Cagliari.
"È un'idea illogica che, anziché alleviare i problemi di Monastir, non farebbe altro che replicarli in altri luoghi. Respingiamo con sdegno l'idea che la Sardegna venga utilizzata come centro migranti d'Italia e d'Europa e che, dopo la chiusura delle fabbriche vere, si aprano delle "fabbriche dell'immigrazione" che nulla hanno a che fare con l'accoglienza umanitaria e che alimentano il business dei trafficanti di persone. Né accettiamo che si pensi a calare, nuovamente, sulla testa della comunità delle ipotesi o delle decisioni che non possono essere formulate da chi non rappresenta i territori. La soluzione per noi è quella di una politica migratoria che blocchi il flusso dei clandestini provenienti dall'Algeria che conduca alla prospettiva di chiudere i CPR, non certo ad aprirne altri. Siamo contrari a scelte che mantengono lo status quo a Monastir e siamo contrari- ha concluso Cappellacci- a idee che non risolvono nulla e che raddoppierebbero i problemi".
Il no arriva anche dalla Lega e dal consigliere regionale Ennas: "L'utilizzo del carcere di Iglesias per accogliere i migranti che sbarcano nel Sulcis è una scelta errata e per nulla risolutiva della questione. Il governo, piuttosto, dovrebbe adoperarsi per recuperare la struttura cittadina e renderla operativa. Non è moltiplicando le strutture che si risolve il problema immigrazione.
Se veramente il governo nazionale vuole fare qualcosa di concreto deve fare in modo che non avvengano sbarchi e deve lavorare affinché le procedure di espulsione, per chi è irregolare e non ha diritto di stare sul suolo nazionale, siano efficaci perché la loro inefficacia continua ad attirare arrivi che nelle nostre coste sono ormai quotidiani.
Non far nulla per impedire l'arrivo di queste persone per poi ghettizzarle in strutture carcerarie non è il modo corretto di gestire la questione. Ne tale modalità ha qualcosa a che vedere con una gestione regolare dell'immigrazione o con ospitalità e accoglienza, parole di cui tanti si riempiono la bocca. Il centro di Monastir è al collasso, siamo stati i primi a denunciarlo e siamo solidali con le forze dell'ordine costrette a gestire situazioni ingestibili, in piena emergenza sanitaria e con pochissimi uomini. La struttura destinata allo scopo è Macomer, che dovrebbe essere riservata alle esigenze sarde e che invece spesso risulta saturata da individui provenienti dalla penisola".
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 27 settembre 2020
La procura di Ankara li accusa di incitamento alla violenza e omicidio. Tra gli arrestati c'è il co-sindaco di Kars. Le proteste, esplose dopo l'ingresso dell'Isis nella città siriana, furono uccisi decine di manifestanti. Il 7 novembre 2014 Kader Ortakaya cadeva al confine tra Turchia e Siria. Un colpo alla testa sparato dai militari turchi contro i manifestanti che avevano affollato la frontiera per dare la loro solidarietà a Kobane, la città curdo-siriana occupata dall'Isis due mesi prima.
Aveva 28 anni Kader, era una studentessa dell'Università di Marmara e attivista della Piattaforma collettiva per la Libertà. È morta mentre con centinaia di attivisti formava una catena umana, aggredita dai soldati con lacrimogeni e proiettili. È stata l'ultima vittima della repressione che si è abbattuta tra ottobre e novembre 2014 sulla mobilitazione del sud est turco a maggioranza curda, esplosa contro lo Stato considerato complice dello Stato islamico, per anni autorizzato ad attraversare la porosa frontiera e rifornito di armi.
Per quelle proteste e per i tentativi di attraversare il confine e portare sostegno materiale alle unità curde Ypg e Ypj a difesa di Kobane, ieri la procura di Ankara ha emesso 82 mandati di cattura contro esponenti dell'Hdp, il Partito democratico dei Popolo, opposizione pro-curda e di sinistra al monopolio politico ed economico dell'Akp del presidente Erdogan. Tra loro sette ex deputati (per cui è stato già chiesto di rimuovere l'immunità parlamentare), ex e attuali membri del comitato esecutivo dell'Hdp e il co-sindaco di Kars, Ayhan Bilgen. All'alba i primi arresti in sette province, le accuse sono per tutti le stesse: incitamento alla violenza, saccheggio, danneggiamenti, omicidio, vilipendio della bandiera turca in riferimento alle proteste per Kobane dell'autunno di sei anni fa.
L'inchiesta è stata aperta circa un anno fa, ribattezzata "Operazione Pkk/Kck", il Partito curdo dei Lavoratori e l'Unione delle Comunità del Kurdistan, la federazione-ombrello di cui fanno parte i vari movimenti curdi di Turchia, Siria, Iraq e Iran che si ispirano alla teorizzazione di Abdullah Ocalan. L'Hdp, considerato da Ankara braccio politico del Pkk, è accusato di aver ordito manifestazioni con obiettivi terroristici. La grande mobilitazione curda era iniziata la sera del 6 ottobre 2014, tre settimane dopo l'ingresso dell'Isis a Kobane, il 13 settembre. Al governo turco era stato dato "tempo", era stato chiesto di intervenire in difesa della città.
Ma all'assenza totale di intervento Ankara aveva sommato ostacoli a chiunque tentasse di portare aiuto: volontari, medicinali, cibo. Il confine sbarrato, presidiato dall'esercito turco, mentre a pochi chilometri si alzava il fumo nero degli scontri strada per strada tra Isis e Ypg/Ypj. Si protestò ovunque per settimane, nelle principali città del sud-est, ma anche a Istanbul con una manifestazione di massa il primo novembre. Il bilancio finale non è stato mai confermato, si parlò di 46, forse 53 manifestanti uccisi da soldati, poliziotti, guardie di villaggio. Tantissimi i feriti, da Diyarbakir a Batman.
Nel pomeriggio di ieri l'agenzia curda Anf ha riportato la notizia di un ulteriore divieto, stavolta per i legali degli arrestati: per "evitare il rischio di distruzione delle prove", ha fatto sapere la procura, non sarà possibile per gli avvocati vedere i loro assistiti per almeno 24 ore. La guerra aperta all'Hdp prosegue spedita: con i due ex-co-leader, Demirtas e Yuksekdag in prigione dal novembre 2014, continua a salire il numero di membri del partito dietro le sbarre. E di sindaci rimossi. Bilgen è l'ultimo di una lunga serie: considerando anche gli arresti perpetrati nel maggio scorso, 47 dei 65 comuni vinti alle elezioni del 2019 dall'Hdp sono stati commissariati dal ministero degli Interni; 95 su 102 i sindaci rimossi dai municipi vinti nel 2014. Piccoli golpe locali, così li ha definiti il partito, che mirano a modificare la geografia politica del sud-est ribelle.
di Alan David Scifo
La Repubblica, 27 settembre 2020
Ma dalla Libia ribadiscono: "Liberate i quattro calciatori detenuti". Continua la protesta dei familiari dei pescatori detenuti nelle carceri libiche. "Il nostro governo non sta facendo nulla". "Li rivogliamo a casa". A Mazara del Vallo Il grido dei familiari dei pescatori ostaggi in Libia da 26 giorni è unanime e viene ribadito nella fiaccolata organizzata nel centro della cittadina trapanese, a cui hanno partecipato centinaia di persone.
"La sensazione è che il governo non stia facendo nulla - dice una dei familiari dei pescatori - il governo è fermo, ora che le votazioni sono finite si possono dedicare a noi. Loro hanno detto che stanno bene ma è una forzatura e non ci crediamo anche se ce lo auguriamo. Speriamo che immediatamente il governo ci permetta almeno di creare un contatto con i prigionieri, anche per far capire loro che ci stiamo muovendo".
La protesta prosegue anche a Roma, dove continua il sit-in permanente degli altri 13 familiari dei pescatori arrestati e poi presi in ostaggio il primo settembre, ufficialmente per aver invaso le acque libiche (ipotesi smentita dai pescatori) e poi perché i militari avrebbero trovato della droga sui pescherecci Antartide e Medinea: ipotesi allo stesso modo smentita dai familiari e probabilmente inscenata dai militari libici per giustificare l'arresto.
Notizie non confortanti arrivano dalla Libia, da dove arriva il tweet del Libyan Address Journal, giornale vicino al generale libico Haftar, il quale ribadisce la richiesta già fatta pervenire nei giorni scorsi: "i pescatori verranno liberati quando saranno rilasciati i quattro calciatori libici oggi in carcere per traffico di essere umani".
Il riferimento è ai 4 scafisti condannati nel 2015 per traffico di essere umani e per aver provocato la morte di 49 persone, decedute per asfissia nella stiva di una nave. A sostegno dei pescatori di Mazara c'è anche il sindaco della cittadina Salvatore Quinci, che ribadisce la complessità della vicenda e chiede ancora una volta un sostegno al governo italiano. Il primo cittadino era presente alla fiaccolata così come i sindacati: "Occorre che il governo liberi i nostri pescatori - dice Giorgio Macaddino, segretario generale Uil Fpl Trapani - a noi non interessano le dinamiche che si stanno consumando nel Mediterraneo, chiediamo l'immediata liberazione dei lavoratori".
di Sergio Romano
Corriere della Sera, 27 settembre 2020
Esiste una fondamentale differenza tra il sistema giudiziario degli Stati Uniti e quello di quasi tutte le democrazie europee. Nei nostri sistemi esistono disparità da un Paese all'altro per il reclutamento e la selezione dei magistrati; e vi sono differenze tra i Paesi che adottano la Common Law (un sistema di origine inglese, fondato sul continuo uso dei precedenti) e quelli che hanno adottato le grandi riforme napoleoniche.
Ma in questi Paesi il giudice ideale è quello che applica la legge votata dai Parlamenti e non è motivato da considerazioni politiche o religiose. Non mancano i sistemi autoritari dove la legge è dettata da chi detiene il potere; e vi sono giudici che subiscono influenze di varia natura. Ma il modello pubblicamente riconosciuto in Europa è quello di una giustizia severamente neutrale.
Negli Stati Uniti la giustizia opera in un contesto caratterizzato da una forte partigianeria. Ne abbiamo una nuova prova dopo morte di un giudice della Corte Suprema. I membri della Corte sono nove e vengono nominati dal presidente, ma assumono la carica dopo l'approvazione del Senato e la conservano sino alla morte. Il giudice scomparso era Ruth Bader Ginsburg, nominata da Bill Clinton nel 1993, che godeva di una stima generale, ma era particolarmente gradita alle correnti più liberali e progressiste della società americana.
Il rapporto fra conservatori e liberali nella Corte Suprema, dopo le prime tre nomine di Donald Trump, è già di cinque a quattro e sarà e di 6 a 3 se il nuovo giudice (una donna che fu assistente di un altro giudice conservatore, Antonin Scalia) verrà confermata dal Senato. Allarmati, molti americani sostengono che alla vigilia di nuove elezioni presidenziali, il 3 novembre, Trump avrebbe dovuto lasciare il compito della nuova nomina al suo successore, anche perché non deve la vittoria a un voto popolare (la sua avversaria, Hillary Clinton, ha preso quasi tre milioni di voti in più). È stato eletto grazie alla maggioranza degli Stati in un organo, il Collegio Elettorale, che molti considerano ormai invecchiato.
L'argomento non è privo d'importanza, ma gli avversari di Trump non mettono in discussione il diritto di scegliere un giudice politicamente gradito. Vogliono che la scelta venga fatta da un altro presidente, più vicino alla loro idee e convinzioni. Mentre in Europa un giudice è tanto più stimato quanto più è neutrale, negli Stati Uniti sembra essere stimato quando tiene conto, nelle sue sentenze, delle opinioni e delle preferenze di chi lo ha nominato o eletto.
Il problema è particolarmente serio in un Paese dove lo straordinario aumento dei diritti civili e umani, da quelli sulla eguaglianza degli afroamericani all'epoca del presidente Lyndon Johnson, a quelli più recenti sul porto delle armi, la sessualità e la famiglia (aborto, matrimonio fra persone dello stesso sesso, mutamento di genere), hanno enormemente aumentato il numero dei ricorsi in giustizia e quindi l'influenza dei giudici nella vita sociale americana. Sono questioni che stanno dividendo drammaticamente gli Stati Uniti e hanno addirittura suscitato, dopo l'arrivo di Trump alla presidenza, il timore di una guerra civile.
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