La Repubblica, 27 settembre 2020
L'avvocata, insignita del premio Sakharov dal Parlamento europeo nel 2012, condannata a 33 anni di carcere per aver difeso i diritti umani aveva smesso di mangiare 45 giorni fa. La settimana scorsa era stata ricoverata per insufficienza cardiaca. La notizia è stata data dal marito.
"Nasrin Sotoudeh e Rezvaneh Khanbeigi hanno deciso di porre fine allo sciopero della fame a causa del peggioramento delle loro condizioni fisiche. Questa notizia è stata data questa mattina. Il motivo del ritardo dell'annuncio è stato la mancanza di accesso al telefono". Così il marito di Sotoudeh, Reza Khandan, ha dato notizia dell'interruzione dello sciopero della fame della moglie.
Sotoudeh aveva iniziato lo sciopero l'11 agosto scorso in segno di protesta contro le condizioni dei prigionieri politici nel carcere di Evin a Teheran, durante l'epidemia di coronavirus.
La settimana scorsa era stata ricoverata in ospedale per insufficienza cardiaca. Rilasciata dopo 5 giorni, il marito ha denunciato che non le era stato dato alcun trattamento medico. Né a lei, né a nessun altro presente nel reparto di terapia intensiva. Un mese fa è stata arrestata anche la figlia, Mehraveh Khandan, 20 anni, rilasciata dopo qualche ora dal carcere di Evin.
Mehraveh è stata arrestata senza alcuna accusa. Una forma di pressione nei confronti della madre, sostengono gli attivisti per i diritti umani. Con lei ha interrotto lo sciopero della fame anche l'attivista Rezvaneh Khanbeigi, condannata a 10 anni di carcere per aver partecipato alle proteste di novembre 2019 contro l'aumento della benzina: collusione e associazione contro la sicurezza nazionale e internazionale e propaganda contro lo Stato.
di Angela Stella
Il Riformista, 26 settembre 2020
Intervista a Riccardo De Vito, magistrato di sorveglianza e presidente di Magistratura Democratica. "Mettere da parte gli strumenti dell'umanità della pena è un grande regalo alla criminalità organizzata". E sul caso Palamara: "L'analisi sulla crisi della magistratura non può chiudersi con la sua espulsione"
di Gianni Parlatore
gnewsonline.it, 26 settembre 2020
"Ogni Stato deve investire nella funzione rieducativa della pena, una vera e propria missione che costituisce un investimento culturale di cui può beneficiare la società nel suo complesso, concorrendo a scongiurare il pericolo di recidiva". Il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, è intervenuto a Palazzo Giustiniani al convegno dedicato al "Programma di educazione alla pace". All'iniziativa ha partecipato anche l'ambasciatore di pace e attivista indiano Prem Rawat, la cui fondazione ha ideato e realizzato il programma di riabilitazione.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 26 settembre 2020
Piercamillo Davigo non vuole lasciare la carica di consigliere del Csm nonostante abbia raggiunto i limiti di età. Il Csm ha chiesto un parere all'Avvocatura dello Stato. Il parere dell'Avvocatura dello Stato sul destino di Piercamillo Davigo al Consiglio superiore della magistratura è atteso per la prossima settimana.
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 26 settembre 2020
Task force straordinarie nei tribunali, con la partecipazione diretta degli avvocati, per aggredire l'arretrato civile, che sta riprendendo a crescere. È uno degli interventi che il ministero della Giustizia valuta di inserire nel Piano da finanziare con i fondi europei del Recovery plan.
di Souad Sbai
analisidifesa.it, 26 settembre 2020
De-radicalizzare i radicalizzati con gli stessi radicalizzatori: è questa la logica alla base della collaborazione tra il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (Dap) del Ministero della Giustizia e l'Ucoii (Unione delle comunità islamiche d'Italia) in merito all'assistenza spirituale da fornire a detenuti di religione musulmana, molti dei quali sono a rischio radicalizzazione, se radicalizzati (e quindi condannati per attività legate al terrorismo) non lo sono già.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 26 settembre 2020
Il Processo davanti al Csm si concluderà entro martedì. Record assoluto di rapidità. Il Procuratore generale della Cassazione scrive un articolo sul "Corriere della Sera" per spiegare il processo senza testimoni e imporre il silenzio anche a Paolo Mieli. Che nostalgia per i tempi di Scelba!
Sembra che il Csm voglia bruciare i tempi e trasformare il processo a Luca Palamara in una gara di velocità. Tipo Berruti e Mennea. Addirittura le voci dicono che si vorrebbe chiudere tutto nella prossima seduta di lunedì, o al massimo martedì.
Condanna all'unanimità e chiuso lì. Perché? Beh, naturalmente c'è di mezzo la questione della pensione di Davigo, della quale abbiamo parlato nei giorni scorsi (cioè la scadenza del 20 ottobre quando Davigo, suo malgrado, dovrà lasciare la magistratura) ma soprattutto c'è la determinazione a non lasciare a Palamara né lo spazio né il tempo per difendersi, perché si teme che la difesa di Palamara possa comportare l'emergere di molto molto fango dai tombini ben chiusi della magistratura, e coinvolgere anche molti nomi eccellenti oltre che il sistema in sé. Quindi: correre, correre, correre. Questo è l'ordine che viene da tutte le parti.
Anche dall'alto? Beh, spesso gli ordini vengono dall'alto. Mentre i consiglieri del Csm si organizzano per liquidare in tempi lampo il reprobo Palamara (unico reprobo riconosciuto), il procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, calca la ribalta e si assume in prima persona le responsabilità dell'operazione "Palamara-speedy".
Nei giorni scorsi aveva scritto e diffuso una circolare nella quale spiegava che l'autopromozione dei giudici presso i togati del Csm che dovranno poi decidere le loro promozioni, non è una attività proibita. E che dunque non vanno aperte indagini sul comportamento di chi ha tentato - spesso con successo - le arrampicate di carriera. Affermando così il principio che i magistrati non sono semplici cittadini ma cittadini superiori.
Lo stesso identico comportamento può senz'altro essere considerato "traffico di influenze" o "voto di scambio" per un esponente politico (il quale può eventualmente essere arrestato, se non è protetto dall'immunità, e detenuto anche per alcuni anni in attesa di processo) ma non per un magistrato il quale invece dispone di un diritto speciale a far figurare le influenze esercitate o richieste come puro e semplice candido self marketing.
Ieri Salvi è intervenuto di nuovo. Non su La7, come in genere fa il collega Nicola Gratteri (del quale abbiamo parlato ieri su queste colonne, un po' stupiti per la spavalderia con la quale alterna la sua funzione di Pm a quella di showman in Tv) ma dalle colonne del Corriere della Sera. Il Corriere appartiene sempre allo stesso gruppo editoriale di La 7, ma pretende, di solito, un grado di cultura un po' più alto. E non mi pare che ci siano dubbi sul fatto che Giovanni Salvi, effettivamente, sul piano culturale e anche della preparazione giuridica sia su un piano diverso da quello di Gratteri.
Sul Corriere però ha espresso concetti anche decisamente più aggressivi di quelli del Procuratore di Catanzaro. Ha spiegato che nelle 60mila pagine delle intercettazioni del telefono di Palamara non ci sono reati di altri magistrati. Non è reato, né illecito disciplinare, se Pm e giudici vanno a cena insieme sulle stesse terrazze, non è reato, né illecito, chiedere a Palamara di essere promossi, non è reato né illecito fare accendere o spegnere il trojan a seconda di chi sta vicino a Palamara in quel momento, non è reato né illecito disciplinare organizzare Procure e tribunali (e probabilmente anche sentenze) sulla base dei rapporti di forza tra le correnti. A meno che... A meno che tutto ciò non si svolga nell'Hotel Champagne.
Ecco, questa - ha spiegato Salvi sul Corriere, rispondendo all'articolo dell'altro giorno di Paolo Mieli (primo, e unico finora, articolo critico verso la magistratura apparso sulla grande stampa) - è l'unica eccezione. I conciliaboli all'Hotel Champagne vanno puniti severamente, quelli sì e solo quelli. Perché? Perché a quei colloqui hanno partecipato Ferri e Lotti che sono due politici.
Salvi ci spiega che un Pm può tranquillamente andare a cena col giudice che dovrà decidere il suo processo, ma non con un politico. E che se è andato a cena col politico non c'è bisogno di prove del suo reato (dice proprio così) ma bastano le intercettazioni. Perché le intercettazioni all'Hotel Champagne sono sufficienti per condannare, anche senza processo, e quelle fuori dall'Hotel Champagne, anche se molto più gravi, non servono nemmeno a far partire una inchiesta? L'unica spiegazione logica è che le intercettazioni all'Hotel Champagne erano illegali (non si può intercettare un parlamentare) mentre le altre erano legali. Non sto mica scherzando, eh. L'idea che la vera giustizia sia l'illegalità è una idea che ormai dilaga.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 26 settembre 2020
Processo ter. Imputati otto ufficiali dell'Arma dei carabinieri. Un depistaggio senza limiti e senza fine. Non solo nel 2009, e poi nel 2015, ma anche adesso - proprio mentre si svolge davanti al giudice monocratico Roberto Nespola della VIII sezione penale del tribunale di Roma il processo Cucchi ter agli otto alti ufficiali tra cui il generale Casarsa accusati di aver deviato le indagini - c'è qualcuno nell'Arma che continua ad inquinare le prove per evitare che si arrivi alla verità. Lo ha denunciato ieri in udienza il pm Giovanni Musarò: "Ancora oggi, nel 2020, - ha detto - nel reparto operativo dei Carabinieri c'è qualcuno che passa gli atti a qualche imputato. Siamo stanchi di questi inquinamenti probatori che vanno avanti da 11 anni".
Fu proprio il magistrato antimafia che vive sotto scorta infatti a scoprire, nel corso del processo bis a carico dei tre carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro (condannati per omicidio preterintenzionale) e Francesco Tedesco (condannato solo per falso) il motivo per il quale ancora non si è arrivati ad una sentenza definitiva per la morte del geometra romano ammazzato di botte nell'ottobre 2009. L'inchiesta ter che ne seguì ancora non si è chiusa e il pm continua ad indagare coadiuvato dalle forze di polizia, malgrado le prove raccolte siano già state sufficienti per rinviare a giudizio gli otto ufficiali: nel processo ter iniziato nel marzo 2018 alla sbarra compaiono, oltre a Casarsa, i colonnelli Cavallo, Soligo, il luogotenente Colombo Labriola e il carabiniere scelto Francesco Di Sano accusati di falso ideologico; il colonnello Sabatino e il capitano Testarmata di omessa denuncia e favoreggiamento, e il carabiniere De Cianni di falso ideologico e calunnia.
"Il pm Musaró - spiega meglio l'avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi - ha denunciato documenti in possesso dell'imputato Testarmata che non poteva avere. "C'è un Giuda, un cavallo di Troia che speriamo di identificare che fornisce atti e documenti per una verità parziale e fuorviante", ha detto. Come dire: non abbiamo finito e non finiremo mai di subire interferenze illecite". Ricorda Anselmo che all'udienza scorsa "mi ero molto arrabbiato per il modo di procedere della difesa di Testarmata soprattutto perché in possesso di documenti che non erano nel fascicolo. Mi ero opposto alla loro produzione ed utilizzo chiedendo esplicitamente lumi sulle modalità con le quali ne era venuto in possesso. Avevo ragione".
Ilaria, la sorella di Stefano che non perde un'udienza, commenta così l'accaduto su Fb: "Ho sempre nutrito e continuo a nutrire profondo rispetto per L'Arma dei Carabinieri. Ritengo lo meriti assolutamente. Oggi però (ieri, ndr), di fronte ai nuovi fatti, alzo le braccia. Abbiamo un Cucchi Quater. Il lupo perde il pelo ma non il vizio".
di Paolo Comi
Il Riformista, 26 settembre 2020
Palazzo dei Marescialli ha annunciato l'apertura di una pratica, all'indomani dello scoop del Riformista. Ma aveva in mano le carte da giorni: c'era già il placet alle verifiche richieste dal membro laico Cavanna. I vertici del Csm sono a conoscenza da diversi giorni dei tarocchi contenuti negli scritti dell'ultimo concorso, bandito nel 2018, da trecentotrenta posti per magistrato ordinario. La notizia si è saputa solo ieri mattina con un lancio di agenzia a scoppio ritardato e, soprattutto, dopo che il Riformista aveva pubblicato un articolo in cui erano elencate alcune di queste "perle" giuridiche e non.
Il 14 settembre scorso, per la cronaca, era pervenuto a Palazzo dei Marescialli un corposo dossier da parte di due candidati originari del Piemonte che erano stati bocciati alle prove scritte. Le due toghe mancate, dopo aver visionato i temi dei concorrenti che erano invece stati ammessi agli orali, avevano raccolto un ricco florilegio di strafalcioni, "orrori" giuridici e segni di riconoscimento come, ad esempio, lo "schemino" redatto dal candidato numero 2814 e che, peraltro, aveva conseguito un ottimo risultato.
Il primo ad attivarsi sul dossier, indirizzato anche al ministro della Giustizia, era stato all'inizio di questa settimana l'avvocato civilista Stefano Cavanna. Il laico in quota Lega a piazza Indipendenza aveva subito depositato una richiesta di "apertura pratica" al Comitato di presidenza del Csm. Fra le varie istanze, quella di svolgere "approfondimenti e verifiche nell'ambito delle competenze e dei poteri del Csm".
In particolare, mediante "la convocazione dei componenti della commissione esaminatrice del concorso", affinché riferiscano "sui fatti denunciati dai candidati", senza escludere altre "iniziative meglio viste e/o ritenute". Il Comitato di presidenza del Csm, composto dal vice presidente David Ermini, dal primo presidente della Corte di Cassazione Pietro Curzio e dal procuratore generale Giovanni Salvi, aveva dato il via libera alla richiesta di Cavanna, trasmettendo tutto l'incartamento alla terza Commissione del Csm, di cui fa parte l'avvocato della Lega e che ha fra le varie competenze quella sul concorso per diventare magistrato.
Presidente di questa Commissione è la togata di Magistratura indipendente, la corrente di destra delle toghe, Paola Maria Braggion. Vice presidente è il professore milanese in quota Forza Italia Alessio Lanzi. Oltre a Cavanna, la Commissione è poi composta da tre togati: l'ex aggiunto della Procura di Roma Giuseppe Cascini, il togato di Unicost Michele Ciambellini e la davighiana Ilaria Pepe.
"Non voglio passare - precisa Cavanna - come il difensore d'ufficio dei bocciati: bisogna prima capire quali siano le esatte competenze del Csm in questa vicenda e poi agire di conseguenza". La vigilanza sul concorso, in effetti, spetta al ministro della Giustizia. Ma è il Csm che propone al Guardasigilli i nomi dei componenti della Commissione esaminatrice. "Mi auguro che ci sia da parte di tutti la volontà di voler approfondire l'argomento. Il tema è importante visto che si stanno reclutando dei magistrati e non degli uscieri, con tutto il rispetto per gli uscieri", prosegue Cavanna, aggiungendo che "la cosa più opportuna è ora convocare i commissari d'esame".
La Commissione del concorso che a breve dovrebbe chiamare coloro che hanno passato gli scritti, ad iniziare dal candidato che invece di scrivere un tema ha disegnato uno schemino con i diagrammi, è presieduta dal consigliere di Cassazione Lorenzo Orilia. I magistrati sono venti, diciotto i giudici e due i pm. Di questi ben sei prestano servizio negli uffici giudiziari della Capitale. Fra i nomi noti, Alcide Maritati, toga progressista, già segretario generale dell'Anm e figlio dell'ex senatore del Pd ed ex sottosegretario del governo D'Alema Alberto, anch'egli magistrato. Otto i docenti universitari. "Appena si è diffusa la notizia della mia iniziativa molti magistrati, anche capi di importanti uffici giudiziari, mi hanno scritto per dirmi di andare avanti e di fare chiarezza", sottolinea orgoglioso il consigliere della Lega.
Mentre dalle parti di via Arenula tutto tace, molti ritengono che esistano tutti i presupposti perché il concorso venga annullato.
di Vito De Ceglia
La Repubblica, 26 settembre 2020
L'allarme lanciato da Coldiretti in vista dell'esame del Ddl sugli illeciti agroalimentari. Dal campo alla tavola le agro-mafie sviluppano un business da 24,5 miliardi che minaccia ora di crescere mettendo le mani su un tessuto economico indebolito dalla crisi determinata dall'emergenza coronavirus che ha coinvolto ampi settori della filiera agroalimentare a partire dalla ristorazione. È quanto ha affermato Coldiretti, intervenendo oggi in audizione in Commissione Giustizia della Camera nell'ambito dell'esame del Ddl con nuove norme in materia di illeciti agroalimentari.
L'allarme contenuto nella relazione semestrale della Dia inviata al Parlamento trova infatti particolare fondamento nella filiera agroalimentare dove - sottolinea Coldiretti - pesa la crisi di liquidità generata dall'emergenza coronavirus in molte strutture economiche che sono divenute più vulnerabili ai ricatti e all'usura. Le operazioni delle Forze dell'ordine svelano gli interessi delle organizzazioni criminali nel settore agroalimentare ed in modo specifico nella ristorazione nelle sue diverse forme, dai franchising ai locali esclusivi, da bar e trattorie ai ristoranti di lusso e aperibar alla moda fino alle pizzerie.
La malavita è arrivata a controllare cinquemila locali della ristorazione con l'agroalimentare che è divenuto una delle aree prioritarie di investimento della malavita che ne comprende la strategicità in tempo di crisi perché consente di infiltrarsi in modo capillare nella società civile e condizionare la via quotidiana delle persone.
In questo modo la malavita si appropria di vasti comparti dell'agroalimentare dai campi agli scaffali, distruggendo la concorrenza e il libero mercato legale e soffocando l'imprenditoria onesta, ma anche compromettendo in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l'effetto indiretto di minare profondamente l'immagine dei prodotti italiani e il valore del marchio Made in Italy.
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