di Francesco D'Errico*
Il Dubbio, 26 settembre 2020
L'analisi nel saggio di Francesco Gallino "Tocqueville, il carcere, la democrazia". Quando George W. Pierson definì la missione di studio sui penitenziari americani di Alexis de Tocqueville e di Gustave de Beaumont "una scusa valida" per farsi un viaggio negli Stati Uniti, commise l'errore di sottovalutare l'importanza dell'opera frutto di quella meticolosa e appassionata ricerca: il "Système pénitentiaire aux Etats- Unis et son application en France".
Di questo, ne è più che sicuro Francesco Gallino, assegnista di ricerca in Storia delle dottrine politiche presso il Dipartimento di Cultura, Politica e Società dell'Università di Torino e autore del saggio "Tocqueville, il carcere, la democrazia" (Il Mulino, 2020).
Gallino, infatti, sostiene convintamente l'importanza del "Système pénitentiaire" ai fini di una migliore conoscenza e analisi del pensiero tocquevilliano, di cui essa rappresenterebbe "al contempo un segmento autonomo e una chiave di comprensione". Non dunque un'opera secondaria da dimenticare, schiacciata sotto il peso della più celebre "La democrazia in America", ma un tassello fondamentale per poter meglio apprezzare la filosofia di Tocqueville e scoprire la sua teoria penitenziaria.
Nei nove mesi trascorsi oltreoceano, infatti, i due studiosi dedicarono intere giornate alla visita e all'analisi di diversi istituti penitenziari, anche tramite interviste a direttori delle carceri, politici, funzionari e addirittura, quando possibile, anche ai detenuti. Ai risultati di questa attività, che non consistono soltanto in "informazioni su costi, vitto, regolamenti, ricavi e tassi di recidiva di ciascuna prigione" ma anche in una "interrogazione profondamente teorica", Gallino dedica larga parte del saggio.
I diversi modelli americani, i cui capisaldi condivisi erano rappresentati dall'isolamento in celle individuali, dall'imposizione del silenzio e del lavoro forzato ci spiega l'autore - colpirono profondamente Tocqueville, anche per le vistose differenze con il fallimentare modello francese, in cui si richiudevano senza distinzione negli stessi luoghi sovraffollati persone in attesa di giudizio, sbandati, malati di mente e criminali. Egli formulò così una sua propria visione penitenziaria, rintracciabile tanto nell'opera quanto nelle lettere e i diari di viaggio.
Da un lato, se è vero che nella sua teoria propose metodi che all'occhio del giurista di oggi risulterebbero fin troppo afflittivi- Tocqueville riteneva che "una volta rotto il patto che lo legava alla società il criminale perde il diritto a godere di ogni diritto civile" -, dall'altro presentò anche una serie di aspetti considerevolmente avanzati: l'idea di garantire una "speranza concreta di rientrare in società da uomini liberi a pieno titolo", attraverso un superamento dello stigma sociale nei confronti degli ex detenuti; "l'abolizione delle condanne all'ergastolo che 'confiscando per sempre la libertà del detenuto' gli impediscono di 'riconciliarsi con l'avvenire'; un sistema di prevenzione non repressivo ma fondato su "sforzi per procurare un lavoro agli oziosi" e per fornire educazione e istruzione a chi non poteva riceverla; una concezione dei riformatori per giovani, ritenuti "non ancora irrimediabilmente corrotti", fondata "sull'incoraggiamento del dialogo tra i reclusi e l'allestimento, fra loro, di pratiche democratiche e procedure elettorali, per farne maturare le capacità necessarie per diventare cittadini attivi".
Quest'ultimo metodo in particolare "trova una corrispondenza strettissima" con uno degli aspetti centrali del pensiero di Tocqueville: la valorizzazione delle pratiche quotidiane di confronto e di autogoverno attraverso cui i cittadini acquisiscono il "gusto" e "l'abitudine" della libertà; elemento che, secondo Gallino, segnala la profonda connessione teorica tra il "Système pénitentiaire" e "La democrazia in America". Un saggio, dunque, per poter approfondire la genesi dei moderni sistemi penitenziari americani e forse soprattutto per esplorare, da un punto di vista originale, il pensiero di uno dei più eclettici esponenti della cultura liberale.
*Presidente Extrema Ratio
di Aldo Cazzullo
Corriere della Sera, 26 settembre 2020
Gli italiani, a dispetto di chi li pensava come un popolo di piagnoni viziati, hanno dimostrato di saper soffrire. Di solito non siamo scattisti e velocisti, ma marciatori e maratoneti. E questa sarà una maratona, che richiede resistenza e serietà. Senso pratico e forza morale.
L'11 settembre 2001 ci dicemmo che era cambiato il mondo, che nulla sarebbe più stato come prima. Pareva l'inizio di una nuova era, segnata dalla paura e dall'insicurezza. La settimana successiva, gli aerei riprendevano a decollare dall'Europa verso l'America, e viceversa. Da sei mesi a questa parte, dall'Europa non si va in America se non in circostanze eccezionali, e viceversa. Se prima del lockdown qualcuno ci avesse detto che sarebbe successo tutto questo a causa di un virus sconosciuto, avremmo risposto che la vita non è un film distopico. Ma se nei giorni del lockdown qualcuno ci avesse detto che all'inizio dell'autunno avremmo potuto andare al cinema e a teatro, e i nostri figli sarebbero tornati a scuola, l'avremmo considerato un ingenuo ottimista. La pandemia è stata la prova più dura della nostra vita, almeno per coloro tra noi che non hanno conosciuto la guerra. L'abbiamo affrontata con molti errori, che sono ora evidenti a tutti: la mancanza iniziale di mascherine e soprattutto di regole chiare, il contagio portato negli ospedali e nelle case di riposo, le zone rosse mancate. Però nel complesso la reazione degli italiani, con rare eccezioni, è stata notevole, talora straordinaria.
Non solo medici e infermieri; forze dell'ordine, farmacisti, cassieri dei supermercati, addetti alle pulizie, reporter, sacerdoti, militari, operai, milioni di italiani - e più ancora di italiane - hanno continuato a lavorare negli ospedali, negli uffici, per strada anche quando gli altri erano costretti a casa. Poi abbiamo assistito alla scena per certi versi grandiosa della riapertura: le fabbriche che hanno ripreso a funzionare, e ora le scuole che nonostante contraddizioni e inadeguatezze sono ripartite, grazie innanzitutto alla passione e al senso civico della netta maggioranza degli insegnanti, uomini e più ancora donne.
Ora comincia una fase nuova, irta di incognite. Abbiamo capito che la battaglia sarà lunga. La normalità non è per domani. Conosciamo il virus meglio; però manca ancora una cura universale; e i tempi per il vaccino non sono certi. Non sappiamo tra quanti mesi sarà disponibile, e quanto tempo occorrerà prima che la popolazione sia immunizzata. Regole e procedure, che sino a poco tempo fa parevano impensabili e poco per volta sono diventate la prassi, ci terranno compagnia ancora per molto tempo. Per fortuna, con le solite eccezioni, in Italia non si sono viste le scene penose degli scontri di piazza, della rivolta dei negazionisti.
Dopo qualche sbandata iniziale, anche l'opposizione ha rinunciato a dare battaglia su questo terreno. Quasi tutti gli italiani hanno compreso che l'apparente limitazione della propria libertà personale era una forma di rispetto per la libertà e la sicurezza altrui. Non a caso, mai come stavolta il voto amministrativo si è giocato al di fuori delle tradizionali categorie di sinistra e destra; che esistono ancora, ma non hanno impedito a molti moderati campani e pugliesi di votare De Luca ed Emiliano, e a molti progressisti veneti e liguri di votare Zaia e Toti. In una situazione di incertezza, ci si è affidati a chi bene o male ha retto il timone. Questo spiega anche la domanda di protezione rivolta allo Stato, la ripresa della fiducia nelle istituzioni pubbliche, dalle forze dell'ordine alla scuola, e persino un'apertura di credito alla criticatissima Europa.
Nei prossimi mesi non serviranno né la distopia, né l'ottimismo. Né il timore della catastrofe, né l'illusione che tanto alla fine tutto andrà bene; perché quasi 36 mila morti (che fuori dalle statistiche ufficiali sono di più) ci ricordano che non tutto è andato bene. Abbiamo imparato dal dolore e dall'esperienza. Sappiamo che la curva dei contagi, con la cattiva stagione, è destinata a salire. Ma ora la sanità è meglio attrezzata, le mascherine ci sono, le regole risultano chiare; per questo non ci sarà un nuovo lockdown generalizzato. Ci saranno di sicuro chiusure parziali, rinunce, difficoltà, sofferenze. Ma gli italiani, a dispetto di chi li pensava come un popolo di piagnoni viziati, hanno dimostrato di saper soffrire. Di solito non siamo scattisti e velocisti, ma marciatori e maratoneti. E questa sarà una maratona, che richiede resistenza e serietà. Senso pratico e forza morale.
Tutti coltiveremo un ricordo doloroso dei mesi passati, e probabilmente dei mesi a venire. Ma molti tra noi ne conserveranno un ricordo, se non eroico, se non bello, almeno dignitoso. Avremo il senso di essere stati all'altezza di un'emergenza inedita nella storia recente. È possibile che, tra molto tempo, qualcuno raccontando la storia italiana scriverà dello spirito del 2020. Forse sarà un po' troppo generoso; ma probabilmente coglierà nel segno.
di Luca De Vito
La Repubblica, 26 settembre 2020
Prende corpo il fascicolo aperto dalla procura di Milano su quanto accaduto dopo l'arresto di due persone, che avevano appena tentato un furto: sotto indagine per lesioni pluriaggravate il poliziotto che ha sferrato calci al casco di uno dei fermati bloccato a terra e a due colleghi
Ci sono tre poliziotti indagati per il turbolento arresto del 15 settembre in via Marghera a Milano, immortalato in un video fatto dalla finestra di un palazzo e pubblicato dal sito Fanpage.it. Si tratta dell'agente che viene ripreso mentre prende a calci uno dei due arrestati quando è a terra bloccato da altri poliziotti, e di altri due agenti, la cui condotta, dalle immagini, appare meno chiara. Il fascicolo aperto dal pm Giovanni Tarzia e dal procuratore aggiunto Laura Pedio è quindi diventato un modello 21, con indagati e con un titolo di reato, quello di lesioni pluriaggravate. Le indagini, affidate alla squadra mobile, hanno portato anche all'acquisizione del video dalla redazione di Fanpage.it, che la polizia giudiziaria è andato a prendere ieri mattina.
Tra gli elementi che gli investigatori stanno acquisendo in questi giorni, anche altri video delle telecamere di sorveglianza della zona che potrebbero dare indicazioni utili all'indagine anche su quanto avvenuto prima dell'arresto vero e proprio: l'obiettivo dei pm è infatti quello di ricostruire con precisione tutta la dinamica, dall'inseguimento alle immagini riprese nel video. Elementi che saranno utilizzati anche nell'ambito dell'altro procedimento, quello che vede i due uomini arrestati, Teodoro De Filippo e Domenico Fazi, entrambi pregiudicati classe 1976 e 1974, accusati di furto e resistenza.
"Mi sono venuti addosso e uno mi ha colpito con calci e pugni. Non è vero che ho reagito, forse (l'agente, ndr) si è rotto la tibia scendendo dalla macchina e urtando lo scooter". Aveva detto De Filippo davanti al giudice per le indagini preliminari che ha poi convalidato il suo arresto e quello di Fazi. La ricostruzione di quanto avvenuto, fatta dagli agenti, racconta che alle 4.10 del mattino una volante in perlustrazione aveva sorpreso un uomo che cercava di scassinare con un flessibile la saracinesca di una gioielleria in via Marghera e un altro uomo in scooter ad attenderlo in mezzo alla strada. Sorpresi dalla polizia, i due hanno provato a scappare, imboccando piazza Wagner, via Cherubini, corso Vercelli, via Giovio, via Sanzio, via Pier Capponi.
Un lungo inseguimento ad alta velocità e in molte strade in contromano, finito in via Giotto, dove si trovava un'altra volante già in zona. Lo scooter avrebbe urtato il marciapiede e si sarebbe ribalta facendo cadere i due a terra. È a quel punto che gli agenti hanno immobilizzano l'uomo e che dalla finestra hanno cominciato a fare il video: calci, pugni e qualche frase "Brutto figlio di p..., ti è andata bene" sono le parole registrate che sembrano pronunciate dall'agente che sferra i calci. Quella sera oltre ai due arrestati che hanno riportato cinque giorni di prognosi ciascuno, anche i poliziotti sono rimasti feriti: uno ha rimediato 30 giorni di prognosi per una frattura alla rotula e un altro 10, per una lesione alla mano. "Per tentare di sfuggire all'arresto i due si dimenavano con calci e pugni verso gli agenti e ne scaturiva una violenta colluttazione", scriveranno poi gli agenti nella loro notazione la mattina seguente.
di Stefania Cugnetto
Il Resto del Carlino, 26 settembre 2020
Inaugurato ieri il laboratorio in carcere: alcuni condannati svolgeranno un tirocinio per essere poi assunti da una cooperativa. "Un sogno che diventa realtà, anzi un piccolo miracolo", con queste parole il direttore del carcere di Forlì, Palma Mercurio, ha inaugurato ieri il nuovo laboratorio di saldatura. Un'occasione concreta di lavoro per sei detenuti che hanno iniziato un percorso di formazione lo scorso luglio e ora sono pronti per il tirocinio che li porterà a diventare saldatori professionisti.
Ieri il taglio del nastro che ha aperto ufficialmente le porte del nuovo laboratorio davanti ai volti felici e commossi dei detenuti coinvolti. Il laboratorio di saldatura nasce dall'esperienza di un laboratorio di assemblaggio nato nel 2006 all'interno del carcere di Forlì, un'attività che ha permesso negli anni l'inserimento lavorativo di 75 detenuti. Il progetto scaturisce dalla sinergia tra l'ente di formazione Techne, la cooperativa Lavoro Con e imprese del territorio, Cepi spa, Mareco Luce srl e Vossloh Schwabe spa. "Il territorio di Forlì ha collaborato alla realizzazione di questo sogno - ha dichiarato Palma Mercurio. Questa città si impegna perché il carcere fa parte di essa. Dobbiamo dare opportunità tangibili ai detenuti poiché il percorso in carcere deve essere di ricostruzione, non solo di detenzione. Il miglior tempo, infatti, è quello passato lavorando, quello è un tempo di qualità".
Il laboratorio si svolge dentro le mura della casa circondariale, dove si trovano le postazioni di lavoro e le attrezzature necessarie. Entusiasta il sindaco di Forlì, Gian Luca Zattini: "Sono felice di assistere a questo percorso di rinascita, un percorso che dimostra che la città di Forlì non vuole lasciare indietro nessuno". L'idea di questo laboratorio parte un anno fa: "È partita da una reale esigenza - ha spiegato Lia Benvenuti, direttore generale di Techne: mancano saldatori professionisti, figure che le aziende ricercano moltissimo. Siamo partiti con la voglia di offrire una formazione spendibile al di fuori del carcere, una vera occasione di lavoro".
I detenuti scelti per il laboratorio verranno assunti dalla cooperativa Lavoro Con. "La pena detentiva ha due facce - ha chiosato Luca Ferrini, assessore allo sviluppo economico, legalità e sicurezza di Cesena - una è quella punitiva perché è giusto pagare per i reati commessi ma l'altra è quella della speranza, la speranza di una vita migliore e diversa e quest'ultima passa dall'opportunità di lavoro".
di Edoardo Campanella* e Francesco Profumo**
Corriere della Sera, 26 settembre 2020
La pandemia, il lockdown e il lavoro da remoto stanno modificando gli equilibri tra centro e periferia. Tuttavia il virtuale non è ancora un perfetto sostituto del reale. Il Grande Lockdown ha alterato la percezione di spazio per milioni di persone. Per settimane, le interazioni sociali e professionali tipiche della nostra quotidianità sono state mediate da tecnologie digitali che hanno compresso la distanza fisica, offuscando i confini tra mondo virtuale e reale. Un esperimento socioeconomico di tale portata trasformerà diversi aspetti della nostra vita, inducendo molte persone a ripensare non solo come vivere, ma anche dove, magari lavorando lontano dal proprio posto di lavoro in luoghi con una qualità della vita più alta.
La diffusione su vasta scala del lavoro da remoto, però, non porterà necessariamente alla morte della città in quanto tale. Il virtuale non è ancora un perfetto sostituto del reale. Si potrebbe avere, piuttosto, un ribaltamento delle gerarchie urbane tra centro e periferia che hanno caratterizzato l'Occidente fin dai tempi della Prima Rivoluzione Industriale. Si tratta di un fenomeno globale, ma che risulta particolarmente rilevante per un modello di sviluppo come quello italiano che negli ultimi anni da policentrico è diventato sempre più monocentrico, con Milano come fulcro incontrastato del sistema.
Da un punto di vista strettamente economico, l'ascesa e il declino di una città, e di conseguenza l'evolversi delle gerarchie urbane, è storicamente dipeso da due fattori: l'effetto agglomerazione e i costi di localizzazione. Nelle città di successo si respira un'atmosfera particolare che attrae persone e imprese con interessi simili, così facilitando lo scambio di beni, servizi, lavoro e idee. Storia, infrastrutture, università di prestigio e grandi capitali finanziari sono solitamente i principali fattori d'attrazione.
In epoca industriale, poi, il magnetismo di una città è spesso dipeso dalla sua localizzazione rispetto ai mercati di approvvigionamento e di sbocco, e quindi dalla sua abilità di ridurre i costi di un'impresa. Pittsburgh, per esempio, siede, letteralmente, sopra una montagna di acciaio, di cui è grande produttrice. Oltre un secolo fa, i confezionatori americani di carne per la grande distribuzione decisero di concentrarsi a Chicago, a metà strada tra i grandi pascoli dell'ovest agrario e i mercati finali dell'est urbano.
Con il prosperare di una città, che attira talenti e capitali, molte altre vengono spinte ai margini del sistema economico, facendo gradualmente emergere chiare gerarchie urbane a cui corrispondono altrettanto chiare disparità di ricchezza. In alcuni casi, la piramide può essere ripida e stretta come in Francia dove la maggior parte delle attività economiche sono concentrate a Parigi. In altri, invece, può essere larga e piatta come in Germania, dove il sistema federale porta a un modello di sviluppo diffuso.
Ovviamente, le gerarchie urbane non sono qualcosa di statico. I posizionamenti all'interno della piramide cambiano in base alle alterne vicissitudini di una città. La globalizzazione, che ha portato molte aziende a spezzettare la loro produzione in giro per il mondo, ha ridotto l'importanza dell'elemento localizzazione, limitando l'influenza sistemica di molte città a vocazione industriale. Vent'anni fa Detroit divenne una città fantasma con la crisi del settore automobilistico.
Il fattore aggregazione, invece, ha continuato a giocare un ruolo fondamentale per i poli tecnologici e finanziari, da New York e Londra a Tel Aviv e Berlino. Le professioni ad elevato contenuto di conoscenza beneficiano fortemente dall'interazione sociale e intellettuale. Non a caso, vi è una forte correlazione tra dimensioni di una città e numero di brevetti registrati per milione di abitante. Questo effetto di cross-fertilizzazione, combinato all'impatto della globalizzazione, ha portato nel caso italiano all'assottigliamento della piramide e all'incedere impetuoso di Milano.
Ma le nuove tecnologie digitali stanno riducendo in modo drastico i benefici derivanti dall'agglomerazione, permettendo di coglierli almeno in parte a distanza. Il potenziale di molte piattaforme digitali, evidente prima della pandemia, si sta ora realizzando su vasta scala. Studi dimostrano come anche una breve interazione tra colleghi, saltuaria e a distanza, possa avere un impatto sulla produttività maggiore rispetto a incontri lunghi e quotidiani. E così anche il secondo fattore alla base della concentrazione urbana viene gradualmente meno.
Se la domanda di incontri di persona dovesse diminuire drasticamente, i costi di agglomerazione di città affollate e costose inizierebbero a superarne i benefici, spingendo anche professionisti qualificati verso città più piccole, dove godrebbero di maggiore potere d'acquisto e di standard di vita più elevati, mantenendo formalmente il loro posto di lavoro altrove. Qualcosa che sta già succedendo, per esempio, in Silicon Valley, a Londra e nella stessa Milano. Del resto, molte delle opportunità di svago e professionali che rendono uniche le grandi metropoli sono appannaggio di una piccola elite.
Una fuga da città ricche e dinamiche verso aree economicamente stagnanti o addirittura depresse non ha precedenti. Storicamente è sempre avvenuto il contrario. Si avrebbe non solo un riassetto, ma anche un appiattimento delle tradizionali gerarchie urbane. I grandi centri come Milano o Londra, dove molti lavori a distanza rimarrebbero formalmente localizzati, continuerebbero a mantenere molta della loro influenza economica. Ma la ricchezza sarebbe meno concentrata e raggiungerebbe anche le aree più periferiche grazie a un loro graduale ripopolamento.
Nel corso del tempo, l'afflusso di professionisti verso aree stagnanti porterebbe alla creazione di una domanda di beni e servizi offerti localmente che favorirebbe l'emergere di un modello di crescita più equilibrato dal punto di vista geografico. In media, un lavoro qualificato e ben retribuito ne crea circa cinque meno qualificati all'interno della stessa economia locale. Così si colmerebbero parte dei divari regionali alla base dell'ondata populista degli ultimi anni. Per facilitare una simile transizione, è necessario costruire infrastrutture digitali adeguate nelle aree periferiche, fornire crediti d'imposta per il trasferimento di residenza e ampliare gli incentivi per lo smart working. L'Europa, dove città con secoli di storia sono completamente spopolate, potrebbe vedere la rinascita di alcune delle sue regioni a più alto potenziale. E in Italia si tornerebbe verso un modello di sviluppo policentrico, più bilanciato di quello attuale.
* Future World Fellow dell'Ie University di Madrid
** Presidente della Compagnia di San Paolo e dell'Acri
La Nazione, 26 settembre 2020
Il Comune ha aderito al progetto che durerà al massimo un anno. Può andare in una struttura chi ha quasi scontato la pena. Dieci i detenuti che nel comune di Siena potranno usufruire del progetto "Una mano per la casa". Un'idea nata per fronteggiare l'emergenza epidemiologica da Covid-19 in carcere dove spesso c'è sovraffollamento mentre serve il distanziamento per evitare il contagio. Il progetto, finanziato per 419 mila euro (divisi fra Siena, Livorno e Firenze) dalla Cassa delle ammende e dall'Ufficio interdistrettuale esecuzione penale esterna, "punta a creare le condizioni per favorire l'accesso a misure alternative alla prigione per i detenuti del carcere del territorio - si legge nel bando emesso da Palazzo Pubblico in scadenza il 5 ottobre - che sono privi di riferimenti esterni e soprattutto di un domicilio".
Chiaro che si tratta di persone che sono vicine alla fine della pena e possono accedere a misure alternative alla cella. Per le spese legate all'alloggio, all'ospitalità e all'eventuale progetto di reinserimento sociale la Regione erogherà alle strutture o agli operatori che accederanno al bando un contributo massimo giornaliero di 29 euro per sei mesi. Dieci come detto i detenuti che potranno usufruire del servizio accoglienza a Siena.
Avvenire, 26 settembre 2020
Ucciso detenuto afroamericano di 40 anni: il primo da quando Donald Trump ha ripreso le uccisioni. Si tratta della settima esecuzione capitale federale da luglio. Non si ferma la macchina della morte negli Usa. La nuova esecuzione capitale federale è la prima di un detenuto afroamericano e la settima da luglio, dopo che è stata ripristinata dall'amministrazione Trump.
Il detenuto Christopher Vialva, 40 anni, è stato ucciso con una iniezione letale in una prigione governativa a Terre Haute, Indiana. Vialva era stato condannato per un duplice omicidio commesso nel 1999, quando aveva 19 anni e insieme ad un gruppo di teenager dirottò un'auto a Fort Hood, in Texas, sparando alla coppia a bordo, Todd e Stacie Bagley.
I loro corpi furono bruciati nel bagagliaio della vettura da un complice, anch'egli condannato alla pena capitale. Nei giorni scorsi i vescovi Usa avevano chiesto di fermare due esecuzioni: "Diciamo al presidente Trump e al procuratore generale Barr: basta. Fermate queste esecuzioni". "Dopo il primo omicidio registrato nella Bibbia, Dio non pose fine alla vita di Caino, ma piuttosto la preservò, avvertendo gli altri di non uccidere Caino. Come Chiesa, dobbiamo dare un aiuto concreto alle vittime della violenza e dobbiamo incoraggiare la riabilitazione di coloro che commettono violenza", hanno scritto l'arcivescovo Paul Coakley e l'arcivescovo Joseph Naumann.
di Riccardo Noury
Il Domani, 26 settembre 2020
In Libia decine di rifugiati e migranti sono intrappolati in un circolo vizioso di crudeltà, senza un modo legale e sicuro per uscirne fuori: dopo indescrivibili sofferenze, rischiano la vita in mare cercando salvezza in Europa solo per essere intercettate, riportate nel luogo di partenza e sottoposte alle medesime violenze da cui avevano cercato di mettersi al riparo. Amnesty International denuncia tutto questo nel rapporto "Tra la vita e la morte", pubblicato il giorno dopo l'annuncio, da parte della Commissione europea, del nuovo patto su migrazione e asilo, che propone una ancor più stretta cooperazione con gli stati esterni all'Ue per controllare i flussi migratori.
Il rapporto contiene resoconti terribili di rifugiati e migranti che hanno subito o assistito a torture, sparizioni forzate, stupri, detenzioni arbitrarie, lavori forzati, sfruttamento e uccisioni da parte di attori statali e non statali in un clima di pressoché totale impunità. Dal 2016, con l'Italia in prima fila, gli stati membri dell'Ue collaborano con le autorità libiche fornendo loro imbarcazioni veloci, formazione e assistenza nel coordinamento delle operazioni in mare, per assicurarsi che le persone che intraprendono il viaggio nel Mediterraneo siano intercettate e riportate in Libia, aggirando così il divieto internazionale di respingimento.
Durante questo periodo, la guardia costiera libica sostenuta dall'Ue ha intercettato in mare e riportato in Libia circa 60mila uomini, donne e bambini, 8.435 dei quali solo dal primo gennaio al 14 settembre 2020. Al ritorno in Libia, i rifugiati e i migranti sono portati nei centri di detenzione ufficiali diretti dalla Direzione per il contrasto all'immigrazione illegale, che dipende dal ministero dell'Interno del governo di accordo nazionale (Gna), riconosciuto dall'Onu, che controlla la Libia occidentale. Migliaia di altri sono stati sottoposti a sparizione forzata dopo che erano stati portati in centri non ufficiali di detenzione, come la Fabbrica del tabacco, controllati da una milizia tripolina affiliata al Gna e comandata da Emad al-Trabulsi.
Decine di rifugiati e migranti hanno riferito ad Amnesty di aver assistito alla morte dei loro cari nei centri di detenzione. Chi è ancora a piede libero rischia non solo di essere arrestato e portato in questi centri, ma anche di essere rapito da milizie, gruppi armati e trafficanti. In alcuni casi viene torturato e stuprato finché la sua famiglia non ha pagato un riscatto. Altri muoiono nelle mani dei loro rapitori a causa di violenza, tortura, fame o diniego di cure mediche.
Altri ancora sono costretti a partecipare a operazioni militari. Molti di loro vivono in alloggi squallidi: l'assenza di misure preventive di igiene e l'impossibilità di rispettare il distanziamento fisico aumentano i rischi di contrarre il Covid-19. Gran parte di loro ha difficoltà ad accedere alle cure ed è esclusa dai provvedimenti ufficiali di contrasto alla pandemia.
A fronte di questa situazione orribile, gli attuali programmi di evacuazione e reinsediamento non bastano ad assicurare un'uscita legale e sicura dalla Libia. All'il settembre 2020, solo 5.709 rifugiati in condizione di vulnerabilità avevano beneficiato di questi programmi.
*Portavoce di Amnesty International Italia
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 26 settembre 2020
Vietato l'imbarco di due tecnici con un provvedimento privo di riferimenti normativi. Stop di fatto a tutte le navi umanitarie. "La verità è che c'è una persecuzione amministrativa contro alcune organizzazioni che operano in mare con grande dignità", afferma il comandante Gregorio de Falco, senatore del gruppo misto. Intanto le partenze non si fermano: 13 dispersi e 3 morti in un naufragio; 135 persone catturate dai libici.
Il governo italiano sta provando a bloccare anche Mediterranea. Mentre i preparativi per la partenza del rimorchiatore Mare Jonio volgevano al termine, la capitaneria di porto di Pozzallo ha negato l'autorizzazione all'imbarco di due "tecnici": Fabrizio Gatti e Iason Apostolopoulos. Il primo è un medico e il secondo un esperto in diritti umani in attività di monitoraggio. Nel documento firmato dal comandante della guardia costiera Donato Zito si legge: "trattasi di due profili che non hanno alcuna attinenza con la tipologia di servizio svolto dal rimorchiatore".
Tecnicamente la questione affonda in una disputa tra il registro italiano navale (Rina) e la guardia costiera: il primo ha certificato che la nave può svolgere attività Sar (di ricerca e soccorso); la seconda ha contestato tale decisione. Su questa base la guardia costiera ha ripetutamente diffidato Mediterranea dallo svolgimento di attività "preordinate e continuative" identificabili come Sar. Dalle diffide è poi passata al divieto di imbarco delle due figure professionali. Il provvedimento, però, è giudicato estremamente debole da esperti e avvocati, che presenteranno ricorso.
"Manca qualunque riferimento normativo - afferma il comandante Gregorio de Falco, senatore del gruppo misto - Affinché un tecnico possa salire su una nave sono richieste solo due cose: contratto con l'armatore e assicurazione. La natura dell'imbarcazione non c'entra nulla. La verità è un'altra: c'è una persecuzione amministrativa contro alcune organizzazioni che operano in mare con grande dignità". La questione, insomma, è tutta politica.
"Il nostro non è un caso eccezionale: il governo ha bloccato sistematicamente tutte le presenze in mare", afferma Alessandro Metz, armatore di Mediterranea. Al momento non ci sono navi umanitarie: Sea-Watch 3, Sea-Watch 4 e Ocean Viking sono sottoposte a fermo amministrativo; Alan Kurdi è a Olbia in attesa di istruzioni; Open Arms è in quarantena, una misura imposta solo alle imbarcazioni delle Ong (la Asso Ventinove dell'Eni ha salvato 95 migranti, li ha sbarcati a Trapani il 16 settembre ed è ripartita subito dopo verso la Libia). "Nei nostri confronti non hanno trovato cavilli a cui appigliarsi e quindi dicono: potete partire, ma senza le figure necessarie ai soccorsi", continua Metz.
Il caso ha fatto esplodere nuovi malumori nella maggioranza. Il parlamentare Pd Matteo Orfini parla di "ennesimo atto di boicottaggio a chi salva vite". "Ho dato la fiducia a questo governo per una discontinuità che non si vede. Con altri colleghi facciamo sempre più fatica", dice de Falco. Dure le accuse degli esponenti di Liberi e Uguali, che si trovano nella difficile posizione di sostenere il governo ma essere anche attivi dentro Mediterranea come garanti. "Aver impedito l'imbarco dei soccorritori per fare in modo che non possa riprendere le missioni di salvataggio è un'autentica carognata", ha twittato il portavoce nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni. Per l'onorevole Rossella Muroni: "mentre a Roma facciamo annunci (sulle modifiche ai decreti sicurezza, ndr) a Pozzallo la capitaneria di porto di fatto impedisce alla Mare Jonio di salpare. Contraddizioni e ipocrisie che non possiamo più permetterci".
La discussione sulle possibili modifiche alle leggi Salvini e la prosecuzione della guerra alle Ong viaggiano paradossalmente su binari paralleli. Il governo Pd-5S ha neutralizzato la presenza umanitaria nel Mediterraneo attraverso misure di carattere amministrativo che nulla hanno a che vedere con i contestati decreti sicurezza. Potrebbe cancellarli completamente e continuare comunque a bloccare tutta la flotta civile. L'esecutivo, infatti, non ha mai messo in discussione i discorsi e le prassi che criminalizzano la solidarietà, una vicenda che ha ormai radici profonde.
La storia di Apostolopoulos ne riflette bene l'evoluzione. L'ingegnere greco ha lasciato tutto nell'ottobre 2015 per andare su una spiaggia di Lesbo e aiutare, insieme ad altri militanti del movimento greco, i profughi che arrivavano dalla Turchia. Da allora ha partecipato, a bordo di navi appartenenti a diverse Ong, a centinaia di operazioni di soccorso che hanno coinvolto migliaia di persone. All'inizio erano coordinate dalla guardia costiera italiana. Nel 2017 il coordinamento è diventato silenzio. Con il codice Minniti e i porti chiusi di Salvini il silenzio si è trasformato in contrasto. A maggio 2017 i libici hanno sparato sulla nave da cui tentava di salvare dei naufraghi, l'Aquarius. Ora il governo italiano gli dice che non può tornare in mare.
Nonostante non ci siano Ong le partenze dalla Libia continuano. Mentre sul Mediterraneo centrale è in arrivo una bufera, ieri l'Oim ha comunicato un naufragio avvenuto vicino Tripoli: tre morti; 13 dispersi; 22 persone salvate dai pescatori. Seabird, l'ultimo aereo che documenta ciò che accade in mare, ha assistito nel pomeriggio alla cattura di 135 persone. Sul gommone c'erano due morti. La cosiddetta "guardia costiera libica" riporterà i sopravvissuti nei centri di prigionia.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 26 settembre 2020
Proviamo solo per un attimo a chiudere gli occhi e a immaginare di leggere le ultime notizie a proposito di immigrazione. E proviamo - per scherzo - a immaginare come reagiremmo se Matteo Salvini fosse ancora ministro dell'Interno.
Per cominciare, scopriremmo che una nave umanitaria chiamata Mare Jonio è stata fermata al porto di Pozzallo dalla Guardia costiera con un cavillo curioso: il personale di ricerca e soccorso-medici ed esperti in diritti umani - sarebbero incompatibili con le finalità dell'imbarcazione, registrata come nave commerciale.
Scopriremmo con perplessità che mentre il Rina, il registro navale italiano, considera queste navi adatte a svolgere attività di salvataggio, per la Guardia costiera invece non lo sono. Una contraddizione illogica, penseremmo. Ma se andassimo avanti nella lettura scopriremmo che la stessa nave ha già ricevuto ben quattro diffide dalla Guardia costiera dal 9 giugno a oggi.
E che contemporaneamente altre due navi delle ong - Ocean Viking e Sea Watch - sono state fermate con pretesti altrettanto risibili. Il solito Salvini!, penseremmo. Ma il livello di perplessità per una gestione che in questo caso appare spregiudicata monterebbe ancora scoprendo che, mentre lo stato si batte per impedire che dei privati salvino naufraghi, si guarda bene dall'inviare le sue di navi, quelle della Marina e quelle della Guardia costiera, che da tempo non effettuano più salvataggi oltre le acque territoriali. Ahi!
Potremmo però ancora augurarci che nel frattempo almeno a Bruxelles si siano svegliati e che l'Italia sia riuscita a ottenere quello che chiede: un sistema solidale di accoglienza. Invece no. Le due cose che chiedevamo, quote di ripartizione obbligatorie e revisione del criterio del Paese di primo ingresso, ancora non esistono e l'Italia senza un sostegno europeo rischia di restare - incredibile solo pensarlo - sola.
Essere dalla parte dell'Europa, rispettare il diritto del mare e capire che i problemi dell'Italia legati all'immigrazione si risolvano facendo squadra e non isolandosi è il vero tratto di discontinuità incarnato dalla brava Luciana Lamorgese. Oltre alla forma però è ora che il governo trovi un modo anche per dare finalmente sostanza alla sua strategia.
- Myanmar. Rohingya, il silenzio degli innocenti. Cronache di un massacro
- Colombia. Campagna per dare a ognuno dei 17mila detenuti un kit per l'igiene personale
- Veronica aspetta, il suo cuore è in cella con papà
- Antonio Romeo, 70enne malato oncologico, detenuto a pochi mesi dal fine pena
- Curzio: "La giustizia deve avere un volto umano"










